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Nella Lisboa antigua fra baccalà e saudade

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Averio, a prua Amalia Rodriguez e sullo sfondo Eusebio, sul fiume Vouga (ph. N. Giaramidaro)

di Nino Giaramidaro

Potevano evitare. «Tornar da te o mia romantica città per rivedere il mio amore tra fiore e fior a cuore a cuor…» Versione italiana di Lisboa antigua «Piena di incanto e bellezza», ora «un velo di nostalgia coprirà il tuo volto di bella principessa…Non tornerai, Lisboa antigua, al tuo splendore reale». Cantata da Amalia, con il suo squillare che scende verso le note tremule della saudade più struggente, il perpetuo senso del perduto, l’attesa paziente di un futuro passato. Saudade.

Forse l’interpretazione più precisa di questo sentimento intraducibile è occultata negli scritti di Fernando Pessoa e dei suoi eteronimi Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro e Bernardo Soares, tutti con personalità e dettagliate biografie inesistenti.

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Lisbona, la stazione di Rossio (ph. N. Giaramidaro)

Il Tago si intravede sotto i flap alzati per assecondare la brusca frenata dell’aereo senza merenda; lì sotto, stanco di mille e sette chilometri, verso il confine immaginario con l’oceano, e Lisbona che digrada dal Bairro alto sino alla Baixa e alla riva destra. Un labirinto che tende al cerchio, trafitto da strade e vanelle che sulle cartine appare come la tela di un ragno zoppicante. Salite e discese lungo le cui quote i pensieri dimagriscono sino a diventare sostanza cosparsa di stanchezza, con una saudade nuova che conta gli scalini e quindi istiga smarrita a guardare là, dove non c’è più nulla, nel tentativo di scoprire l’oceano.

Sull’acciottolato della Rua dos Douradores – da dove Pessoa partiva verso l’impossibile – mi attendeva una domanda precoce, degna più di un turista repentino che di un aspirante viaggiatore: c’è differenza fra essere mediterranei e atlantici, a dismisura guardare l’oceano mare anziché il mare nostrum?

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Lisbona, il caffè A Brasileira (ph. N. Giaramidaro)

C’è il conforto di un cafè “curtu” ai tavolini esagonali de A Brasileira di Chiado, una “bica” forte come l’espresso, sotto lo sguardo immobile di un Pessoa di bronzo, con le gambe accavallate tanto da far vedere la suola sinistra, senza le sue inquietudini: seduto al tavolino di una volta con una sedia vuota accanto, forse in attesa di un Godot lusitano o di un altro impossibile ospite come i suoi molteplici eteronimi. Dal 1988 accoglie i turisti del Chiado, all’inizio della esclusiva Rua Garrett. A Brasileira, aperta nel 1905, “Casa especial de cafè do Brazil”, nel ’22 fu ristrutturata e da un liberty senza volute diventò un bell’edificio art déco, ricettacolo di intellettuali e mai minacciato di chiusure: dal ’97 è “Patrimonio architettonico portoghese”.

Piene di tribolazioni e scomparse le analogie mediterranee, soprattutto in Italia, dove ha corso pericoli anche il Caffè Florian di Venezia, 1720, che insieme con il Procope di Parigi è il più antico del mondo. Il Caffè Greco di via Condotti a Roma, 1760, è stato più volte attaccato e per alcuni periodi chiuso. L’Extrabar di Palermo fagocitato dalle stoffe firmate insieme a decine di altri locali, dalla via Libertà alle vie Ruggero Settimo e Maqueda: è passata una occhiutissima e barbara ramazza su confetterie, librerie, cappellerie e tanti altri negozi; bisognerebbe richiamare dall’oblio le centinaia di assenze che testimonia

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Lisbona, elaborata vetrina decò (ph. N. Giaramidaro)

Nella Rua Garrett, luogo di struscio e di turisti ammaliati dal sottofondo di fado, le facciate degli edifici ci ricordano il Settecento, l’Ottocento e il Novecento lusitani, quando ancora il Portogallo era un impero sul quale, ibericamente, «non tramontava mai il sole».

Quelle strade sgombre, larghe, pulite, prive di buche, allegre nella sinuosità leggera che scende e sale stimolando una sensazione di vaghezza nel rimando continuo fra azulejos, monumenti, chiese, statue e fontane con l’azzurro delle piastrelle, il viola dei fiori delle jacaranda e i molteplici e lievi colori delle flessuose “prospettive”. Camminiamo nelle vie, traverse, viali e cunicoli di Lisboa, che non è solo antigua ma soprattutto la capitale del primo impero coloniale durato sei secoli, che ha lasciato Macao, il suo ultimo possesso, nel 1999. Viaggia nell’aria che l’oceano sospinge questa grandezza consumata, nella passione del fado, ma anche nella assidua interiezione “obrigado”, che vuol dire grazie ma pure obbligato, probabilmente forzato: forse un sorridente rammarico di tutto ciò che il Portogallo ha perduto per sempre.

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Lisbona, monumento alle Scoperte, 1960 (ph. N. Giaramidaro)

Schiere di capitani coraggiosi che confidavano solo nella parola di Dio, e qualche volta dei cavalieri templari, dei quali ci sono giunti soltanto nomi da grandi imprese: Bartolomeo Diaz, Pedro Alvares Cabral, Vasco da Gama, Ferdinando Magellano. Alla scoperta di rotte audaci con equipaggi e ciurme di conquistadores armati di fede e ferocia.

Anche dall’Italia partivano orgogliosi decine di navigatori con le loro carte segrete e idee guardinghe. Alvise Cadamosto e Antoniotto Usodimare raggiunsero Capo Verde, Gambia e Guinea Bissau, ma al servizio del principe portoghese Enrico il Navigatore. Insomma, scommettere sulle scoperte non era mestiere italiano. Alla fine del Medio Evo l’Estremo Oriente, il Catai e Cipango (Giappone) si preferiva raggiungerli dalla “Via della Seta” di Marco Polo, pure se un percorso lungo e infestato da bande di predoni.

L’ormai inutile oceano è disseminato di lidi balneari dopo avere insegnato ai navigatori la “Volta do mar” che noi diciamo Giro di Mare: delle gigantesche ellissi che dall’Africa portavano sino al Brasile per aggirare correnti invalicabili, vortici e numerose altre avversità marine, prima di avvistare i fari delle Azzorre. Ma i portoghesi continuano a fidarsi dell’Atlantico.

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Coimbra, baccalà vintage ma importato (ph. N. Giaramidaro)

Il baccalà non è più pescato come nei secoli scorsi, viene importato dall’Islanda e dalla Danimarca: cibo quotidiano, circa 400 modi di cucinarlo, molti di più di quelli immaginati dal vescovo naufrago di Manuel Vàzquez Montalbàn.  Ma le sardine costituiscono un’industria diffusissima in tutto il Paese con centinaia di case conserviere.

E anche qui inciampiamo in un’altra differenza tra l’essere oceanici e mediterranei. Esempio Mazara del Vallo: c’erano le industrie ittiche al trasmazaro sino agli anni Sessanta: Vaccara, Bruno, Strazzera, forse qualche altra. Ma i barili o le latte di sarde salate e sottolio, il tonno e lo sgombro inscatolati erano considerati attività antiche, senza prospettive. Il progresso aveva affrancato dalla poverissima sarda. E chi continuava a mangiarla lo faceva di nascosto, quasi con vergogna. Dalla moderna industria del Nord ci giungevano i cibi della cucina più di moda. Mediterraneamente chiusero tutte.

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Lisbona, Nicola, uno dei caffè preferiti da Pereira (ph. N. Giaramidaro)

Al Rossio c’è il Caffè Nicola, ancora com’era negli anni Trenta, quando Pereira vi aspettava l’arrivo di Montero Rossi e di Marta. È difficile andare in giro per Lisbona senza incrociare gli itinerari veri e falsi di Antonio Tabucchi e Ferdinando Pessoa, dietro ai quali arranca Pereira, appunto, con la sua obesità e i suoi problemi di cuore. E vi mette qualcosa di suo José Saramago con quell’uomo senza tempo che ottiene dal re una caravella malconcia e allusiva per andare a scoprire l’“isola sconosciuta”. Tabucchi ha voluto scrivere il suo “Requiem” in portoghese, «luogo di affetto e riflessione» popolato di incontri con vivi e morti, dal poliglotta Zoppo della lotteria al Convitato (Pessoa), al Venditore di storie, al Suonatore di fisarmonica; e lui che attende nel caldo di mezzogiorno un appuntamento a mezzanotte con un fantasma di Pessoa, appunto. Nel ’91, in una Lisbona di fine luglio sudata e deserta.

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Coimbra, un negozio di sardine della Conserveira de Portugal (ph. N. Giaramidaro)

Piovosa e affollata nel luglio-agosto scorsi. Negozi sorridenti, baccalà e sardine eleganti, furgoncini Toyota con le sponde di legno, mastri stradini che, con non perduta perizia, rimettono a posto ad uno ad uno, i ciottoli divelti, maestosi edifici con i loro colori originari e integri, si mangia dovunque e si beve Porto, anche di manifattura mai assaggiata.

La metropolitana lascia sempre a pochi passi dalla destinazione. Questa manifestazione della mobilità si aggiunge alla ferrovia, agli autobus e ai piccoli tram Electrico, sulle rotaie dagli anni ‘30. Il risultato è un traffico automobilistico morigerato, qualche taxi, e rade motociclette spesso degli anni ’50 e ’60. Si va e viene a piedi, indugiando nelle “travesse” dalla fisionomia araba, odorose di “bacalhau à braz” e vino. Sullo sfondo, oltre le belle “prospettive” volteggiano tante gru edilizie che non hanno trovato il coraggio di nidificare accanto – o al posto – dell’art déco e dell’altra arte pubblica.

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Evora, cappella delle ossa nella chiesadi S. Francesco (ph. N. Giaramidaro)

Verso nord-ovest paesi la più parte dai nomi sconosciuti ma sempre con qualcosa di sorprendente e spettacolare. Sintra, Palazzo de la Pena, lunga storia e tutti gli stili: arabo, gotico, rinascimentale, manuelino, barocco. Protetto dall’Unesco. Evora: la Cappella delle ossa. Cinquemila cadaveri disposti in una lugubre architettura da Controriforma, illuminata più dal lampeggiare dei telefonini che da luce propria. Obidos: paesino medieval-turistico (11.600 circa abitanti) con tanta roba da mangiare e una enorme e storica libreria. Tomar: il castello dei Templari, l’Ordine che finanziava Enrico il Navigatore che finanziava gli altri navigatori-conquistatori esportatori della fede e importatori di oro, spezie e schiavi. Nazarè, l’oceano.

Sostiene la geometria che l’orizzonte sia di un laghetto sia del Pacifico siano uguali all’occhio dell’uomo. Però guardare il Mediterraneo fra Capo Feto e Granitola sommuove emozioni diverse che guardare la costa dell’Atlantico, da dove partirono gli scopritori del mondo. Sembra più grande, uno smarrimento più acuto, traboccante di paure e tentazioni puntando gli occhi verso l’infinito su quella specie di asintoto obliquo. Chissà cosa provavano Colombo, Cabral, Vasco e gli altri davanti a quella lingua liquida che lecca la terra senza nessuna promessa.

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Porto, la stazione (ph. N. Giaramidaro)

Poi Aveiro, una rudimentale Venezia atlantica per i numerosi canali che la attraversano e per le copie mal riuscite di gondole chiamate “moliceiros”, sempre traboccanti di turisti. Barconi vichinghi, con le prue alte e convesse per rintuzzare i colpi dell’oceano.

Coimbra colta e regale, una delle più antiche università d’Europa, ex capitale arroccata nella parte alta della città, vi si giunge anche da uno scalone monumentale di 125 scalini tentatori delle coronarie non più nuove. Poi la discesa su un dedalo di scale e scalette interminabili, che sembrano dirette verso ignote profondità. E c’è la Baixa – in siciliano vascia – pullulio di negozi turistici, tutta la gradazione dei luoghi del mangiare, accenni di degrado edilizio e stradale. Città bella, sotto i mori per 353 anni, che forse non nasconde nulla del Portogallo di ieri e di oggi.

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Grande libreria ad Obidos (ph. N. Giaramidaro)

Vila Nova de Gaia, vigilia di Porto, oltre 300 mila abitanti, seconda città del Paese anche se su molte cartine sembra un’espressione geografica: sulla riva sinistra del Duero, riunisce quasi tutte le cantine che producono il Porto. Quando si decide di visitarla, si saranno già bevuti una decina di bicchierini, dal bianco al rosato, da quello più scuro all’altro più scuro ancora. I “barcos rabelos” panciuti e pieni di botti, scivolano sul fiume per portare il vino dalla produzione ai magazzini, e passano sotto il ponte Dom Luigi I costruito da Eiffel, quello della torre.

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Porto, chiesa dedicata alla Madonna rivestita di azulejos (ph. N. Giaramidaro)

Impressionante il declinare di case e palazzi dalla collina sino al molo. Un dislivello di 600 metri che una nuovissima funicolare (costruita fra il 2009 e il 2011, tempi non nostri, senza perizie di variante) supera in circa cinque minuti.                                                         Qualche altro piccolo tempo in autostrada, tre corsie senza danneggiamenti o lavori in corso estivi, si giunge a “o Porto”, in italiano e inglese Oporto perché il nome ha calamitato l’articolo portoghese. È la terza città lusitana, appare senza nulla di rotto, invasa dai turisti. Più di cento metri di serpentone nella Rua das Carmelitas per fare il biglietto d’ingresso alla libreria Lello e Irmao, stile gotico-liberty, forse la più bella del mondo. Le chiese piastrellate di azulejos, sfoggio di arte e magnificenza. Il ristorante A Brasileira in Rua de Sà Bandeira, aperto come caffè qualche anno prima del gemello di Lisbona.

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Porto, la storica linea 22 dell’Electrico (ph. N. Giaramidaro)

Gli azulejos della stazione ferroviaria, tante storie in azzurro del Portogallo imperiale. E l’Electro Linea 22 che sferraglia, arranca e discende circumnavigando quasi il centro storico. Profusione di ristoranti e sottomarche, e di locali sulle grandi e grandissime piazze e sul Lungoduero dove la sera si beve porto, cerveja e anche gazosa fatta come una volta.

Nel Portogallo silenzioso si può dimenticare la concitazione e la velocità per forza del mondo mediterraneo. Una nazione EU che va avanti col tempo del placido oceano, quando è placido, facendo il passo che la gamba permette. Una modestia che cela un sentimento coperto svelato da Pessoa in due righe: «Il Portogallo, una nazione organicamente imperiale». Chiave anche del fado e della saudade che Antonio Tabucchi ha tradotto con “disìo”, quello dei «navicanti e ‘ntenerisce il core».

Dialoghi Mediterranei, n. 39, settembre 2019
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Nino Giaramidaro, giornalista prima a L’Ora poi al Giornale di Sicilia – nel quale, per oltre dieci anni, ha fatto il capocronista, ha scritto i corsivi e curato le terze pagine – è anche un attento fotografo documentarista. Ha pubblicato diversi libri fotografici ed è responsabile della Galleria visuale della Libreria del Mare di Palermo. Recentemente ha esposto una selezione delle sue fotografie scattate in occasione del terremoto del 1968 nel Belice.

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