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Morte per colera, corpi e anime: un medico di campagna, carusi, poeti e mistici

s-l1200di Aldo Gerbino 

“Della compassione, per esempio, possiamo fare a meno”

[Virginia Woolf, On Being Ill, (“Sull’esser malato”), 1930] 

Nessuna ‘collisione’ con il kafkiano Medico di campagna (“Ein Landarzt”) del 1916. Siamo in Sicilia, nel comune di Serradifalco, anno 1835. Il medico del luogo, il valente dottor Angelo Sesta, nel breve arco temporale del mese di novembre, – quando, a suo dire, la «patria era bersagliata da una palude attigua all’abitato medesimo», – esegue due autopsie per morte colerosa. In quegli anni, il piccolo centro del nisseno, antico ducato dei Lo Faso, area solfifera ad ovest del fiume Salso, fu interessato da infezioni coleriche e da devastanti febbri tifoidee causando ai pazienti imponenti idro-linforree (perdite di liquidi simili, per aspetto, a quelle dei metazoi inferiori) “anche cruente”, fino a condurli a morte per grave disidratazione.

Il colera, malattia estremamente contagiosa a carattere acuto, determinata dal Vibrio cholerae asiaticae (la cui sintomatologia si esprime con massicci segnali di diarrea, vomito, dolorosissimi crampi muscolari), può sfociare in quella forma nota come colera tifoideo in cui s’instaura nel malato un acuto senso di depressione, un’astenia profonda, un abulico intorpidimento. Dei notissimi rilievi esposti da Filippo Pacini – illustre anatomista pistoiese (1812-1883), che al morbo asiatico aveva dedicato importanti ricerche, avendo descritto, nel 1854, in virtù dei suoi ulteriori interessi nel campo della batteriologia, la morfologia dei vibrioni colerigeni (Vibrio comma), – non sembrano trovare riscontro, al tavolo autoptico del dottor Sesta, le caratteristiche ulcerazioni localizzate nella mucosa intestinale.

 1.  Marco Almaviva, Fioritura, (‘Flowering’), olio su tela, 1971.


Marco Almaviva, Fioritura, (‘Flowering’), olio su tela, 1971

Egli, però, facendo esplicito riferimento alle ricerche paciniane, sottolinea come lo studioso, con l’occuparsi della causa specifica del morbo Cholera, descriva con esattezza «di aver rinvenuto nei villi della mucosa intestinale, e precisamente nei punti necrosati, una fitta congerie di molecole finissime della grandezza di un millesimo di millimetro». Queste «alla guisa stessa di parassiti vivono corrodendo detta membrana mucosa, e le di cui erosioni offrono l’aspetto di un tessuto vellutato ed intignato» morfologicamente simili a delle ‘infiorescenze’ con azione destrutturante sui tessuti, idealmente accostabile alla contemporanea azione destrutturante (qui in ambito pittorico) condotta da Marco Almaviva nella sua poetica della “Filoplastica”. Con tali esperimenti, avvertiva Angelo Sesta, «il Pacini ha già determinato il vero valore» di quella situazione micro-ambientale conosciuta col nome di «caos infusorio intestinale di Bloch» e che appare, all’osservazione anatomica, arricchito dalle così dette «molecole puntiformi di Thompson» o dalle «infiltrazioni proteiche di Gull, Reinhardt, e Leubuscher».

I lavori di Pacini – continua – «meritano lode grandissima e sì perché han spianato la via che conduce a quella grande verità, cioè, in che modo «tutti i morbi contagiosi» si espandono con crescita di «esseri viventi parassiti», ma ancora per il fatto che, «avendoci questa precisa e positiva cognizione pel morbo Cholera, si può da un canto apprezzare la maggiore o minore importanza degli svariati metodi di cura proposti sinora, e dall’altro si può anche giungere alla specificazione». Sul versante eziologico e terapeutico Sesta dichiara, nel suo “Nuovo Metodo”, come fosse stato colpito da un altro «fatto clinico di molta importanza; l’osservare invero come il Cholera talvolta prorompa in Tifo»; questo fatto, aggiunge: «fu per me così parlante che finì per convincermi», del modo in cui, appunto, il colera avesse «per sua base stato di saburra putrida».

Un’area geografica, quella compresa nel quadrilatero Castronovo, Leonforte, Serradifalco e Montedoro (punto di confluenza dei tre valloni: Mazara, Demone e Noto), percorsa, in quel tempo, da frequenti e micidiali correnti colerose e tifiche, distribuite in uno scenario geologico e sociale reso ostile dalle enormi difficoltà nei collegamenti, alimentato da un inverosimile stato di povertà che sfocia nell’inedia, nell’assenza dei più elementari sistemi igienici. E, inoltre, non va sottovalutato come questa aspra fetta di terra fosse stazione dell’estenuante ed orrifico lavoro delle miniere addette all’estrazione dello zolfo: serbatoio costante di endemie, suffragate da una nutrizione scadentissima e da un’inesistente concezione della cura personale, dall’assenza cronica di acqua, dalla violenza, dalla negligenza assoluta di un mondo politico distante anni luce dalla realtà isolana (e l’entroterra pagava, più che le zone costiere, tale stato di arretratezza).

miniera_occupata_petixNel nisseno, tra Serradifalco e Montedoro, le incursioni infettive si manifestano con particolare insistenza; mostrano, per altro, una pervicace virulenza. Montedoro, aureo quanto paradossale nome d’un centro urbano che, come altri del comprensorio, incarna il destruente lavoro legato all’estrazione solfifera, si sostanzia in una valenza tutt’altro che dorata: vive, piuttosto, in una esasperata rozzezza, in un’infernale materialità che inficia gravemente il valore del vissuto. Un’incontenibile sofferenza fisica e morale ancor oggi non obliata e tristemente incorniciata dallo straziato canto dei fanciulli sottoposti ad un durissimo, disumano lavoro, assolutamente inadatto alla loro età, alle loro condizioni fisiche e psicologiche: i “carusi”, appunto, registrati, con marchi profondi, nella vergognosa memoria dell’isola. «Io non ero contento di tornare in miniera», fa dire, oltre un secolo più tardi, al minatore Paolo, Angelo Petix, autore nativo di questo luogo, nel suo romanzo mondadoriano La miniera occupata; «e guardavo il fumo risalire il vallone, don Basilio che chiacchierava con don Manuele, il macchinista, mastro Gerolamo Pantalone che fumava in una sua pipetta dalla canna corta e rosicata, e mi sentivo preso da tristezza e sconforto incredibili. Sempre dopo due, tre giorni di festa mi succede di tornare mal volentieri in miniera, perché il mio è un lavoro pesante e pericoloso e tiene in ansia le famiglie, noi stessi».

Lo scrittore, guardando il profilo geo-urbano di Montedoro, lo tratteggia sovrapponendolo al ricordo d’un tempo ancor più lontano: «Su un cocuzzolo […] si vedeva come una pietra riarsa: era il paese con le sue catapecchie battute dal sole e flagellate dalle mosche, solo e sperduto nella campagna disabitata e deserta». L’arida impressione di questo territorio, non si è vanificata negli anni; s’è, piuttosto, smorzata, per quel vegetare delle chiome verdissime dei pampini, per le robinie ondose costeggianti le vie più interne, per l’idrovora ingordigia degli alti eucalipti. Ma una possente ossatura di dolore pervade ancor oggi, quale gigante assopito, la via dello zolfo, veicolo di malattie infettive, di malformazioni, e, dopo che da tempo si sono registrati più salutari risultati per la bonifica delle zone paludose, par che essa sia sostenuta, nelle sue arcane profondità, da un continuo e malcelato respiro di minaccia. 

2570140376740_0_0_536_0_75Sotto Montedoro, il letto collinare, le creste delle rocce – riparo di ottocentesche figure di briganti, – ulivi solitari e tenaci, ora appaiono risvegliati, soltanto a tratti, dal fischio incombente di una automotrice, che lacera l’aria e la coltre mobile delle nebbie serali. Questo tragico serbatoio del disagio e della sofferenza lo si può scorgere intessuto dall’evidenza antropologica nell’opera La Sicilia dello scrittore, allora con ufficio di Console dell’Impero tedesco, August Schneegans. Con la prefazione del traduttore Oscar Bulle, l’opera dello Schneegans viene consegnata all’editore fiorentino Barbèra nel febbraio del 1890. Il cuore mitologico siciliano attrae lo studioso e politico tedesco, il quale, accompagnando ad esso un’analisi non soltanto folklorica, mette in risalto il degrado, la miseria, e quel codardo sfruttamento dei giovanissimi lavoratori, contrapposti all’acre bellezza d’una orografia votata alla meraviglia dei violenti contrasti, alla sua connaturata atemporalità metafisica.

Renato Guttuso, [Ph anni ’60 ca.] a Bagheria per una retrospettiva di Onofrio Tomaselli.

Renato Guttuso, [Ph anni ’60 ca.] a Bagheria per una retrospettiva di Onofrio Tomaselli

Terra di Proserpina, fastosa e dogliosa, metafora di vita, di morte e della ciclicità posta tra dissolvenza e rinascita, in essa sembra incarnarsi il destino stesso del cosmo. Appare indelebilmente percorsa dalle luttuose schiere dei “carusi”, riportate in tutta la loro incombenza verista nel commosso quadrone di Onofrio Tomaselli, maestro apprezzato dalla sensibilità sociale di Renato Guttuso. Tra un baluginare di luci, nel giallo livido sinistramente irraggiato dai cunicoli dello zolfo, Schneegans vi legge la tristezza corrosiva dei fanciulli: emaciati, diarroici, portatori di gravi deformazioni corporali. Un mondo profondamente offeso, che si ritrova, poi, con tratto naturalistico, lirico e visionario, nei tanti resoconti narrativi e poetici: da Francesco Lanza ad Alessio Di Giovanni, da Antonio Aniante a Calogero Bonavia o nei disegni degli impianti sotterranei a Lercara di Totò Bonanno; i fanciulli, in colonna, irraggiano lividi segnali di sofferte condizioni nel guizzo intermittente delle fioche «lanterne»; essi – racconta Schneegans – «carichi di pietra salivano ansando verso l’uscita della miniera rassomiglianti a’ gnomi delle novelle delle fate».

malattia-di-sicilia-john-henry-newman-10ed-fondazione-largeÈ un viaggiatore d’eccezione a contrarre, in questo luogo e in quegli anni, la malattia: John Henry Newman. Un prete anglicano, uno studioso, un poeta. Nel suo viaggio siciliano (1833-34), il morbo contratto costituisce umore per una profonda crisi religiosa, imprimendo, inoltre, una sostanziale svolta creativa. Egli traccia, in un emozionale vigoroso ricordo, i primi sintomi di quella terribile esperienza mentre è ricoverato a Castrogiovanni (l’odierna Enna). Sottolinea, appunto, nel suo My Illness in Sicily, come si sentisse «svanito». Riferisce persino della ingravescente fatica «a ricordare le cose», e, ancora, quel preoccupante essere «arrossato in viso», avversato – scrive – da una «febbre gastrica letale […] che loro chiamano colera». Egli s’immerge, annota Giovanni Velocci, in «momenti di timori e di angoscia, ma poi scosso da un misterioso presentimento che sarebbe sopravvissuto nella gioia della speranza esclamava: ‘non morrò perché non ho peccato contro la luce’».

Non a caso si insiste sul «senso della luce»; una luce profondamente spirituale, che determina il cambio di rotta di questo scrittore e teologo anglicano ammirato da Joyce; o, ancor meglio, contribuisce ad una apertura completa verso una verità già pronta a condurlo nelle braccia del cattolicesimo. Tale luce dello spirito, pregna della sua valenza teologica, viene avvertita nella totalità della sua essenza divina, accolta, sin dal suo primo impatto di ordine naturalistico, nella mente e nel cuore di Newman. Impatto luminoso, esclusivo, non in quel senso eminentemente fisico, con lucidità rappresentato da Bonaventura Tecchi, ma, in egual misura e intensità (egli stesso ce ne ricorda l’importanza), capace di far scaturire, in un intellettuale e poeta della tempra di Goethe, un rapporto empaticamente interiorizzato tra natura e spirito come potremmo leggerlo, più avanti nei decenni, in quella mirabile opera del 1968 di Max Ernst Le silence à travers les âges.

Max Ernst, Le silence à travers les âges, olio su tela, 1968

Max Ernst, Le silence à travers les âges, olio su tela, 1968

Ma, mentre in Goethe la luce si trasforma in illuminazione laica, capace di rischiarare quei «camminamenti oscuri dell’io», in Newman si assiste ad una vivida amplificazione salvifica, portatrice d’una novella verità, tutta cristiana, per quel suo più consapevole rapporto con Dio, il tutto maturato in quel metaforico spazio prospettico che coincide con la «prospettiva del bagliore»: quella “Farbwelt” enunciata da Otto Katz. Il punto di partenza è, comunque, la natura: «Quando migliorai», confessa Newman, «solevo aspettare l’aurora e nel momento in cui vedevo la luce attraverso le persiane dicevo: o dolce luce; il più grande dono di Dio». Una delle sue composizioni poetiche, Lead, (in “La colonna di nube” del 16 giugno 1833, conosciuta ed apprezzata da Leonardo Sciascia) è – nell’affermazione di Velocci – «un’appassionata invocazione alla luce divina»: 

«Conduci, dolce Luce, in mezzo al grigiore che stringe intorno, / conducimi Tu! / La notte è oscura ed io sono lontano da casa – / Conducimi Tu! / Reggi Tu i miei piedi; io non chiedo di vedere / la scena distante – un solo passo basta a me. / Io ero non sempre a questo modo, né pregavo che Tu / dovessi condurre a me. / Amavo scegliere e vedere il mio cammino, ma adesso / conducimi Tu! / Amavo il giorno abbagliante, malgrado le paure, / l’orgoglio dettava leggi alla mia volontà; non rammentare anni passati / Ora che la tua potenza mi ha benedetto, ancor più / essa mi condurrà, / attraverso landa e palude, oltre rupe e corrente, finché / la notte svanisca / e con il mattino sorridano quei volti di angeli / che da sempre ho amato e per un poco ho smarrito». 
 4. Ospedale Grande e Nuovo a Palermo nella storica sede di Palazzo Sclafani (sec. XIX)


Ospedale Grande e Nuovo a Palermo nella storica sede di Palazzo Sclafani (sec. XIX)

La Sicilia si offre, dunque, come vero e proprio spazio metaforico (ma anche luogo di accoglienza e cura di sempre più ampi e necessari centri ospedalieri), luogo predisposto ad incarnare il progetto santo della fine biologica, tra geologiche frantumazioni e trasformazione del tessuto sociale, ricordando come la contemporaneità non è risparmiata dalle poussée colerose. D’altronde la malattia, nel suo dilatare la crisi, conduce ad una ricerca del sé che stempera e accoglie le crude visioni spesso offerti dagli artisti, non certo in senso consolatorio, come nel caso del contemporaneo Renato Meneghetti.

Nel 1835, un altro poeta straniero vi trova la morte. Dopo avere attraversato – anch’egli in un non benaugurante mese di novembre (tempo di lavoro per il medico di frontiera Sesta) – Caltanissetta, Piazza, Caltagirone, finisce tristemente di colera a Siracusa. È August von Platen, il fiero avversario di Heine; un invasato di cultura classicista, «un vecchietto rattrappito e occhialuto di trentacinque anni», così lo ricordava Felix Mendelssohn, per averlo incontrato, nel 1831, a Napoli. Platen si spegne a Siracusa, meta della Sicilia classica. Un amore, quello per la classicità, condotto da August fino all’esasperazione, alimentato in quella perenne avversione al romanticismo, che lo pose quale polemico interlocutore nei confronti dell’Heine de I Bagni di Lucca (“Reisebilder 1828-’29”). È l’opera in cui, ‒ ricorda il pittore e l’incisore che fu accolto dall’interesse critico di Gesualdo Bufalino, ma anche scrittore, Pino Di Silvestro, ‒ in cui viene espressa «la superiorità del suo intelletto sapendo mescolare fantastico e reale», e, allo stesso tempo, luogo dove si sottolinea come «il viaggio non abbia principio né termini esterni, ed è tutto compreso nel giro interiore del mondo del poeta». È Thomas Mann a riproporre il ‘caso Platen’, personaggio che per il grande scrittore tedesco fu anche l’ispiratore del professore Aschenbach in Morte a Venezia: una morte per colera, quella del classicista, quasi predestinata, cercata, forse disperatamente desiderata.

Renato Meneghetti, Antico dolore e Le Baron du Samedi, tecnica mista, 1984.

Renato Meneghetti, Antico dolore e Le Baron du Samedi, tecnica mista, 1984

Qualche decennio più avanti, tra il giugno e il luglio del 1867, Serradifalco registra un’altra invasione colerica. La feroce idra asiatica viene coraggiosamente rintuzzata da Angelo Sesta il quale dà maggiore corpo terapeutico alla profilassi, basandola sulla somministrazione orale di polvere di carbone vegetale e bicarbonati. Afferma: «Or la polvere di carbon vegetale è il mio nuovo trovato, e direi quasi, specifico; essa mi ha corrisposto in modo mirabile nel primo e secondo stadio della malattia, essa poi giova nel terzo e quarto stadio della malattia medesima». Ma, si chiede: «Può essa sola compiere tutto il fatto della cura? No certamente. Nel morbo Cholera i sintomi sono imponentissimi, e massimi che vengono sostenuti da una ragione organica locale, cioè, dalle lesioni epiteliali della mucosa enterica, le quali da effetto divengono poscia concausa permanente del processo morboso medesimo». In ogni caso, per Angelo Sesta, l’importante è, oltre l’uso dei comuni farmaci usati al tempo (antisettici, oppiacei), ottenere, con l’uso delle polveri, un tamponamento, un filtro omeostatico inserito nell’ambiente tissutale, lenendo così la mucosa intestinale, profondamente irritata e sanguinante per il perdurare delle cause lesive; è quanto egli vuole ottenere, cioè lo «sbarazzo della materia putrida».

Darà alle stampe, nel 1867, il Nuovo metodo teorico-pratico come prevenire e curare il Cholera Morbus Asiatico. Il risultato sembra incoraggiante: su 58 casi, 4 decessi. Nel resto del territorio, tra i minatori, la mortalità resterà, comunque, altissima. Già da tempo Newman ha fatto ritorno, da cattolico, in Inghilterra, mentre la tomba di von Platen appare pervasa, lungo le sponde fragili e silenti di Ortigia, dagli umori arcadici dei venti greci. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 
Riferimenti bibliografici 
Angelo Sesta, Nuovo metodo teorico-pratico come prevenire e curare il Cholera Morbus Asiatico. Tipografia della vedova Solli, Palermo 1867; August Schneegans, La Sicilia (trad. Oscar Bulle). Barbèra, Firenze 1890. Nelle Edizioni Giada, a cura di Salvo Di Matteo e un’Introduzione di Aldo Gerbino, Palermo 1992; Calogero Bonavia, I Servi (a cura di Ettore Cozzani). L’Eroica, Milano 1924; Gastone Lambertini, Dizionario anatomico. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1949; Angelo Petix, La miniera occupata. Mondadori, Milano 1957; Bonaventura Tecchi, L’isola appassionata. Einaudi, Torino 1961; Pino Di Silvestro, August von Platen. Sellerio, Palermo 1987 ed ancora di due libri di narrativa: La fuga, la sosta, Rizzoli, Milano 2002 e L’ora delle vipere, Dalai Editore, Milano 2007; Aa.Vv., Luce nella solitudine. Viaggio e crisi di Newman in Sicilia (a cura di R. La Delfa e A. Magno). Ila Palma, Palermo 1989; John Henry Newman, Malattia di Sicilia (a cura di C. Scordato e R. La Delfa). Fondazione Lauro Chiazzese, Palermo 1990; Aldo Gerbino, Colera per un medico di campagna. Infezioni e letteratura. In Atti: “Epidemie e microbi nella storia”, Società Italiana di Paleopatologia & Società Italiana di Storia delle Scienze Biomediche e delle Istituzioni Sanitarie”, Chieti, 16-17 Ottobre 1995. Cfr. Id. “Le proiezioni del bagliore”, in: Sicilia, poesia dei mille anni. Inventario dal «pozzo dorico». Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2001: 9-13.

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Aldo Gerbino, morfologo, è stato ordinario di Istologia ed Embriologia nella Università di Palermo ed è cultore di Antropologia culturale. Critico d’arte e di letteratura sin dagli anni ’70, esordisce in poesia con Sei poesie d’occasione (Sintesi, 1977); altre pubblicazioni: Le ore delle nubi (Euroeditor, 1989); L’Arciere (Ediprint, 1994); Il coleottero di Jünger (Novecento, 1995; Premio Marsa Siklah); Ingannando l’attesa (ivi, 1997; Premio Latina ‘il Tascabile’); Non farà rumore (Spirali, 1998); Gessi (Sciascia-Scheiwiller, 1999); Sull’asina, non sui cherubini (Spirali, 1999); Il nuotatore incerto (Sciascia, 2002); Attraversare il Gobi (Spirali, 2006); Il collettore di acari (Libro italiano, 2008); Alla lettera erre in: Almanacco dello Specchio 2010-2011 (Mondadori, 2011). Di saggistica: La corruzione e l’ombra (Sciascia, 1990); Del sole della luna dello sguardo (Novecento, 1994); Presepi di Sicilia (Scheiwiller, 1998); L’Isola dipinta (Palombi, 1998; Premio Fregene); Sicilia, poesia dei mille anni (Sciascia, 2001); Benvenuto Cellini e Michail K. Anikushin (Spirali, 2006); Quei dolori ideali (Sciascia, 2014); Fiori gettati al fuoco (Plumelia, 2014).

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