Stampa Articolo

Nell’80° della Liberazione: il ruolo degli istituti storici

s-l1200di Giulia Albanese [*] 

Nella primavera 1948, a tre anni dalla fine della guerra, la rivista “il Ponte” da poco fondata dal giurista Piero Calamandrei ospitava un interessante dibattito sulla destinazione delle carte del Comitato di Liberazione Nazionale e delle brigate partigiane. A un primo articolo che ne auspicava il passaggio agli archivi dello Stato, rispondeva Gaetano Salvemini – la cui storia di interventista, antifascista e fuoriuscito, oltre che di storico, non serve qui ricordare – invocando la nascita di un ‘Archivio della Resistenza’ organizzato da privati.

La discussione avveniva in una fase di transizione delicata delle istituzioni politiche che avevano guidato la Resistenza, nelle settimane delle elezioni politiche che segnavano la definitiva separazione delle forze che avevano contribuito alla Liberazione del Paese, ma anche in un momento di complicato passaggio nella ricerca e nella ricostruzione di una scienza e di una cultura storica democratica in Italia all’indomani della Seconda guerra mondiale e del ventennio fascista.

Caduto infatti il regime, rimaneva il problema di come e se reimpostare il modello di controllo centralistico degli istituti storici da esso creato, un modello che era chiaramente espressione della vocazione autoritaria e totalitaria dello Stato fascista. Cosa poteva rimanere di quel modello in un’Italia che si apprestava a diventare democratica? Che ruolo e che spazio avrebbe potuto avere in quel nuovo contesto l’Istituto del Risorgimento che nei lunghi anni del regime era diventato espressione della costruzione di un discorso di legittimazione dell’Italia fascista? E cosa fare degli archivi, ma anche della storia della Resistenza? Si poteva delegare la memoria e la ricerca su questo snodo agli Istituti del Risorgimento? E che ruolo avrebbero avuto il Risorgimento, la Resistenza e la storia del tempo presente nella costruzione di una memoria pubblica democratica e repubblicana, oltre che come disciplina scientifica?

Erano domande stringenti e di rilievo, che riguardavano l’assetto più complessivo degli studi storici nell’Italia del dopoguerra e che coinvolgevano attori diversi. Domande che riguardavano il rapporto e l’equilibrio necessario tra le fondamenta di una disciplina scientifica, la Storia; il suo ruolo formativo, e il suo ruolo pubblico, tanto sotto il profilo scientifico che sotto il profilo istituzionale, valoriale e memoriale. Domande che interrogavano particolarmente se riferite alla storia del recente passato.

Erano domande in cui si riconosceva, per altro, gran parte della storiografia europea, interrogandosi su quali presupposti si potessero costruire la storia e la memoria della Seconda guerra mondiale,

della Resistenza e del recente passato fascista e nazista. In questo frangente si assisteva all’affermarsi e al distinguersi di modelli differenti nel contesto europeo: un modello più statalista di finanziamento, gestione e ricostruzione della storia e della memoria in particolare del passato recente, e un modello più liberale, di valorizzazione dell’iniziativa privata, che invitava al riconoscimento di un pluralismo culturale e politico in un contesto democratico e che temeva la centralizzazione dello Stato, memore di quanto successo e dell’utilizzo fatto della storia nell’Europa tra le due guerre.

In questo contesto e nel pieno di questa discussione che si sviluppava – come abbiamo visto – anche nelle pagine del Ponte, si situava la nascita dei primi istituti per la storia della Resistenza e più avanti anche degli istituti culturali volti alla sedimentazione delle diverse culture politiche che alimentavano la Repubblica italiana (penso ad esempio alla nascita dell’istituto Sturzo e del Gramsci negli anni cinquanta). In particolare, gli istituti per la storia della Resistenza nascevano a Torino, a Milano, a Genova, e presto anche a Padova, da una scelta di autonomia e in una transizione senz’altro complicata, che portava successivamente, pochi mesi dopo l’articolo di Salvemini, alla fondazione dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, nel 1949 a Milano, oggi dedicato al suo fondatore, Ferruccio Parri, che avrebbe federato questa rete in fieri.

loghi-convegnoNegli anni e nei decenni successivi sarebbero nati, a partire da presupposti analoghi, moltissimi altri istituti della Resistenza, nelle diverse provincie del Paese. Si trattava e si tratta di istituti che tenevano insieme gli archivi delle diverse formazioni partigiane e del Comitato di liberazione nazionale, le pubblicazioni e la bibliografia dedicata a questo argomento, e che riunivano rappresentanti delle diverse forze partigiane, e studiosi (che in parte erano anche stati partigiani) e che si erano interrogati in quei primi anni del dopoguerra su quale dovesse essere il destino di questo patrimonio documentario. Questo esito, per noi significativo, fu frutto di tensioni e prospettive culturali anche diverse, che sono state recentemente ricostruite, e che ci impegneranno ancora in vista dell’ottantesimo anniversario della nascita del nostro istituto. Un frutto che ha alimentato e nutrito la contemporaneistica italiana negli anni di incubazione e nascita di questa disciplina accademica.

Questi istituti avevano e hanno una caratteristica peculiare rispetto a tutti gli altri istituti culturali e di storia legati alle vicende politiche di questo Paese, il fatto di essere, come per certi versi tornarono ad essere, sia pure in modo diverso, gli Istituti per il Risorgimento, il luogo di conservazione della memoria e della documentazione non di una specifica cultura politica, ma di un’esperienza plurale come la Resistenza, che riassumeva l’insieme delle culture politiche democratiche e repubblicane che vi avevano partecipato. Erano istituti pensati a partire da un contesto, quello locale, da un presupposto specifico, la conservazione delle carte e lo sviluppo della ricerca sulla Resistenza. Erano istituti che nascevano come luogo di incontro, come abbiamo visto, tra esponenti partigiani, storici (e successivamente anche storiche), archivisti e studiosi, e luogo quindi di confronto, scontro e dialogo politico talvolta anche acceso, che però non si sarebbe mai interrotto, come invece accadde a tante altre istituzioni a cavallo della guerra fredda, che si divisero con l’obiettivo di dare specifica voce alle diverse culture politiche del momento.

Un equilibrio non facile, quindi, quello delle diverse anime che hanno alimentato la storia dell’Istituto nazionale e degli istituti locali, ma un equilibrio necessario per conservare quella storia, gli archivi e la memoria di quell’esperienza, e dei tanti che vi avevano partecipato e che erano i protagonisti della costruzione delle istituzioni della nazione, la Repubblica e la Costituzione. Questo ha fatto sì che, allora come ora, gli istituti siano un’espressione e un patrimonio di soggetti che si riconoscono in quella storia e nella necessità non solo scientifica di ricordarla, ma al tempo stesso anche istituti che hanno valenza pubblica nel loro essere deposito di un patrimonio documentale che è un patrimonio di tutta la comunità nazionale, direi un patrimonio della Repubblica, in quanto conservano la documentazione e la memoria di una fase e di uno snodo fondamentale di quella storia: la documentazione della guerra partigiana. Una documentazione cui si è aggiunto molto altro nel tempo, non solo perché questi istituti, nella transizione degli anni novanta, sono diventati, anche nel nome, istituti di storia della Resistenza e dell’età o della società contemporanea, ma anche perché nella loro lunga e plurale storia, essi sono diventati in molti casi gli archivi della storia e della memoria del Novecento delle comunità locali in cui si collocavano, delle diverse forze politiche e dei movimenti politici e sociali operanti nei diversi contesti. E la guida degli archivi di Stato ha rilevato questa importanza fin da metà degli anni Settanta, mostrando con chiarezza che si tratta probabilmente del più notevole complesso archivistico del Paese, per la storia contemporanea, dopo gli archivi di Stato.

ic_306_bigQuesti istituti sono riusciti per lo più ad essere al tempo stesso luoghi di conservazione della storia e della memoria, luoghi di formazione e di ricerca, luoghi di promozione di una cultura storica, luoghi di divulgazione storica, attenti al fondamentale confine che esiste tra la ricerca, la scienza storica e l’uso pubblico e politico della storia – e non è un caso che proprio da questi istituti siano emersi alcuni dei più fini studiosi dei luoghi della memoria, dell’uso pubblico della storia e del rapporto tra storia e memoria. L’ampiezza e la rilevanza dell’elaborazione sviluppata negli istituti è visibile nelle tante pubblicazioni prodotte, nelle pagine della rivista del Parri, “Italia contemporanea”, nata come rivista scientifica già nel 1949, e della rivista digitale di didattica della storia, “Novecento.org”, nata più recentemente, punto di riferimento di insegnanti e esperti di didattica.

L’ampiezza di questo sforzo ha fatto sì che, a partire dal 1967, una legge – primo firmatario l’on. Aldo Moro – riconoscesse esplicitamente la valenza pubblica di questi istituti, e desse loro gli strumenti per continuare ad operare, a rinnovarsi, ma anche ad alimentare la ricerca storica in Italia;

per consolidare e curarne il patrimonio archivistico e bibliografico e per valorizzare la ricerca che al loro interno veniva scritta, oltre che l’attività didattica promossa. Una legge che riconosceva nell’importanza del patrimonio, ma anche nella capacità di tutela del patrimonio, nella ricchezza dell’elaborazione anche scientifica, e nel pluralismo di quanto vi era conservato e prodotto, oltre che dell’attività didattica svolta dagli e grazie agli istituti, la natura pubblica di questa istituzione.

Non è un caso che dentro questi istituti siano nate ricerche che hanno saputo raccontare – e mettere a disposizione le carte per raccontare – non solo le vicende eroiche della Resistenza e dei suoi protagonisti, ma anche quelle meno eroiche e più difficili, le violenze, anche quelle intra partigiane, e anche quelle gratuite. Non è un caso che questa rete sia stato il luogo in cui è nato il volume di Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della resistenza e il riconoscimento della guerra tra il 1943-45 anche come guerra civile, oltre che come guerra di liberazione e conflitto sociale; il luogo in cui si sono studiate e approfondite le violenze del confine orientale, le foibe, l’esodo. Oltre e più generalmente, il luogo dove si studia e si è studiata la storia dell’Italia repubblicana, nelle sue declinazioni locali. Sono istituti che hanno fatto della ricerca storica e dell’innovazione didattica il cuore delle loro attività, riconosciute ben oltre i confini di chi fa del racconto e della conservazione della storia della Resistenza e dell’antifascismo il centro della propria attività.

Sala Zuccaro del Senato

Sala Zuccari del Senato, 15 aprile 2025

Tra gli anni Novanta e gli anni Duemila questo equilibrio è stato alterato, eliminando tra le leggi obsolete e superate anche la legge del 1967 e le garanzie che essa dava per la vita degli archivi e le biblioteche e l’attività didattica.

Certo, il patrimonio del Parri e degli istituti è pienamente assicurato attraverso le dichiarazioni di notevole interesse storico delle soprintendenze, e gli istituti sono sopravvissuti e sono ancora in forze grazie alla grande capacità di progettualità che ha permesso di vedersi finanziate ricerche e progetti, oltre che alla convenzione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, che ne ha sempre riconosciuto l’importanza nell’aggiornamento e nella formazione degli insegnanti, con convenzioni che sono state rinnovate nel tempo, e che demandano agli Uffici scolastici regionali i distacchi.

1000221664Esiste tuttavia un tema fondamentale, e che auspichiamo venga riconosciuto – grati dell’attenzione che la senatrice Rossomando e altri hanno voluto dedicare al tema, anche con il convegno di oggi –  che è quello da un lato del riconoscimento strutturale della natura pubblica del patrimonio di questa rete, che ne fa un vero e proprio ‘patrimonio’ irrinunciabile ‘della nazione’, che ha però costi strutturali rilevanti e che è opportuno che il Paese ritorni nuovamente a riconoscere, consapevole, oltre che dell’importanza del patrimonio che conserviamo, anche del ruolo di promozione della ricerca scientifica e didattica che gli istituti hanno sempre perseguito nei loro quasi ottant’anni di attività. Questo patrimonio, per altro, è anche fondamentale per la realizzazione di un’opera

fondamentale, come il museo nazionale della Resistenza, già in costruzione e in parte finanziato, che va a costruire in Italia, qualcosa che quasi tutti i Paesi europei hanno già realizzato da tempo. Un obiettivo che non può e non deve essere solo nostro in questo ottantesimo anniversario della liberazione del Paese. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025 
[*] Testo del discorso letto nella Sala Zuccari del Senato a Roma, il 15 aprile 2025

______________________________________________________________

Giovanna Albanese è professoressa ordinaria di storia contemporanea all’Università di Padova e vice presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. I suoi interessi di ricerca si sono rivolti soprattutto all’indagine delle origini del fascismo, della violenza politica e delle culture autoritarie negli anni tra le due guerre, con attenzione via via crescente alla dimensione comparata e transnazionale del fascismo e alla sua memoria. Tra le sue opere ricordiamo Dittature mediterranee. Sovversioni fasciste e colpi di stato in Italia, Spagna, Portogallo (Laterza, 2016) e la nuova edizione di La Marcia su Roma (Laterza, 2022). Ha inoltre recentemente curato Il fascismo italiano. Storia e interpretazioni (Carocci, 2021) e, insieme a Lucia Ceci, I luoghi del fascismo. Memoria, politica, rimozione (Viella, 2022).

_____________________________________________________________

 

 

Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Politica. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>