di Antonio Ciaschi, Giulia Vincenti [*]
1. Montagna e aree interne: distinzioni operative e convergenze politiche
Negli ultimi anni, i concetti di “montagna” e “aree interne” sono stati sempre più frequentemente utilizzati in modo congiunto all’interno delle politiche territoriali italiane, sebbene facciano riferimento a tradizioni analitiche e strumenti operativi distinti. Questa progressiva assimilazione della montagna alla più ampia categoria delle aree interne non rappresenta soltanto una semplificazione terminologica, ma riflette un più profondo mutamento nei paradigmi di lettura dello spazio e nelle logiche di intervento pubblico, con implicazioni rilevanti per la pianificazione e la governance dei territori marginali. Se in passato la montagna godeva di una sua definizione normativa oltre che scientifica, supportata da studi geografici e da una legislazione specifica (De Vecchis, 1988; Ferlaino, Rota, 2010), oggi la sua identità appare spesso assorbita nella categoria più fluida delle aree interne. Questa nuova configurazione, consolidata a partire dal 2012 con il lancio della Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), ha avuto il merito di riportare attenzione su una pluralità di territori “fragili”, ma ha anche rischiato di appiattire le differenze tra aree morfologicamente, storicamente e funzionalmente disomogenee (Barca, 2014; Dematteis, 2014).
La nozione di “montagna” non si esaurisce nei soli parametri fisico-geografici come l’altitudine o la morfologia del territorio. Essa costituisce una categoria complessa, che comprende anche caratteristiche legate ai modelli storici di insediamento, alle forme specifiche di economia locale e alla cultura del presidio territoriale, intesa come cura e gestione attiva degli spazi. In tal senso, la montagna può essere letta non solo attraverso le sue condizioni naturali, ma anche attraverso le relazioni che le comunità instaurano con l’ambiente e le pratiche sociali e istituzionali che, nel tempo, hanno contribuito a modellare forme specifiche di abitare e governare il territorio.
Le “aree interne” rappresentano una categoria funzionale e amministrativa, elaborata nell’ambito della Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), che identifica i territori caratterizzati da una minore accessibilità ai servizi essenziali – quali istruzione, sanità e mobilità – e da una distanza significativa dai principali poli urbani. Si tratta di una classificazione costruita con finalità operative e orientata alla definizione di priorità d’intervento, che adotta criteri legati prevalentemente all’organizzazione e alla distribuzione dei servizi sul territorio, piuttosto che a caratteristiche fisiche o ambientali. In questo senso, la logica di definizione delle aree interne si distingue da quella della montagna, pur potendo in parte sovrapporsi in alcuni casi.
Numerosi territori montani, pur presentando caratteristiche ambientali, culturali e insediative riconducibili alla categoria della montagna, non rientrano nella definizione di area interna, in particolare quando risultano ben connessi al sistema dei servizi o prossimi a centri urbani. Parallelamente, molte aree interne non sono montane, ma ricadono in ambiti collinari o pianeggianti. Secondo i dati disponibili, soltanto il 65% del territorio classificato come “periferico” o “ultraperiferico” nell’ambito della Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) è effettivamente montano. Questa distinzione è rilevante per evitare semplificazioni analitiche e per orientare politiche pubbliche coerenti con la diversità dei contesti territoriali.
La parziale sovrapposizione tra le due categorie ha avuto effetti significativi. Se, da un lato, ha favorito una maggiore attenzione istituzionale verso territori storicamente marginalizzati, dall’altro ha contribuito a una progressiva perdita di definizione della montagna come categoria geografica e politica autonoma. In tale contesto, le politiche place-based rischiano di assumere forme standardizzate, tendenti a ricondurre realtà eterogenee entro schemi funzionali unificanti, riducendo la capacità di valorizzare le specificità locali e le risorse endogene (Varotto, 2020; Barbera e De Rossi, 2021). L’obiettivo di questo contributo è proporre una chiave di lettura che, pur senza pretese di esaustività, possa contribuire a un dibattito più consapevole sulle modalità con cui le aree montane e interne vengono oggi interpretate e governate, valorizzandone la pluralità e la complessità, evidenziando le intersezioni ma anche le differenze tra le due categorie, e ponendo l’accento sulla necessità di strumenti interpretativi e operativi più adatti a cogliere la natura composita e plurale dei territori montani e interni. In particolare, si propone una lettura delle trasformazioni avvenute negli ultimi decenni, analizzando criticamente l’evoluzione delle politiche pubbliche, la ridefinizione delle categorie spaziali e l’impatto delle nuove sfide – dalla transizione ecologica alla digitalizzazione – sulla governance di questi spazi.
2. Montagna, politiche e futuro: traiettorie di un territorio plurale
Nella riflessione geografica e politico-territoriale, la montagna si configura come un ambito particolarmente carico di significato, non soltanto per le sue caratteristiche morfologiche, ma per la stratificazione storica, culturale e simbolica che la contraddistingue. L’analisi geografica si è evoluta da definizioni fisico-morfologiche – basate su altitudine, pendenza e clima – verso una concezione più articolata, che interpreta la montagna come un ecosistema storico, frutto dell’interazione tra ambiente naturale, insediamenti umani e pratiche culturali e sociali (De Vecchis, 1992). Studi classici come quelli di Almagià (1930), Veyret (1962) e Barbieri (1972) hanno contribuito a questa lettura dinamica, evidenziando il ruolo attivo delle comunità nella costruzione del territorio montano.
Un esempio emblematico di territorialità fondata sulla relazione tra comunità e ambiente si ritrova nell’esperienza dei monaci camaldolesi, che fin dal Medioevo hanno elaborato un modello di abitare montano centrato sull’equilibrio tra spiritualità, lavoro e gestione sostenibile delle risorse forestali (Ciaschi, 2021). Questa visione ha alimentato nel tempo una più ampia riflessione sul rapporto tra società e territorio, contribuendo alla costruzione di una visione della responsabilità condivisa verso l’ambiente.
In continuità ideale con tali premesse, nel 1943 venne redatto il Codice di Camaldoli, documento programmatico della cultura cattolica italiana che, pur non rivolgendosi esplicitamente alla montagna, proponeva una visione dello sviluppo fondata sul bene comune, sulla dignità del lavoro e sulla funzione sociale della proprietà. I principi delineati nel Codice – tra cui la centralità delle comunità, la solidarietà sociale e la tutela dei beni collettivi – si rivelano tuttora rilevanti per una lettura critica delle trasformazioni territoriali. Riprendendo volutamente il riferimento simbolico al luogo e al nome del Codice, la Società dei Territorialisti/e ha promosso il Manifesto di Camaldoli per una nuova centralità della montagna. Il documento propone una ridefinizione strategica del ruolo dei territori montani, fondandone la centralità su principi di resistenza, resilienza e autogoverno. In aperta critica ai modelli urbani dominanti, il Manifesto individua nella montagna un contesto privilegiato per l’elaborazione di nuove forme di insediamento, produzione e cittadinanza attiva (Dematteis, Magnaghi, 2021).
Parallelamente, anche le istituzioni pubbliche hanno compiuto un percorso di riconoscimento del valore strategico della montagna attraverso la produzione normativa. La Legge 991/1952 – seguita dalla 1102/1971 e dalla 97/1994 – ha sancito l’avvio di politiche specificamente orientate a contrastare lo spopolamento e a promuovere lo sviluppo delle aree montane. Già nei primi decenni del Novecento, personalità come Michele Gortani e Luchino Dal Verme avevano contribuito a portare la questione montana nell’agenda politica nazionale, sostenendone il valore culturale e strategico (Gaspari, 2015). Tuttavia, le trasformazioni economiche e istituzionali del secondo dopoguerra – in particolare quelle promosse dalla Cassa per il Mezzogiorno – hanno favorito un modello di sviluppo centrato sulle aree urbane e industriali, marginalizzando le zone montane e interne. Questi territori, pur ricchi di risorse ambientali e culturali, sono stati progressivamente esclusi dalle traiettorie dominanti della modernizzazione (De Vecchis, 1992).
L’introduzione della Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), a partire dal 2012, ha segnato un nuovo paradigma. Fondata su una classificazione funzionale dei territori in base alla distanza dai servizi essenziali, la SNAI ha ricompreso molte aree montane all’interno di una macrocategoria più vasta, ridefinendole in chiave tecnico-amministrativa (Barca, 2014). Sebbene questa strategia abbia riportato attenzione istituzionale su territori fragili, ha anche contribuito a rendere meno visibile la specificità politica, culturale e ambientale della montagna (Dematteis, 2014). Diversi studiosi hanno criticamente osservato questi sviluppi. De Vecchis (1996), Lanzani (2005) e Governa (2014) evidenziano come l’adozione di criteri standardizzati possa condurre a processi di omologazione, riducendo la capacità di lettura delle specificità locali.
La montagna – con la sua “verticalità abitata” (Dematteis, 2013) – presenta esigenze insediative, economiche e infrastrutturali che non possono essere comprese attraverso le stesse lenti interpretative applicate ad altri contesti. In definitiva, la montagna ha progressivamente perduto quella centralità che ne aveva fatto, per decenni, un oggetto politico e scientifico autonomo. Tuttavia, le sfide contemporanee – dalla crisi climatica alla ricerca di modelli insediativi più sostenibili – rendono urgente una sua rilettura, che ne riconosca il potenziale come spazio di innovazione territoriale, rigenerazione ambientale e partecipazione democratica.
3. Spazi discontinui: leggere le aree interne oltre la funzionalità
A partire dagli anni Novanta, il dibattito sulle disuguaglianze spaziali e la revisione delle politiche di coesione ha favorito la strutturazione del concetto di “aree interne” come nuova categoria di intervento territoriale. Questo processo si è intensificato nel contesto dell’integrazione europea, con l’adozione del principio di sviluppo territoriale policentrico e integrato, promosso attraverso i principali strumenti della politica di coesione. In particolare, i Fondi Strutturali hanno riconosciuto il valore strategico dei territori marginali, superando la logica della competitività urbana per promuovere un riequilibrio territoriale fondato sulla coesione sociale e territoriale.
In Italia, una svolta significativa si è avuta nel 2012 con la pubblicazione del documento Metodi e obiettivi per un uso efficace dei Fondi comunitari 2014–2020, redatto sotto la direzione del Ministro per la Coesione Territoriale Fabrizio Barca. Tale documento ha definito le aree interne come «quei territori significativamente distanti dai centri in cui si trovano servizi essenziali come istruzione, salute e mobilità» (Barca, 2014), ponendo le basi per la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI).
Formalizzata nell’Accordo di Partenariato tra l’Italia e la Commissione Europea del 2014, la SNAI ha introdotto una classificazione funzionale dei territori in quattro categorie: poli, aree intermedie, periferiche e ultraperiferiche, in base al tempo di accesso ai servizi fondamentali. Le aree periferiche e ultraperiferiche coprono oltre il 50% dei comuni italiani, pur ospitando solo il 7,7% della popolazione, e occupano il 31,5% del territorio nazionale (Dematteis, 2014), evidenziando la frammentazione e la bassa densità insediativa che caratterizza ampie porzioni del Paese.
Questo impianto concettuale presenta implicazioni rilevanti. Da un lato, ha riportato l’attenzione istituzionale su territori storicamente esclusi dalle traiettorie dello sviluppo, riconoscendone il potenziale in termini di innovazione, presidio territoriale e coesione sociale. Dall’altro, ha introdotto il rischio di una lettura funzionalista dello spazio, basata su criteri meramente quantitativi – in particolare l’accessibilità ai servizi – che può oscurare le specificità storiche, ambientali e culturali dei singoli contesti (Lanzani, 2005).
Come già discusso in apertura, le aree interne non coincidono necessariamente con le aree montane. Mentre queste ultime sono identificate in base a criteri morfologici e climatici (altimetria, orografia, condizioni ecologiche), le aree interne risultano da una classificazione tecnico-amministrativa centrata sull’accessibilità. Per rendere più esplicito questo scarto concettuale, è utile ricordare che numerosi comuni montani, pur presentando caratteristiche ambientali e culturali riconducibili alla montagna, non rientrano nella categoria di area interna, soprattutto quando sono ben collegati alla rete dei servizi e situati in prossimità di poli urbani. Allo stesso tempo, molte aree classificate come interne si trovano in zone collinari o pianeggianti, connotate da una distanza funzionale piuttosto che da un isolamento morfologico. Questa sovrapposizione parziale alimenta un’ambiguità interpretativa che, se non adeguatamente affrontata, rischia di produrre semplificazioni analitiche e politiche territoriali non aderenti alla complessità dei luoghi.
Il criterio di accessibilità ai servizi, sviluppato e sistematizzato attraverso strumenti statistici dal gruppo tecnico interministeriale, ha inoltre contribuito a rafforzare una visione gerarchica dello spazio, in cui la marginalità viene misurata principalmente in termini di distanza dai centri. Questo approccio, se non integrato da criteri qualitativi e relazionali, rischia di riprodurre dinamiche di esclusione territoriale. Governa (2014) ha evidenziato come tale modello possa generare interventi top-down poco coerenti con le realtà locali, trascurando elementi fondamentali come la coesione comunitaria, la qualità delle relazioni territoriali e la valorizzazione dei saperi e delle risorse endogene.
L’attuazione della SNAI si è articolata in tre fasi principali: una fase definitoria, in cui si è proceduto alla classificazione dei territori secondo criteri funzionali; una fase progettuale, che ha promosso forme di co-progettazione con gli attori locali; e infine una fase attuativa, nella quale sono stati realizzati interventi nei settori dell’istruzione, della sanità, della mobilità e della connessione sociale. Tuttavia, tale processo ha anche messo in luce le diseguaglianze tra territori, premiando quelli dotati di maggiore capacità progettuale e penalizzando i contesti più fragili, spesso privi delle risorse tecniche e organizzative necessarie a partecipare ai bandi e a definire strategie efficaci (Dematteis, 2016).
In questo scenario, il concetto di aree interne, pur riconosciuto come costruzione politico-amministrativa più che geografica, può rappresentare un quadro operativo utile per rafforzare il legame tra politiche pubbliche e contesti locali. Al netto dei limiti evidenziati, esso può infatti offrire uno spazio progettuale in cui sperimentare approcci place-based orientati allo sviluppo integrato, alla valorizzazione dei patrimoni territoriali e alla coesione socio-spaziale. Affinché tale potenziale possa tradursi in trasformazioni efficaci, è necessario adottare strumenti flessibili, capaci di riconoscere la pluralità dei territori coinvolti e di attivare processi partecipativi, radicati nelle specificità locali. In questa prospettiva, la categoria “aree interne”, se impiegata in modo strategico e consapevole, può diventare un dispositivo generativo per politiche territoriali più eque, inclusive e orientate alla sostenibilità.
4.Territori connessi: le sfide della marginalità nella modernità reticolare
La globalizzazione e la rivoluzione digitale hanno profondamente trasformato le modalità con cui si struttura e si interpreta lo spazio geografico. L’organizzazione territoriale, un tempo basata su gerarchie rigide tra centri e periferie, ha lasciato progressivamente spazio a configurazioni reticolari, fluide e policentriche, all’interno delle quali emergono nuove forme di centralità e connessioni tra luoghi anche geograficamente distanti ma funzionalmente integrati. Questa transizione ha messo in discussione i modelli dicotomici tradizionali – città/campagna, Nord/Sud – a favore di una lettura del territorio come sistema complesso, interdipendente e articolato. Nella “società a rete” (Castells, 1996), sostenuta dalla diffusione delle tecnologie digitali e dalla circolazione distribuita dell’informazione, anche il concetto di periferia si ridefinisce: non è più determinato dalla sola distanza fisica dai centri, ma dalla capacità di accesso e di partecipazione ai flussi globali di conoscenza, capitale e innovazione (Vincenti, 2023).
In tale contesto, la montagna e le aree interne non coincidono più necessariamente con l’idea di isolamento, anche se restano esposte a dinamiche selettive. L’estensione della connettività, la diffusione del lavoro da remoto e lo sviluppo di pratiche sociali e produttive innovative stanno contribuendo, in molti casi, a modificare le condizioni di accesso e a generare nuovi immaginari territoriali. Alcuni territori tradizionalmente marginali si stanno configurando come snodi attivi di reti economiche, culturali e ambientali, capaci di offrire qualità della vita, relazioni comunitarie e sostenibilità.
Questa possibilità, tuttavia, non è garantita in modo uniforme. La capacità di partecipare a queste reti dipende da molteplici fattori: dotazione infrastrutturale, politiche pubbliche efficaci, capitale sociale e competenze locali (Ciaschi, Buonauro, 2020). Laddove queste condizioni si attivano, si aprono spazi per nuove centralità, non fondate su masse critiche o densità, ma sulla capacità di generare connessioni di valore. Al contrario, in assenza di tali premesse, può prodursi una nuova forma di marginalità, non più determinata dalla collocazione geografica ma dall’esclusione dai circuiti relazionali e funzionali: un’esclusione reticolare. L’esperienza della pandemia da Covid-19 ha reso evidenti queste dinamiche. Le restrizioni alla mobilità, la diffusione del lavoro agile e la crisi del modello urbano-centrico hanno mostrato l’interdipendenza tra territori e la necessità di riconsiderare le aree periferiche e interne non come spazi subordinati, ma come elementi complementari di un sistema territoriale più articolato (Casti, Adobati, 2020).
Alla luce di questi cambiamenti, risulta sempre più necessario superare la dicotomia centro/periferia a favore di un modello multinodale e multilivello, in cui le relazioni tra i territori siano fondate sulla cooperazione, sull’interdipendenza e sulla circolazione della conoscenza. La rete, intesa come infrastruttura territoriale (Lévy, 1994; Sassen, 1997), consente di mettere in relazione luoghi distanti, valorizzandone le specificità e sostenendo progettualità locali in una prospettiva globale.
Questa evoluzione implica una trasformazione anche nei modelli di governance. Non si tratta soltanto di un adeguamento tecnico, ma di una ridefinizione culturale e politica delle politiche territoriali. L’adozione di approcci cooperativi, solidali e basati sull’autonomia locale può contribuire a superare la logica competitiva e centralizzata (Magnaghi, 2010; Rullani, 2000). In questo quadro, le aree interne e montane si offrono come contesti privilegiati per l’innovazione territoriale e per la sperimentazione di modelli insediativi e produttivi alternativi, a condizione che siano riconosciute nella loro complessità e che vengano sostenute da politiche capaci di valorizzarne il potenziale.
In definitiva, globalizzazione e digitalizzazione non conducono necessariamente alla marginalizzazione dei territori periferici, ma aprono nuove possibilità per chi è in grado di inserirsi attivamente nelle reti. In questo scenario, anche i territori finora considerati marginali possono assumere un ruolo propulsivo nella costruzione di geografie più eque, resilienti e orientate alla sostenibilità.
5. Osservazioni conclusive per una geografia delle differenze territoriali
Le riflessioni sviluppate fin qui restituiscono un quadro articolato delle trasformazioni che hanno investito il territorio italiano negli ultimi decenni, ponendo la necessità di superare letture dicotomiche e approcci standardizzati. In particolare, l’analisi delle aree montane e interne evidenzia l’urgenza di adottare strumenti interpretativi più adeguati alla loro complessità, capaci di cogliere la pluralità di condizioni, traiettorie e potenzialità che questi territori esprimono.
La montagna, letta non più come margine ma come snodo possibile di innovazione ecologica, sociale e istituzionale, si configura oggi come uno spazio strategico per affrontare alcune delle sfide più rilevanti del nostro tempo: dal cambiamento climatico alla sicurezza idrica, dalla coesione territoriale alla transizione energetica. Restituirle centralità significa riconoscerne il ruolo attivo, oltre la retorica del recupero o della compensazione, in una prospettiva di trasformazione dei modelli di sviluppo.
Anche le aree interne, al di là della loro definizione tecnico-amministrativa, rappresentano contesti eterogenei attraversati da dinamiche complesse, che meritano politiche mirate e differenziate. L’esperienza della Strategia Nazionale per le Aree Interne ha contribuito a costruire un lessico operativo e un primo quadro di intervento, ma pone oggi nuove domande sulla capacità di queste politiche di adattarsi alla realtà dei luoghi, senza ridurli a categorie astratte.
In questa prospettiva, l’uso consapevole della categoria aree interne può offrire uno spazio progettuale in cui sperimentare politiche territoriali orientate alla qualità delle connessioni, alla valorizzazione dei saperi locali, all’equità nelle opportunità di accesso. Ciò richiede una governance multilivello più flessibile, indicatori capaci di leggere la complessità territoriale e strumenti di pianificazione coerenti con le vocazioni dei territori.
Le dinamiche evidenziate – tra reti globali, digitalizzazione, nuove forme di marginalità e potenzialità emergenti – suggeriscono che anche i territori finora considerati periferici possano assumere un ruolo centrale nella definizione di una modernità fondata sulla prossimità, sull’equilibrio e sulla relazione. La montagna e le aree interne, se riconosciute come interlocutori attivi delle politiche pubbliche, possono diventare luoghi generativi di futuro.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
[*] Questo lavoro è una ulteriore e inedita elaborazione del contributo che gli autori hanno presentato in occasione della Giornata di studio “Dialoghi di territorio e di sviluppo”, organizzata dal Gruppo di lavoro nazionale “Riordino territoriale e sviluppo locale: quali punti di contatto?” interno all’Associazione dei Geografi Italiani (A.Ge.I.) che ha avuto luogo a Messina il 7 febbraio 2025. Il contributo è frutto di una riflessione e un’attività condivise dagli autori; ai fini della corretta attribuzione autoriale, si specifica che i paragrafi 1, 3 e 5 sono da attribuire ad Antonio Ciaschi, e i paragrafi 2 e 4 a Giulia Vincenti.
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Antonio Ciaschi è professore ordinario di Geografia presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA) e docente a contratto di Geografia politico-economica presso la Pontificia Università Lateranense (PUL). Dal 2019 è associato di ricerca presso l’Istituto di Studi sul Mediterraneo del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e, dal maggio 2025, presso l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea (ISEM-CNR). Vanta una consolidata esperienza nella gestione e nell’organizzazione del sistema della ricerca scientifica e tecnologica. Ha al suo attivo oltre 120 pubblicazioni, dedicate a tematiche geografico-ambientali e allo sviluppo territoriale.
Giulia Vincenti è assegnista di ricerca in Geografia economico-politica presso il Dipartimento COSPECS dell’Università degli Studi di Messina e docente a contratto di Geografia presso l’Università di Roma “Tor Vergata”. Fa parte del comitato di redazione della rivista Geotema e della rivista Documenti Geografici per la rubrica Kritiké, nonché del comitato editoriale della collana Geografia, cultura e società (Nuova Trauben Torino). I suoi interessi di ricerca comprendono le aree interne e montane, le trasformazioni spaziali contemporanee, la marginalità territoriale e la letteratura odeporica come strumento interpretativo.
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