Il mare, questo crocevia di paradossi, per dirla con Antonino Buttitta (2008: 411): vita che dà vita, ma, nello stesso tempo, occasione di morte e di sciagure, potenza malefica e insieme propizia, il mare che divide e unisce. Frontiera della paura ma anche della speranza.
Al mare è legato il destino dell’umanità, la ragione stessa della sua sopravvivenza, la risposta al bisogno di conoscere, di andare oltre, di superare i confini: il folle volo di Ulisse, che per seguir virtude e conoscenza si spinse oltre le colonne d’Ercole dello stretto di Gibilterra.
Prima ancora che a terra nascessero le strade e i ponti, il mare è stata l’unica via di collegamento fra i popoli, e su questo si è costruita la supremazia di alcuni e l’assoggettamento di altri. Dall’antichità ad oggi, il controllo dei porti e delle vie marittime hanno rappresentato il principale strumento di dominio delle nazioni. Un fenomeno complesso – secondo Buttitta – che ha dato vita ad analoghe complessità sia sul piano delle pratiche che su quello delle rappresentazioni.
Si potrebbe aggiungere che il bisogno di lasciare la terraferma per attraversare il mare alla ricerca di nuovi approdi è nato insieme all’uomo, e non soltanto per ragioni di sopravvivenza, ma per un’istintiva attrazione verso questa infinita ed eterna distesa d’acqua, così immobile e in movimento, così indefinita e indefinibile, così mutevole repentinamente da diventare minacciosa e funesta. Da qui l’esigenza di raccontare, di rappresentare un’esperienza che altrimenti sfuggirebbe ad ogni controllo operativo e razionale dell’uomo. Così sono nati i grandi miti del mare, le leggende orali, i poemi epici della classicità: l’Iliade in minor misura, ma soprattutto l’Odissea e l’Eneide che narrano di lunghe e avventurose traversate, dall’esito incerto, affidato al volere o al capriccio degli dèi, ma anche all’irruzione di mostri marini e forze demoniache. Anche nel Medioevo le religioni monoteiste hanno saputo costruire sistemi mitici di protezione e culti marinari per controllare le avversità nei confronti dei naviganti.
Piero Dorfles ripercorre, in un’ampia documentazione, il nascere e lo sviluppo di una letteratura sul mare, a partire da alcune parole chiave che danno il senso di un universo così ambivalente. Le parole del mare. Letteratura e navigazione, è il titolo di questo nuovo contributo dello scrittore, giornalista e critico letterario, edito da Sellerio. L’idea centrale che attraversa le pagine del libro è che in fondo la navigazione sia una metafora della vita. Proprio la complessità del mare, la sua imprevedibilità e l’estrema drammaticità, divengono allegorie della condizione umana e del destino di ogni essere vivente. Aspetti che – secondo l’autore – non coinvolgono soltanto l’individuo ma tutta la vita associata e le relazioni interpersonali in genere. Osservando quel microcosmo sociale costituito dall’equipaggio, si apre una spia sui rapporti umani di comunità più vaste e allargate. La condizione stessa di piccoli gruppi costretti a vivere a bordo di un’imbarcazione per lunghi periodi dell’anno, in spazi angusti e in uno stato di forte limitazione della libertà, rivela comportamenti che nel quotidiano sono repressi o comunque tenuti sotto controllo.
Solcare i mari – avverte Dorfles – è un po’ come navigare nell’inconscio perché ci costringe a fare i conti con quello che abitualmente rimane nascosto, con aggressività represse e conflitti rimossi che in condizioni di normalità riusciamo a controllare e che esplodono nella privazione di un ambiente chiuso. Il mare e il suo attraversamento divengono allora una sorta di cartina tornasole che fa luce su condizionamenti nascosti e difficoltà di adattamento ma soprattutto su idiosincrasie tra individualità molto diverse fra loro.
Ma c’è un altro tema del vivere sociale che il mare e la navigazione sottolinea ed è quello della gestione del potere e dei rapporti gerarchici fra il comandante e la ciurma. A mare – si è detto sempre – non esiste e non può esserci democrazia. Il suo carattere instabile e il suo stato di perenne emergenza richiedono decisioni rapide affidate alla responsabilità di uno solo, il capitano. Questo comporta una dura disciplina all’interno dell’imbarcazione e un’obbedienza cieca e assoluta di tutto l’equipaggio nei confronti dei superiori. Situazioni che in molti casi possono degenerare approdando irrimediabilmente a un ribaltamento dell’ordine. Come avviene nei vari ammutinamenti della storia di cui il nostro fa un’attenta disamina a partire dal grande Ammutinamento del Bounty, reso celebre più che dal romanzo di Verne (1879) dal film di Milestone con protagonista Marlon Brando (1962). Un evento epocale che coincise, non a caso, con lo scoppio della Rivoluzione francese, quando, probabilmente, alcune idee democratiche sui diritti elementari degli uomini, cominciavano a circolare anche fra chi, in condizioni di quasi schiavitù, viveva a mare, subendo ogni giorno la tirannide del comandante.
Alcune parole in particolare rispecchiano la dimensione esistenziale dell’uomo: la bonaccia, ad esempio, ancor più insidiosa e temibile della tempesta. Conrad la definisce un incantesimo, una forte magia, perché costringe il marinaio all’impotenza, alla passività, alla resa. La bonaccia è dunque una metafora della rinuncia al confronto/scontro con altre forze e tumulti che la vita stessa impone. Dorfles richiama a questo proposito Kafka e l’immobilismo dei suoi scenari, che nega ai personaggi ogni forma di passione e ribellione, ogni scontro con la violenza del contesto. Si crea così uno stato di immobilismo che è in sé una sconfitta, un cedimento, una rinuncia.
L’esatto opposto della tempesta e della sua estrema conseguenza, il naufragio, effettivo sulle onde del mare, ma anche simbolico nei confronti di quella burrasca che a volte è la vita stessa. La letteratura è ricca di naufragi e tempeste, che inevitabilmente recano sciagure e fallimenti: come quello dei Malavoglia, la cui fine della Provvidenza, la loro barca unico mezzo di sostentamento, segnerà l’inizio di una serie di catastrofi fatali per tutto il nucleo familiare. Fra le altre, la perdita della casa del Nespolo.
Tuttavia, anche nei casi più estremi, il naufragio può avere due facce, una negativa e una positiva, può essere insieme un dramma e un’occasione. Costituisce comunque una prova, una sfida a cui l’uomo è chiamato per andare oltre e rimuovere gli ostacoli del suo cammino. Come accadde a Cesare nella Roma classica, rapito dai pirati secondo il racconto di Plutarco, o a Giasone alla ricerca del vello d’oro, durante la spedizione degli Argonauti.
In tempi più moderni, la traversata del Pequod nel Moby Dick di Melville, su cui l’autore si sofferma diffusamente, non è finalizzata solo alla caccia alla balena bianca per ragioni di profitto, né tanto meno al mero desiderio di vendetta di Achab sul mammifero gigante che gli ha amputato la gamba, ma è determinata dall’ybris, dall’ebbrezza del gesto estremo. Per questo, secondo Claudio Magris, Achab è uno dei grandi Faust della letteratura, esprime la volontà di dominio e di sopraffazione sui mostri della nostra esistenza.
I racconti epici sono affollati da mostri marini che vivono negli abissi, come il serpentone, creatura di Nettuno, che uccide Laocoonte con le sue spire giganti. Per arrivare all’Horcinus Orca di Stefano D’Arrigo, triste allegoria della guerra e della distruzione che caratterizza lo scenario del racconto.
Ma anche il mostro marino con tutta la sua forza distruttiva ha una natura ambivalente, in quanto rappresenta l’irruzione del caos e nello scontro con l’uomo assume un valore rigenerativo di rinascita. Così il profeta Giona, il primo nella storia della letteratura ad essere ingoiato da un grande pesce, vi rimane per tre giorni e tre notti finché viene risputato risolvendo il conflitto col Signore. Nel romanzo di Collodi il povero Geppetto viene mangiato dal pescecane, ma il lieto fine ricompone gli equilibri in quanto Pinocchio da burattino di legno diviene un bambino diligente con buona pace del padre falegname. Il passaggio nel ventre del grande pesce rappresenta una prova rituale, una seconda nascita da cui si esce rigenerati.
In conclusione, a noi pare che questo libro affascinante e avventuroso non sia soltanto un viaggio per mare fra miti e letteratura, ma rappresenti piuttosto un viaggio esplorativo nell’animo umano, nei meandri del nostro vissuto inconsapevole.
Ma lasciamo parlare l’autore: «La letteratura di mare è, quasi sempre, nata dalla storia delle grandi sfide dei navigatori. Una sfida che non è solo una questione di ardimento è un insieme di audacia e di sconsideratezza, di bisogno di oltrepassare i confini del mondo noto; e la narrazione che ne segue rappresenta anche un momento in cui l’umanità spiega a sé stessa il senso del suo essere. Affrontare difficoltà inimmaginabili, confrontarsi con gli elementi più estremi, esplorare l’ignoto sono, nel loro insieme, un’allegoria del cammino compiuto dagli esseri umani da quando sono scesi dagli alberi. Allora cominciano a decorare le grotte con le immagini della caccia, costruiscono l’epica della narrazione orale delle conquiste e delle scoperte, le incidono sulle tavolette di creta e la scrivono su papiri e pergamene. Il passaggio dall’esperienza alla narrazione per immagini, al racconto orale e infine alla scrittura, coincide con l’evoluzione del pensiero pratico a quello simbolico. La sfida della navigazione marina, pur nella sua dura fisicità, è anche la sfida rappresentata dalla nascita del pensiero astratto e dal suo sviluppo. Ce lo ricorda Nietzsche: “C’è ancora un altro mondo da scoprire: e più di uno! Via sulle navi, filosofi!”» (ivi: 190-191).
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
Buttitta, Antonino
2008 Ambiguità del mare, postfazione a Maria Savi-Lopez, Leggende del mare, Palermo, Sellerio editore: 411 – 427.
Dorfles, Piero
2025 Le parole del mare, Palermo, Sellerio editore.
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Orietta Sorgi, etnoantropologa, ha lavorato presso il Centro Regionale per il catalogo e la documentazione dei beni culturali, quale responsabile degli archivi sonori, audiovisivi, cartografici e fotogrammetrici. Dal 2003 al 2011 ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Tra le sue recenti pubblicazioni la cura dei volumi: Mercati storici siciliani (2006); Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino (2011); Gibellina e il Museo delle trame mediterranee (2015); La canzone siciliana a Palermo. Un’identità perduta (2015); Sicilia rurale. Memoria di una terra antica, con Salvatore Silvano Nigro (2017).
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