Introduzione
La morte ha sempre rappresentato un momento di passaggio cruciale, non solo nella vita individuale, ma anche in quella collettiva. Al di là del dolore personale, essa attiva processi condivisi di elaborazione del lutto, memoria e simbolizzazione. Come osservava Émile Durkheim, «la società non può tollerare che un suo membro sparisca senza che venga organizzata una cerimonia». In questo senso, i riti funebri e i luoghi di sepoltura assumono un ruolo essenziale per la coesione sociale e la continuità simbolica.
Il Cimitero dei Rotoli di Palermo, al centro del docufilm Morire a Palermo dell’antropologa visiva Caterina Pasqualino, racconta con forza la rottura di questo ordine simbolico. Centinaia di bare lasciate insepolte per mesi, perfino anni, sono il risultato di un sistema istituzionale paralizzato che priva i cittadini del diritto al lutto e a una sepoltura dignitosa per i propri cari. Il documentario non si limita a denunciare un disservizio amministrativo: solleva interrogativi profondi sul significato culturale e sociale della morte nel nostro tempo. Guardandolo, ci si chiede inevitabilmente: perché è necessario parlare di morte a Palermo? Cosa è cambiato – o non è mai cambiato?
Parlare oggi di morte a Palermo significa riflettere sul rapporto tra memoria, istituzioni e cittadinanza in una città attraversata da fratture storiche e sociali. Palermo, città dalle mille stratificazioni culturali, ha sempre coltivato un rapporto intenso e ritualizzato con la morte. Dai culti barocchi alle Catacombe dei Cappuccini, fino al Festino di Santa Rosalia, la morte è stata parte integrante della vita pubblica ed affettiva. Ma negli ultimi decenni, questo equilibrio si è incrinato: la marginalizzazione delle periferie, la crisi cronica delle amministrazioni pubbliche, la crescente sfiducia nelle istituzioni hanno eroso anche i riti più radicati.
Il degrado gestionale del Cimitero dei Rotoli diventa così il simbolo di una crisi più ampia: l’impossibilità di garantire una sepoltura dignitosa rivela il collasso di un’intera visione civica della morte, anche se resistono ancora la forza dei gesti quotidiani, la tenacia dei familiari, la memoria coltivata con ostinazione da chi rifiuta di lasciarla svanire. In questo contesto, affrontare oggi il tema della morte a Palermo è un atto necessario per comprendere come la cura verso i defunti parli, in realtà, dei vivi: dei loro diritti, della loro dignità, della qualità della convivenza civile. È una questione culturale, ma anche profondamente politica.
Il docufilm di Caterina Pasqualino nasce da questa urgenza. Lontano dall’essere un semplice prodotto accademico, Morire a Palermo è un gesto di impegno civile e di pietà umana, un atto etico e politico. Attraverso le immagini e le voci dei familiari colpiti da questa tragedia silenziosa, il film restituisce visibilità e dignità a chi è stato escluso dallo sguardo istituzionale e mediatico. Le bare accatastate, i parenti senza un luogo dove piangere, l’impossibilità di chiudere simbolicamente il ciclo della vita: tutto questo rappresenta non solo un fallimento amministrativo, ma una crisi profonda del legame sociale.
Il documentario si fa strumento di memoria e denuncia, nel solco dell’antropologia pubblica. La videocamera non registra soltanto, ma partecipa, interpella, restituisce senso e voce a chi resiste. I protagonisti del film non sono semplici testimoni, ma portatori di significato, dolore e speranza.
Morire a Palermo è, così, una soglia visiva e simbolica: un grido che rompe il silenzio e richiama ciascuno alla propria responsabilità. Ci interroga sul valore che attribuiamo alla morte, sul ruolo delle istituzioni, sul diritto al lutto e al ricordo. È un’opera necessaria, perché – come afferma Judith Butler – «ciò che non può essere pianto non può essere riconosciuto», e ciò che non è riconosciuto è escluso dall’umano.
La morte come fatto sociale e culturale
In tutte le culture, la morte ha richiesto rituali, narrazioni, spazi fisici. Arnold Van Gennep, nei suoi celebri “riti di passaggio”, osserva che ogni fase della vita – inclusa la morte – richiede un accompagnamento collettivo. I funerali, le veglie, la sepoltura non sono semplici gesti, ma pratiche che aiutano la comunità a reintegrarsi dopo una perdita.
Il cimitero, in questo senso, non è solo un luogo logistico: è uno spazio sacro, simbolico, di relazione tra vivi e morti. Maurice Halbwachs sottolinea che la memoria collettiva ha bisogno di quadri materiali – tombe, fotografie, monumenti – per mantenersi viva. Quando questi luoghi vengono trascurati o negati, anche la memoria si indebolisce, e con essa l’identità collettiva.
Marc Augé, nel suo concetto di “non-luogo”, descrive quegli spazi contemporanei privi di relazioni, storia e identità. Un cimitero abbandonato, come quello dei Rotoli, diventa paradossalmente un non-luogo: invece di custodire il ricordo, genera rimozione e disumanizzazione. Le bare accatastate non sono solo corpi, ma simboli di un’interruzione profonda del ciclo sociale.
Anche Max Weber, nella sua analisi della modernità, aveva descritto il processo di disincantamento del mondo, in cui gli spazi sacri perdono il loro senso originario. Il cimitero senza funzione rituale, ridotto a problema amministrativo, è l’esempio perfetto di questa razionalizzazione estrema.
La riflessione sulla morte non può prescindere dalla cultura che la interpreta. Andrea Camilleri, nei suoi romanzi e nelle sue interviste, ha colto con acutezza il rapporto speciale tra i siciliani e la morte. «Noi siciliani non abbiamo paura della morte. Ci parliamo. Le diamo del tu. Le sediamo accanto” – affermava lo scrittore. In questa visione, la morte non è tabù, ma parte integrante della vita quotidiana, della lingua e dei gesti.
I cimiteri siciliani, con i loro altarini, le fotografie, i fiori freschi, raccontano questa presenza continua dei morti tra i vivi, questo ininterrotto colloquio. Quando questa comunicazione viene spezzata – come nel caso delle salme insepolte – non si interrompe solo un servizio, ma un’intera visione del mondo.
Il docufilm Morire a Palermo denuncia anche un tema politico: la disuguaglianza nella morte. Come sostiene Wacquant, l’abbandono istituzionale è una forma attiva di produzione della marginalità. Chi ha mezzi può seppellire i propri cari altrove; chi non li ha resta ostaggio della burocrazia. La morte stessa diventa così un indicatore di classe.
Judith Butler ci ricorda che «non tutti i lutti sono pubblicamente riconosciuti». Il lutto negato, non ritualizzato, diventa un lutto invisibile, senza parola né spazio. Questo silenzio produce esclusione sociale e dolore non elaborato.
Memorie di morte e di sepoltura
Nel docufilm Morire a Palermo, le testimonianze raccolte da Caterina Pasqualino si configurano come narrazioni intense e commoventi, capaci di restituire voce e volto a un dolore spesso taciuto. «La morte è come l’amore: riusciamo a parlarne solo quando ne siamo profondamente coinvolti», afferma Caterina Pasqualino, che nel marzo 2018 torna a Palermo per la morte dello zio. In quell’occasione prende consapevolezza della finitezza della vita, delle pratiche rituali legate alla morte – come il sigillo posto sulla bara – e dell’umanità che si raccoglie intorno a questi momenti. «I cimiteri crollano e i morti aspettano», osserva con amarezza.
Emblematico è il contrasto della scena iniziale: la musica di sottofondo, con il suo ritmo incalzante e volume marcato, stride con il silenzio che dovrebbe dominare un luogo consacrato al riposo eterno. L’inquadratura indugia sul volto dell’autista, che si ferma per documentare il degrado del cimitero dei Rotoli. In sottofondo, il canto delle cicale tra i cipressi e degli uccelli sugli alberi accompagna la scena, finché una chiamata del direttore al personale interrompe l’atmosfera rarefatta: si chiede una nuova sepoltura, l’ennesima. In sottofondo si levano voci cariche di disappunto: si critica l’idea di dover pagare un posto anche per morire, come se i defunti fossero ridotti a merce. Alcuni cittadini palermitani esprimono la loro rabbia, rifiutando di piegarsi a dinamiche mafiose che sembrano infiltrarsi persino nelle sepolture clandestine, gestite “sottobanco”.
Leonardo Cristofaro, direttore del cimitero dei Rotoli, viene seguito e microfonato in modo intermittente per diversi mesi. Lo si vede collaborare con il suo staff, visibilmente provato dal peso della gestione quotidiana e dall’impossibilità di trovare una sistemazione dignitosa ai corpi dei senzatetto deceduti, per i quali non si sa neppure dove poterli seppellire.
Ogni giorno, lotta come un moderno Don Chisciotte per tentare di riorganizzare in modo sistemico le sepolture e garantire condizioni igieniche minime per quelle ancora in attesa di sistemazione. I cittadini, esasperati, chiedono spiegazioni. Uno di loro, in particolare, si chiede come sia possibile che non riesca nemmeno a far visita alla tomba del fratello gemello: per raggiungerla è costretto a camminare sopra altre sepolture, tra buche nel terreno e sterpaglie altissime. «Le persone sono persone, non spazzatura», denuncia.
Tra problemi di approvvigionamento idrico, condizioni igieniche carenti e l’uso forzato dei bagni pubblici da parte dei visitatori, emerge un senso di precarietà profonda in un luogo dove tutto dovrebbe essere stabile, ordinato e rispettoso della dignità della morte. Le interviste ai familiari delle persone decedute rappresentano un archivio emotivo e sociale che documenta il fallimento dello Stato, ma anche la dignità delle persone comuni. Madri, figli, sorelle raccontano di attese interminabili, di burocrazie insensibili, di ferite che si riaprono ogni giorno davanti a una bara che non trova sepoltura.
Una figura centrale nel documentario prodotto nel 2024 è quella del direttore del cimitero, che con umanità e partecipazione ha condiviso il dolore delle famiglie, cercando di offrire dignità e ascolto nonostante i limiti strutturali e istituzionali. Il suo volto rappresenta il tentativo di mantenere un senso del dovere civile e umano anche in un contesto di degrado. Importanti sono anche gli operatori ecologici, spesso invisibili, che garantiscono la pulizia degli spazi e permettono una minima decenza in luoghi spesso abbandonati.
Gli operatori cimiteriali svolgono un compito delicatissimo: non solo assistono le famiglie, ma si fanno carico del difficile lavoro di identificazione dei defunti, della gestione dei corpi senza nome o senza tomba, diventando veri e propri custodi della memoria dimenticata. La loro funzione non è meramente tecnica, ma profondamente simbolica e sociale. In più di un passaggio, emerge l’idea che la mappa del cimitero assomigli a quella di una città: con quartieri, percorsi, storie sovrapposte. Una città silenziosa ma viva, che chiede di essere riconosciuta e rispettata.
Molti intervistati esprimono un senso di colpa, come se non riuscire a seppellire i propri cari fosse una loro mancanza, anziché un problema strutturale. Altri parlano di vergogna e umiliazione, di come il dolore personale venga trasformato in spettacolo o rimosso del tutto. Le storie personali diventano così denuncia collettiva, restituendo al lutto una dimensione pubblica e politica.
Il racconto del dolore non è mai solo individuale: è sempre inscritto in una rete di relazioni, strutture e simboli. Le voci raccolte nel documentario sono quindi tasselli di una memoria condivisa, ma anche atti di resistenza. Parlare significa rivendicare umanità, pretendere giustizia, esigere ascolto.
Conclusione
Morire a Palermo ci mette di fronte a una crisi profonda: quella del legame tra memoria, cittadinanza e giustizia. I cimiteri, da luoghi della pietà, diventano spazi di conflitto e abbandono. La morte, svuotata del suo rito, perde il suo valore sociale, e con essa anche la comunità si indebolisce.
Riflettere sulla morte, oggi, significa ripensare alla responsabilità collettiva verso il ricordo, alla necessità di restituire dignità ai morti per restituire umanità ai vivi. Come Camilleri, anche noi dobbiamo tornare a parlare con la morte, darle del tu, prenderci cura di lei. Perché, come ci insegnano sociologi e antropologi, una società si giudica anche – e forse soprattutto – da come tratta i propri morti. Il significato della morte va oltre il dolore individuale: è un fatto profondamente condiviso e comunitario, legato alla cultura della commemorazione, al culto dei defunti e alla ritualità popolare.
La visita al cimitero, il prendersi cura della tomba, l’offerta di fiori e luci sono gesti quotidiani che testimoniano un legame affettivo e identitario con i propri cari e con la memoria familiare. Quando questo legame viene interrotto o negato, non è solo la dignità dei morti a essere compromessa, ma anche il senso di appartenenza dei vivi a una comunità che riconosce e onora i propri lutti.
In questa prospettiva, occorre recuperare un’etica pubblica della memoria e della cura, che rimetta al centro i riti, i tempi del lutto e la responsabilità istituzionale verso i cittadini, anche dopo la loro morte. Serve una riflessione civile e politica che restituisca ai cimiteri la loro funzione simbolica, educativa e affettiva. Le politiche urbane e sociali dovrebbero considerare i luoghi della sepoltura non come margini trascurabili della città, ma come cuori pulsanti della memoria collettiva.
Solo restituendo dignità alla morte potremo restituire valore alla vita. E solo riconoscendo il dolore e il bisogno di riti potremo ricostruire quel legame sociale che, nei quartieri più fragili e nelle periferie delle nostre città, appare sempre più minacciato.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Riferimenti bibliografici
Augé, M. (1992), Non-lieux: Introduction à une anthropologie de la surmodernité, Le Seuil.
Butler, J. (2004), Precarious Life: The Powers of Mourning and Violence, Verso.
Camilleri, A. (2003), Voi non sapete, Sellerio.
Durkheim, É. (1912), Les formes élémentaires de la vie religieuse, Alcan.
Halbwachs, M. (1950), La mémoire collective, PUF.
Pasqualino, C. (2022), Morire a Palermo [Documentario], CNRS Images.
Van Gennep, A. (1909), Les rites de passage, Nourry.
Wacquant, L. (2009), Punishing the Poor: The Neoliberal Government of Social Insecurity, Duke University Press.
Weber, M. (1922), Wirtschaft und Gesellschaft, Mohr Siebeck.
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Rossana Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.
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