
– Melilli, Stemma scolpito sull’architrave del portale maggiore
della Basilica di San Sebastiano a Melilli (ph. Angelo Zimmitti)
di Angelo Zimmitti
Arroccata sui Monti Iblei, in provincia di Siracusa, Melilli, una cittadina di circa settemila abitanti, custodisce un passato prospero e operoso, inciso non solo nella memoria popolare ma anche nella pietra. Sul portale maggiore della sua imponente Basilica di San Sebastiano, uno stemma inusuale sfugge alle logiche araldiche, narrando la storia di un borgo la cui identità fu plasmata dal miele e dallo zucchero.
Osservando lo stemma, si possono distinguere da sinistra verso destra: tre arnie tradizionali siciliane, chiamate localmente vasceddi, nove api e tre fusti di canna da zucchero (Saccharum officinarum L.), pianta appartenente alla famiglia delle Poacee. In passato, le tre figure poste sulla parte destra furono identificate come “pannelli” [1]. Tuttavia, un’attenta analisi delle loro forme rivela caratteristiche tipiche del fusto (culmo) della canna da zucchero. Sono ben visibili i nodi, ovvero i punti di inserzione delle foglie, e gli internodi, i segmenti tra due nodi successivi.
Nella parte apicale dei fusti si distinguono le foglie lanceolate, mentre la parte basale, come avviene tipicamente nelle piante adulte, ne è priva per un lungo tratto al di sopra del terreno. Alla base dei fusti, inoltre, si nota un taglio, segno della raccolta delle piante destinate alla produzione di zucchero. Questi dettagli rafforzano l’ipotesi che le figure rappresentino proprio la canna da zucchero, localmente detta cannamela, un elemento cruciale per comprendere la storia economica di Melilli.
La presenza di arnie e api sulla facciata del più importante edificio religioso di Melilli, dedicato al Santo patrono della città, è, secondo la tradizione popolare, strettamente connessa alla sua ricostruzione nel XVIII secolo. L’opera si rese necessaria dopo il catastrofico terremoto del gennaio 1693 che sconvolse la Sicilia orientale, causando il crollo della chiesa precedente. In quell’occasione, si narra che i milari (apicoltori) di Melilli abbiano messo a disposizione bestie da soma e carri per il trasporto dei materiali essenziali per la costruzione della facciata del nuovo tempio, ultimata nel 1762 [2].
Le tre canne da zucchero presenti nello stemma suggeriscono che un aiuto simile nella ricostruzione fu offerto anche dai cannamilari (coltivatori di canna da zucchero). Questa ipotesi trova un riscontro nella vicina Avola, un altro importante centro di produzione saccarifera devastato dal sisma del 1693, dove i locali coltivatori contribuirono alla rinascita della città donando alla nuova chiesa di Sant’Antonio Abate una grande pala d’altare con l’immagine del Santo [3].
La questione dell’antica Ibla e il miele ibleo
Nella Sicilia orientale, anticamente esistevano almeno tre città di probabile origine sicula denominate Hybla (Ibla), tante ne enumera Stefano Bizantino vissuto nel VI secolo d.C. Sebbene il loro numero e la loro esatta ubicazione rimangano oggetto di discussione tra gli storici, diversi studiosi concordano nel ritenere che una di esse, la Maggiore, si trovasse alle falde dell’Etna, un’altra a nord-nord-ovest di Siracusa, e la più meridionale presso l’attuale Ragusa [4].
L’odierna Melilli sorge a circa cinque chilometri dalle vestigia di Megara Iblea, una città costiera fondata intorno al 728 a.C. da coloni greci, i quali, secondo il racconto di Tucidide, ottennero la concessione del territorio da Iblone, il sovrano siculo di una delle Ible. In virtù della posizione elevata di Melilli rispetto all’antica colonia greca e della presenza di numerose necropoli preistoriche nella zona, sul finire dell’Ottocento, l’archeologo Paolo Orsi ipotizzò che l’Ibla di Iblone si trovasse «se non proprio sul luogo dell’attuale Melilli, certo nella plaga ad esso circostante» [5].
Tuttavia, nel 1968, l’archeologo Luigi Bernabò Brea avanzò una teoria alternativa, suggerendo di identificare Ibla con Pantalica, un vasto centro indigeno dell’entroterra siracusano, fiorente tra il XIII secolo a.C. e l’epoca della colonizzazione greca. Tale ipotesi, inizialmente, sembrava supportata dalla carenza di reperti archeologici a Melilli risalenti a quel periodo. A distanza di poco tempo, però, gli scavi condotti nella Valle del Marcellino, nei pressi di Melilli, misero in luce vaste necropoli che, oltre a materiali indigeni, restituirono manufatti greci di importazione, a testimonianza di rapporti con l’area egea anteriori alla colonizzazione.
Queste nuove scoperte hanno spinto alcuni studiosi a riconsiderare l’identificazione di Pantalica con l’Ibla di Tucidide, aprendo un nuovo dibattito: la residenza del re Iblone potrebbe essersi trovata «lungo il corso del Marcellino, e in particolare nell’area di Curcuraggi, luogo forte e strategicamente rilevante [...] con un bacino visivo che abbraccia ampiamente la pianura megarese» [6].
La letteratura latina è ricca di riferimenti a Ibla, il cui nome è indissolubilmente legato alla produzione di un miele eccellente. Plinio il Vecchio lo considerava uno tra i migliori del mondo allora conosciuto. La sua bontà, secondo gli antichi, derivava dall’abbondanza di timo (Thymbra capitata (L.) Cav.), pianta aromatica appartenente alla famiglia delle Lamiacee, che prosperava sui colli Iblei (Hyblaei colles), rendendo il suo sapore dolce quanto quello prodotto nella regione dell’Imetto, in Attica.
Virgilio canta le lodi di Ibla in due celebri passi. Nell’Ecloga I, versi 53-55, scrive:
Fortunate senex! Hic inter flumina nota
et fontis sacros frigus captabis opacum;
hinc tibi quae semper, vicino ab limite saepes,
Hyblaeis apibus florem depasta salicti,
saepe levi sommum suadebit inire sussurro.
(Fortunato vecchio! Qui tra i torrenti noti e le fonti sacre godrai la fresca ombra; qui dal vicino confine, come sempre ha fatto, la siepe, che offre alle api iblee per nutrimento il fiore del salice, spesso con lieve stormire ti concilierà il sonno).
Nell’Ecloga VII, verso 37, il poeta riprende il tema:
Nerine Galatea! Thymo mihi dulcior Hyblae.
(O Nereide Galatea, a me più dolce del timo d’Ibla).
Anche Marziale, nei suoi Epigrammi, fa eco a questi elogi. Nel libro XIII, verso 105, si legge:
Cum dederis Siculos mediae de collibus Hyblae,
Crecopios dicas tu licet esse favos.
(Quando regalerai favi siculi, provenienti dai colli mediani dell’Ibla, ti sarà lecito dire che sono attici).
L’antica fama del miele ibleo ha spinto per secoli gli studiosi a cercare il luogo esatto della mellifera Ibla e dei suoi colli, ricchi di quelle piante aromatiche che conferivano al miele la sua decantata soavità.
La connessione storica tra Melilli e il miele d’Ibla
Numerosi storici e topografi del passato indicarono come possibile patria dell’antico miele ibleo la regione collinare prossima alla città di Megara Iblea, il cui territorio ancor oggi abbonda di timo e di altre essenze vegetali particolarmente amate dalle api. Di questa opinione fu il nobile siracusano Claudio Mario Arezzo, che scrisse: «Hybla, da molti autori, è collocata al di sopra della famosa Megara, ora Melilli, come Miele d’Hybla» [7].
Tommaso Fazello, definito dall’archeologo melillese Giulio Emanuele Rizzo il «fondatore della topografia archeologica della Sicilia» [8], scriveva:
«…però io ritornerò a ragionar di Megara, la quale habbiamo detto, che fu una di queste Ible. [...] Questa città fu molto celebrata da Plinio per l’eccellenza del mele ch’ella produce [...]; perché il paese, et i colli che són d’intorno, dove hora è Melilli castel di nome moderno, son molto abbondanti di Timo, e di Salci, de’ fior de quali son molto ingorde le pecchie. Laonde nessun debbe dubitare, che questi siano i monti Iblei, tanto celebrati dagli antichi per la dolcezza del mele, massimamente per questa ragione, che il mele che si fa quivi, e ne’ luoghi circonvicini, è più in prezzo che nessun’altro, che si faccia in Sicilia» [9].
Dello stesso parere fu il Mongitore: «[...] Quell’abbondanza ed esquisitezza di Mele, che fu celebrata in Ibla ne’ secoli antichi, tuttavia dura ne’ nostri tempi in Melilli, ove fu l’antica Ibla» [10]. Sostenendo tale teoria, Vincenzo Natale, nel suo scritto, cita Strabone, che attesta la fama del miele d’Ibla anche dopo la scomparsa di Megara, confermando che «la contrada megarese era quella del miele ibleo» [11]. Anche Nicolò Palmeri espresse una simile congettura, ritenendo che Melilli potesse trarre il nome dal miele (Mele d’Ibla), data la rinomanza dei Monti Iblei per il timo e il miele [12].
Al di là delle ipotesi storiografiche, il legame tra Melilli e il miele d’Ibla da secoli è ben impresso nella memoria popolare. I Melillesi, infatti, considerano ab antiquo la loro cittadina un avanzo della rinomata Ibla mellifera, come ricordava il sindaco Amenta nel lontano 1842 [13]. A tal proposito, nel 1718 Mons. Renda riferiva che, nel frontespizio delle loro opere, gli scrittori locali preferivano firmarsi come “Iblense” piuttosto che “Melillense”, a testimonianza di questa profonda identificazione storica e culturale [14].
La tradizione che collega Melilli all’antica Ibla e al suo miele è immortalata anche nello stemma del Comune. Una delle prime versioni, risalente almeno al 1810 [15], mostra un’aquila coronata con due scudi ovali. Nello scudo di sinistra sono raffigurati un sole raggiante, delle api, alcune arnie tradizionali e della vegetazione. L’insieme delle figure che compongono lo stemma è circondato dalla scritta: «Maegara ortum Hiblae leo martem alveare Melilli dat» (Megara, leone di Ibla, dà a Melilli la nascita, la potenza, la prosperità) [16].
Nelle successive rappresentazioni dello stemma, succedutesi negli ultimi due secoli, le arnie sono state sostituite con altri elementi iconici. Al loro posto, attualmente, si notano una barca a vela e alcuni ruderi. Tuttavia, un elemento rimane costante in tutte le versioni: la presenza delle api, un richiamo inequivocabile all’antica e decantata tradizione mellifera che lega Melilli alla sua presunta e illustre antenata, l’Ibla del miele.
Il miele di Melilli
Secondo lo storico locale Michele Rizzo, la produzione del miele ha giocato un ruolo fondamentale per la continuità storica di Melilli. Benché il primo documento che attesti la presenza di un centro abitato di tale nome risalga al XII secolo, l’autore ritiene plausibile opinare che, dopo la distruzione di Megara Iblea ad opera dei Romani, nel 214 a. C., sulle alture circostanti «continuasse la sua esistenza una comunità di agricoltori, resi famosi dalla loro peculiare attività di produttori di miele» [17].
Nei secoli scorsi, fu proprio la rinomanza del miele a spingere diversi studiosi e viaggiatori a visitare Melilli, per documentare l’antica tradizione mellifera dei colli Iblei. Nel 1697, il naturalista palermitano Paolo Silvio Boccone pubblicò un saggio intitolato Intorno alle Api de’ Monti Hyblei, e di altre Provincie. In questo lavoro, basato su testimonianze orali raccolte da «paesani della terra di Mililli», l’autore descrive come nel territorio ibleo si producesse «quella gran copia di miele, e della medesima perfezione, che lo raccoglievano gli antichi». Boccone notò inoltre come la tipologia di miele variasse a seconda delle stagioni e delle fioriture: in primavera si otteneva il miele di arancio, in estate quello di timo e in autunno un miele dal sapore e odore di nepitella. Le sue osservazioni sottolineano l’eccellenza del prodotto, affermando che il paese «…abbonda di piante odorifere, e di piante cretiche [...] quindi è, che il miele dei Monti Hyblei riesce più perfetto, che altro miele dell’Italia» [18].
La seconda metà del secolo in cui scriveva il Boccone fu caratterizzata da tragici eventi che sconvolsero l’intera comunità melillese: il saccheggio del 1676, ad opera delle truppe francesi, e il disastroso terremoto del 1693, che rase al suolo la cittadina insieme a molti altri centri della Sicilia orientale. In merito a tale evento sismico, Domenico Guglielmini, nella sua opera La Catana distrutta (1695), descrive Melilli con queste parole: «… esso miravasi disciolto tutto sul piano, con la morte di più abitanti». Facendo riferimento alla produzione mellifera e saccarifera, aggiunge: «Bellissimo luogo che se era l’officina del miele e dello zucchero – che secondo parlano le istorie chiamasi Ibla – questa volta restonne cotanto amareggiato che più dir non si può» [19].
Nei decenni successivi al disastro, l’attività apistica dovette di certo rappresentare un elemento di notevole importanza per la ripresa economica della cittadina in fase di ricostruzione, arrivando ad alimentare persino accese contese per la collocazione di alveari. Nella seconda metà del XVIII secolo, infatti, i “mielai” Melillesi si scissero in due fazioni opposte: l’una fedele ai Moncada, principi di Paternò e baroni di Melilli, l’altra schierata con il barone del feudo di Priolo, Giuseppe Gargallo. La disputa, sorta tra i dipendenti delle due nobili casate, fu esaminata in modo approfondito persino dal viceré Fogliani, a testimonianza dei grossi interessi che ruotavano attorno a questa fiorente attività [20].
Verso la fine del Settecento, Dominique Vivant Denon, segretario dell’ambasciata di Francia a Napoli, visitò la Sicilia e assaggiò il miele di Melilli. Pur trovandolo inferiore a quello di Malta e non migliore di quello di Narbona, ammirò la meticolosa cura con cui i Melillesi gestivano gli alveari. Egli scrisse: «Hanno, tuttavia, molta cura delle api, le portano in montagna d’estate, le scendono in pianura d’inverno, le separano in primavera, invece di aspettare, come si fa da noi, che si separino spontaneamente» [21]. Nel 1805, l’abate Francesco Ferrara, che qualche tempo prima aveva soggiornato «in un luogo ai piedi dei Monti Iblei» per uno studio sul miele, rispose a queste affermazioni, obiettando che Denon avesse probabilmente assaggiato del miele di scarsa qualità, «solito vendersi nelle botteghe», o che fosse stato influenzato dalle rovine di Ibla, credendo che la qualità del miele fosse decaduta insieme all’antica città [22].
Il naturalista Giovanni Battista Brocchi, giunto a Melilli nella prima metà dell’800, mosso anch’egli dalla «brama di visitare i colli Iblei», confermò invece gli antichi pregi del miele locale: «… il miele assaggiato a Melilli [...] rivendicò l’antica sua reputazione. Quando si trae fresco dai favi è di colore biondo, liquido e stemperato come sciroppo, odoroso e dolcissimo senza che sia bruciante al palato». A Melilli, Brocchi documentò le pratiche apistiche allora in uso e descrisse dettagliatamente le arnie tradizionali, costruite con fusti di ferula (Ferula communis L.) «come in alcuni paesi usavasi al tempo di Plinio». All’epoca ciascun alveare, in un’annata favorevole, poteva produrre dagli otto ai dieci rotoli di miele, ovvero dai sei agli otto chilogrammi all’incirca. L’Autore si soffermò anche sulla flora apistica locale, catalogando diverse specie per confrontarle con quelle del massiccio montuoso dell’Imetto, in Grecia, un’altra regione celebre fin dall’antichità per la soavità del miele [23].
Qualche decennio più tardi, nel 1875, il miele del «rinomato territorio di Melilli» ottenne un importante riconoscimento al primo concorso agrario regionale per la Sicilia, tenutosi a Palermo. In tale occasione, il miele del Barone Sciacca della Scala si aggiudicò la medaglia d’argento, mentre il Barone Francesco Santangelo e il signor David ricevettero la medaglia di rame, a conferma dell’antica tradizione di eccellenza [24].
La scomparsa di una tradizione antica
I primi anni del XX secolo segnarono l’inizio del progressivo e inarrestabile declino dell’apicoltura tradizionale melillese, causato principalmente da due fattori. Il primo era la concorrenza estera che faceva abbassare il prezzo del miele siciliano [25], mentre il secondo era legato a una serie di motivi socioeconomici concomitanti, come le ricorrenti crisi agricole, lo sfruttamento della classe contadina da parte dei latifondisti, l’aumento demografico e la conseguente mancanza di lavoro, che portarono a una crescente e diffusa povertà in Sicilia. Quest’ultimo fenomeno, in particolare, spinse molti cittadini a emigrare negli Stati Uniti d’America in cerca di un futuro migliore [26]. Sebbene negli anni ‘20, Melilli, insieme ad altri otto comuni del Val di Noto, potesse vantare ancora la presenza di «persone esclusivamente addette all’apicoltura» [27], nei decenni successivi, la figura del milaru divenne sempre più rara nel borgo ibleo.
All’epoca, l’apicoltura era ancora praticata con metodi ancestrali, rimasti immutati per secoli. Le arnie, spesso a decine o centinaia, erano accatastate in grotte naturali o scavate in luoghi difficilmente raggiungibili, non di rado a ridosso di dirupi, a testimonianza della durezza e della fatica intrinseche a questo mestiere.
Fu alla fine degli anni Sessanta che l’apicoltura professionale parve svanire completamente dal piccolo centro ibleo. Questo avvenne dopo la morte di Salvatore Di Mauro, considerato l’ultimo “mielaio” di Melilli [28], un evento che segnò la fine di secoli di storia, tradizioni ed esperienze umane. Da circa un ventennio intanto, lungo la piana megarese, si erano insediati alcuni grandi stabilimenti dell’industria petrolchimica. Questi complessi industriali attirarono centinaia di lavoratori dalle campagne e dai paesi limitrofi, spingendo molti Melillesi ad abbandonare i mestieri tradizionali ereditati dai loro antenati, nella speranza di migliori prospettive lavorative.
Nonostante la scomparsa di questa tradizione, ne rimangono immutati i riferimenti letterari che celebrano la dolcezza del miele e l’amenità del territorio ricco di piante aromatiche. Nel romanzo I Viceré, Federico De Roberto descrive un personaggio che, per sfuggire alla malaria, cercava rifugio proprio sui colli Iblei: «Giovannino [...] veramente nella stagione del pericolo se ne andava a Melilli, sui colli Iblei, dove l’aria era balsamica». Anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel racconto La sirena, omaggia la «Sicilia eterna» attraverso il «gusto del miele di Melilli».
Solo di recente, alcuni apicoltori amatoriali hanno riscoperto quest’arte antica, impegnandosi a ravvivare il ricordo di un passato che è parte integrante dell’identità storica di Melilli, salvaguardando un’eredità altrimenti destinata all’oblio.
La canna da zucchero: un’eredità araba a Melilli
Un capitolo di fondamentale importanza per la storia economica della Sicilia è rappresentato dall’introduzione della coltura della canna da zucchero, una pianta che ha segnato profondamente il tessuto agricolo e sociale di alcune zone dell’isola nei secoli scorsi. La pratica della coltivazione della cannamele e dell’estrazione dello zucchero in Sicilia fu introdotta con molta probabilità dagli Arabi nel IX secolo. Questa specie, originaria delle Indie orientali, si era diffusa attraverso l’Arabia, la Siria, l’Egitto e il Marocco, trovando in alcune zone costiere dell’isola un clima sufficientemente caldo e una notevole disponibilità d’acqua, due fattori essenziali per la sua crescita [29].
La coltura della cannamele, seppure alternando periodi di espansione e contrazione, permise all’isola di diventare un importante centro di produzione e commercio di zucchero, in grado di soddisfare non solo il fabbisogno interno del regno, ma anche di permettere l’esportazione verso mercati esteri. I principali poli siciliani erano concentrati nella campagna di Palermo e nei territori di Avola e Melilli [30].
A Melilli, che nel tardo Medioevo ospitava una forte presenza di Saraceni [31], non si conosce l’esatto periodo di avvio della coltivazione della canna da zucchero. Tuttavia, è certo che, già nella seconda metà del XVI secolo, il territorio era «molto fecondo in produr cannamele» [32]. Nell’area melillese, la coltivazione era diffusa in contrada Midolo, ricadente nel feudo di Bagali, compresa tra le foci dei fiumi Marcellino e Càntara, e nel vicino feudo di S. Cusumano [33]. Le piantagioni e i rispettivi opifici, noti come “trappeti”, contribuivano attivamente all’economia locale, impiegando un elevato numero di operai e commerciando gran parte dello zucchero prodotto con Palermo [34].
Il ciclo produttivo dello zucchero era un processo lungo e laborioso. Iniziava a marzo con la preparazione del terreno, seguita dalla piantumazione. Per tutta la primavera e l’estate, gli operai erano impegnati nell’irrigazione, nella zappatura e nella protezione delle piante dagli insetti. Il culmine si raggiungeva a novembre con la raccolta delle canne, che venivano poi trasportate ai trappeti per l’estrazione [35].
Il processo di estrazione, descritto dal Fazello, prevedeva la triturazione delle canne per ricavarne il succo, che veniva poi cotto e purificato in caldaie. La cottura, ripetuta fino a tre volte per ottenere uno zucchero finissimo, trasformava il succo in una sostanza simile al miele, che si raffreddava in vasi di terracotta per poi solidificarsi. La memoria di tale processo è arricchita da un disegno inserito nella Carta Corografica della Sicilia di Giovan Battista Ghisio (1779), recante la didascalia “Macina per il Zuccaro che si fa in Mililli, Aula, ed in diverse altre parti”. Il disegno mostra una macina azionata da un cavallo all’interno di un trappeto, fornendo una chiara immagine delle tecniche dell’epoca [36].
Tuttavia, il fulgido periodo dello zucchero siciliano era destinato a crollare. Il XVIII secolo segnò l’inizio di un declino inesorabile, causato da un fenomeno di portata globale: la concorrenza spietata delle Americhe. Le canne da zucchero, infatti, importate dalla Sicilia nelle isole Canarie, raggiunsero Santo Domingo già nel 1493, al seguito di Cristoforo Colombo, durante la seconda traversata dell’Atlantico. Nel Nuovo Mondo, le piantagioni si diffusero gradualmente in vaste regioni del Centro e del Sud America, fino a raggiungere la Louisiana nel XVIII secolo. Le ampie coltivazioni americane prosperarono grazie a un clima ideale e ad una manodopera a bassissimo costo, quella degli schiavi; il basso prezzo del loro prodotto ebbe un impatto devastante sul commercio siciliano. Anche le gravi imposizioni fiscali del governo siciliano sull’importazione di zuccheri esteri non furono sufficienti a contrastare la tendenza. Gli zuccherifici isolani, che avevano prosperato per secoli, cominciarono a languire [37].
Nella prima metà del XVIII secolo, Melilli era una delle ultime roccaforti della cannamele in Sicilia [38] e lo rimase almeno fino al 1761 [39], ma la fine era ormai prossima. La conferma della scomparsa della produzione saccarifera melillese si deve a Dominique Vivant Denon che nel 1778, attraversando le campagne del Midolo e di S. Cusumano, ormai ridotte a fetide paludi, scrisse: «Forse era stata la fama del suo miele e la sua abbondanza a dare il nome di Melilli a questa città, oppure le piantagioni di mielate canne da zucchero che vi si coltivavano e non si coltivano più» [40].
Così, la coltura che per secoli aveva delineato e plasmato i tratti del paesaggio costiero melillese, offrendo prosperità economica e occupazione, si ridusse a un mero ricordo storico, superata dalla globalizzazione ante litteram che vedeva il Nuovo Mondo emergere come moderno e incontrastato attore sul palcoscenico del commercio saccarifero internazionale.

Ipotetica ricostruzione del paesaggio melillese nel XVI secolo. In primo piano una piantagione di cannamele nell’ex feudo di S. Cusumano
Conclusioni
L’analisi dello stemma scolpito sul portale della Basilica di S. Sebastiano di Melilli e la rilettura critica delle fonti storiche e letterarie rivelano la duplice anima di questo borgo siciliano, segnata dalla produzione del miele e dello zucchero. Se l’identificazione di Melilli con l’antica Ibla sicula rimane oggetto di dibattito, il legame che unisce l’antica reputazione del miele ibleo alla tradizione apistica melillese è evidente, corroborato dalle testimonianze di storici e naturalisti dei secoli scorsi. La cultura del miele, ricevuta in eredità dalla Megara di Sicilia, potrebbe aver rappresentato un elemento cruciale per l’origine di Melilli e del suo stesso toponimo.
Il percorso delle due produzioni è stato caratterizzato dallo stesso epilogo avvenuto in due momenti storici diversi. L’industria saccarifera è stata spazzata via dalla concorrenza schiacciante delle Americhe nella seconda metà del Settecento. La produzione del miele è tramontata nel corso del XX secolo, superata soprattutto dal mancato ricambio generazionale degli apicoltori avvenuto alla fine degli anni Sessanta. La sua eredità, rimasta impressa nella memoria popolare e nelle opere letterarie, solo di recente sta mostrando segnali di una timida rinascita, salvaguardata dagli sforzi di appassionati di apicoltura locali.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Presumibilmente un errore di trascrizione, è probabile che l’autore volesse indicare dei “pennelli”, attrezzi realizzati con crini di cavallo che, nell’apicoltura tradizionale siciliana, servivano ad allontanare le api dai favi durante la manipolazione (vd. S. Burgaretta, Api e miele in Sicilia, Museo etnoantropologico della Valle del Belice, Gibellina, 1982: 114).
[2] G. Salluzzo, A. Sanfilippo (a cura di), Apicoltura per amore: Sebastiano Pulvirenti, una vita per le api. Storia e tecniche dell’apicoltura tradizionale in Sicilia con le arnie di ferula, Edizioni Montaonda, Vicopisano (PI), 2025: 122.
[3] I. Amodei di Filpo, Avola, Avolesi nel mondo, X, n. 1, 2009: 6.
[4] Vd. C. Ciccia, Il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte, Pellegrini editore, Cosenza,1998: 9.
[5] P. Orsi, La necropoli sicula di Melilli, Bullettino di Peletnologia Italiana, XVII,1891: 54.
[6] M. A. Vaggioli, Valle del Marcellino, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, 21, 2012: 474.
[7] C. M. Arezzo, De situ insulae Siciliae, Palermo 1537, in Carusi G.B., Biblioteca storica, Palermo 1723: 19.
[8] M. Rizzo M., Melilli, storia di un paese senza storia, Arnaldo Lombardi Editore, Palermo, 1990: 12.
[9] T. Fazello, Le due deche dell’historia di Sicilia tradotte dal latino in lingua toscana da Remigio Fiorentino, Venezia, 1574: 114.
[10] A. Mongitore, Della Sicilia ricercata nelle cose più memorabili, Tomo Primo, Palermo, 1742-1743, ristampa anastatica, A. Forni Editore, Sala Bolognese, 1977: 308-310.
[11] V. Natale, Sulla storia antica della Sicilia, per i tipi di Francesco del Vecchio, Napoli, 1843: 229.
[12] N. Palmeri, Somma della storia della Sicilia, editore Giuseppe Meli, Palermo,1856: 7-8. Alcuni autori, tuttavia, fanno risalire il toponimo “Melilli” al periodo della dominazione araba, associandolo al nome della tribù berbera Malilah, e ai toponimi africani Malilah e Malili (cfr. P. Magnano, Melilli. La chiesa, la piazza, il loggiato di S. Sebastiano, Morrone Editore, Siracusa, 2006: 43-46).
[13] Cfr. M. Rizzo, 1990: 246.
[14] G. Renda, V. Annino, Breviario della vita e virtù del servo di Dio Frat’Alfio da Melilli, eremita di Noto, Arti Grafiche Marchese, Siracusa, 1981: 14.
[15] A. Mollica, Sullo stemma della città di Melilli, Comune di Melilli, Tipografia Idea Stampa, Sortino,1999: 9-10.
[16] R. Barbattini, Le api nell’araldica civica italiana, Apitalia, 5, 2008: 38.
[17] M. Rizzo, 1990: 35-36.
[18] Vd. P. S. Boccone, Museo di Fisica e di Esperienze Variato e Decorato di Osservazioni Naturali, Note Medicinali e ragionamenti secondo i Principij de’ Moderni, Giovanni Battista Zuccato, Venezia, 1697: 157-158.
[19] Cfr. S. Crescimanno, Saggi e memorie di un medico di campagna, a cura di S. Nicosia, Volume 3, Comune di Melilli, Morrone Editore, Siracusa, 2006: 155.
[20] A. Uccello, La civiltà del legno in Sicilia, Cavallotto Editore, Catania, 1992: 110; Vd. anche S. Burgaretta, 1982: 21.
[21] M. Rizzo, 1990: 209.
[22] F. Ferrara, Memorie sopra il lago di Naftia nella Sicilia meridionale, sopra l’ambra siciliana, sopra il mele ibleo e la città d’Ibla Megara, sopra Nasso e Callipoli, dalla Reale Stamperia, Palermo, 1805: 186.
[23] G.B. Brocchi, De’ Colli Iblei in Sicilia, Biblioteca italiana o sia Giornale di Letteratura, Scienze ed Arti compilato da vari letterati, tomo XXVI, anno VII, Milano, 1822: 55-73.
[24] G. Cusmano, Relazione della commissione giudicatrice, Annali del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, divisione agricoltura, n. 96, Concorsi Agrari Regionali, n. 6, serie 1, anno 1875, Concorso di Palermo, Roma, 1878: 54.
[25] S. Burgaretta, 1982: 24; La scarsa competitività dell’apicoltura siciliana era dovuta alla mancata modernizzazione del settore, che non si adeguava ai nuovi e più redditizi criteri razionali di produzione (vd. L. Birelli, L’apicoltura nella provincia di Siracusa, L’Apicoltore, anno quarantottesimo, serie quinta, 1914: 106-107).
[26] P. Magnano, Melilli, alla scoperta del territorio, Arnaldo Lombardi Editore, Palermo, 2000: 113-114.
[27] E. Picone, La provincia di Siracusa sotto l’aspetto economico, editore Crescenzio Galatola, Catania,1925:159.
[28] Vd. G. Salluzzo, A. Sanfilippo, 2025: 32. . L’attività di apicoltura di Salvatore Di Mauro passò in eredità al figlio, Sebastiano, che ne proseguì la gestione in forma amatoriale per circa un decennio prima della cessazione definitiva. A Melilli, tra gli altri apicoltori tradizionali attivi nel Novecento, si ricordano i fratelli Immè e Natale Giuliano (fonte: E. Di Mauro e S. Di Mauro, in verbis).
[29] F. Ferrara, 1805: 186.
[30] F. Gandini, Viaggi in Italia, volume VIII, Luigi De Micheli editore, Cremona, 1832: 82.
[31] M. Rizzo, Contributi alla storia di Melilli, le cannamele, Archivio Storico Siracusano, s. III, V, 1991: 66.
[32] T. Fazello, 1574: 114.
[33] Il feudo di S. Cusumano, comprendente il sito archeologico di Megara Iblea, ricadeva nel territorio melillese fin dal 1567, anno in cui fu sciolta la Contea di Augusta. Tale possedimento rimase annesso a Melilli fino al 1782, successivamente fu aggregato al territorio di Augusta (M. Rizzo, 1991: 78).
[34] Ivi: 77.
[35] Ivi: 75-76.
[36] Idem, 1990: 165.
[37] F. Ferrara, 1805: 187-188.
[38] Cfr. C. Trasselli, Storia dello zucchero siciliano, Sciascia editore, Palermo, 1982: 295.
[39] Vd. A. Leanti, Lo stato presente della Sicilia, tomo primo, Francesco Valenza impressore, Palermo, 1761: 189.
[40] Cfr. M. Rizzo, 1991: 84.
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Angelo Zimmitti, laureato in Scienze Naturali, insegna matematica e scienze nella scuola secondaria di primo grado. La sua ricerca si focalizza principalmente sugli aspetti naturalistici della Sicilia sud-orientale, argomento su cui ha pubblicato alcuni lavori di carattere scientifico e divulgativo, come autore e coautore.
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