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Navigare a vela, tra storia e contemporaneità, in una città di luce

Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2015 @ 00:06 In Cultura,Società | No Comments

Lisbona, trame e rilievi (di F. Schiavo)

Lisbona, trame e rilievi (di F. Schiavo)

   di Flavia Schiavo

Fernand Braudel descrive il Mediterraneo come una pianura liquida, interrotta da porte. Chiedendoci dove il Mediterraneo inizi o dove finisca, non possiamo non considerare tra le “porte” del Mare Nostrum due città  affini e “sorelle”, Lisbona e Palermo. L’identità  urbana è sempre caratterizzata da una grande trasformazione. Fondata e rifondata continuamente, condizione di stabilità e di appartenenza, è ancor più soggetta a mutamenti quando la collocazione geografica, lo spazio storico o gli eventi, la pongano al centro di una rete di rapporti a grande e a piccola scala, di circostanze e di attraversamenti umani.

Ombelichi portanti di vasti ambiti territoriali dai confini mobili, protette e protese verso l’altrove, punto di arrivo e di partenza, le due città, nel contempo centri e porte del Mediterraneo, Lisbona, fronte verso l’oceano Atlantico, baricentro estremo dell’Europa, e Palermo focus addormentato di una intersezione potente di culture, hanno declinato la propria recente evoluzione in modo assai diverso.

La storia urbana non è l’unica risorsa possibile, e le città da sempre pongono in relazione il patrimonio storico con l’innovazione. La contemporaneità espressa in ambito urbano risiede proprio nella capacità di tutelare e innovare, senza cancellare il passato ma evitando che il passato stesso si trasformi in stasi. E in quella stasi, degradi. Insieme agli abitanti. Il governo territoriale deve, in questa fase storica, affrontare alcuni temi e alcuni nodi che, a livello planetario, riguardano l’intero universo urbano, pur nella considerazione dei diversi equilibri territoriali e geopolitici e delle specifiche collocazioni geografiche. Essi non sono solo legati alle grandi urgenze, al clima, e alla sostenibilità ambientale, e sociale, ma riguardano i modi del governo urbano, la capacità di gestire con mano pubblica efficiente i processi, canalizzando capitali e risorse private, garantendo quindi la gestione delle trasformazioni, tutelando il bene pubblico. E attivando processi attuativi, oramai impossibili se non con una mixitè tra capitali pubblici, sempre più esigui, incentivi di matrice europea e capitali privati, coinvolgendo abitanti e Terzo Settore.

centro culturale a Belem, Vittorio G

Centro culturale a Bélem, di Vittorio Gregotti (foto Schiavo)

La differenza sostanziale tra Lisbona e Palermo probabilmente risiede proprio nell’interpretazione di questa singolare contemporaneità che rende Lisbona una città sostenibile e competitiva e che assume, di contro, a Palermo una facies irrisolta. Se la prima capitale supera un terremoto, quello disastroso del 1755, rinascendo e riprogettando interamente il proprio assetto, la seconda vive la condizione dell’incertezza quale status permanente. Tra mille ripartenze. E mille speranze. Se Palermo è nella stagione attuale una città da cui a volte, sebbene a malincuore, si fugge, Lisbona è, oggi, una città attrattiva, che ha un ruolo determinante nell’intera economia nazionale che versa complessivamente in uno stato critico. Negli ultimi trenta anni il Portogallo ha riconfigurato la propria trama urbana, puntando su altri insediamenti, come Porto o Evora. Ma in tale quadro Lisbona riveste un ruolo cardine.

Eludendo il racconto minuto del passato, e cercando la “biforcazione” che marca la distanza tra le due città fortemente potenziali, è utile riflettere sugli anni ’90 che rappresentano un momento di passaggio per entrambe. A Palermo, nel 1993, dopo Domenico Lo Vasco, diventa sindaco con elezione diretta Leoluca Orlando. Già primo cittadino dal 1985 sino al ’90, egli mira a restituire alla città un ruolo europeo. Palermo vive, in quegli anni e da quegli anni, una stagione vitale. Centro di intersezione culturale raccoglie e convoglia energie, mette in moto progettualità, punta a un, seppur minimo, coinvolgimento della cittadinanza, focalizza l’attenzione sulle aree dismesse, e sul sofferto waterfront, incentiva sebbene in modo blando, ma estremamente rigoroso, il recupero del Centro Storico, attiva progetti urbani e progetti europei, sia per quanto attiene il costruito sia per gli spazi aperti, come per esempio un Life, mai portato a buon fine, orientato a far diventare Ciaculli un parco agricolo. Parco del Tardivo di Ciaculli, pensato in connessione con un sistema strutturato di parchi e giardini, piccoli ed estesi. Sistema che, insieme agli altri, avrebbe dovuto ricucire gli strappi del “sacco”, avrebbe dovuto arginare il consumo di suolo, riportare alla luce le ville settecentesche della Piana dei colli, avrebbe dovuto muovere un indotto di piccole e grandi economie sostenibili, avrebbe dovuto ridisegnare i rapporti tra gli spazi storici e quelli contemporanei. Linee e direzioni contenute all’interno di un piano regolatore, debole sul livello attuativo e strategico, firmato dall’ufficio del Piano del Comune e da Pierluigi Cervellati. Il processo, com’è noto, si interrompe, intorno al 2000, quando la capitale siciliana inizia un iter involutivo tutt’ora in corso, di difficile soluzione.

2. Praga do Comercio (di F. Schiavo)

Praga do Comercio (di F. Schiavo)

Lisbona ha una struttura complessa. Morfologicamente articolata tra piccole colline e un fiume che la protegge dall’Atlantico, in fortissima relazione con la luce trasparente che la avvolge, possiede una singolare identità. Essa si alimenta di costruzioni e ricostruzioni che, nel tempo, hanno rafforzato una qualità precipua: lo spostamento continuo del baricentro identitario senza che tale disallienamento dal pregresso pregiudichi il volto urbano. Se l’identità può essere intesa come condizione in cui si fondono permanenza e innovazione, Lisbona è, tra le città europee, quella che esprime al meglio tale carattere. Fin dalla catastrofe del 1755 che distrusse persone e cose, Lisbona, riprogettata da Pombal, sposta l’asse del proprio nucleo forte verso l’acqua, asse prima più terrestre e gravitante nel barrio storico, raso al suolo dal terremoto e dal violentissimo maremoto. La nuova struttura pombalina risolve il problema dell’acqua e dialoga, infatti, fortemente con il fiume, elemento di protezione e di apertura, delineando la crescita futura della città che si estende sul Tago, sino a Bélem.

Un fulcro dell’espansione settecentesca, confermato dalla più recente contemporaneità che riqualifica l’intero waterfront, è la Praça do Comércio, spazio luminoso e nitido, definito, illuminista, come l’intera struttura post terremoto. Esso ebbe una influenza non solo sulla forma urbis, ma inaugurò una corrente di pensiero, relativa alla filosofia della catastrofe, che vide alcuni grandi pensatori europei, tra cui i contrapposti Rousseau e Voltaire, il quale espresse le proprie opinioni sulla catastrofe in Candido e nel Poème sur le désastre de Lisbonne. Il disastro come generatore di possibilità e come mezzo per la comprensione della struttura magmatica e morfologica del globo terrestre, venne analizzato da Immanuel Kant che, attraverso l’interpretazione geografica, lo colloca tra i fenomeni scientifici e non tra le punizioni divine. Rendendo possibile, in una certa misura, la reazione umana intenzionale. Concependo il progetto, e la ricostruzione razionale di una città quasi totalmente distrutta.

 Praga do Comercio (schizzo di F.Schiavo)

Praga do Comercio (schizzo di F. Schiavo)

Ecco dov’è la natura profonda di Lisbona che rinasce diversa, post cataclisma. Il fato, pur nell’incerta visione di autori come Pessoa e Saramago, a differenza di quanto accada a Palermo, non esiste, e in tale illuminista matrice intenzionale, il cambiamento volitivo è la radice urbana della “capitale” portoghese. Questa qualità generativa è la medesima che si coglie ancora, e che pienamente dagli anni ’90 ha condotto la città verso la condizione attuale. Lisbona, città romantica ottocentesca, visibile nell’attraversamento e dai miradores, posti all’apice delle colline, fatta di persistenza medievale, struttura illuminista, oggi ha in sé spazi integri e ibridi, in cui architetture contemporanee, edifici come condensatori, attivano nuovi baricentri urbani, istituiscono polarità, linee di fuga, assi di riqualificazione. Intersecano ambiti storici, come l’intervento condotto al Chado, con la riconversione di un isolato di Gonzalo Byrne e con la intera ricostruzione dello stesso quartiere su progetto di Àlvaro Siza, progetto attuato anche con capitali privati. In entrambi i casi l’architettura contemporanea è attenta a quella dimensione umana, propria del quartiere storico distrutto da un incendio. Un’architettura urbana che, come le altre più recenti, colloca la città all’interno di una dimensione europea che cerca una intersezione tra consolidamento e sviluppo, con logiche differenti da quelle originarie, ma in profondo dialogo con esse.

Nell’integrazione tra livelli diversi di pianificazione, tra piano e progetto, architettura e urbanistica si confrontano, attraverso strumenti come il Plan director del 2012 che prevede strategie in grado di condurre Lisbona verso obiettivi economicamente sostenibili fondati sull’attratività, sulle economie, sulla qualità della vita. Grandi obiettivi strategici coordinati, tra cui l’espansione del settore del turismo. Il riuso dell’Expo, edificato in una area non utilizzata, che diviene nuova centralità, produce un indotto, coordinando le grandi iniziative e i grandi progetti di architettura con una scala adeguata, tra città e territorio. L’attrazione di imprese che abbiano un alto profilo, per esempio le università, elemento catalizzatore e attivatore di formazione e iniziative. La promozione della riabilitazione urbana, e non per ampliamenti, inducendo modelli economici a basso impatto. O la riqualificazione dello spazio pubblico, delle aree e percorsi pedonali, delle piste ciclabili, del recupero di giardini storici e la creazione di nuovi, del ridisegno del riverfront, riconnettendo le piste ciclabili con la metro. Con interventi a bassissimo costo, di altissima seduzione visiva, e avvalendosi di concorsi internazionali. A tali obiettivi si somma la promozione dell’efficienza ambientale, l’applicazione dei concetti trasversali quali consumo, riciclo, controllo delle energie, controllo del ciclo dell’acqua e dei materiali utilizzati, sia nei nuovi progetti sia nella riqualificazione.

 EXPO 1998 (foto Schiavo)

EXPO 1998 (foto Schiavo)

La diffusione insediativa, l’estensione oltre i bordi rendono infatti di fondamentale importanza, a Lisbona, il tema del riverfront, quell’area, tra storia di mare e di commercio e cultura recente, che consente di ripensare il tessuto polimorfo della città estesa, recuperando vasti edifici dismessi, ex industrie, polarizzando nuove aree, edificando la vasta area destinata all’Expo del 1998, che ha modificato una ampia zona della città, dotandola di un grande ponte, il Vasco de Gama, di un esteso parco, di abitazioni, di grandi opere di architettura come quelle zoomorfe e candide di Calatrava, e rivedendo l’intera complessità urbana, ripensata secondo la negazione dell’articolazione classica che viveva della dicotomia tra centro e periferia. Oggi tale scissione, per certi versi, è del tutto assente a Lisbona, se non in particolari luoghi sgranati, in attesa di ripensamento. Un ripensamento condotto tra storia e natura.

A differenza di quanto accada a Palermo, a Lisbona, l’architettura contemporanea e il disegno di “paesaggio” sono soggetti generatori delle nuove centralità, di un nuovo modo di abitare e immaginare i luoghi, non solo a scala urbana, ma a livello territoriale. Gli edifici, infatti, generano assi, luoghi, linee infrastrutturali, nuove polarità, landmark, e consolidano gli insediamenti storici che vengono tutelati e non trasformati se non nei punti di interconnessione e nelle “cerniere”. Importanza è data allo spazio pubblico che diventa, sia per gli spazi aperti che per i luoghi confinati, il fulcro cardine della riqualificazione, nel ripensamento dello spazio civico e sacro della città mediterranea, inesauribile spazio di luce.

Dialoghi Mediterranei, n.15, settembre 2015

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Flavia Schiavo, docente di Fondamenti di urbanistica e della Pianificazione territoriale, vive e lavora a Palermo. Ha pubblicato saggi, monografie e articoli su riviste nazionali e internazionali, conduce attività didattica e di ricerca in Italia, Europa e America del Nord, dove è stata visiting presso la Columbia University. Tra le sue pubblicazioni, Parigi, Barcellona, Firenze: forma e racconto (Sellerio 2004); Tutti i nomi di Barcellona. Il linguaggio urbanistico (F.Angeli 2005)

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