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Memoria e identità nella scrittura di Salwa Salem: un percorso biografico tra Palestina e Italia

coverdi Alaa Dabboussi

L’opera Con il vento nei capelli di Salwa Salem, pubblicata postuma nel 1993 e curata da Laura Maritano, rappresenta una delle testimonianze più significative della letteratura migrante italofona di fine Novecento. Attraverso la ricostruzione della vicenda personale e collettiva di una donna palestinese in esilio, il testo si colloca all’incrocio tra autobiografia, memoria storica e riflessione politico-identitaria, configurandosi come un documento di eccezionale valore umano e culturale.

L’autrice, palestinese di nascita e naturalizzata italiana, rielabora nel proprio racconto un intreccio di esperienze che spaziano dalla perdita della patria alla condizione di esule, fino alla ricerca di un nuovo equilibrio tra appartenenza culturale e integrazione.

La narrazione non è soltanto un atto di memoria individuale, ma anche un gesto collettivo: attraverso la propria voce, l’autrice restituisce visibilità a un popolo e a una storia spesso marginalizzati dalla storiografia ufficiale. Con il vento nei capelli si inserisce così in un filone letterario che, a partire dagli anni novanta, ha ridefinito il panorama culturale italiano, portando alla luce nuove identità, linguaggi e prospettive.

In questo contesto, la scrittura migrante assume un duplice valore: da un lato, strumento di resistenza contro l’oblio e la perdita delle radici; dall’altro, spazio di dialogo interculturale capace di favorire la comprensione reciproca tra mondi diversi. Nel caso specifico di Salwa Salem, la scrittura si configura come un atto di liberazione personale e politica. L’autrice, attraverso la ricostruzione della propria biografia, affronta temi centrali quali la condizione della donna nel mondo arabo, la diaspora palestinese, il confronto con la cultura occidentale e la difficile conciliazione tra memoria e modernità. La parola autobiografica diventa così una forma di autoaffermazione e di testimonianza, attraverso la quale Salem riafferma la propria identità di donna, di esule e di intellettuale.

Il presente lavoro si propone di analizzare l’opera sotto una duplice prospettiva: da un lato, come testo autobiografico e politico, capace di dar voce a una soggettività femminile e postcoloniale; dall’altro, come manifestazione letteraria di un percorso interculturale che unisce la tradizione araba e la lingua italiana. Particolare attenzione sarà rivolta al modo in cui l’autrice costruisce la propria identità narrativa, al rapporto tra memoria individuale e collettiva e alla funzione liberatoria della scrittura come strumento di resistenza e di riconciliazione con il passato.

2Genesi del libro e biografia dell’autrice

Nel 1993 viene pubblicato Con il vento nei capelli di Salwa Salem, un testo che si inserisce tra le prime esperienze di scrittura migrante italofona e che, insieme ad opere come Io, venditore di elefanti [1] di Pap Khouma, Volevo diventare bianca [2] di Nassera Chohra e Immigrato [3] di Salah Methnani, contribuisce alla definizione di un nuovo spazio letterario e culturale all’interno del panorama italiano. In tali opere, la componente autobiografica e la presenza di un coautore italiano assumono un ruolo determinante nel processo di mediazione linguistica e narrativa tra l’esperienza individuale e il pubblico italiano.

Il romanzo di Salem appartiene al genere delle narrazioni-testimonianza dell’esperienza migratoria, in cui la voce del soggetto autobiografico viene filtrata dalla collaborazione con un autore o un’autrice italiani incaricati della trascrizione e rielaborazione del racconto orale. In questo caso, la curatrice Laura Maritano, nella postfazione al volume, spiega la modalità di genesi dell’opera, sottolineando come la stesura sia nata da un lungo processo di ascolto e trascrizione della storia di vita dell’autrice:

«Stavo finendo l’università e avevo dedicato particolare attenzione alla storia orale e all’antropologia […] Salwa cercava qualcuno cui raccontare la storia della sua vita. Aveva spesso pensato a questo, quasi per gioco, ma da alcuni anni, da quando era scoppiata l’intifada e aveva già ripreso l’attività politica […] questo desiderio si era fatto più forte Salwa aveva narrato tutta la sua vita a partire dall’infanzia, secondo il suo schema: le mie domande erano state essenzialmente di chiarimento. Tutta la trascrizione, circa quattrocento pagine dattiloscritte, era stata riletta da Salwa che aveva corretto e modificato alcune parti» [4].

A differenza di altri testi appartenenti alla stessa corrente letteraria, Con il vento nei capelli è un’opera postuma, completata e pubblicata dopo la morte dell’autrice, avvenuta nel 1992. Maritano, nella sua postfazione, descrive il proprio intervento come un lavoro di ricomposizione narrativa, finalizzato a rispettare la voce di Salem e a valorizzarne il potenziale letterario. La curatrice spiega, infatti, di aver operato una selezione e un riordino del materiale, accentuando la struttura tematica del racconto e mantenendo, al contempo, la scansione cronologica necessaria a restituire il ritmo della vita della scrittrice, a tale proposito la curatrice sostiene:

«Ho accentuato la disposizione tematica pur mantenendo una scansione cronologica dovuta all’importanza degli eventi e dei luoghi all’interno della vita di Salwa. […] Fin dall’inizio si era posto il problema se rendere esplicito il tipo di intervento da me fatto- domande, integrazioni, interventi sul linguaggio ma la scelta, suggerita anche da Salwa prima della sua morte, di accentuare l’aspetto narrativo rispetto a quello documentario, ha poi fatto escludere tale possibilità» [5].

La decisione di raccontare la propria storia assume, per Salwa Salem, un significato che trascende il piano individuale. Il racconto autobiografico diventa infatti un atto di resistenza e un gesto di affermazione identitaria, attraverso il quale l’autrice intende preservare la memoria della Palestina e, al contempo, trasmettere la propria esperienza di donna araba in dialogo con il mondo occidentale. La scrittura si configura come spazio di libertà e come mezzo per rielaborare la sofferenza della malattia, dell’esilio e della marginalità, trasformando il dolore in testimonianza e in eredità morale. Salem, consapevole del valore universale della propria esperienza, utilizza la narrazione per rivendicare il diritto alla parola, spesso negato alle donne nel contesto arabo tradizionale. Il libro diventa così un luogo di incontro tra la memoria individuale e la storia collettiva, dove la vicenda personale dell’autrice si intreccia con quella del suo popolo. Come osserva Maria Saracino, «L’autobiografia diventa un gradino, un passo necessario per arrivare alla narrativa di fantasia. Come se non ci si potesse affidare al racconto senza aver prima detto chi si è, senza aver messo avanti le proprie credenziali » [6]; Con il vento nei capelli si configura pertanto come un testo ibrido, sospeso tra romanzo e documento, tra testimonianza e finzione letteraria. L’autrice costruisce un racconto che unisce il registro dell’oralità e la riflessione storica, dando voce a una soggettività che si colloca tra due mondi, quello arabo e quello occidentale.

L’incipit del libro, ambientato in ospedale, assume una forte valenza simbolica: il corpo malato della protagonista diventa la metafora del corpo lacerato della nazione palestinese. Da questo spazio di dolore e di introspezione nasce il racconto della sua vita, che intreccia episodi personali e riflessioni politiche, componendo una narrazione in cui la memoria privata si fonde con la memoria collettiva del popolo palestinese.

dafflittoLa Palestina perduta e la costruzione della memoria collettiva

Inserito nel più ampio contesto della storia della Palestina, il romanzo di Salwa Salem rievoca, attraverso la memoria personale, le vicende di un popolo costretto all’esilio e alla dispersione. La narratrice ripercorre la propria infanzia, segnata dalla perdita della casa familiare a Yafa nel 1948, in seguito alla proclamazione dello Stato di Israele. Il racconto intreccia l’esperienza privata con la ricostruzione delle cause storiche e politiche della questione palestinese, dalle radici del mandato britannico fino alla Nakba, la “catastrofe” che determinò la fuga di centinaia di migliaia di palestinesi.

La narratrice, grazie alle testimonianze familiari e alle digressioni storiche, rievoca gli avvenimenti che precedettero l’esilio, tra cui la dichiarazione Balfour del 1917, con la quale Lord Balfour espresse il sostegno del governo britannico alla creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina. L’autrice mette in luce le contraddizioni e le tensioni che seguirono, descrivendo come la popolazione palestinese avvertisse l’immigrazione ebraica crescente – favorita dal mandato inglese – come una minaccia alla propria sopravvivenza. In una delle pagine più intense, l’autrice ricorda le narrazioni ascoltate durante l’infanzia:

«Nei pomeriggi invernali trascorsi tra parenti e amici di famiglia, avrei spesso sentito parlare dei tempi degli inglesi e della lotta che conduceva il mio popolo. Gli inglesi governavano la Palestina con mano di ferro: c’era un governatore militare e c’erano leggi crudeli. C’era inoltre nell’aria il progetto di creare nella nostra terra un “focolare nazionale” per gli ebrei. Già all’inizio del secolo scorso era iniziata l’immigrazione degli ebrei, ma era un’immigrazione di singoli individui o piccoli gruppi. I palestinesi li avevano accolti, non avevano mai avuto problemi con loro. […] Le cose cambiarono quando iniziarono ad arrivare in tanti, con le navi inglesi. Fu allora che i palestinesi della generazione di mio padre capirono che quella gente arrivava per rubarci il posto, c’era un complotto e la situazione iniziava a diventare pericolosa. Quando il progetto di costruire uno Stato ebraico in Palestina divenne chiaro, il popolo palestinese s’infiammò.
Le maggiori autorità palestinesi avevano chiesto la costituzione di un governo locale in cui ci fossero rappresentanti di tutte e tre le religioni […] Gli inglesi rifiutarono la proposta che urtava con le promesse fatte da Sua Maestà Britannica al sionismo internazionale. Nel 1936 ci furono mesi di sciopero cui aderì in massa la popolazione palestinese. I partigiani diventarono migliaia» [7].

Attraverso il filtro della memoria, Salwa Salem restituisce una visione emotiva e partecipata della storia, in cui la dimensione collettiva del trauma si intreccia con la soggettività dell’esperienza infantile. L’autrice narra gli eventi del 1947-1948 – la cosiddetta “guerra d’indipendenza” per Israele e “Nakba” per i palestinesi – come un periodo di distruzione e terrore, durante il quale circa 750.000 palestinesi furono costretti a fuggire, perdendo case, terre e proprietà. Salwa Salem smonta il mito celebrativo della nascita dello Stato d’Israele, proponendo una contro-narrazione che evidenzia la violenza e il dramma umano della popolazione espulsa.

Il ricordo dell’esodo da Yafa è dominato da immagini di paura e caos, esemplificate dal riferimento al massacro di Deir Yassin (aprile 1948), episodio emblematico della violenza subita dai palestinesi:

«Esplosioni, fumo, fiamme, grida e volti impauriti. Così, all’improvviso, uno squarcio nella mia memoria. Accade nel 1948 […] nel giro di una settimana i disordini dilagano in tutta la Palestina. A Yafa si sentono spari dappertutto. I razzi cadono fitti durante i bombardamenti, la sirena dell’autoambulanza urla in continuazione. […] Di notte veniamo svegliati dal rumore delle sparatorie nelle strade, […] ci sono molti incendi di palazzi. […] Sento raccontare di eccidi, morti, terrore, paura, racconti macabri, disperati. La gente parla di Deir Yasin e di altri massacri. Deir Yasin è un villaggio che è stato attaccato e trecento dei suoi abitanti, vecchi, donne e bambini, sono stati violentati e uccisi. Si racconta del massacro con grande terrore. Altoparlanti per le strade invitano la popolazione a mettersi al sicuro […] si scoprì più tardi che erano messaggi delle bande ebraiche che si spacciavano per i leader arabi e cercavano così di far evacuare la gente come se fosse per poco tempo, una cosa provvisoria. Dagli aeroplani cade su di noi una pioggia di volantini: “Andate via, uscite dalle vostre case, se no farete la fine di Deir Yasin…” […] Non dimenticherò mai la sera in cui decidemmo di lasciare Yafa […] Gruppi di ebrei armati hanno fatto irruzione in molte case vicine, saccheggiando e uccidendo; alcune famiglie sono state interamente eliminate, ragazze violentate. Siamo incapaci di difenderci, gli ebrei invece sono ben addestrati, ben armati, più forti di noi. Mio padre è perso dal panico. Dice a mia madre di prepararsi […] dobbiamo partire, è impossibile rimanere nel nostro quartiere» [8].

Il trauma dell’esilio collettivo diventa così il punto d’origine della memoria palestinese, un evento fondativo che segna non solo la storia politica ma anche la coscienza identitaria del popolo. Salem descrive con lucidità gli sviluppi successivi: la proclamazione dello Stato d’Israele il 14 maggio 1948, il riconoscimento immediato da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica, la sconfitta degli eserciti arabi e la definitiva scomparsa della Palestina come entità territoriale.

L’autrice ricorda anche le tensioni interne al mondo arabo e i contrasti tra palestinesi e giordani, che culminarono nell’assassinio di re Abdullah di Transgiordania nel 1951. In queste pagine emerge la capacità della narratrice di intrecciare il dato storico con la riflessione politica e morale, rivelando una consapevolezza matura della complessità del Medio Oriente post-bellico.

«Nel 1947 l’ONU aveva approvato un piano di spartizione della Palestina, e quindi nel 1948 era stato riconosciuto lo Stato d’Israele. La Cisgiordania, dove noi eravamo rifugiati, era stata messa sotto il controllo della monarchia giordana, come premio per il re Abdallah che aveva sempre collaborato con gli inglesi e con gli ebrei pur di conservare la corona […]. Poco dopo il 1948, un gruppo di palestinesi aveva sparato a re Abdallah mentre andava a pregare alla moschea di al- Aqsa a Gerusalemme, uccidendolo. Fu questo un gesto di sfida, di straordinario coraggio nei confronti di uno dei responsabili della nakba. Anche per questo la Giordania creò un regime poliziesco in Cisgiordania, vietò qualsiasi manifestazione culturale e politica. Re Hussien, che giovanissimo era succeduto a re Abdallah, mandava in Cisgiordania l’esercito dei beduini, tribù del deserto, fedelissimi al sovrano. Per i beduini veniva prima il re e poi Dio, e spesso non sapevano né leggere né scrivere. Veniva detto loro che i palestinesi erano tutti comunisti, che non credevano in Dio, non credevano nella famiglia e odiavano il re. Per questo i soldati giordani erano molto duri nel picchiare ed era impossibile ragionare con loro […] Il regime giordano poi impedì la costruzione di industrie e di università in Cisgiordania, anche se utilizzò le capacità e la professionalità dei palestinesi per costruire e migliorare il proprio paese» [9].

In questa prospettiva, il romanzo di Salem non si limita a una rievocazione memoriale, ma assume la funzione di costruzione della memoria collettiva. Attraverso la narrazione autobiografica, l’autrice ridà voce a un popolo espropriato non solo della propria terra, ma anche del proprio racconto storico. La scrittura diventa quindi un atto politico, un mezzo di resistenza contro l’oblio e la manipolazione della verità storica.

imagesAll’interno di questa dimensione memoriale, la figura femminile della protagonista acquista un ruolo simbolico: la donna, testimone e narratrice, si fa portavoce di una Palestina ferita ma non sconfitta, incarnando la continuità della memoria attraverso la parola e la trasmissione generazionale. La perdita della patria diventa così un principio generativo di identità, in cui il dolore individuale si trasforma in forza collettiva e in consapevolezza storica.

A partire dal 1952, con l’ascesa al potere di Gamal Abdel Nasser in Egitto e la diffusione del nazionalismo arabo e del panarabismo, si afferma una nuova fase di risveglio politico e culturale nel mondo arabo. In tale contesto, il ruolo delle donne si rafforza progressivamente, accompagnando l’ascesa di ideali anti-imperialisti e anti-sionisti che individuano nella liberazione della Palestina un obiettivo fondamentale per la realizzazione dell’unità araba.

Nel suo racconto, Salwa Salem descrive con partecipazione il fervente clima politico dell’epoca, quando numerose studentesse palestinesi iniziarono a partecipare attivamente alla vita pubblica, aderendo ai movimenti baathista, comunista e nazionalista arabo. Pur spesso costrette a riunirsi separatamente dagli uomini, queste giovani militanti assunsero un ruolo determinante nella mobilitazione: si occuparono della diffusione di volantini, dell’organizzazione di proteste e manifestazioni contro Israele e le potenze occidentali, nonché del reclutamento di nuove aderenti tra le donne.

All’interno della narrazione, la figura di Nasser emerge come simbolo carismatico e punto di riferimento per l’intero mondo arabo-islamico. Attraverso le parole della protagonista, egli è rappresentato come un leader capace di incarnare le speranze di emancipazione e di unità, e la sua memoria è rievocata con profondo rispetto e idealizzazione. Tuttavia, l’autrice non trascura di evidenziare anche il fallimento del progetto panarabista, compromesso dalla sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, che portò l’esercito israeliano a occupare Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme Est, il Sinai e a raggiungere il Canale di Suez.

La disfatta del 1967 rappresenta, nel testo, una frattura irreversibile sia sul piano politico sia su quello emotivo: segna la fine del sogno di liberazione palestinese e l’inizio di un lungo periodo di disillusione e smarrimento collettivo. Salem sottolinea l’impatto morale di questa sconfitta, che sancisce anche il consolidamento del mito dell’invincibilità dell’esercito israeliano, trasformando la speranza in un sentimento diffuso di impotenza e vergogna.

L’ultimo aspetto del conflitto israelo-palestinese su cui Salwa Salem concentra la propria riflessione riguarda le ripercussioni dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. In quel periodo, la scrittrice viveva a Vienna con il marito e, a causa delle nuove disposizioni israeliane, perse definitivamente il diritto di far ritorno in Palestina. Da quella distanza forzata osservò con crescente dolore il rapido deteriorarsi della situazione nei territori occupati: espulsioni di civili, arresti arbitrari, processi sommari, detenzioni disumane, confische di terre e un incremento costante degli insediamenti militari.

In queste pagine, l’io narrante esprime con intensità il senso di disillusione e amarezza che seguì alla sconfitta araba del 1967. La disfatta rappresentò non solo una perdita territoriale, ma anche una crisi morale e identitaria per l’intero popolo palestinese. Salem traduce questa esperienza storica in un dolore personale profondo, segnato da rabbia, umiliazione e impotenza, ma soprattutto da un sentimento di vuoto interiore che diventa metafora dell’esilio e della condizione di chi è costretto a vivere lontano dalla propria terra.

La scrittrice si sente intrappolata in una dimensione sospesa tra memoria e nostalgia, consapevole che la sconfitta del 1967 ha infranto il sogno di un ritorno possibile e, con esso, la speranza di una Palestina libera. In questa condizione di estraneità e di sradicamento, Salem dà voce non solo al proprio smarrimento, ma a quello di un’intera generazione palestinese che vede dissolversi, insieme alla patria, il senso stesso della propria identità:

«La guerra del 1967, la cosiddetta “guerra dei sei giorni” ci piomba addosso come un fulmine. Le mie angosce private svaniscono davanti alla grande tragedia. È un colpo fatale, ci sentiamo paralizzati. […] i giornali austriaci si interessano poco di noi: esaltano il miracoloso successo dell’esercito israeliano e disprezzano quei “vermi” che sono stati spazzati via in sei giorni. […] Abbiamo gli occhi rossi per le lacrime e per la stanchezza. Non riusciamo ad avere notizie dei nostri cari, tutti i contatti sono interrotti. Ci sentiamo distrutti. Nessuno parla, nessuno mangia. Siamo impietriti, disperati, impotenti. Noi che eravamo fuori dalla Palestina perdemmo per sempre il diritto di tornare. Eravamo tagliati fuori, stranieri, non eravamo più nessuno. Avevamo perso tutto, eravamo di nuovo senza terra, senza casa, senza un punto d’appoggio. Era insopportabile sentirsi orfani per la seconda volta. Nella mia mente si mescolavano Yafa e Nablus, il dolore di essere costretta a staccarmi da loro. Non so quale sia stato il distacco più duro, se quello da Yafa, perché non riuscivo a capire, o quello da Nablus, perché capivo troppo» [10].

curtiCondizione femminile e ribellione contro la cultura patriarcale

Una delle motivazioni fondamentali che spingono Salwa Salem a scrivere la propria autobiografia è il desiderio di far comprendere in profondità la complessità della battaglia palestinese e, parallelamente, di offrire una riflessione sulla condizione femminile all’interno della società araba. La sua opera, nata negli anni successivi alla prima Intifada (1987-1991), si configura come una testimonianza duplice: politica e personale. Da un lato, intende suscitare empatia e consapevolezza verso il dramma del suo popolo; dall’altro, mira a denunciare le forme di oppressione e di esclusione che gravano sulle donne arabe, mettendo in luce la necessità di un processo di emancipazione individuale e collettiva.

L’autrice descrive con lucidità le caratteristiche di una società ancora segnata da una rigida struttura patriarcale, in cui la donna è sottoposta alla tutela maschile e privata di autonomia. Il padre di Salem, ad esempio, le impedisce di frequentare l’università all’estero, sostenendo che “una donna non può vivere sola”. Tale divieto, radicato nella cultura del controllo familiare e nell’ossessione per l’onore femminile, rappresenta emblematicamente il limite imposto all’indipendenza delle donne nel mondo arabo:

«Finita la maturità, mio padre si rimangiò tutte le promesse e disse che non era disposto a mandare sua figlia a vivere da sola in un paese lontano, che era pericoloso, ma era dignitoso per l’onore di una ragazza. Temeva che me ne andassi in giro ala hall shari. Fargli cambiare idea non era facile. Lui poteva decidere del mio destino. Io non avevo i soldi per andarmene senza il suo permesso, e poi avevo bisogno del passaporto, di tutti i documenti, e non li potevo avere senza di lui. In molti Paesi arabi, la legge dice che la donna non può avere il passaporto senza il consenso del padre, di un fratello o del marito. È bruttissimo quando è qualcun altro a decidere del tuo destino. […] Mi era crollato un mondo, un sogno, un bellissimo progetto» [11].

Parallelamente, Salwa Salem mostra come il femminismo arabo si sviluppi in relazione dialettica con quello occidentale, condividendo l’obiettivo dell’emancipazione ma differenziandosi nei percorsi e nei contesti socio-culturali. L’autrice si oppone con decisione a ogni forma di controllo sul corpo e sulla libertà femminile, esprimendo una critica esplicita all’uso del velo come strumento di subordinazione:

«A quell’epoca mio padre e i miei familiari temevano proprio che andassi ala hall shari e insistettero perché mi coprissi i capelli con il mandil. Non ero d’accordo: lo trovavo brutto e poi sapevo che dava fastidio, soprattutto d’estate. […] Una volta provarono sul serio a farmelo portare. Ricordo che mi infuriai. Lo presi, lo gettai per terra e lo calpestai gridando: “Uccido tutti se mi costringete a portare questo orribile fazzoletto”. Fu così che non usai mai il mandil, e neanche le mie sorelle lo indossarono mai» [12].

Nel romanzo, la ribellione della protagonista assume un valore esistenziale e simbolico. Salem si oppone non solo all’autorità paterna, ma anche ai modelli culturali che relegano la donna al ruolo di figlia obbediente, sposa e madre. Tale rifiuto si manifesta già durante la giovinezza, quando l’autrice rifiuta il matrimonio combinato, considerandolo una forma di coercizione travestita da tradizione:

«Negli anni della scuola litigavo di continuo con mia mamma: non condivideva il mio impegno politico, diceva che non era un lavoro da donna. Mi chiedeva di essere diversa da quel che ero, di essere una ragazza normale, di quelle che si occupano dei fratellini più piccoli, che aiutano a pulire casa, a fare il bucato. Quando poi mio padre si arrabbiava con i miei fratelli, lei proteggeva i maschi e dava addosso alle femmine, scaricava le sue tensioni su di me. Era troppo radicata in lei l’idea che i maschi hanno diritto a una maggiore libertà di azione, di movimento.
Mia madre conduceva una vita molto tradizionale, fatta di privazioni, esclusivamente in funzione di suo marito e dei suoi figli, senza una sua dimensione personale. Non usciva mai di casa, aspettava suo marito e magari doveva subire gli sfoghi delle sue frustrazioni. Lui poteva dire quello che voleva, era un diritto dell’uomo quello di andare in collera e magari di urlare: questo succedeva in tutte le famiglie. […] Durante il mio ultimo anno di liceo nacque l’ultima sorellina, Nadia. Due anni prima era nata Badia. Alla nascita di Nadia, mi sentii offesa, mi vergognai: mia madre continuava a fare figli, una produzione continua, non controllata. Per me era assurdo: eravamo già cinque sorelle, tre fratelli e un fratello era morto […] Mi vergognavo davanti a miei amici, ai miei compagni di partito, ormai avevamo capito che non aveva senso fare figli così e che questo limitava la libertà delle donne» [13].

L’identità femminile di Salwa Salem si forma attraverso un costante confronto con modelli culturali differenti e trova la propria definizione in un percorso di autonomia psicologica e intellettuale dalla sfera maschile. Tale emancipazione nasce non da una rottura improvvisa, ma da un graduale processo di consapevolezza, alimentato dalla lettura e dall’incontro con la letteratura e la filosofia moderne.

Fin da giovane, la protagonista manifesta una viva curiosità intellettuale, che la porta ad avvicinarsi non solo ai testi della tradizione araba, ma anche alla narrativa russa, americana e francese, oltre che alla filosofia contemporanea. Le opere lette in questo periodo rappresentano per lei un’apertura verso un mondo nuovo, in cui la donna non è più soltanto oggetto di narrazione, ma soggetto pensante, capace di autodeterminarsi e di interrogare la propria esistenza.

71orazgbm3l-_ac_uf10001000_ql80_In questo percorso di formazione, Simone de Beauvoir occupa un posto centrale. Salem dichiara apertamente la propria ammirazione per la scrittrice e filosofa francese, la cui riflessione sull’identità femminile e sulla libertà personale esercita su di lei un’influenza decisiva. Attraverso la lettura de Il secondo sesso e di Memorie d’una ragazza perbene, l’autrice scopre un modello di donna indipendente, libera da vincoli morali e sociali, capace di costruire se stessa attraverso la conoscenza e l’esperienza.

Molti tratti della personalità di Salem e della sua auto-rappresentazione narrativa sembrano risentire di questa influenza: la curiosità intellettuale, il fascino per gli uomini colti, la passione per la cultura e, soprattutto, il desiderio profondo di libertà e di affermazione personale. L’incontro con il pensiero esistenzialista la induce a concepire la libertà come responsabilità e scelta, trasformando la scrittura in uno strumento di definizione del sé.

«Mio fratello mi dava tutti i libri che volevo. Ho letto tutti i classici americani, francesi, russi, ho letto Hemingway, Steinbeck, Somerset Maugham, Tolstoj, Gogol, Dostoevskij […]. Amavo Kafka, Camus, mi piaceva Oscar Wilde, Gandhi e Nehru. […] Leggevo moltissimo, ero come una macchina che divorava libri, leggevo di tutto. Leggevo anche scrittori arabi come Taha Hussein, Bader Shaker as-Sayab, Ihsan Abd-al-Quddus, Nizar Qabbani, Tawfiq al-Hakim e Nagib Mahfuz. Non era sufficiente conoscere solo la letteratura araba, era necessario leggere anche scrittori al di fuori dal mio mondo perché alla fine le esperienze, i problemi della vita, della coscienza e della morale sono sempre gli stessi. […] Il mio vangelo era Simone de Beauvoir; sentivo che rispecchiava la mia esperienza di donna, i miei interessi umani e culturali. Cominciavo allora a conoscere l’esistenzialismo, che avrei amato e approfondito all’università» [14].

Con il trascorrere degli anni, la protagonista acquisisce una sempre maggiore consapevolezza della condizione di subordinazione in cui, da secoli, la donna è costretta a vivere rispetto all’uomo. Tale consapevolezza si traduce in una ferma volontà di opposizione nei confronti delle strutture patriarcali che perpetuano tale disparità.

Salwa Salem, attraverso la voce narrante, descrive con lucidità il momento in cui comprende che la sottomissione femminile non è un destino naturale, ma il risultato di una costruzione sociale e culturale. Di fronte a questa realtà, decide di ribellarsi con determinazione alla logica dell’obbedienza e della remissività che la società le impone. Rifiuta, così, i numerosi tentativi familiari di destinarla a un matrimonio precoce e combinato, volto a garantire l’onore della famiglia più che la felicità della donna. Per lei, giurare fedeltà e amore eterno a un uomo sconosciuto equivale a rinunciare alla propria libertà e individualità.

La narratrice sottolinea come, nella cultura tradizionale dell’epoca, fosse diffusa la convinzione secondo cui una ragazza, raggiunta la pubertà, fosse già pronta per il matrimonio e la maternità. Salem, opponendosi a questa prassi, ribadisce il proprio rifiuto di adeguarsi a tali convenzioni, affermandosi come figura non conformista e ribelle, capace di sfidare le aspettative sociali e familiari.

Nel passo successivo, l’autrice evidenzia anche un altro aspetto della mentalità patriarcale: la diffidenza nei confronti di qualsiasi rapporto di amicizia tra uomo e donna. Un semplice scambio affettivo o intellettuale tra i due sessi era considerato moralmente inappropriato e poteva compromettere la reputazione della donna e l’onore della sua famiglia. Attraverso questo racconto, Salwa Salem denuncia la rigidità dei costumi e l’ossessione per la purezza femminile, mostrando come tali convenzioni sociali riducessero drasticamente la libertà individuale e affettiva delle donne:

«Non riuscivo neanche ad accettare l’idea del matrimonio combinato che a un certo punto i miei genitori iniziarono a propormi. Ormai ero diventata grande, avevo avuto le mestruazioni e il seno si era sviluppato. I miei genitori mi consideravano una ribelle per la mia attività politica e il mio comportamento. […] Sorpresa da mia madre a parlare in strada con un compagno di partito di Isam, fui sottoposta a una sorta di processo familiare. Vecchie zie rincararono la dose di rimproveri che piovevano da tutte le parti: “Basta con questa ragazza, è ora di farla sposare, è ora di farle coprire la testa. Salwa ormai è matura, ha imparato a leggere e scrivere […] che bisogno ha di continuare ad andare a scuola? Ormai ha studiato abbastanza, è andata abbastanza lontano. C’è quel tale che l’aspetta, che ha chiesto la sua mano. Non si deve continuare a rimandare”. A sedici anni una ragazza era considerata pronta per il matrimonio. Io detestavo queste zie quando venivano a mettere zizzania. […] Ai miei genitori ripetevo che piuttosto di sposarmi mi sarei ammazzata. Avevo tanti progetti, studiare era l’unico scopo della vita. Ero impegnata politicamente, mi sentivo libera e non intendevo metter fine al mio futuro andando a fare la moglie di qualcuno che non mi piaceva» [15].

24Il romanzo si popola di figure femminili emblematiche – madri, sorelle, amiche e compagne – che incarnano le diverse sfumature della condizione della donna araba, oscillante tra sottomissione e aspirazione alla libertà. In particolare, il rapporto conflittuale con la madre diventa metafora del contrasto tra tradizione e modernità: la madre rappresenta la donna del passato, legata ai valori patriarcali e alla sfera domestica; la figlia, invece, incarna il desiderio di autodeterminazione e di rottura con un destino imposto. Salem denuncia la disuguaglianza di trattamento tra figli maschi e femmine, segnalando una radicata disparità di genere nell’educazione e nella distribuzione dei ruoli familiari.

Salem continua ancora, anche dopo che è diventata maggiorenne e indipendente economicamente, a discutere sul tema matrimoniale ritenendo la pratica del matrimonio combinato deplorevole, nel quale si organizza tutto in conformità a valutazioni economico-sociali:

«Durante i periodi di vacanza a Nablus ci facevano visita sovente i cosiddetti khuttab, quelli che venivano a chiedere la mia mano. […]. Era usanza che, per presentarsi, la ragazza entrasse nella stanza con la scusa di portar loro il tè e il caffè. Invece io scappavo. Uscivo dalla porta sul retro e non mi facevo trovare. Odiavo i khuttab, mi facevano paura e orrore; mi squadravano dalla testa ai piedi, mi guardavano come se fossi una merce e mi sentivo spogliata con gli occhi. Rifiutavo l’idea, non riuscivo a immaginarmi sposata con un uomo che veniva a farmi vedere il suo certificato di laurea e il suo conto in banca. […] Rifiutavo questo tipo di matrimonio» [16].

Nel suo racconto, Salwa Salem si propone di smontare lo stereotipo della donna araba passiva, remissiva e confinata entro i limiti della sfera domestica. Al contrario, attraverso le figure femminili delle sue amiche e compagne, la scrittrice offre un’immagine dinamica e moderna della donna araba, impegnata a ridefinire il proprio ruolo all’interno della società. Queste donne – studentesse, lavoratrici, attiviste – sono animate dal desiderio di rinnovare i propri stili di vita e di infrangere i vincoli della tradizione patriarcale. Frequentano l’università, partecipano alla vita politica, viaggiano e lavorano in diversi Paesi arabi, europei e perfino americani. Il loro obiettivo comune è quello di conquistare una piena indipendenza economica, condizione che Salem considera il presupposto indispensabile per ogni autentica forma di libertà femminile.

Nel romanzo, la scrittrice mette in luce la complessa realtà della condizione femminile araba, sospesa tra due poli difficilmente conciliabili: la casa e il lavoro. Attraverso la propria esperienza personale, Salem denuncia la fatica quotidiana di molte donne che, pur aspirando all’emancipazione e alla realizzazione professionale, restano legate alle tradizionali funzioni familiari di madri e casalinghe.

Fin dall’infanzia, la narratrice racconta di essersi trovata costretta a sostenere un doppio ruolo – quello di bambina responsabile dei lavori domestici e di sorella maggiore incaricata della cura delle più piccole – mentre i fratelli maschi godevano di maggiori libertà e privilegi, ricevendo attenzioni e aspettative diverse da parte dei genitori. Salem ammette di aver odiato profondamente il carico di lavoro domestico che le veniva imposto in quanto femmina, percependolo come un destino inevitabile e ingiusto, simbolo di un ordine sociale che relegava le donne a un’esistenza limitata alla sfera familiare.

Attraverso la sua narrazione, la scrittrice denuncia questa disparità di genere radicata nella cultura patriarcale, ma allo stesso tempo restituisce la forza delle donne che, come lei, scelgono di ribellarsi e di cercare nella cultura, nell’educazione e nel lavoro una via di riscatto e di autodeterminazione.

«Dopo il disastro del 1948 avevo perso i privilegi di cui godevo a Yafa. Cominciavo a provare gli svantaggi di essere nata femmina. Adnan, mio fratello maggiore, che era il genio della famiglia e il protetto dello zio, aveva messo una tenda sulla terrazza di casa per ripararsi dal sole cocente e in quello spazio tutto per sé passava intere giornate a leggere e a scrivere. Spesso mangiava lì, tutto solo. Io lo invidiavo quando gli portavo da mangiare. Era privilegiato perché era il primogenito, perché era maschio. […] Io, invece, dopo la scuola dovevo aiutare la mamma nelle faccende di casa. A casa c’era molto da fare e la mamma aveva bisogno d’aiuto. C’era da badare alle sorelline più piccole. C’era la casa da pulire e da rassettare, al mattino c’erano i materassi da piegare. […] Al mattino, prima di andare a scuola, aiutavo la mamma a preparare la colazione. […] Quando c’erano invitati si iniziava a lavorare due giorni prima e si preparavano tanti tipi di piatti diversi […] Era una schiavitù!» [17].

mengozziLa rigida separazione dei ruoli di genere, che affonda le proprie radici in epoche arcaiche e trova giustificazione nei modelli culturali, sociali ed economici consolidatisi nel tempo, segna in modo profondo l’esistenza della protagonista. Dopo il matrimonio e la nascita dei figli, Salwa Salem si trova costretta ad adottare quella strategia tradizionale che prevede la rinuncia alle proprie aspirazioni personali e professionali in nome della famiglia. Come molte donne del suo contesto storico e culturale, anche lei sacrifica il lavoro e l’autorealizzazione per dedicarsi interamente alla cura dei figli, alla gestione domestica e al mantenimento dell’equilibrio familiare.

Nel passo ambientato a Vienna, emerge con particolare intensità il risentimento della scrittrice per la perdita della propria indipendenza economica, elemento che aveva rappresentato una parte essenziale della sua identità e del suo senso di libertà. Attraverso le sue parole traspare un profondo senso di frustrazione e di smarrimento, alimentato dal peso delle responsabilità familiari e dalla difficoltà di adattarsi a un ruolo imposto, percepito come una regressione rispetto al percorso di emancipazione faticosamente conquistato.

La scrittura diventa, in questo contesto, lo strumento con cui Salem elabora e denuncia la contraddizione tra l’ideale di donna libera e consapevole, maturato nel suo percorso di formazione, e la realtà di una condizione femminile ancora subordinata alle logiche patriarcali e domestiche. In questa tensione tra desiderio e dovere, libertà e costrizione, si riflette la complessità dell’identità femminile araba nella modernità, sospesa tra tradizione e cambiamento :

«Passavo interminabili ore da sola col mio bambino nella nostra orribile casa. Muhammad era sempre fuori a lavorare e i mesi in cui stava in Germania erano tremendi. […] Dovevo badare al bambino, non mi era possibile lavorare e dovevo rinunciare alla mia specializzazione. I miei sogni stavano svanendo […] Ora vivevo sospesa fra mio marito e mio figlio, sentivo il peso di una grossa responsabilità e non c’era spazio per me. Avevo perso la mia indipendenza. Capivo per la prima volta che una donna, quando si sposa, perde il privilegio di disporre della sua vita, del suo destino, di prendere decisioni sul suo presente e sul suo futuro. Sentivo che il matrimonio lega le donne, le imprigiona, le rende impotenti, cancella le loro esigenze» [18].

Dopo una lunga serie di lotte contro il matrimonio combinato e il divieto paterno di proseguire gli studi all’estero, Salwa Salem ottiene finalmente una prima, significativa conquista di emancipazione. Grazie al sostegno del fratello maggiore Adnan, riesce infatti a trasferirsi in Kuwait, dove trova impiego come insegnante. Questo distacco dalla casa paterna rappresenta, inizialmente, la possibilità di affrancarsi dalla dipendenza familiare e di costruire un nuovo spazio di autonomia personale. Tuttavia, la protagonista scopre presto che anche la libertà conquistata porta con sé nuove forme di controllo e limitazione.

Il fratello, che l’aveva incoraggiata a intraprendere il proprio cammino di indipendenza, finisce con l’assumere il ruolo di una “seconda figura paterna”: affettuosa, ma al contempo autoritaria. Egli si arroga il diritto di imporre restrizioni al comportamento, alle relazioni sociali e alle scelte di vita della sorella, trasformandosi così nel simbolo di un potere maschile che si perpetua anche attraverso le relazioni più intime e affettive.

Questa duplice lontananza – dalla casa paterna e dalla guida fraterna – genera in Salem un profondo senso di disagio e di solitudine, ma anche una maggiore lucidità nel riconoscere i meccanismi culturali del dominio maschile. L’autrice giunge alla consapevolezza che, nella maggior parte dei casi, gli uomini mediorientali sono prigionieri di una mentalità patriarcale, incapaci di rinunciare al controllo e alla superiorità nei confronti della donna.

In un passo di particolare intensità, Salwa Salem riflette sulla doppiezza degli intellettuali arabi, i quali si presentano come sostenitori dell’emancipazione femminile e della modernità, ma continuano a riprodurre, nei rapporti privati e personali, le stesse dinamiche di subordinazione che a parole e in pubblico condannano. Dietro l’apparenza di uomini progressisti e comprensivi, si cela la persistente volontà di dominio, espressa attraverso la protezione paternalistica e la pretesa di esercitare un potere discreto ma costante sulla donna.

«Avevo creduto che lì sarei stata libera, ma mi accorsi che in realtà non lo ero. Scoprii allora la doppiezza degli intellettuali arabi: si definiscono “marxisti”, ma in pratica sono un groviglio di contraddizioni. A parole sostengono la liberazione della donna. Ammirano le donne libere, battagliere, forti e le portano sempre ad esempio, ti mettono a confronto con queste figure e tu vorresti essere amata e apprezzata nello stesso modo. […] Vorresti avere quel coraggio, quella forza, ma in quanto sorella o moglie, quella libertà ti è vietata. La tua libertà deve restare sotto il loro controllo.
Per Adnan non era bello che io fumassi, non dovevo azzardarmi a chiedere un bicchiere di vino e guai se mi mettevo le gonne strette […] che con mio fratello scoppiavano discussioni; […] Mi sentivo oppressa anche dagli amici di mio fratello. […] Per loro ero sempre la sorellina di Adnan, l’appendice di un’altra persona. Tutti mi trattavano così, anche le donne. […] Cominciai a stancarmi di quella vita: ero andata fino lì per sfuggire al controllo dei miei genitori, non volevo perdere i benefici di quella conquista finendo sotto il controllo di mio fratello» [19].

Proseguendo nella sua analisi delle contraddizioni del mondo maschile arabo, Salwa Salem mette in luce un ulteriore aspetto della loro doppiezza comportamentale e ideologica. Dopo essersi stabilita a Vienna, l’autrice osserva con attenzione i comportamenti contrastanti degli uomini arabi nei confronti delle donne, evidenziando una profonda scissione interiore tra l’immagine di modernità che cercano di proiettare e le convinzioni patriarcali che continuano a condizionarli.

Salem nota, infatti, che gli uomini arabi residenti in Europa adottano con le donne occidentali atteggiamenti di apparente apertura, rispetto e parità, cercando di adattarsi ai modelli culturali del contesto ospitante. Tuttavia, dietro questa facciata di tolleranza e di modernità, permane una radicata mentalità tradizionalista, che si manifesta pienamente solo nei rapporti con le connazionali arabe. Con esse, infatti, riaffiorano gli impulsi originari di controllo e possesso, insieme alla tendenza a limitare, in modo esplicito o sottile, l’autonomia e la libertà femminile.

L’autrice interpreta questa contraddizione come il sintomo di una crisi identitaria maschile, derivante dallo scontro tra i valori della cultura araba tradizionale e quelli del mondo occidentale. Tale conflitto produce una tensione costante tra desiderio di modernità e persistenza del patriarcato, in cui l’uomo, pur volendo apparire emancipato, continua a percepire la donna come elemento da controllare o indirizzare:

«I ragazzi palestinesi, arabi, non sono mai riusciti a risolvere la loro contraddizione, la loro doppiezza. Sono conigli con la donna europea e padri-padroni con la donna del loro paese: con quella europea sono permissivi, accettano tutto, e in qualche modo sono aperti e ammirano la sua libertà; alla donna del loro paese invece chiedono di seguire le tradizioni, “perché bisogna restare fedeli alla propria identità culturale”. Mi ha sempre offeso questo ragionamento, l’ho sempre considerato una mancanza di maturità, una logica che ferma i tempi» [20].

L’autrice anticonformista, che aveva rifiutato con determinazione la sottomissione all’autorità paterna e fraterna, si trova a dover affrontare un nuovo e più rigido sistema di oppressione femminile: quello della società saudita. Trasferitasi in Arabia Saudita per motivi di lavoro e per garantire ai figli migliori condizioni economiche, la scrittrice si confronta con un contesto politico e culturale profondamente conservatore, in cui il predominio maschile è elevato a norma istituzionale.

Il tono critico con cui lei descrive la realtà saudita tradisce il suo profondo disagio e rifiuto nei confronti di una società che rappresenta, ai suoi occhi, l’emblema del conservatorismo religioso e politico. La narratrice manifesta la propria inquietudine di madre di fronte alla prospettiva di crescere i figli in un ambiente dominato da rigidi codici morali e da un sistema sociale che impone severe limitazioni di genere.

Tra i diversi aspetti di questa realtà, l’autrice individua nella condizione femminile la più drammatica testimonianza della disuguaglianza strutturale che permea il sistema saudita. Le restrizioni alla libertà di movimento, all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione pubblica delle donne rappresentano, per la scrittrice il segno tangibile di una cultura patriarcale dominante:

«I programmi d’insegnamento erano un grande problema. La religione invadeva qualsiasi materia, tutto era spiegato usando nomi, figure, concetti religiosi. Era snervante, non c’era tregua. Allora io, con un po’ di elasticità, […] cominciai a dire che la donna ha la sua dignità, che deve essere alla pari dell’uomo, che le ragazze devono leggere, che non devono avere come unico scopo il matrimonio. […] In quegli anni l’Arabia Saudita aveva un regime ferreo, aveva iniziato a considerarsi custode della religione; almeno per quanto riguardava le apparenze! Non si poteva fumare in strada, gi uomini non potevano portare i capelli lunghi, mentre le donne dovevano stare sempre coperte, avevano l’obbligo dell’abbaya. Non c’erano cinema, né teatri, né luoghi dove si potesse andare a passare una serata. Se non ti adeguavi rischiavi di essere cacciato via. […] Mi scontravo quotidianamente con una società maschile, chiusa, arretrata, che non riconosceva nessun ruolo sociale alla donna. Donne e uomini vivevano isolati gli uni dagli altri, era quasi impossibile che si incontrassero al di fuori delle mura domestiche; in tutti gli edifici, in tutti i negozi, c’erano sempre entrate separate. Le donne […] dentro casa avevano un ruolo importante, ma fuori non avevano nessun potere, nessuna libertà, nessuna possibilità d’intervento. Per legge, ad esempio, la donna non poteva lavorare e non poteva guidare. Doveva vivere per essere moglie, per accontentare l’uomo, per fare figli. Le donne della nostra famiglia accettavano il loro ruolo come se fosse una cosa naturale […] dicevano che […] quello era il compito che le era stato assegnato da Dio. Non riuscivano a capire perché io volessi lavorare a tutti i costi. Nelle nostre discussioni mi dicevano che ero egoista e che, così facendo, sacrificavo la famiglia» [21].

In una società in cui le leve del potere e del prestigio erano saldamente detenute dagli uomini, la peculiarità di donne come Salwa Salem risiedeva nella loro capacità di ribellarsi all’ordine costituito, rivendicando la propria dignità, le proprie competenze e la possibilità di instaurare una reale corresponsabilità tra i sessi. Per la scrittrice, l’uguaglianza non poteva essere concepita come un semplice ideale astratto, ma come una concreta possibilità di dialogo e di scambio reciproco tra uomini e donne. Tale obiettivo, tuttavia, risultava irraggiungibile in un contesto sociale rigidamente costruito sulla separazione dei generi e sulla subordinazione femminile.

La protagonista manifesta un deciso rifiuto nei confronti del principio patriarcale dell’onore, che prescrive la rigida distinzione tra sfera maschile e femminile. Ai suoi occhi, questa divisione non solo limita la libertà individuale, ma ostacola ogni forma di crescita morale e intellettuale. Salem percepisce come innaturali e opprimenti gli ambienti esclusivamente femminili, nei quali la segregazione è imposta come forma di tutela della moralità pubblica, ma in realtà diventa strumento di controllo e di esclusione.

Emblematico, in tal senso, è il suo rifiuto di frequentare il Dar al-Mu‘allimāt di Ramallah, l’unica istituzione approvata dal padre per proseguire gli studi dopo il liceo, e la sua insofferenza verso la residenza femminile denominata “Casa dell’insegnante” a Kuwait City. Entrambi i luoghi rappresentano, per l’autrice ambienti che, sotto la parvenza di protezione, riproducono la logica della segregazione e dell’inferiorità femminile.

Salwa Salem osserva con spirito critico che la separazione dei sessi nelle istituzioni educative e nei contesti lavorativi e sociali, particolarmente diffusa nei Paesi arabi più conservatori, costituisce una vera e propria violazione dei diritti delle donne, costrette a vivere in condizioni di isolamento e alienazione. Secondo la sua interpretazione, tale pratica, oltre a negare la libertà personale, può perfino generare distorsioni relazionali e sociali, poiché reprime la naturale comunicazione e collaborazione tra uomini e donne.

La scrittrice paragona questi spazi segreganti a prigioni simboliche, circondate da mura alte e spesse, che impediscono il contatto con il mondo esterno e la piena realizzazione del sé femminile. La sua riflessione si fa, dunque, interprete di una più ampia denuncia contro ogni forma di esclusione e di separazione di genere, riaffermando il diritto della donna a condividere, al pari dell’uomo, la sfera pubblica e sociale :

«Andai al college. Era un edificio enorme, simile a un casale, con un portone massiccio, circondato da un giardino folto di alberi. Mi incuriosiva questo mondo nuovo, esclusivamente femminile. […] Educavano secondo il modello inglese […] dicevano che era un’educazione raffinata, femminile; capii subito che si trattava di una prigione dorata. Le mie compagne non avevano alcun interesse, vivevano chiuse in quella gabbia di lusso e pensavano ai loro problemi d’amore, ad amori segreti che non sarebbero mai stati coronati da una vera unione, perché costruire relazioni libere era proibito. In quella situazione di isolamento, e per desiderio di affetto, era naturale che nascessero anche amori fra donne. […] Io non volevo passare due anni della mia vita ad ammuffire in una sorta di salotto inglese, in mezzo a donne che scivolavano sempre più nell’abbandono e nell’apatia» [22].

gnisciEducazione, cultura e formazione dell’identità

Nell’esperienza di Salwa Salem, l’educazione e la cultura assumono un ruolo centrale nella costruzione dell’identità personale e collettiva. Fin dall’infanzia, l’autrice concepisce lo studio come un mezzo di riscatto e come strumento per affermare la propria autonomia, in un contesto sociale e familiare che tende a limitare le aspirazioni femminili. La conoscenza rappresenta, per lei, l’unica via per emanciparsi da una condizione di subordinazione imposta dal patriarcato e dalle convenzioni sociali.

L’apprendimento scolastico, che inizia in un ambiente religioso e tradizionale, segna per Salem l’ingresso in un mondo nuovo, capace di aprirle prospettive inedite. La scuola diventa lo spazio della scoperta, ma anche il luogo del conflitto tra i valori trasmessi dalla famiglia e quelli appresi dall’educazione moderna. In questa tensione si delinea il percorso di crescita della protagonista, che impara progressivamente a mettere in discussione l’autorità, la tradizione e le norme di comportamento imposte alle donne.

«Era regola che le insegnanti non sposate andassero a vivere nella “Casa dell’insegnante”. E così anch’io mi trasferii. […] L’edificio era fatto in modo che nessuno potesse vederci dall’esterno: era circondato da un piccolo giardino e poi da un muro di cemento, attraversato da fessure in cui passava a fatica un dito. Da lì si poteva spiare quello che accadeva fuori, senza essere viste. Un po’ come in prigione! […] Alla “Casa dell’insegnante” non c’erano solo ragazze giovani, fresche e piene di speranze. C’era anche un gruppo di insegnanti più anziane, sui trenta, quarant’anni. Presenze inquietanti, poiché segnalavano la fine che avrei potuto fare anch’io. […] Quando mi fermavo a pensare alla loro vita, però, mi veniva una grande angoscia: lontane dal loro paese ormai da anni non avevano avuto possibilità di incontri, il tempo era passato, loro erano invecchiate […]. Ormai conducevano un’esistenza monotona. Tornavano da scuola, cucinavano, mangiavano e poi si riposavano. Passavano i pomeriggi e le serate davanti al televisore a vedere film stupidi, a raccontare barzellette volgari, a giocare a carte» [23].

L’educazione rappresenta dunque il primo passo verso l’autocoscienza. La lettura e il contatto con la letteratura occidentale – in particolare con gli autori dell’esistenzialismo francese – contribuiscono a plasmare la visione del mondo dell’autrice, facendole comprendere la possibilità di costruire un sé autonomo, non definito esclusivamente dai vincoli religiosi o familiari. L’incontro con il pensiero di Jean-Paul Sartre e soprattutto con Simone de Beauvoir costituisce un momento decisivo di svolta intellettuale:

«Allora ho capito che siamo un popolo condannato a non conoscere l’allegria, il divertimento. Siamo un popolo che non ha avuto tempo di divertirsi, abbiamo vissuto una tragedia dopo l’altra, le nostre famiglie sono state divise, siamo vissuti lontani dalle nostre case, abbiamo sempre subito un’oppressione psicologica e fisica che ci ha impedito di imparare a essere felici, di imparare a passare una serata in modo spensierato e semplice. E questo accomuna tutta la popolazione palestinese in esilio: noi non sappiamo più divertirci» [24].

Questa scoperta segna l’inizio di un lungo processo di autoformazione, che porterà Salem a un profondo ripensamento del proprio ruolo di donna e di cittadina palestinese. La cultura, per lei, non è un privilegio individuale, ma una forma di resistenza contro ogni forma di dominio – politico, religioso o patriarcale. Attraverso la conoscenza, la protagonista conquista la consapevolezza della propria dignità e del diritto all’autodeterminazione.

In questo senso, l’opera di Salem può essere letta anche come un romanzo di formazione, in cui la crescita personale si intreccia con la presa di coscienza politica e sociale. La protagonista comprende che la libertà individuale non può essere separata dalla libertà collettiva, e che l’educazione è il fondamento su cui costruire una società più giusta e consapevole. Tale visione emerge chiaramente quando afferma che la scuola non deve essere un luogo di riproduzione delle gerarchie, ma di confronto e di emancipazione.

Il suo impegno come insegnante e attivista femminista conferma questa visione dell’educazione come strumento di liberazione. Trasferitasi in Italia, Salem promuove iniziative interculturali e percorsi di dialogo tra donne di diverse origini, convinta che la conoscenza reciproca rappresenti il primo passo per superare pregiudizi e discriminazioni. L’insegnamento diventa per lei una forma di militanza civile, una via per trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza delle proprie radici e, al tempo stesso, l’apertura verso l’altro.

La riflessione di Salem si sviluppa dunque su un duplice piano: personale e collettivo. Da un lato, la cultura è il mezzo attraverso cui la donna può emanciparsi e ricostruire se stessa; dall’altro, è il veicolo per costruire una identità palestinese capace di resistere all’esilio e all’oblio. La formazione intellettuale diventa così anche un atto politico, volto a riaffermare l’esistenza di un popolo negato dalla storia ufficiale.

Attraverso la scrittura, Salem trasforma la propria esperienza educativa in una metafora di rinascita. La conoscenza, intesa come apertura e come esercizio critico, è il filo che le consente di riconciliare le molteplici appartenenze – araba, palestinese, femminile, occidentale – in un’identità plurale e in divenire. L’educazione non è più solo un processo di apprendimento, ma diventa un cammino verso la libertà e la piena realizzazione del sé.

comberatiInterculturalità e dialogo tra mondi diversi

Uno degli aspetti più significativi dell’opera di Salwa Salem è la capacità di costruire un ponte tra culture, ponendo in dialogo l’universo arabo-palestinese e la realtà occidentale, in particolare quella italiana. L’autrice, attraverso la propria esperienza biografica, incarna un percorso di ibridazione identitaria, in cui la pluralità culturale non è percepita come conflitto, bensì come possibilità di arricchimento reciproco e di crescita personale.

La prospettiva di Salem è quella di una donna che vive tra due mondi: da un lato, la Palestina dell’infanzia e dell’esilio, custode della memoria e del dolore collettivo; dall’altro, l’Italia, terra d’accoglienza e di trasformazione. Questa duplice appartenenza genera una tensione identitaria costante, ma al tempo stesso offre all’autrice la capacità di osservare entrambe le culture con sguardo critico e consapevole.

«In breve tempo trovai impiego come traduttrice in ditte di import-export, feci l’interprete nelle fiere e anche la commessa in una pellicceria. […] Mi sentivo a mio agio, ero serena, coltivavo le amicizie. Erano soprattutto amicizie italiane; conoscevo i palestinesi che vivevano a Parma. […] Mi piaceva avere la casa sempre piena di gente, preparare per loro piatti della cucina palestinese, parlare con loro della Palestina. Volevo che i miei figli non dimenticassero mai di essere palestinesi, di essere nati da genitori palestinesi, di avere una terra, di avere radici laggiù dove vivevano i nonni. Volevo che non smettessero mai di interessarsi a tutto quello che riguarda la Palestina, volevo legarli a tutti i costi alle loro origini. […] Volevo che imparassero a considerare la loro diversità, il loro non essere italiani, come una ricchezza» [25].

L’esperienza migratoria diventa, in tal senso, un luogo di mediazione, dove le differenze culturali si confrontano e si ridefiniscono. Salem non vive l’incontro con l’Occidente come un processo di assimilazione, bensì come un dialogo dinamico fondato sulla reciprocità e sul riconoscimento. La lingua italiana, adottata come strumento di espressione letteraria, è parte di questo processo: essa consente all’autrice di comunicare con un pubblico più ampio e, al contempo, di reinterpretare la propria identità alla luce della nuova realtà. La scrittura in una lingua “altra” diventa così un gesto di apertura e di ricomposizione interiore.

In un passaggio particolarmente intenso, lei riflette sul significato del dialogo interculturale, sottolineando come la conoscenza dell’altro sia indispensabile per abbattere stereotipi e pregiudizi:

«Mi sentivo ferita, esclusa, emarginata. Il razzismo vero e proprio per me era una novità, era la prima volta che lo toccavo con mano. […] Questo dei viennesi […] era razzismo vero, sistematico se eri straniero non ti davano la casa e ti trattavano come un verme perché non meritavi altro. […] A lungo, compagni e insegnanti mi guardavano come una marziana. Avevano saputo che ero palestinese e mi chiedevano che cosa fosse una “palestinese”. Io rispondevo “araba”, ma questo chiarimento suscitava sorrisi e ironia: “Dove hai imparato a vestirti civilmente? Come ti senti a camminare con le scarpe?” […] Offesa e innervosita rispondevo in inglese o nel mio tedesco incerto. Cercavo di spiegare che le loro idee erano ridicole […]. Ma loro insistevano. Per loro gli arabi erano sottosviluppati, selvaggi, arretrati. Io, poi, ero una donna. […] Le donne arabe per loro erano quelle figure nere, coperte, scalze, macchie senza personalità e non esseri umani. […] Del resto penso che le loro idee distorte sugli arabi fossero il risultato della propaganda sionista presente in tanti film americani: […] gli ebrei sono andati nel deserto e l’hanno trasformato in un paradiso, hanno portato agli arabi selvaggi la civiltà europea, la civiltà del mondo moderno» [26].

L’autrice si fa portavoce di una concezione etica dell’interculturalità, fondata sul rispetto, sull’ascolto e sulla solidarietà. La sua esperienza personale di esule e insegnante la conduce a credere fermamente nella funzione educativa dell’incontro tra popoli e religioni diverse. L’interculturalità, nel suo pensiero, non è un semplice fatto sociologico, ma un progetto politico e umano, capace di generare una nuova forma di cittadinanza globale fondata sulla convivenza e sulla comprensione reciproca.

Nel contesto della sua attività in Italia, l’autrice promuove il dialogo tra donne appartenenti a culture differenti, ritenendo che la condivisione delle esperienze femminili possa diventare un veicolo privilegiato di comunicazione tra mondi separati. Attraverso laboratori, incontri e conferenze, l’autrice invita le donne arabe e italiane a confrontarsi apertamente, a partire dalle rispettive storie, per costruire insieme nuove forme di solidarietà. Tale impegno nasce dalla convinzione che la liberazione femminile e l’emancipazione interculturale siano due percorsi interdipendenti, poiché la conoscenza dell’altro è anche una via per la conoscenza di sé.

La visione di Salem si inserisce in un più ampio dibattito sulla letteratura della migrazione in Italia, dove la lingua e la scrittura diventano strumenti di negoziazione identitaria. L’autrice dimostra che l’ibridità non è una condizione di perdita, bensì una dimensione creativa, un terreno fertile per la nascita di nuove forme espressive. Nella sua opera, l’identità non è mai statica, ma si configura come un processo in continuo divenire, aperto all’incontro e alla trasformazione.

In questa prospettiva, Con il vento nei capelli assume una valenza simbolica: il vento che attraversa il titolo rappresenta il movimento, la libertà e il cambiamento che accompagnano l’esperienza migratoria. È il vento della memoria e del viaggio, ma anche quello del rinnovamento e della speranza. L’interculturalità, per Salem, non è solo un tema letterario, ma una condizione esistenziale, un modo di abitare il mondo senza rinunciare alla propria identità, ma arricchendola attraverso il contatto con l’altro.

«Ho saputo dopo che veniva dal Sud e capiva che cosa volesse dire essere soli, lontani dalla propria terra, dalla propria famiglia. Conosceva, poteva immaginare i miei sentimenti, la mia sofferenza, la mia solitudine e per questo, offrendomi la sua amicizia, voleva facilitare a tutti i costi la mia esperienza, la stessa che lei aveva dovuto affrontare. Rimasi molto colpita dalla generosità di Rosalba, dalla sua capacità di essere presente in ogni momento, di dare una mano in ogni difficoltà» [27].

L’autrice riconosce di non essersi mai sentita offesa né discriminata in Italia, ritenendo che gli italiani la percepiscano come una “straniera normale”: una figura proveniente da un contesto culturale esterno, ma comunque accettata e integrata all’interno di un Paese che, per la sua posizione geografica e la sua storia, rappresenta da sempre un crocevia del Mediterraneo e un luogo di vivace pluralità culturale.

Le dinamiche di cambiamento culturale che la protagonista attraversa non sono, infatti, prive di complessità. Pur avendo interiorizzato molti aspetti della cultura italiana, lei ammette di non essere riuscita a raggiungere un’autentica omogeneità identitaria. Analizzando se stessa, riconosce la presenza di imperfezioni, paradossi e contraddizioni che affondano le loro radici nella cultura d’origine e testimoniano la difficoltà di conciliare due mondi – quello arabo e quello europeo – all’interno di un’unica identità coerente.

Nel dialogo con la figlia, la narratrice esplicita questa consapevolezza, riconoscendo apertamente la propria natura complessa e contraddittoria. Attraverso esempi concreti, rivela come il suo modo di pensare e di comportarsi sia il risultato di un intreccio di valori e sensibilità appartenenti a due universi culturali diversi, spesso in conflitto tra loro. Tale riflessione diventa una confessione di vulnerabilità, ma anche un segno di maturità e di autocoscienza: lei comprende che la sua identità non è mai definitiva, bensì il frutto di un processo in continuo divenire, dove convivono memoria, trasformazione e ibridazione.

«Ora Ruba è ben salda nelle sue idee, libera ed emancipata e io le sembro spesso arretrata, chiusa ed limitata. Forse ha ragione, mi accorgo di essere piena di contraddizioni. Sono cresciuta in una società in cui le donne sono private dalla loro libertà e, anche se mi sono ribellata a questa cultura, a questa educazione, mi rendo conto di esserne stata influenzata. Mi sono ritrovata figlia di due culture. Un piede di qua, un piede di là. In teoria capisco tutti i diritti di mia figlia, il suo desiderio di vivere la sua sessualità e la sua vita affettiva, ma poi non riesco a permetterglielo. Abbiamo litigato spesso, non riesco a non intervenire, ma nello stesso tempo capisco di non averne il diritto, capisco che lei deve vivere la propria vita, deve crescere attraverso le proprie esperienze» [28].

 6Caratteristiche narrative dell’opera

Dal punto di vista strutturale e stilistico, Con il vento nei capelli si configura come un testo di confine, a metà strada tra autobiografia, testimonianza storica e narrazione letteraria. Tale ibridazione rappresenta uno degli aspetti più innovativi dell’opera, poiché consente a Salwa Salem di fondere la dimensione intima del ricordo con la memoria collettiva del popolo palestinese, e di trasformare l’esperienza individuale in un atto di resistenza culturale.

L’intero racconto è attraversato da una duplice tensione narrativa: da un lato, la fedeltà al vissuto personale; dall’altro, la necessità di dare voce a una comunità senza patria. Questa duplicità si riflette nella scelta di un linguaggio limpido, diretto, talvolta vicino all’oralità, che conserva la freschezza del racconto spontaneo pur assumendo una precisa funzione letteraria. La voce narrante, infatti, non si limita a testimoniare, ma interpreta e ricompone la memoria, conferendole un significato universale.

L’uso dell’italiano, lingua d’adozione, non è mai puramente strumentale: diventa parte integrante della costruzione identitaria dell’autrice. Scrivere nella lingua dell’altro significa appropriarsene per trasformarla in uno spazio condiviso, dove la memoria palestinese può finalmente esprimersi senza mediazioni. In questo modo, Salem partecipa pienamente al progetto culturale della letteratura migrante italofona, contribuendo a ridefinire i confini della lingua e della narrazione nazionale.

Analizzando il linguaggio adoperato nel romanzo, si nota innanzitutto l’uso di uno stile sobrio, limpido e scorrevole, che favorisce la chiarezza espositiva e la fruibilità del testo. Tuttavia, uno degli elementi più distintivi della scrittura di Salwa Salem è l’inserzione di termini arabi all’interno della prosa italiana, scelta che conferisce all’opera una dimensione plurilinguistica e un marcato colore locale.

L’uso di questi forestierismi arabi svolge una duplice funzione: da un lato, introduce un effetto di autenticità e di esotismo controllato, evocando l’ambiente culturale e geografico della Palestina araba; dall’altro, rappresenta un marcatore identitario che preserva e riafferma le radici linguistiche e culturali dell’autrice. Il bilinguismo testuale diventa così una strategia narrativa attraverso cui Salem ricostruisce simbolicamente il legame con la propria terra d’origine, trasformando la lingua in un luogo di incontro tra culture.

Dal punto di vista formale, i termini arabi vengono traslitterati in caratteri latini con l’uso di segni diacritici e accenti, riportati in corsivo e sempre accompagnati, alla prima occorrenza, da una traduzione o spiegazione – di solito inserita in nota a piè di pagina. Nelle occorrenze successive, gli stessi vocaboli vengono mantenuti in corsivo senza ulteriori chiarimenti, a testimonianza della progressiva familiarità del lettore con il lessico.

Tra i numerosi esempi presenti nel romanzo, si possono citare:
zagharìt (p. 9, 89), tabla (p. 10), wadi (p. 11), mukhtàr (p. 19), nakba (p. 20), intifada (p. 21, 42, 150, 152, 153), lihàf (p. 25), zèit, zatar, zeitùn, gibna, khubz, maqluba, mulukhìa, bàmia, kufta, dawàli, muskhkhan (nomi di cibi e pietanze, p. 25), qawmiyìn al-‘arab (p. 30), kàfira (p. 38), ala hall shàriha (p. 40, 61, 63), mandìl (p. 40), suq (p. 42).

Salwa Salem realizza così una scrittura che si colloca tra due mondi – l’arabo e l’italiano – e che proprio in questo dialogo linguistico trova la propria autenticità e originalità espressiva. Lo stile è ibrido, a metà tra oralità e scrittura letteraria. L’origine orale si percepisce nella sintassi semplice, nei ritmi discorsivi e nella forte presenza di memoria e digressione. Il linguaggio è diretto e realistico, ma anche emotivo e poetico nei momenti di riflessione sulla patria, sull’identità e sulla libertà. Le espressioni arabe come “ala hall shariha” (con i capelli sciolti) o mandil (velo) conservano la specificità culturale e rafforzano il tono identitario del racconto. La scrittura per Salwa Salem è atto di resistenza e ricostruzione identitaria, un mezzo per trasmettere memoria, liberarsi dal dolore e rivendicare la propria voce di donna araba palestinese. Come dice la curatrice, è “una narrazione-testimonianza filtrata”: nasce da un’urgenza espressiva da una coscienza politica e morale.

Il titolo Con il vento nei capelli è metaforico e rappresenta libertà, ribellione e femminilità emancipata, in contrasto con la tradizione che la condanna. Il vento diventa il simbolo del movimento, della migrazione, ma anche della vita che continua nonostante la perdita. L’opera si configura come una biografia esistenziale e collettiva, dove l’esperienza personale di Salwa Salem diventa un documento storico e umano sulla condizione palestinese e femminile, è un testo di frontiera, un ibrido tra romanzo, autobiografia e saggio sociale, che unisce oralità e letterarietà, memoria e militanza, dolore e speranza

52Una scrittura come testimonianza e liberazione

L’autrice alterna descrizione, riflessione e dialogo interiore, creando una narrazione fluida e autentica. Per l’autrice la scrittura è una sorta di liberazione, uno strumento di resistenza, memoria e autoaffermazione che le permette di lasciare una traccia della sua vita e del suo popolo. È un atto terapeutico di tradizione e trasmissione culturale, rivolto ai figli e ai lettori italiani. Nel romanzo Con il vento nei capelli, la scrittura nasce dal bisogno di ricordare e lasciare una traccia. Salem scrive per trasmettere la memoria palestinese, per raccontare al mondo la Nakba, l’esilio, le ingiustizie subite dal suo popolo. Il suo è un atto di testimonianza storica, che si oppone all’oblio. Attraverso la parola scritta, Salwa Salem ricompone il frammento di una patria perduta, restituendole voce, nomi, volti e memoria, scrivere significa per lei impedire che la Palestina scompaia dal racconto del mondo. La scrittura consente all’autrice di ricostruire un’identità spezzata dall’esilio, tra Palestina e Italia, tra arabo e italiano, cercando la narratrice un equilibrio tra le sue due radici. Scrivere in italiano, ma della Palestina, significa abitare due mondi: è un gesto interculturale e identitario. Attraverso la lingua italiana, Salwa Salem si riappropria della propria storia e la traduce per l’altro (il lettore occidentale), senza perderne l’autenticità.

In sintesi per la l’autrice la scrittura è:

  • Atto di memoria → conserva la storia di una donna e di un popolo cancellati.
  • Atto politico → denuncia la violenza coloniale e patriarcale.
  • Atto di emancipazione → conquista della parola femminile in una società che la nega.
  • Atto terapeutico → cura, liberazione e rielaborazione del dolore.
  • Atto interculturale → ponte tra la cultura araba e quella italiana, tra Oriente e Occidente.

La lingua diventa uno spazio di dialogo tra culture, non di assimilazione e oltre alla dimensione intima, la scrittura di Salwa Salem ha un valore politico e morale perché denuncia la colonizzazione israeliana, la condizione delle donne arabe, e il razzismo europeo e trasforma il vissuto individuale in una narrazione collettiva del popolo palestinese e delle donne migranti. Nella narrativa di Salwa Salem, la scrittura è voce, memoria, resistenza e ponte. È il luogo in cui la donna palestinese malata, esule e madre ritrova la forza di raccontarsi, di riconquistare la propria dignità e di trasmettere un messaggio universale di libertà. 

cover2Conclusioni

Alla luce dell’analisi condotta, l’opera Con il vento nei capelli di Salwa Salem si configura come un testo di straordinaria complessità e profondità, capace di coniugare la dimensione autobiografica con quella storica, politica e culturale. Essa rappresenta un punto d’incontro tra memoria individuale e memoria collettiva, in cui la vicenda personale dell’autrice si intreccia con la storia del popolo palestinese, dando origine a una narrazione che assume il valore di testimonianza e di resistenza.

In questa prospettiva, la scrittura di Salwa Salem si pone come un atto di affermazione identitaria e, al contempo, come un gesto politico. Attraverso il racconto di sé, l’autrice rielabora la propria esperienza di esilio e di marginalità, restituendo voce a una soggettività femminile spesso silenziata sia nel contesto arabo patriarcale sia nella rappresentazione occidentale dell’alterità. La parola autobiografica si trasforma così in uno strumento di emancipazione e di riscatto, capace di ridefinire i confini del sé e di aprire nuovi spazi di riflessione interculturale.

Con il vento nei capelli si inserisce pienamente nella produzione della letteratura migrante italofona, non solo per la sua dimensione linguistica e autobiografica, ma soprattutto per la funzione mediatrice che svolge tra Oriente e Occidente, tra radici e nuove appartenenze. Inoltre, come evidenzia Graziella Parati [29], la scrittura migrante consente di “parlare indietro” alla cultura di arrivo, ribaltando il rapporto tradizionale tra centro e periferia. Salem, attraverso la sua narrazione, non si limita a descrivere l’esperienza della diaspora palestinese, ma propone una contro-narrazione che restituisce dignità storica e umana a un popolo spesso frainteso o marginalizzato. La sua voce si fa quindi veicolo di una memoria resistente, in grado di superare i confini geografici e ideologici per farsi messaggio universale di libertà e giustizia.

Particolarmente significativa risulta anche la dimensione femminile del testo. La protagonista, attraverso il proprio percorso di formazione e di consapevolezza, incarna un modello di emancipazione che si oppone alle imposizioni patriarcali e religiose, rivendicando il diritto all’autodeterminazione e alla piena soggettività.

Il libro Con il vento nei capelli si presenta come un testo esemplare della narrativa migrante in lingua italiana, capace di fondere impegno civile, memoria storica e introspezione psicologica. L’opera di Salwa Salem dimostra anche come la scrittura possa divenire non solo luogo di resistenza e di costruzione identitaria, ma anche spazio di incontro e di dialogo tra culture, lingue e tradizioni differenti. Si può dunque affermare che la narrativa di Salwa Salem, attraverso la sua forza testimoniale e la sua valenza interculturale, contribuisca in maniera significativa alla ridefinizione del canone letterario italofono contemporaneo, restituendo alla letteratura la sua dimensione più autentica di strumento di conoscenza, libertà e umanità condivisa.

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] Pap KHOUMA, Io venditore di elefanti. Una vita per forza fra Dakar, Garzanti, 1990.
[2] Nassera CHOHRA, Volevo diventare bianca, Giunti editore, 1994.
[3] Salah METHNANI, Immigrato, Theoria, 1990.
[4] Salwa SALEM, Con il vento nei capelli. Una palestinese racconta, Milano, Giunti Editore, 2014: 167-168
[5] Ivi: 168-169.
[6] Maria Antonietta Saracino, “In casa d’altri”, in Altri lati del mondo, Roma, sensibili alle foglie, 1994: 86.
[7] Salwa SALEM, Con il vento nei capelli. Una palestinese racconta, Milano, Giunti Editore, 2014:11-12.
[8] Ivi 17-18.
[9] Ivi: 28-29.
[10] Ivi: 103-104.
[11] Ivi: 61-62.
[12] Ivi: 40.
[13] Ivi:55-57
[14] Ivi: 33-34.
[15] Ivi:51-52
[16] Ivi: 82.
[17] Ivi: 24-25.
[18] Ivi:111.
[19] Ivi: 68-69.
[20] Ivi: 25.
[21] Ivi: 135-138
[22] Ivi: 62-63.
[23] Ivi: 71-75.
[24] Per un ulteriore approfondimento del tema veda Cristina Stefanile- Patrizia Meringolo “Strategie di acculturazione e processi di adattamento” in immigrazione, acculturazione, modalità di contatto, Ruper Brown, Dora Capozza, Orazio Licciardello (a cura di) Milano, Franco Angeli 2007: 168-191.
[25] Salwa SALEM, Con il vento nei capelli. Una palestinese racconta, Milano, Giunti Editore, 2014: 142-143.
[26] Ivi: 96-98.
[27] Ivi:123-124.
[28] Ivi:124-125.
[29] Graziella Parati è una studiosa italiana, professoressa di italian studies e di French and francophone studies al Dartmouth college (USA) è una delle figure più importanti nel campo degli studi sulla letteratura della migrazione in Italia e sulla cultura italiana contemporanea. 
Riferimenti bibliografici 
CHOHRA Nassera, Volevo diventare bianca, Alessandra Atti Di Sarro (a cura di), Roma, E/O, 1993.
COMBERIATI, Daniele, Scrivere nella lingua dell’altro. La letteratura degli immigrati in Italia (1989-2007), Bruxelles Bern Berlin Frankfurt, M. New York Oxford Wien, Peter Lang, 2010.
CURTI, Lidia, La voce dell’altra. Scritture ibride tra femminismo e postcoloniale, Roma, Meltemi, 2006.
D’AFFLITTO Isabella Camera, Cento anni di cultura palestinese, Roma, Carocci, 2007.
DAHMASH Wasim, Letteratura palestinese: antologia, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2005.
FRACASSA, Ugo, Patria e lettere. Per una critica della letteratura postcoloniale e migrante in Italia, Roma, Perrone, 2013.
GLISSANT Édouard, Poetica del diverso, Roma, Meltemi, 1998.
GNISCI Armando, La letteratura italiana della migrazione, Roma, Lilith, 1998.
GNISCI, Armando (a cura di), Nuovo planetario italiano. Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa, Troina (En), Città Aperta Edizioni, 2006.
KHOUMA Pap, Io, venditore di elefanti. Una vita per forza tra Dakar, Parigi e Milano, a cura di Oreste Pivetta, Milano, Garzanti, 1990.
MENGOZZI, Chiara, Narrazioni contese. Vent’anni di scritture italiane della migrazione, Roma, Carocci, 2013.
METHNANI Salah, Immigrato, a cura di Mario Fortunato, Roma, Theoria, 1990.
SALEM Salwa, Con il vento nei capelli. Vita di una donna palestinese, Milano, Giunti Editore, 2014.
SARACINO Maria Antonietta, “In casa d’altri”, in Altri lati del mondo, Roma, Sensibili alle foglie, 1994.
SINOPOLI, Franca, “Poetiche della migrazione nella letteratura italiana contemporanea: il discorso autobiografico”, Studi (e testi) italiani, n.7, Bulzoni Editore, Roma, 2000. 

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Alaa Dabboussi, nato in Tunisia, dottore in lingua, letteratura e civiltà italiana, ha seguito un corso magistrale e ha ottenuto il master nel 2015 presso la Facoltà delle lettere e delle scienze umanistiche de La Manouba. Presso lo stesso Ateneo ha discusso nel 2021 la sua Tesi di dottorato. Insegna letteratura italiana all’Università di Cartagine e la sua ricerca scientifica si focalizza sullo studio della letteratura di frontiera e sugli scambi interculturali dell’area del Mediterraneo.

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