di Jo Greco [*]
Non tutte le isole possono dire di essere in mezzo al mare, naturalmente, ma anche a poca distanza dal deserto più grande. Non dico che questa sia l’isola più bella del mondo, no, ma è un luogo in cui ti può accadere – ma può anche non accadere – di avvertire un’atmosfera alquanto strana, diciamo, vagamente misteriosa – un’oasi non in mezzo al deserto, dove ti aspetteresti di trovarla ma, in modo sorprendente, in mezzo al mare – e, anche (se non soprattutto) per questo, con un fascino tutto suo, indefinibile, come quello di certe donne non bellissime, forse neanche belle, ma che hanno lo stesso il potere di ammaliarti per qualche ragione che non capisci subito e che forse non capirai mai. E certo questo mistero non tutti possono intenderlo, o anche solo provarlo, come quasi tutti invece sono inevitabilmente sedotti dal fascino di una donna bellissima, un’attrice del cinema, mettiamo, e ciò che può essere misterioso in questo caso è il non subirlo quel fascino innegabile, universale, scelto apposta per essere messo sullo schermo del mondo ed essere ammirato da tutti.
Anche il Paese davanti al quale l’isola si trova, benché in generale non si possa dire a prima vista bellissimo, ha un certo suo fascino discreto che non è subito evidente, ma di cui ti accorgi col tempo. Agli occhi di un poeta moderno questo piccolo Paese fra mare e deserto, incuneato fra due vastissimi Paesi quasi totalmente desertici e poco abitati, è potuto apparire curiosamente come un cavalluccio marino con la pancia rivolta verso il mare, la testa nel verde delle pianure e delle colline fertili e la coda nascosta nella sabbia del deserto. E a guardarlo bene sulla carta geografica, come si possono guardare le forme a volte strane delle nuvole, appare proprio così, come un grazioso cavalluccio marino. Ed è proprio all’altezza della coda di questo cavalluccio, (e forse a causa della sua presa, perché fra tutti i pesci è l’unico ad averla prensile), che l’isola si è staccata in tempi immemorabili dal Continente del Sud e dal deserto e pare ora galleggiare calma, a breve distanza dalla costa, su un fondale bassissimo, come un miraggio, incongruente: una fantasia della natura.
Un altro poeta, stavolta molto più antico, fra i primi poeti dell’umanità occidentale, se pur è esistito, nella sua più celebre opera che narra in versi l’avventuroso, travagliato e lungo viaggio di ritorno a casa, dopo una altrettanto lunga guerra, dell’eroe del suo poema e dei suoi compagni attraverso il mare Bianco del Mezzo, raccontò un episodio che accadde proprio nell’isola, o così si pensa, che a quel tempo comunque non aveva ancora il nome che porta oggi, ma quello di Meninx, e che da allora fu conosciuta come l’isola dei mangiatori di loto, il fiore, dolcissimo, che dà l’oblio. Il mito che ne nacque, o forse già esisteva prima del poema, fu quello di un luogo da cui non si vuole più partire una volta che ci si è arrivati, nel quale non ci si ricorda più di chi e di che cosa ci si è lasciati dietro: famiglia, figli, amici, amanti, patria, lavoro, sogni, ambizioni, gioie e piaceri, dolori e affanni e odii, insomma, tutto, persino se stesso.
Pare che all’origine di ogni mito ci sia una piccola parte – un fondo, una traccia – della vera realtà che l’ha generato, ed è precisamente ciò a cui il nostro uomo, quello di cui cominceremo a parlare ora, stava pensando mentre aspettava l’arrivo del traghetto che l’avrebbe portato sull’isola e guardava con la curiosità di un bambino alcuni cormorani a qualche metro dal molo che riaffioravano con un pesce fra il becco e lo inghiottivano. E, mentre ci pensava, a poco a poco, la realtà di questo mito, che già da lungo tempo lui conosceva – da quando era un ragazzino, addirittura, perché l’aveva studiato a scuola – cominciò a prender forma e lui ad avvertirla, prima ancora di posare i piedi sull’isola. L’avvertì, così gli parve, come se a forza di pensarci se la fosse ricordata, quella realtà, dopo averla a lungo dimenticata, già sul traghetto che dall’immenso continente originario, con una breve, lenta traversata su quell’acqua bassa, immobile, incantata, lo stava portando per la prima volta in quella piccola isola su cui lui teneva ora fissi gli occhi e che si stava avvicinando, lentamente ma inesorabilmente, mentre sorrideva per il piacere che provava a penetrare in quel mistero, come se alla fine si stesse compiendo qualcosa che aveva aspettato da sempre e che era già stato scritto. E anche poco prima aveva sorriso, prendendolo come un segno, appena ebbe letto il nome di quel traghetto che aveva imbarcato il vecchio pullman su cui lui stava viaggiando, insieme alle macchine, furgoni e piccoli camion che trasportavano ogni sorta di merce e di animali vivi, e che era quello stesso nome dell’eroe dell’antico poema a cui abbiamo accennato, scritto nelle due lingue ufficiali del Paese, in due alfabeti diversi, occidentale e orientale, ma le due parole restavano perfettamente corrispondenti, lettera per lettera, tranne l’ultima. Con questo nome lo chiamava scherzando l’ultima donna che aveva avuto, quando lo voleva rimproverare per la sua irrequietezza.
Dopo circa un quarto d’ora appena di traversata, il traghetto attraccò al molo dell’isola con un piccolo urto e abbassò la sponda, e lui sbarcò insieme ai passeggeri che viaggiavano a piedi e che stavano tutti a prua davanti alle macchine, ai furgoni e ai camion che intanto avevano acceso i motori, e una volta sceso, si mise poi di lato sulla banchina. Furono quelli i suoi primi passi sull’isola e ci teneva – chissà perché, ma sentiva che doveva farlo – ad arrivarci proprio così come fece, con i suoi piedi, anche se furono solo pochi passi. Poco dopo il vecchio pullman uscì sobbalzando dal traghetto e accostò con la porta aperta per farlo risalire e lui riprese il suo posto accanto al finestrino e meno di mezz’ora più tardi arrivò nella città più importante dell’isola, detta Luogo del Mercato.
Guardando quel primissimo paesaggio con lo sfondo di un cielo uniformemente azzurro, azzurro intenso, senza nemmeno una nuvola, non una, fatto di palme e di ulivi, di abitazioni tipiche dell’isola che parevano dei fortini, come difensivi sembravano, (e lo erano stati, e lo erano ancora), anche i piccoli templi artigianali dalle forme pure e sorprendenti, bianchissimi anche loro come le abitazioni, che si stagliavano in un modo quasi irreale nell’azzurro del cielo; asini e pecore e galline, donne vestite nel costume tradizionale bianco a strisce arancioni e cappello di paglia, bambini anche piccolissimi che nei loro grembiuli rosa o blu, dalle scuole, dopo mezzogiorno, tornavano a casa in gruppi, o a coppie, o da soli, camminando ai lati della strada o attraversando per i sentieri i campi verdissimi – un paesaggio che gli sembrò quasi una sorta di presepe vivente, tanto era immutato da millenni –, cominciò ad avere l’impressione di aver viaggiato anche a ritroso nel tempo, che si trovasse anzi in un luogo senza tempo, o perlomeno non esattamente definibile, nonostante gli edifici moderni, pubblici e case private e ville, disseminati lungo la strada o in mezzo ai campi, che pure aveva visto numerosi.
È strano come anche dopo anni ormai, ogni volta che percorre quella strada in direzione dell’imbarco per il continente, ma soprattutto nel senso opposto, quando dal continente torna a casa, lui riprovi sempre, assaporandole con la stessa intensità, quelle stesse emozioni della prima volta, benché nel corso del tempo si siano aggiunte a poco a poco altre sensazioni a volte sorprendenti: come se lui appartenesse a quel luogo, per esempio, che quel luogo avesse aspettato il suo arrivo; come se quello fosse inequivocabilmente il luogo in cui doveva arrivare alla fine della sua vita, per destino. Oppure, a volte poteva sentire in modo ancora più vago che in quel luogo lui c’era già vissuto, tanto gli era familiare, ma chissà quanto tempo prima, che ne aveva perso la memoria e ora che c’era ritornato, qualcosa, benché molto indefinita, stava riaffiorando.
A tutto questo, comunque fosse, anche se stava sognando ad occhi aperti o delirando – si diceva sorridendo fra sé, affascinato, sì, ma anche divertito per ciò che sentiva e che non aveva mai provato prima – non voleva però accordare troppa attenzione, né, perciò, nel complesso, dava più importanza rispetto a ciò che stava già provando: quella dolcezza del vivere di cui godeva, che era uno degli aspetti leggendari e reali tra i doni che l’isola offriva ancora ai suoi abitanti, come un tempo. Queste sensazioni assai vaghe, semmai, accrescevano ancora di più il suo già grande piacere di essere là, pensava, come capita a volte, sorseggiando per la prima volta un ottimo vino e studiando il suo complesso sapore che ci ha sorpresi, il rendersi conto di una sua sottilissima venatura – bacca, fiore, frutto, albero, chissà? – che non si riesce ad identificare benché si sia certi di conoscerla, o così ci pare; ed è quasi impercettibile questa sfumatura, appena un’ombra ma, se ci rifletti bene, nella sua peculiare, estrema piacevolezza, è proprio ciò che sembra dare all’insieme qualcosa di essenziale, forse soltanto perché continua a sfuggirti e ti rimane perciò misteriosa. E tu un po’ alla volta accetti il fatto che lo sia, ti ci abitui a quel mistero, e alla fine decidi di non voler più sapere che cos’è, non t’importa più, ti rassegni; o meglio, ci rinunci con tranquillità e ti abbandoni ad assaporare quel vino dal gusto inspiegabile che ti affascina così tanto e che a poco a poco, in modo impercettibile, ti diviene indispensabile.
E col tempo, più bevi di quel vino dolcissimo, delizioso e più ne vuoi bere, e ne puoi avere quanto ne vuoi di quel vino straordinario, davvero ammaliante, tutto quello che desideri (perché lo trovi, forse, semplicemente nella meravigliosa aria pura stessa del largo che respiri profondamente ogni giorno, inebriandotene) in quest’isola che non vuoi più lasciare una volta che ci sei arrivato. O che ci sei ritornato. Così, non ti accorgi più, propriamente, del passare del tempo, che qui scorre in un modo diverso da quello di qualunque altro luogo che hai conosciuto prima, tanto che a volte pare dissolversi e finisci per sentirti realmente fuori dal tempo e anche fuori dal mondo, e accedi così, con naturalezza, ad un’altra dimensione che gli antichi chiamavano atarassia. E proprio in questo consiste il mito e, per chi la sa cogliere, la realtà dell’isola.
Uscì dall’autostazione e si fermò a pochi passi dall’ingresso, a ridosso del muro di cinta. Posò lo zainetto sopra la valigia e si accese un cigarillo. Fumava con calma guardando nel parcheggio di fronte, oltre la lunga fila dei taxi gialli allineati sulla strada, decine di pullmini bianchi da otto posti, nove con il conducente, alcuni con qualche passeggero già a bordo, altri ancora vuoti, che sarebbero partiti una volta pieni per ogni direzione del Paese. Ascoltava le voci degli autisti che, come al mercato, gridavano la loro destinazione ogni volta che appariva qualcuno nel piazzale e cercava di capire i nomi delle città ripetuti velocemente, da ogni autista a modo suo. Fra le loro grida che si andarono diradando e affievolendo e poi cessarono del tutto, attraversò il piazzale e prese il viale principale alberato in direzione del centro alla ricerca del suo albergo.
Anche il Luogo del Mercato, come ciò che aveva appena visto dell’isola, gli stava dando fin dai primissimi momenti delle buone impressioni. Sembrava una cittadina tranquilla, non molto grande, ma neppure piccola, anch’essa con un certo suo fascino, non comune, e comunque nuovo per lui, che andava scoprendo a mano a mano che vi si inoltrava, e che era dovuto soprattutto al fatto di avere nel suo centro (che pareva aver conservato nonostante tutto una buona parte della sua vecchia anima), oltre a numerosi templi, un certo numero di edifici antichi, dei fondaci in particolare, alcuni dei quali erano stati trasformati in grandi negozi o empori che vendevano prodotti tradizionali locali, a cominciare dai tappeti, una delle principali industrie artigianali dell’isola, insieme a quelle della pelletteria e la ceramica. Altri fondaci invece erano stati ristrutturati nuovamente in alberghi, più o meno moderni, da antichi ostelli per mercanti di epoca quasi medievale che erano, con il pianoterra adibito a stalle per i dromedari e a magazzini, e il primo piano ad alloggi.
A differenza delle abitazioni e dei templi fortificati che aveva visto lungo la strada per arrivare in città, che avevano un’architettura unica e che da sempre caratterizzavano in modo inconfondibile Meninx (perché erano state la natura, la vita e la storia stesse dell’isola ad averli creati così com’erano e non si trovavano in nessun’altra parte del mondo), i fondaci erano costruzioni tipiche delle regioni costiere settentrionali del Continente del Sud. Il Luogo del Mercato era stato nel passato, e per millenni, uno dei più importanti punti di arrivo lungo le coste del mare Bianco del Mezzo delle carovane che provenivano dal centro del Continente del Sud, a migliaia di chilometri di distanza, al di là dell’immenso deserto, che trasportavano principalmente oro, avorio, schiavi, animali feroci (e poi, terminati i crudelissimi giochi imperiali dell’antichità, soltanto le loro pelli), uova e piume di struzzo e altri prodotti esotici, ripartendo cariche di tessuti, frutta e pesce secchi, olio, sale; e perciò era stato luogo d’incontro, Luogo del Mercato, appunto, con i mercanti provenienti dagli altri due continenti che si affacciavano nel mare Bianco del Mezzo, quello del Nord e quello dell’Est. Gente di ogni razza e provenienza aveva mercanteggiato in questo luogo, situato a nord dell’isola, in tutte le lingue dell’antichità prima che diventasse – e questo avvenne soltanto negli ultimi secoli – una vera e propria cittadina.
All’albergo in cui prese una stanza ci arrivò in un modo sorprendente e assai strano, ossia senza chiedere informazioni a nessuno e per la strada più breve (e di quest’ultima cosa si rese conto soltanto nei giorni seguenti, quando ebbe acquistato una cartina), come se già l’avesse conosciuta la strada da fare, o in qualche modo l’avesse sentita, lasciando il viale principale una volta arrivato ai giardini pubblici e svoltando a destra nella via che tagliava esattamente a metà il centro nella sua larghezza e svoltando poi ancora a destra quando sentì di farlo: questo percorso, una spirale, lo fece camminando con lentezza ma senza la minima esitazione, proprio come se fosse tornato nella sua casa o in un luogo conosciuto dopo una lunga assenza.
L’albergo non era stato modernizzato troppo e perciò conservava molto di più il suo aspetto originario rispetto ad altri che si trovavano a poca distanza, certamente più comodi, ma che proprio per questo avevano perso qualcosa di più importante, secondo lui, anzi, di essenziale, mentre la modestia, la semplicità e la grazia originari dell’albergo che aveva scelto, privo di abbellimenti moderni che non gli appartenevano, contribuiva ad alimentare la sua impressione di essere ritornato indietro nel tempo, benché continuava a restargli indefinito quale tempo fosse e persino, in qualche momento, a causa forse della stanchezza, in quale parte del mondo fosse.
Sentiva comunque, e questo con chiarezza, di essere arrivato in un luogo molto diverso da tutti quelli che aveva conosciuto finora. Prima di stendercisi sopra ammirò i disegni primitivi e i colori caldi della coperta, in diverse gradazioni di marrone, e nella penombra si riposò sull’ampio letto in muratura, come murati e piastrellati a disegni geometrici tradizionali erano tutti gli altri mobili della stanza. Con gli occhi chiusi studiava l’odore nuovo per lui, alquanto forte ma non sgradevole, che sentiva nella stanza, ripensando a tutto ciò che aveva visto e provato quel giorno. Forse si addormentò, brevemente, e a metà del pomeriggio uscì.
Il suq coperto, i fondaci e gli edifici religiosi di vario tipo e confessione, persino un antico cimitero in cui riposava un santo, non erano i soli elementi a caratterizzare il centro. Vi contribuivano anche le sue straducce labirintiche e (per lui che se ne innamorò subito, più di ogni altra cosa), le piazzette, che erano anch’esse, come il suo albergo, deliziose nella loro modestia e semplicità antiche, più o meno abbellite, in modo a volte ingenuo o desueto, per i turisti che andavano e tornavano in mezza giornata dalla zona loro riservata nella parte nord-orientale dell’isola. Ci si finiva in modo inaspettato in queste piazzette, e si doveva a volte ritornare indietro sui propri passi perché erano chiuse, come alcuni imprevedibili vicoli ciechi nel suq, mentre attraverso certi cortili interni che si pensavano chiusi, per quanto a volte piuttosto ampi, si sbucava invece in un’altra strada (ed era assai straniante, varcato un portone, ritrovarsi in uno spazio interno con altre costruzioni, piante ed alberi, molto più vasto e silenzioso della stretta e affollata stradina esterna da cui provenivi).
Naturalmente lui preferiva le piazzette che non erano state alterate troppo per accogliere i turisti, e in una di queste si sedette a bere un tè alla menta a una terrazza di un vecchio caffè, coperta da una pergola di buganvillee di fiori variopinti e circondata da splendidi ed enormi eucalipti, che erano gli alberi più diffusi in città, o perlomeno quelli che lui notava di più, perché con le loro forme e inclinazioni irregolari e spesso sorprendenti si fondevano perfettamente con gli antichi edifici del centro, pensava ammirandoli. Quella divenne la sua piazzetta preferita, intatta e tranquilla più di tutte le altre, dove di rado si vedeva un turista perché non era facile arrivarci, ai margini del centro e quasi nascosta com’era. Il centro del Luogo del Mercato era insomma un microcosmo in cui, per quanto piccolo fosse, finché non lo conoscevi bene, era facile che ti ci potessi smarrire brevemente, ma non perdertici; cosa che anche dopo che erano passati degli anni, gli poteva ancora capitare a volte.
Così com’era tracciato dalle curve sinuose delle lunghe strade principali che lo delimitavano, il centro della città gli appariva curiosamente sulla cartina come la testa di un serpente. E seduto nella quiete e la bellezza di quella piazzetta, per qualche lunghissimo istante, fissando con intensità la cartina, riuscì a vedere nella sua immaginazione anche il corpo di questo gigantesco, mostruoso serpente che da altre spiagge e fiumi lontanissimi, partendo da poveri villaggi di capanne che aveva devastato inghiottendone gli abitanti – che tuttavia rimanevano ancora vivi, prigionieri nel suo corpo –, aveva strisciato poi per migliaia di chilometri attraverso savane e foreste, steppe e montagne e aveva infine attraversato l’immensità del deserto per vomitare sulla spiaggia del Luogo del Mercato, proprio lì, accanto al castello, pronti per essere imbarcati dopo essere stati venduti come tutte le altre merci, milioni di schiavi neri nel corso dei millenni, di cui Meninx era stato uno dei principali mercati dall’antichità preistorica fino a tempi recenti. Non pochi discendenti di questi schiavi vivevano ancora in un angolo nascosto dell’isola, in una campagna a qualche distanza dalla costa orientale, o alla periferia dei principali centri, e nei matrimoni tradizionali continuavano a cantare e suonare con le voci e i ritmi dei loro antenati, se non proprio con le loro stesse parole.
Erano i primi giorni di gennaio, inverno, ma un inverno assai mite, simile per lui, dopo il tramonto, ad un autunno del Continente del Nord e, di giorno, a una primavera, con un sole già abbastanza caldo che poteva abbronzare le carnagioni più chiare dei turisti. Ne aveva visti pochissimi in giro e non ce ne dovevano essere molti neanche nella zona dei loro alberghi. Bassa stagione, bassissima, quella che lui aveva sempre preferito nei suoi viaggi controcorrente. Verso le otto e mezzo di sera, a parte uno o due ristoranti e altrettanti caffè, tutto era già chiuso nel centro, da un pezzo, e fin dal primo giorno lui prese il ritmo naturale del Luogo del Mercato, andando a letto ed alzandosi molto presto, cose che non erano mai state abituali per lui. La calma e il silenzio della sera gli conciliavano il sonno e alla prima luce del mattino centinaia di passeri posati in mezzo ad una enorme buganvillea dai fiori rossi, che era accanto alla porta della sua stanza al primo piano, lo svegliavano con un cinguettio assordante che lo faceva sorridere appena apriva gli occhi, perché non si era mai svegliato in quel modo prima di allora e anche perché immaginava le facce di quei passeri che, proprio dietro la sua porta, con ogni evidenza, ce la stavano mettendo tutta per salutare il nuovo giorno che nasceva.
Le prime ore del mattino erano quelle che preferiva per girare per le strade del centro e il suq, quando le botteghe erano ancora quasi tutte chiuse e i pochi commercianti indaffarati a portar fuori dai negozi le loro merci da esporre non badavano a lui che passava. Non gli era mai piaciuto parlare prima che fosse passata qualche ora dal suo risveglio, ma il malumore che da sempre, fin da bambino, in genere aveva al mattino, da quando era arrivato nel Paese dell’Ippocampo non c’era più, notò, era scomparso. Constatò, anzi, con sorpresa, che da tantissimo tempo, chissà da quando? non gli capitava più di essere, così com’era in quei giorni – e ogni giorno, così come ogni giorno il cielo era straordinariamente azzurro – di buonumore a quell’ora del mattino. Era contento, si sarebbe detto, proprio, e ciò lo sorprendeva molto, come qualcosa di strano a cui non era abituato. E fu anche più sorpreso, perciò, di ritrovarsi ad esserlo ancora di più da quando era giunto a Meninx, dove si sentiva addirittura euforico quasi, tanto era stranamente affascinato da ciò che scopriva, che provava e che immaginava.
Pensò, sorridendo, perché questo davvero non era stato affatto abituale nella sua vita (e soprattutto negli ultimi anni che erano stati per lui molto duri), che forse il loto, qualunque cosa fosse, avesse avuto un effetto immediato su di lui. E in verità, benché fra sé ci scherzasse con quell’idea, in verità, non si sbagliava: sì, era strano, ma senza una ragione apparente, precisa, a parte il fatto di stare là dove si trovava, misteriosamente, si ritrovava ad essere più che contento fin dal mattino, lo sentiva bene; e questa era per lui una grande e piacevolissima novità.
Per visitare l’isola, poi, nei giorni successivi, dall’autostazione, dove facevano tutti capolinea, cominciò a prendere degli autobus che collegavano il Luogo del Mercato agli altri centri; li prendeva a caso, il primo che partiva. Avrebbe potuto affittare una macchina o servirsi dei taxi che costavano molto poco, ma aveva preferito gli autobus per stare in mezzo alla gente dell’isola e iniziare a conoscerli. Da uno di questi paesi che stava scoprendo, un mattino cominciò a camminare verso il mare, che era a poca distanza, alla ricerca di un tempio costruito su una scogliera che aveva visto in una fotografia della sua guida ma che non riuscì a trovare, e camminando camminando si ritrovò invece in una strada di campagna che decise di precorrere ugualmente per vedere dove lo avrebbe portato, tanto quel paesaggio lo attraeva.
Iniziò così una lunga passeggiata attraverso un terreno ondulato che rendeva la strada sinuosa non lontano dal mare che lui poteva vedere a tratti fra campi già di un verde intenso e coperti di fiori giallissimi, come se ci fossero appena piovuti sopra, e uliveti di antichi alberi, alcuni dei quali straordinariamente belli, quasi rocce millenarie, che si alternavano ai palmeti. Camminava in mezzo alla strada larga e ben asfaltata completamente deserta, come il resto del paesaggio che era anche privo di una qualunque costruzione, con il rumore dei suoi passi soltanto e il ronzio di qualche mosca.
Da anni non gli era più successo di godere del silenzio in quello stesso modo, in un luogo aperto, e cercò di ricordare quando fu l’ultima volta. Se ne ricordò poco dopo e fu un ricordo dolce e amaro al tempo stesso, e poi da quel preciso ricordo, sempre camminando, cominciò a pensare a ciò che era avvenuto dopo: fatti, luoghi, persone, uno dopo l’altro, ordinatamente, tutto ciò che negli ultimi anni lo aveva condotto alla sua ultima spiaggia. Ed era da quell’ultima spiaggia che aveva ripreso il mare ed era arrivato ora a Meninx. Sì, aveva realmente voluto, letteralmente, riprendere il mare, arrivarci per mare a Meninx, perché avrebbe potuto farlo in modo molto più rapido e più comodo in aereo tutto il suo viaggio fino a lì, se avesse voluto. Dalla sua isola nativa, invece, per mare volle arrivarci nell’antica capitale del Paese più settentrionale del Continente del Sud e poi, da lì, in treno, in macchina, in pullman, con qualche sosta, dalla testa del cavalluccio marino, e non allontanandosi mai troppo dal mare, scese giù giù per il collo, la pancia, fino alla coda e infine, ancora per mare, era arrivato a Meninx, proprio come aveva voluto, per mare.
Quando giunse a Meninx quella prima volta, l’età del nostro uomo sfiorava i cinquant’anni. Si chiamava Aner Andros ed era solo al mondo, non aveva, cioè, una famiglia sua, creata da lui, non l’aveva mai avuta; e della famiglia in cui si era ritrovato a nascere, benché fosse abbastanza numerosa, dal lato materno come da quello paterno, avrebbe finito col tempo per avere contatti soltanto con sua madre e con nessun altro. Aveva pochi amici, quasi tutti da lungo tempo e si era da poco separato dalla sua ultima donna che si chiamava Latenia. C’era andato vicino un paio di volte almeno, ma non si era mai sposato. Nei trentasei anni trascorsi dalla sua prima, indimenticabile ragazza, quando lui aveva quattordici anni, come si suol dire, era passato da una donna all’altra come un’ape sui fiori (un’ape che col tempo divenne un calabrone), e già da un bel pezzo aveva perso il conto del numero dei fiori che aveva conosciuto, e di parecchi fiori persino il ricordo, che però a volte riaffiorava d’improvviso in modi curiosi e inattesi. Soltanto su uno di quei tanti fiori si era fermato a lungo, per sette anni, ma quasi sempre di ognuno di loro era stato innamorato: ci furono pochissime eccezioni a questa regola, due o tre soltanto, per quanto strano ciò possa apparire a chi ha difficoltà ad innamorarsi e si innamora di una sola o poche persone nella sua vita, o non si innamora mai. Lui invece lo era stato quasi ininterrottamente, di quasi tutti i suoi fiori.
Da quando era andato ad abitare a Lutetia, in poco meno di vent’anni, aveva vissuto in una ventina di appartamenti, e quando un giorno, prima di prendere un aereo, dovette scrivere il suo indirizzo sulla targhetta della valigia, d’improvviso si rese conto, restando con la penna sospesa in aria, che non ne aveva più uno, di indirizzo; e si può facilmente capire anche da questo che quella del nostro uomo non era stata una vita molto stabile e calma. Ma in mezzo a questi incessanti cambiamenti di donne e appartamenti, come estremamente mutevole era il cielo di Lutetia sotto il quale viveva, con le sue frequenti turbolenze che contribuivano a determinare la sua esistenza agitata, qualcosa, nella sua vita, era sempre rimasta costante, ed erano i suoi interessi, che coincidevano con il suo lavoro. E questa era stata la nave che da sempre gli aveva fatto attraversare tutte le sue tempeste, proprio come si può leggere nello stemma di Lutetia, il cui motto è Fluctuat nec mergitur: è agitata dai flutti, ma non fa naufragio questa nave.
Lasciò Lutetia, dopo quasi vent’anni, dunque, e il suo cielo e le sue terrazze sui larghi viali e le sue innumerevoli luci notturne e le sue belle donne nevrotiche di ogni nazionalità e razza, per stanchezza, ma soprattutto per realizzare il suo vecchio sogno di ritornare a vivere – anche solo per un certo tempo – nell’isola in cui era nato e da cui era partito quand’era bambino, e che l’autore dei più antichi poemi di cui abbiamo già parlato, denominava Thrinakiè, la più grande isola del mare Bianco del Mezzo, del quale si trovava esattamente al centro. Quando l’ebbe fatto, e in modo sorprendente non gli fu affatto difficile, anzi, fu felice di aver realizzato quel suo vecchio sogno, e ci sarebbe anche rimasto nella sua isola ritrovata, di cui stava recuperando la lingua, oltre ai sapori, agli odori e ai ricordi, se avesse potuto continuare a fare il proprio lavoro. Ma il destino, se fu il destino e non la sua volontà, non volle.
Passati cinque anni e con i soldi guadagnati a Lutetia che gli stavano finendo, si ritrovò così a dover scegliere fra cambiare lavoro per restare nel proprio Paese o cambiare ancora Paese per poter continuare a fare il proprio lavoro. Fu quella la sua ultima spiaggia. Allora, dopo averci pensato a lungo, decise di cambiare Paese e andò a vedere per primo il Paese dell’Ippocampo, dove non era mai stato e che era il più vicino alla sua isola nativa, lì, proprio accanto, sulla sponda meridionale del mare Bianco del Mezzo, il mare da cui non voleva allontanarsi più.
E lì ritrovò subito il suo lavoro, come se stessero aspettando lui, tanto aperte furono le braccia che lo accolsero. Accumulare soldi o una qualunque forma di potere non lo avevano mai interessato, mai. Pensava che fosse molto più importante amare il proprio lavoro, qualunque esso fosse, questo non importava. Giudicava una grande fortuna poter fare ciò che tu stesso avevi scelto di fare perché ti piaceva, perché lo amavi, e in generale non credeva che quella fortuna fosse molto diffusa, da quel che aveva potuto vedere nella sua vita: perciò si sentiva fortunato più che se fosse stato ricco. Sembrano luoghi comuni, ma è la realtà. Sul lavoro passi quasi un terzo della tua vita da adulto, ragionava, e quasi un terzo la passi a dormire, e così come ti conviene amare il tuo letto e la tua camera da letto, ti conviene amare il tuo lavoro. E del terzo o quasi del tempo restante, ti conviene amare le persone che hai intorno, a cominciare da quella che divide con te il tuo letto e il resto della tua vita. È così che la pensava, semplicemente, per non avere una vita triste o noiosa, si diceva, ma piacevole, interessante, se possibile, dal momento che ci si era ritrovati dentro, per qualche ragione, o forse no, e se non volevi toglierti di mezzo, dovevi stare al gioco.
Mentre lavorava, spesso gli capitava di provare una vera gioia per ciò che stava facendo – cosa che avrebbe fatto anche gratuitamente, come più di una volta gli era successo –; col suo lavoro aveva inoltre l’occasione di conoscere il mondo, di cui era molto curioso, e delle sue varie genti, e in più era pagato e anche bene. Che cosa si poteva desiderare di più? Non lavorare? Le poche persone che aveva conosciuto che non lavorassero, senza dipendere da altri, non gli erano sembrate felici nella loro vita, angosciate com’erano che qualcuno potesse portargli via la loro ricchezza. No, non lo erano, felici; lo erano, invece, secondo lui, quelle che avevano passione nel fare ciò che stavano facendo, che lo amavano fare, qualunque cosa fosse, anche la più umile.
Lui se l’era scelto con calma il suo lavoro. Già dalla sua prima adolescenza, con serietà, aveva cominciato a pensarci e ricordava persino il momento preciso, un bel po’ di anni dopo, in cui finalmente si era deciso. Da quel momento in poi, tutto quel che fece fu orientato verso quella decisione, e dopo circa trent’anni ne era ancora convinto e soddisfatto: se fosse ritornato indietro nel tempo, avrebbe rifatto la stessa cosa, soltanto, l’avrebbe fatta meglio, si diceva. Ecco perché non riuscì o non volle cambiarlo il suo lavoro, solo per restare nell’isola o nel Paese in cui si era ritrovato a nascere e che non aveva scelto – per quanto l’amasse, ma non in ogni suo aspetto –; mentre il suo mestiere sì che l’aveva scelto e l’amava senza riserve.
E questo vale anche per la famiglia in cui ti ritrovi a nascere, si diceva sempre mentalmente, mentre continuava a camminare e lontano, di fronte a lui, cominciò a sentire il rumore di una macchina che si stava avvicinando, ma che ancora non si vedeva. E a mano a mano che il rumore aumentava, ebbe tutto il tempo di togliersi dal centro della strada e dopo il fastidiosissimo frastuono del passaggio di una macchina nuova, nera, pesante, di grossa cilindrata, con i vetri scuri a una velocità assai alta, e a mano a mano che il rumore del motore diminuiva rapidamente alle sue spalle per poi finalmente dissolversi, si diresse d’istinto verso un palmeto per urinare, benché non fosse proprio necessario nascondersi allo sguardo di nessuno, pensava. Ma si sbagliava e si spaventò un po’ per la sorpresa, ma poi subito sorrise, quando si ritrovò faccia a faccia con un giovane dromedario sorpreso quanto lui di ritrovarselo di fronte. Per qualche secondo si fissarono negli occhi e poi, per prudenza, lui si allontanò per appartarsi dietro un tronco, mentre il dromedario, che aveva le zampe posteriori legate con una fune al tronco di una palma, restò immobile e lo seguì con lo sguardo, con i suoi grandi occhi dolci e tristi.
Dopo aver dato un ultimo sguardo al dromedario che a sua volta continuava a fissarlo forse un po’ apprensivo, o forse soltanto incuriosito, si rimise a camminare al centro della strada e non molto dopo, dietro un’altra curva, ai margini di un uliveto, incontrò un gruppo di una decina di persone, di sicuro una famiglia, che stava raccogliendo olive: gli uomini su scale rudimentali di legno appoggiate agli alberi, le donne e i bambini seduti su dei tappeti sotto gli alberi. Lo salutarono quasi tutti insieme festosi, sorridenti, gentili e accoglienti, ma non capì ciò che gli dissero nel loro dialetto: sembravano molto sorpresi di vederlo passare di lì a piedi, più sorpresi ancora del giovane dromedario.
Come lo fu anche il soldato del posto di blocco, con il quale stavolta poté parlare un po’ in un’altra lingua che parlavano entrambi, dove finalmente arrivò quando la strada, con un’ultima lunga curva, lasciò la campagna, si mise a costeggiare il mare e terminò in quel punto chiamato Alqàntara, che vuol dire “il ponte” nella lingua dei conquistatori più duraturi dell’isola (che ne ebbe molti, come Thrinakiè), e da cui in effetti partiva un antico e lunghissimo ponte di pietra, (una diga, per essere più precisi), che da oltre due millenni univa Meninx, a sud-est, al continente. Quando, poco dopo, attraverso quel ponte, dalla terraferma arrivò un pullman, il soldato lo fermò, parlò con l’autista e salutando Aner Andros con un gesto della mano lo fece salire sopra, e così lui ritornò al Luogo del Mercato passando dal centro dell’isola, per una strada e paesi che non conosceva ancora.
Si ritrovò, dunque, ancora una volta, espatriato, o in esilio, che dir si voglia, a ricominciare tutto da capo, in quella straordinaria dimensione della vita di un uomo – come gli diceva Ferdinand, un suo amico di Lutetia, che conosceva in profondità l’animo degli uomini –, quel lasso di tempo più o meno lungo, dipendeva, in cui avevi perduto le abitudini del Paese che avevi lasciato e finché non avessi preso quelle del nuovo Paese in cui eri arrivato, potevi osservare l’esistenza così com’era, con lucidità. E la prima riflessione che Aner Andros fece, arrivando una ventina di giorni prima, di sera tardi, nel grande porto del suo nuovo futuro Paese, che un tempo lontano aveva dominato a lungo la metà occidentale del maro Bianco del Mezzo finché la sua capitale non era stata crudelmente distrutta e rasa al suolo, e in cui giganteggiavano ora le immagini del suo nuovo Presidente, è che uno straniero che arriva da solo, con intenzioni pacifiche, in un Paese che non conosce, è in condizioni di debolezza a causa della sua ignoranza del Paese e dei suoi costumi, per cui i nativi (come in qualunque altra parte del mondo, del resto, ma in proporzioni di volta in volta diverse, a seconda di un certo numero di fattori variabili), si dividono, per te straniero, fra quelli che cercano di approfittare della tua ignoranza e quelli che invece cercano di aiutarti nelle piccole o grandi inevitabili difficoltà che la tua condizione di straniero può comportare.
Questi ultimi si dividono poi fra quelli che ti aiutano in modo disinteressato e quelli che invece lo fanno per interesse, per cui il loro aiuto potrebbe comportare per te, in realtà, un danno maggiore di quello che possono farti coloro che chiaramente cercano di approfittare della tua ignoranza fin dall’inizio. Si prosegue poi con quelli a cui sei del tutto indifferente e che non pensano né di approfittare di te, né di aiutarti, perché, in quanto straniero, tu non esisti per loro: non solo non ti considerano, ma nemmeno ti vedono. E passando da quelli nei quali già susciti una certa diffidenza e leggere apprensioni, si arriva infine a quelli che ti odiano appena ti vedono per il solo fatto che sei uno straniero, e in alcuni luoghi della Terra, in certi tempi, ciò può essere molto pericoloso.
Fortunatamente per lui, a differenza di altri Paesi suoi vicini, quest’ultimo fatto non riguardava in nessun modo l’accogliente Paese dell’Ippocampo (ci fu un sanguinoso attentato contro degli stranieri, è vero, qualche anno prima, e proprio in un tempio di Meninx, ma fu l’unico episodio del genere, l’eccezione che confermava la regola), una buona parte della cui economia, da decenni, dipendeva, anzi, proprio dalla presenza più o meno breve dei visitatori stranieri, e il loro soggiorno non poteva essere più protetto dallo Stato di quanto già non fosse. Ma il tassista che dal porto lo condusse al suo primo albergo nella capitale, approfittò subito della sua ignoranza e della sua stanchezza e gli fece pagare il doppio del dovuto. Fu il primo ad approfittarsi di lui e non fu l’ultimo, naturalmente, e spesso non se ne accorgeva nemmeno quando lo imbrogliavano quasi ogni giorno. Del resto erano cose che Aner Andros già conosceva bene e a cui avevano diritto ugualmente gli stranieri che visitavano il suo Paese, ricchi o poveri che fossero.
Benché non fosse biondo e con gli occhi azzurri, Aner Andros appariva con sufficiente evidenza, anche per il suo abbigliamento, come un occidentale, il che, per i nativi, equivaleva, se non proprio a essere ricchi, perlomeno ad avere in tasca più denaro di quanto ne avesse forse una buona maggioranza di loro. Così, per le strade del centro della capitale, che già all’indomani del suo arrivo, a sorpresa, gli fece un’impressione familiare, un incrocio, si sarebbe detto, fra Lutetia, per la sua architettura coloniale, e Balarmus, per il fatto di essere una città del mare Bianco del Mezzo (e di quest’ultima, che era la città principale di Thrinakiè, dove abitava e da dove veniva, paradossalmente, per certi aspetti, gli sembrava più occidentale, almeno lì, nel centro moderno della città), per le strade del centro, dunque, non pochi passanti cercavano in modo fastidioso di abbordarlo per fare la sua conoscenza, mentre altri, a ripetizione, gli dicevano addirittura di conoscerlo perché pretendevano di lavorare nel suo albergo; in entrambi i casi, poi, inevitabilmente, gli chiedevano dei soldi, con le giustificazioni più immaginose. Questo valeva più o meno in tutto il Paese e anche nei Paesi simili, non solo nella capitale, soprattutto nelle zone turistiche, com’è ovvio, era un fatto fisiologico.
Il Paese dell’Ippocampo era un cosiddetto Paese in via di sviluppo, povero sì, ma nel complesso non poverissimo, come altri che potevano essergli accostati in quella o in altre simili regioni del mondo. Ma per certi aspetti che Aner Andros notò immediatamente, lo trovò molto più civile di quello da cui proveniva lui, il Paese dei Vitelli, che era invece fra i dieci Paesi più industrializzati e ricchi del mondo (benché negli ultimi tempi la maggior parte dei suoi abitanti non se la stesse passando troppo bene). Per esempio, lo colpiva il parlare a bassa voce della gente, anche per strada, la dignità e la correttezza del loro comportamento, la loro gentilezza, in generale; e in particolare, il modo straordinariamente accogliente in cui trattavano lui (il proprietario di un bar, un mattino, gli offrì la colazione ed era la prima volta che lo vedeva), e che lo faceva sentire a disagio quando pensava al disprezzo e al razzismo con cui venivano trattati invece gli immigrati di questo e di altri Paesi poveri nel Paese dei Vitelli. Una cosa, questa, che aveva provato anche lui da giovane, quando viveva nel nord, e i suoi compatrioti settentrionali lo discriminavano perché nativo di Thrinakiè, insieme a tutti gli altri meridionali del Paese; e questo già avveniva prima che cominciassero ad arrivare gli immigrati stranieri di altri continenti. E figuriamoci poi il trattamento che riservarono a loro: i rozzi e ottusi razzisti del nord fondarono addirittura dei partiti politici ed ebbero tanto successo che finirono per governare l’intero Paese dei Vitelli. Certo, gli sembrava molto ingiusto e triste, tanto più che gli immigrati stranieri, come prima quelli meridionali, erano altrettanto utili, essenziali addirittura, per l’industria del Paese dei Vitelli e degli altri Paesi ricchi del Continente del Nord, sempre bisognosa di manodopera, come tutti sapevano, così come gli stranieri del Continente del Nord erano utili all’economia del Paese dell’Ippocampo e dei Paesi simili. E allora?
Qualcuno una volta gli disse che se volevi farti rapidamente un’idea di una città o di un paese, bisognava andare a visitare un suo cimitero; ma per questo stesso scopo lui preferiva andare a visitare i quartieri popolari, invece, là dove la vita è più semplice, a volte addirittura elementare. Quando fu stanco di fare il turista classico ed ebbe visitato i principali luoghi e musei della capitale e dei suoi dintorni, decise di uscire dal centro, dov’era il suo albergo, e a piedi volle perdersi in un quartiere popolare non lontano. Si trovava sempre all’interno delle antiche mura di cinta della città, uno spazio delimitato da tre grandi porte ed attraversato in quel punto da una strada che si chiamava “Via del Miele”, un nome che gli piacque subito, come il resto di ciò che vide perché non trovò, come credeva, il vergognoso degrado e la sporcizia degli equivalenti quartieri di Balarmus, con le macerie fra una casa abitata e l’altra provocate dai bombardamenti dell’ultima guerra, ancora dopo settant’anni – settant’anni, ripetiamo, e chissà quanto tempo sarebbe ancora passato prima che fossero raccolte –, spazi che erano spesso usati come immondezzai di quartiere dagli abitanti stessi, alcuni dei quali potevano addirittura lanciare comodamente i sacchetti della spazzatura dalla finestra o dal balcone, e il fatto che non venissero poi raccolti e si ammucchiassero in modo inverosimile non li toccava troppo, perché in fondo la loro casa era pulita e la televisione sempre accesa, e inoltre il vero cancro della città (e di Thrinakiè, e che si era esteso poi all’intero Paese, e anche fuori del Paese) era un altro, come tutti sapevano. Quello era solo un sintomo, e nemmeno fra i più gravi.
Camminò con calma e a lungo almeno per tre ore, forse quattro, tutta una mattinata, senza incontrare un solo turista e senza essere importunato da nessuno, stavolta. Provava un vero piacere a imboccare le strade a caso, arrivare nelle piazzette e sedersi su una panchina o su un muretto e riposare e guardarsi intorno, fra gli uomini anziani; provava piacere dovunque posasse gli occhi. A un momento della sua lunga passeggiata si ritrovò in mezzo a un grande mercato molto affollato, che con i suoi forti profumi, le sue voci, i suoi colori e la sua calca di gente in gran parte – soprattutto le donne – vestita in modo tradizionale, all’orientale, lo riportò indietro di mille o forse duemila anni, a soli due o tre chilometri, in linea d’aria, dal grattacielo più alto del centro, un grande albergo il cui nome, simbolicamente, era quello del Continente del Sud. Vide la gente semplice vivere la propria vita quotidiana: fare la spesa, tornare a casa dal lavoro, incontrare un parente, un amico, un vicino o un conoscente per strada e conversare con lui; e vide i bambini che uscivano da scuola e che non venivano trattati dai genitori con il distacco e quasi la scontrosità dei Galli, né con l’affetto e l’apprensione eccessivi dei Vitelli. Sì, a giudicare dalle sue prime impressioni, gli abitanti del Paese dell’Ippocampo gli piacevano, molto, ed era contento di essere lì fra di loro.
Onnipresente, poi, in tutta la capitale – non solo nel porto, l’aeroporto, le stazioni, le strade, le piazze, i ponti, sugli edifici e i muri e nelle vetrine, in tutti i luoghi pubblici statali, ma anche negli alberghi, le banche, le agenzie di viaggio, i ristoranti, i bar, i negozi di ogni genere, dimensione e categoria, e uffici e fabbriche e depositi e sfasciacarrozze fino alla più infima e remota e buia officina meccanica, dappertutto, insomma – e così in tutto il resto del Paese, l’immagine, in differenti versioni e di ogni dimensione, del suo Presidente, attualizzata immancabilmente e quotidianamente sulle prime pagine dei giornali e pluriquotidianamente nei primissimi minuti di quelli televisivi. Immagine cui tenevano compagnia migliaia di poliziotti e gendarmi ben visibili nelle loro belle divise – molto più eleganti di quelle dei pur più ricchi colleghi del Paese dei Vitelli -, senza parlare di quelli invisibili in abiti civili e forse altrettanto o anche più numerosi, chi poteva dirlo?, mimetizzati in modo perfetto com’erano fra il popolo e che avvertivi sempre intorno a te, se ci pensavi, nascosti dietro i loro baffi, o senza baffi, o addirittura senza che ci fossero, li avvertivi, e che finivi poi per vedere immediatamente non appena accadeva il minimo fatto anomalo, come il litigio a voce troppo alta fra un venditore ambulante di frutta e un suo cliente.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
[*] Si pubblicano inedite le prime pagine del romanzo Meninx e Tacapes, in corso di stampa.
_____________________________________________________________
Jo Greco, è autore di saggi di letteratura italiana e nordamericana contemporanee, e di letteratura europea medievale nei suoi rapporti con il mondo islamico. Meninx e Tacapes è il suo secondo romanzo, inedito, mentre il primo, Amenot (por el pueblo), è stato pubblicato nel 2025 da Intrecci Edizioni, Roma.
_____________________________________________________________













