di Aldo Gerbino
Multum animo vidit, lumine captus erat
[Ovidio, Fasti, VI. 204]
Sarai felice di veder tu solo/, non ciò che il volgo vìola con gli occhi,
ma delle cose l’ombra lunga, immensa, / nel tuo segreto pallido tramonto.
[Giovanni Pascoli, da Il Cieco di Chio, in Poemi Conviviali, 1904]
Prologhetto per un addio. Ultimo mio scritto per Piero Longo [*]
Piero, l’amico carissimo che non tolleravo veder soffrire, ci ha lasciati dopo un troppo lungo periodo di afflizione. Tempo del dolore, certo, della riflessione, della preghiera, dell’amore per la poesia. E lui, non soltanto da poeta, ma soprattutto da uomo sacrale ha affrontato e aiutato quanti gli stavano accanto a cogliere, proprio con quella joie de vivre che gli fu abito indefettibile, ogni dolore, ogni ostacolo, in particolare quello destruente della cecità. E proprio su tale tema mi chiese di scrivere per lui. Così ho fatto.
Mi son chiesto, parlando con Piero, se si assista, quando lo sguardo si oscura, ad un crepuscolo della parola, della voce, e se essa possa modificare la sua pertinenza al suono in quanto si riferisce, ‒ e ciò nel rispetto consegnatoci dalle poesie di Eduardo De Filippo, ‒ che proprio esse, vale a dire le parole espresse dal suo mondo teatrale e dalla sua intimità poetica, posseggano il tocco del colore. La cecità è deplezione del fiume visivo, dei colori, del loro cangiante paesaggio cromatico in cui la luce manzoniana ne rivela, proprio dal colore, la natura delle cose.
Per altro è noto come, attraverso le mutazioni sinestetiche, le parole, quando desideriamo riportarle alla memoria, proprio nel lavorio della rammemorazione, par che si frangano sollecitando al nostro ascolto una sorta di vago, tremulo tintinnio poco prima che esse affiorino in tutta la loro consistenza.
L’udito, ordunque, può integrare, in situazioni di sofferenza, parti non obliate dei colori almeno quelle più intime alle parole? Sappiamo che vige, oltre l’epifisario, un altro occhio, nel nostro armamentario corporeo concentrato nell’ampia geografia della superficie tegumentaria: il tatto. Rammento, incontrando molti anni fa nella Villa San Carlo Borromeo di Senago (allora sede della milanese casa editrice Spirali), María Kodama, la compagna-musa di Borges (era già trascorso più di un decennio dalla morte del marito), di avere avuto la possibilità di osservare, durante il nostro colloquio accompagnato da una tazza di tè, una foto in cui l’immaginifico scrittore argentino accarezzava il corpo litico della Sfinge posta nel giardino della villa lombarda. Più di recente (ora anche María è scomparsa), durante mie scomposte letture trovo una dichiarazione di Borges, il quale sottolinea di come egli e María abbiano «condiviso con allegria e con stupore la scoperta di suoni, di idiomi, di crepuscoli, di città, di giardini e di persone sempre diverse ed uniche». Mi soffermo, soprattutto, a quel “con allegria” in quanto mi pare che tale parola cara ad Ungaretti, sia in realtà consustanziale anche al dispositivo intellettuale e creativo di Piero.
In lui, l’ingresso capillare della poesia, ora filtrato dalla barriera d’una oscurità pregna di fluttuante energia e nella sua forma d’immateriale sostanza, abbia trovato la sua strada, il suo più recondito significato, e aggiungerei in quel preciso punto nel quale era già approdata, in tutta la sua attuale pienezza, la sua vita: unica luce, soltanto colori, nuovi lumi per penetranti occhi vestiti e posti nel loro grembo sonoro. Non so, in quali fondali, in quale imbuto la nostra anima, crudamente colpita nel corpo, inveisca o accenda altre e altre luci, altri e altri colori rischiarando così il cammino da seguire d’ora in avanti. Questa mia affermazione trova spazio in virtù del fatto che Piero, da tanti decenni mio amico, segna, lungo questo nostro tempo comune, il suo sentiero nel cratere di un io sempre più ritrovato tra carsici camminamenti, cadenzati nel fluido d’uno straziato metronomo da laminanti bagliori.
Io seguo il mio amico, com’è mio costume, a distanza: il mio personale timore è il poter cadere in un’involontaria aggressione mediata dalla retorica che sovente, in questi casi, emerge, non invitata, e colpisce, com’è d’uso nel sicario, alle spalle. Dalle parole del Quaderno a cancelli di Carlo Levi, fino alle mute pupille di Borges ecco apparire, tra gli interstizi del mondo, le parole pensate e scritte da Longo, riversate sul poggiolo di un distopico o meglio metafisico ‘altro vedere’. Levi, era stato colpito, nel 1972, da grave distacco retinico e vittima di una temporanea quanto aggressiva cecità. Nasce così, come ci comunica la home della Fondazione Levi, Quaderno a cancelli, pubblicato postumo nel 1979. In tale spazio ‘segreto’ si legge il tempo della malattia: tempo privilegiato, come ebbe a notare anche Virginia Woolf nel suo On Being Ill, tempo per il quale lo scrittore torinese afferma che «La storia del mondo è iscritta nella malattia, assai meglio e più chiaramente e profondamente incisa che nella storia delle idee e delle istituzioni».
Emilio Cecchi vi aggiungerebbe che essa può esser compresa proprio nel suo incistarsi nella carne. Quaderno a cancelli, forse riferimento ad una poesia del 1952 di Rocco Scotellaro che dice: «Questo piccolo quaderno a cancelli / l’ho scritto per te di cui non parlo / per i tuoi occhi chiusi e i tuoi capelli / di cera, il naso che non può fiutarlo», riporta alla luce quei lontani quaderni con griglie di linee prestampate, in uso nelle prime classi elementari, per educare i bambini alla planarità della scrittura. Ora, in cosa consistono i ferri, le corde, le linee e i cancelli di Piero? dove approdano i loro grovigli?
In tali pagine confessionali, dogliose, ma di certo mai rinunciatarie alla gioia della vita, come per altro si registra nella sua architettura mente/corpo, ritengo che proprio in tale tracimazione di sentimenti, trovi spazio la miscela della gioia d’esistere e del suo transito, in quel suo continuo offrirsi, come fu per il magistero di Levi, al fascino della cultura, della poesia, e, con Piero, agli ori intensissimi di quell’aura bizantina tanto appropriata alla mente del mio sodale, con quel suo collocarsi nella terra di mezzo d’una regione sacra la quale alimenta le sue braci nella trama inestinguibile della storia della Sicilia normanna o nel volto di Eleonora d’Aragona del dalmata Francesco Laurana. Un alveo in cui il dire dell’autore distilla i momenti della sua vita: fino a restituirci, a squarci, in punti corrosi e impervi, immagini che prillano per caleidoscopici esiti nell’ininterrotto motore creativo che tutto sommuove.
È con il gesto di accarezzare, come ricordavo poco prima, il corpo leonino della Sfinge, che Borges, sacerdote del suono e della luce, accende il diorama del suo silenzio ottico attraverso la tattilità: si attiva quel sistema aptico teorizzato dallo psicologo statunitense James Gibson per cui la percezione, guidata dalle dita, consente, oltre che il riconoscimento degli oggetti attraverso il tatto, la posizione del corpo: la propriocezione. Tale prossemica reinserisce, nella contiguità dello spazio, anima e corpo, riaccende luci insperate, compensatorie, lenitive.
Ben si adattano in tale contesto quei distici di Ovidio tratti dai Fasti in cui l’esule di Tomi canta: “Vide molto con lo spirito, benché privo della luce degli occhi”. Parole che affiorano nel cartiglio retto da Luigi Groto (1541-1585), ‒ un’opera attribuita a Jacopo Tintoretto (pur modesto lavoro di bottega), ‒ dal titolo Luigi Groto, il cieco d’Adria. Si narra d’un poeta di maniera e drammaturgo cinquecentesco (suo precettore fu il napoletano Scipione Gesualdo de’ Belligni), il quale, nel 1585, anno infausto per lui, dà corpo, con consapevolezza biologica e culturale al teatro Olimpico di Vicenza (nell’Edipo Re di Sofocle), alla figura del veggente figlio di una ninfa: “Tiresia”.
Nel Ritratto di Groto, ‒ una rivisitazione del 2022, opera contemporanea della napoletana Annalaura di Luggo, ‒ vige il fuoco interno di un’iride; essa nutre l’area cardiogena, la memoria vi affiora in una pacata drammaticità rispecchiata tra il rinnovato fluire dei versi ovidiani. Con essi si finge la notte primaria in quella perenne attesa tanto viva nell’esperienza di questa scrittura: egli attende d’essere svelata dalla luce la quale, per contrappeso, sollecita la genesi di un’altra silente ombra che sembra trarre origine dai germinativi Songes di Odilon Redon. Ed è indicativo come nel suo l’“occhio, come un pallone bizzarro, [che]si dirige verso l’infinito”, esso miri a coniugarsi all’estetica del corpo, in quel ‘condominio’ anatomico, come fa Piero, tendendo all’idea dell’altrove, dell’oltre. Egli sa cosa significa, e crede di conoscere quale traiettoria debba seguire il suo sguardo nuotando nella misericordiosa consapevolezza della pena, col peso e la misura dei ricordi e dei sogni avvertiti proprio nella loro dismisura, nella loro utile asimmetria.
D’altronde, dal caos, suggerisce Nietzsche, può sempre nascere una ‘stella danzante’ proprio tra quelle ‘onde misteriose di luce’ che Piero sente d’essere investito e trascinato nella danza, oppure nel “ricamo” della sua mente, come la definì Mario Luzi per la sua operetta poetica Dialoghi con Eleonora. Una policromia sensitiva, sacrale, pronta ad alimentare la sua poesia in simbiosi con la sua umana esistenza, con quel voler cogliere la dimensione tattile delle cose, l’ineffabile gioco del numinoso perfuso in un presente: non mutilo, infinito, quasi un’impropria intermittenza del cuore.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
[*] Piero Longo (Altavilla Milicia 1943- Palermo 2025), allievo di Giusto Monaco, laurea in Lettere conseguita presso l’Ateneo palermitano (tesi su «Laevius e l’alessandrinismo in Roma»), è stato docente di Lettere nei Licei palermitani ed ha insegnato Storia dell’Arte Moderna presso la facoltà di Scienze della Formazione, e ancora: Metrica e Storia del Teatro alla Scuola del Teatro Stabile ‘Biondo’. Presidente di Italia Nostra (sez. Palermo), giornalista pubblicista, si è occupato di critica teatrale (“la Repubblica”; “Giornale di Sicilia”). L’attività drammaturgica è testimoniata da: “Costanza d’Altavilla”; “Teresa del Desiderio”; “Notturno per Palermo”; “Una parola ancora”; “I bestiari”; “Le delizie della corte”. In poesia esordisce con: Parole in concertante, I quaderni del Cormorano, Palermo 1970; Gli animali del cielo, pref. di Paolo Messina, Centro Pitrè, Palermo 1978; Lampiridi e altri segni, Colapesce, Palermo 1995; Dialoghi con Eleonora, pref. di Mario Luzi, Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 1999; Cofano di bellezza, disegni di Bruno Caruso e nota critica di Aldo Gerbino, Elle, Palermo 2006; Probabili orditure, pref. di Salvatore Nicosia, Plumelia, Bagheria-Palermo 2013; Ellissopedia, premessa di Gioacchino Lanza Tomasi, postf. di Cosimo Scordato, Plumelia, Bagheria-Palermo 2017. Per la saggistica: La cultura siciliana tra metafora e verità, Gangemi, Roma 1994; Ladro di Cornucopie, Nuova Ipsa, Palermo 1997; Castra e solacia nella cultura fridericiana Ila Palma, Palermo Sao-Paulo 1997; La preghiera in Dante, ‘Idòla’, Novecento, Palermo 2000; Picasso, Palermo 2001; I Mirabella, Palermo 2001; Luigi Di Giovanni, Palermo 2003; Il sollazzo dello Scibene, una perla dimenticata, Qanat, Palermo 2019. Nelle stagioni 2002-2006 del palermitano Teatro Biondo è stato regista assistente per l’opera di poesia-teatro sull’assassinio mafioso di Padre Puglisi del poeta e saggista Mario Luzi: Il fiore del dolore per la regia di Pietro Carriglio.
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Aldo Gerbino, morfologo, è stato ordinario di Istologia ed Embriologia nella Università di Palermo ed è cultore di Antropologia culturale. Critico d’arte e di letteratura sin dagli anni ’70, esordisce in poesia con Sei poesie d’occasione (Sintesi, 1977); altre pubblicazioni: Le ore delle nubi (Euroeditor, 1989); L’Arciere (Ediprint, 1994); Il coleottero di Jünger (Novecento, 1995; Premio Marsa Siklah); Ingannando l’attesa (ivi, 1997; Premio Latina ‘il Tascabile’); Non farà rumore (Spirali, 1998); Gessi (Sciascia-Scheiwiller, 1999); Sull’asina, non sui cherubini (Spirali, 1999); Il nuotatore incerto (Sciascia, 2002); Attraversare il Gobi (Spirali, 2006); Il collettore di acari (Libro italiano, 2008); Alla lettera erre in: Almanacco dello Specchio 2010-2011 (Mondadori, 2011). Di saggistica: La corruzione e l’ombra (Sciascia, 1990); Del sole della luna dello sguardo (Novecento, 1994); Presepi di Sicilia (Scheiwiller, 1998); L’Isola dipinta (Palombi, 1998; Premio Fregene); Sicilia, poesia dei mille anni (Sciascia, 2001); Benvenuto Cellini e Michail K. Anikushin (Spirali, 2006); Quei dolori ideali (Sciascia, 2014); Fiori gettati al fuoco (Plumelia, 2014).
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