di Franca Bellucci
Il versante di una inquietudine avvertita: sensazione divenuta, come verifico, ricorrente, devo tollerarla nella quotidianità. Non la risolvo, ma ne ho afferrato il motivo: accadono giochi gravi, esibiti eppure indecifrabili, che dai luoghi ristretti del potere si sono espansi. Fin qui, quanto ho decifrato. È però sfumato il prosieguo: potrebbe venirne un senso di maggiore intesa tra i privati cittadini; o, al contrario, aumentare la disarmonia. Viene, per altro, da schivarsi: nel privato cittadino, e tanto più nei miei personali limiti, il “fare” rischia di essere disgiunto dal “dire”. Pure, vale enumerare situazioni in cui la sensazione cresce di frequenza: se non per denuncia, almeno per non ridursi alla retorica. Rilevare opposizioni nei fatti e paradossi nella retorica: è già questo una via. Personalmente, di fronte a tali analisi, ho preso a confrontarmi con un piccolo, ma attento, gruppo locale di attenzione sull’attualità.
È stato con questa piega che ho seguito le trasmissioni il 4 luglio 2026: era una data rilevante nella storia, per gli USA, a 250 anni di distanza dall’indipendenza, ottenuta nel 1776, rispetto all’Impero Britannico: si sancì, cioè, il bilaterale riconoscimento, una firma solenne, da ricordare presso le rispettive nazioni. Trattati, diplomi, documenti di civiltà storica che, modificando la convivenza oltre le ostilità, restituiscono integrità ai soggetti dopo la contesa.
Riconsideravo la data sotto tale aspetto: ma altro era il servizio cui assistevo in TV, la visita, cioè, programmata dal papa Leone XIV all’isola di Lampedusa. Un atto, anche questo, che “sapeva di storia”: tanto più che il dicastero del papa si è avviato di recente, sì che viene attentamente osservato, mentre raccoglie il testimone del predecessore, cui ha intitolato il molo Favaloro. Con lui le letture del mondo si erano moltiplicate: Francesco, il “papa cosmico”, il papa controverso, in un periodo inusitato di neo-nazionalismi, di guerre concentrate sui confini. È stato segno e bersaglio, in un tempo in cui si ridefiniscono dottrine di geopolitica: tra i segni degli squilibri contemporanei, si segnala il fatto che si corregga il senso di “Occidente”. Sulla nuova prospettiva si impegnano gli specialisti di guerra, cooptando nel termine non solo “Ucraina”, ma anche “Israele”, e perfino “Taiwan”.
«Il varco è qui?». Quando i turbamenti mi toccano, realizzo la cadenza di Montale: il mare, luogo e metafora dell’indefinito e dell’angoscia. E il doganiere, come colui che vede e soccorre: pur se vigila. Per chi conquista la salvezza, si profila diverso l’interpretare, in retrospettiva, vuoi con sollievo, vuoi con rammarico, come gli eventi sono diversamente impressi, o nella memoria, o nei documenti.
Così diversa, discutibile, ma di significato pregnante era l’attesa di quella data. Legare insieme la festa statunitense e la discesa di papa Leone non era una stravaganza: tanto più che il papa è cittadino statunitense – una biografia, non negata, che può in prospettiva suggerire varianti, nella costruzione diplomatica – e che Trump, dal suo insediamento, nel gennaio 2025, si vanta costantemente dell’invasività del suo stato, che vuole determinante nella geopolitica, nonché del suo suprematismo razzista: la sua “dottrina”.
Si poteva, anzi, intendere una dialettica esplicita di papa Leone XIV, a distanza, una interlocuzione oppositiva. Per papa Francesco l’isola di Lampedusa, voluta come meta del suo primo viaggio da pontefice, l’8 luglio 2013, ha assunto un ruolo simbolico, dell’interazione accogliente nel mondo, fra genti diverse e di diversa condizione, ma prima di tutto “fratelli”, come egli diceva. Nel messaggio simbolico acquisito, l’isola era denuncia dell’esistenza e della gravità della «globalizzazione dell’indifferenza». Oggi, quella direzione denunciata è diventata piano e vanto, vera “dottrina” che minaccia di conquistare proseliti, tra sfide e scommesse oscure. In effetti la diplomazia è diventata indecifrabile, in un gioco dinamico e oscuro di trame segrete e colpi di scena, minaccioso per tutti, ma che comunque vuole allontanare il piano dei governanti, “i padroni della storia”, da quello dei sudditi – tali vengono configurati i cittadini – che subiscono non solo le azioni della politica, veri colpi di scena, ma anche un linguaggio triviale e oscuro.
Interpretare le migrazioni, come fece il papa Francesco, come segno di gravi problemi degli assetti pubblici, ma da affrontare, oltre che nel lavoro attento della diplomazia, con l’afflato dell’umanità e della responsabilità, a suo tempo per me fu convincente. Il viaggio a Lampedusa avvenne a ridosso di un naufragio che aveva provocato una vera strage di migranti – nel caso provenivano per lo più da Eritrea e Etiopia –: il traffico degli umani era possibile tra molte complicità, tra mercati e economie che testimoniavano, secondo le parole del papa, una vigente “cultura dello scarto”.
Sul piano personale, riconosco che quelle denunce valsero a rendermi più attenta agli squilibri nel mondo, e più informata anche all’inadeguatezza, o almeno della fragilità, dei provvedimenti specifici in uso.
Consapevole, come sono, dei miei limiti per ogni aspetto, osservo intanto come perdurano le confluenze intorno al Mediterraneo – lo spazio che mi è familiare, nelle esperienze, nei contatti sperimentati e nei racconti ascoltati; e anche, per me classicista, fu sfondo dello studio, relativo alle linee narrative, alle matrici artistiche, alle elaborazioni giuridiche, agli adeguamenti linguistici.
L’impegno può del resto allargare via via la consapevolezza. Tuttavia nell’oggi le dottrine diplomatiche esibite erigono nuovi ostacoli. Al tempo di papa Francesco non avevo messo a fuoco l’indifferenza, se non l’ostilità, di cui era fatto segno: i “muri”, non solo simboli contrapposti ai “ponti”, ma reali strutture di impedimento, venivano già eretti, e caricavano la fatica di vivere, in particolare della comunità palestinese. Ci fu infine un evento che mi fece certa di come anche in Italia, in indifferenza verso ogni appello morale, vigessero ostilità e disprezzo verso strati umani, di cui i migranti erano parte e simbolo: fu il naufragio a Cutro, presso la Calabria ionica, di un caicco carico di migranti imbarcati nel Mediterraneo orientale, tra il 25 e il 26 febbraio 2023. Un disastro annunciato e non impedito.
Per me fu l’evento-soglia per risolvere come acquisire voce in pubblico sul tema della pace. Da allora condivido le azioni del gruppo informale che, nel mio paese, si era costituito nella primavera 2022, quando, essendo in corso la guerra della Russia contro l’Ucraina, prese a testimoniare per la pace. È un piccolo gruppo apolitico, ma non privo di esperienze e contatti. Ha il suo simbolo ben visibile, in una piazza molto frequentata: è la tenda, tipo tepee, sulle cui vele è leggibile il programma, una serie di “no” e di “sì”: in sintesi, si auspica la pace attraverso gli strumenti diplomatici, mentre si nega, denunciandolo, “l’affare – guerra”, ovvero gli investimenti in armi. Oggi il gruppo interloquisce con molte aggregazioni: un luogo di testimonianza – documentazione.
Non si può non constatare che la situazione di fatto, a livello di governo mondiale tramite quelle istituzioni che erano state pensate e attivate dopo la fine della Seconda grande guerra, si è inceppata, tra i calcoli e il disprezzo crescenti dei Paesi più potenti. Le esternazioni, in particolare quelle di Trump, non vanno nella direzione di allargare le intese, risolvendo i contrasti. Anzi comportano calcoli di supremazia, contando sull’uso di armi e meccanismi potenti, come su iniziative impreviste, antitetiche a princìpi e regole. Una marcia che, del resto, trova proseliti, sia in alcuni governi, che ne fanno esplicita dottrina, sia suscitando di fatto ulteriori motivi di destabilizzazione in aree dissestate, già oggetto di contesa irrisolta. La invasione di massa che verificatasi a Ceuta e Melilla pochi giorni fa, è ancora attualità, non ha ancora ricostruzioni chiare: e, anche occasione di polemiche, ha esteso la trama delle tensioni. Il governo italiano vi ha colto il pretesto per accentuare la polemica politica contro il governo spagnolo, e per ribadire la sua posizione dura sull’immigrazione irregolare.
Tra i soggetti diplomatici, il Vaticano opera da tempo con continuità per risolvere le tensioni. Il fenomeno “guerra” è stato messo a tema come rischio per l’umanità e per lo stesso ambiente-terra con continuità dal tempo di papa Woytila. I suoi toni profetici, tuttavia, oltre a verificare il risentimento di molti Stati, dopo una prima fase di movimentismo che sembrava in sintonia, non ebbero reale ricezione nella stessa Chiesa. All’epoca del resto qui in Italia, abolita allora la leva di massa e riconvertiti a altro uso gli spazi militarizzati, si vedeva nella guerra un evento progressivamente marginalizzabile. Fu la voce di Gino Strada ad aggiungersi con efficacia sull’argomento: non solo testimoniava che la guerra era un’attività di grande frequenza, ma dimostrava inequivocabilmente che coinvolgeva precipuamente il mondo civile, le strutture e, particolarmente, l’integrità fisica: un monito fondato, umano, del tutto persuasivo.
In questa temperie, dunque, è stato esattamente recepito il monito di papa Francesco contro la guerra, realizzandone la presenza distruttiva, il degrado che provoca per l’umanità e l’ambiente. L’attenzione civile si è accesa, intorno alle guerre, anche sulle produzioni che convergono con questa attività e in modo più complessivo ha confrontato l’etica che si muove intorno alla guerra con le riflessioni del Diritto, dei patti statuali, della Costituzione italiana in particolare. «Volere la pace»: nel tempo gli appelli si sono ripetuti. Eppure sfuma come aspirazione utopica nei capitoli della narrazione storica. O è lo stile del genere storico che trascura l’attesa tra le masse.
Papa Francesco per me è stato convincente su molte sue azioni: ho apprezzato come egli ha messo a fuoco le vicende storiche, da testimone “venuto dall’altra parte del mondo”. Ho apprezzato la sua apertura alle civiltà anche poco note, e prescindendo dalla coincidenza con l’etica cristiana: un impegno che è emerso iconico nel museo etnologico, Anima Mundi, inaugurato nell’autunno 2019 [1].
Papa Leone si propone esplicitamente come continuatore della linea vaticana: il fenomeno “guerra” è considerato infatti come rischio per l’umanità e per lo stesso ambiente-terra. Nella nuova temperie, tuttavia, e nell’originalità dei un percorso tutto da svilupparsi, la sua opera sarà da osservare.
È intanto sulla linea dell’attenzione alle istituzioni umane, che leggo la prima enciclica, Magnifica humanitas, divulgata il 15 maggio 2026, alla scadenza del primo anno dall’investitura [2]. Il quotidiano «Avvenire», il 12 giugno 2026 [3], ha dedicato 9 delle 16 pagine dell’inserto gutenberg alla ricezione dell’enciclica, con interviste a intellettuali del settore umanistico, scientifico, tecnologico, artistico. Si constatava da una parte la pertinenza del testo, nel momento di una così massiccia e impervia innovazione tecnologica, dall’altra l’apprezzamento dell’intrinseco stile comunicativo.
Vorrei potermi anche esprimere su un recente volume, Disarmata e disarmante. La pace è un dono [4], che, a opera dello scrittore Alessandro Banfi, raccoglie gli interventi che il Papa ha fatto nel primo anno, rendendo esplicito, dietro gli atti delle cronache e oltre le impressioni dei singoli testimoni, l’ampiezza e l’organicità del pensiero. Purtroppo, essendo recentissima la pubblicazione, non ho ancora ponderato il testo. Posso però fare alcune riflessioni avendo letto l’Introduzione, integralmente riportata da una rivista on line della Chiesa pugliese [5]. Il titolo del resto evidenzia con chiarezza l’assunto del papa, in contrasto con la galassia dei potenti e di mediatori a vario titolo: a fondamento della missione della Chiesa, il papa pone la pace, sia come valore in sé, sia come costruzione possibile, capace di attivare le collettività, formalizzate e informali. Dall’Introduzione, che, citati alcuni papi predecessori, riserba un posto particolare a papa Francesco, realizzo che, volendo riprendere la missione del predecessore, ora l’obiettivo della pace risulti complesso. «La pace è una responsabilità», «La pace si costruisce», leggo. Dunque il papa non si illude rispetto a automatismi. Ardua appare l’affermazione: «La pace si edifica con la verità». Nel breve testo cui accedo, ecco, la frase resta avulsa da spiegazioni. Come di difficile pratica sono le due proposizioni: che «la pace è disarmante», che «la pace si edifica con la verità».
Da parte mia recepisco il punto di vista di Leone XIV, la pace come bene supremo, da ricercare ricorrendo a ogni risorsa culturale nota, nella misura in cui della pace accolgo il fondamento: non solo come intima aspirazione, ma come istanza costruttiva, da avanzare, oltre che nelle relazioni diplomatiche, e anzi in primo luogo, nelle relazioni sociali, quale che ne sia il raggio e il livello di formalizzazione. È del resto questo anche il senso della interlocuzione pubblica che, come ho già detto, verifico nel gruppo locale con cui, sul tema della pace, ho consuetudine.
E come il punto di vista del papa procede a distanza dalle convenzioni del genere storico. «La pace si edifica con la verità», leggo: cozzano eppure le due parole, l’«edificare», che prevede un tempo lungo, inclusivo di apprendistato, e la «verità», che è un assoluto di ambito morale. Una sfida al pensiero lineare, nella consuetudine della Chiesa alla visione apocalittica e alla sovrapposizione di simboli rispetto alle scansioni visive?
Dovrò confrontarmi con più voci, di più ambiti, prima di decidere come recepire la comunicazione di Leone XIV. Vale che sospenda il giudizio, in attesa di confronti. Un’attesa, per altro, piena di dubbi nel livello pratico, considerando i messaggi di disprezzo per l’esperienza di convivenza, elaborata attraverso organi costituiti dopo la Seconda Grande guerra. Per altro non è il racconto degli storici che, di fronte alle distorsioni geopolitiche e egemoniche, aiuta a comporre. L’aporia risalta in particolare il Medio Oriente, la terra dove l’aggressione si fa consuetudine, e dove l’esercito opera con armi di nuova efficacia.
Torno alle personali difficoltà avvertite, già indicate, senza ulteriori strumenti, se non la conferma di ricercare la dimensione collettiva, di allargare con tenacia i contatti e le proposte, cercando di far lievitare la comprensione: con la consapevolezza che essa è un difficile, ma non impossibile baricentro. Come, l’esempio mi appare calzante, la «gravità permanente» di Franco Battiato: un’arte imprevedibile, che pure l’artista sapeva rendere familiare. Vale ripetersi come non di rado occorra tempo per costruirsi spazi di comprensione reciproca.
Appartengono a piani diversi, la verità e la comprensione. Pure possono reciprocamente intralciarsi, paralizzando la soluzione: anche nel piano diplomatico. Arrivare al racconto condiviso avvia anche la soluzione condivisa, in un tempo che può allungarsi, ricorrendo i riposizionamenti. È stata questa l’esperienza della “Commissione per la Verità e la Riconciliazione” [6] condotta nel Sudafrica del presidente Nelson Mandela, presieduta dal vescovo Tutu, che si inaugurò nel febbraio 1996 e giunse alla pubblicazione del rapporto finale nel 1998.
Nel piccolo orizzonte della mia quotidianità, mi ammonisce ancora la sensazione di spaesamento che provai, quando, solo nel 2024, lessi, di Alberta Bigagli (1928 – 2017), l’intensa poesia Il rosso il nero il bianco, sua opera del 2008. L’autrice, che a suo tempo, operando in ambienti della società riconosciuti “difficili”, era stata maestra della poesia e della parola come bene di ciascun umano, già nel 2008 poneva a tema «i bambini di Gaza (sottintendo: perseguitati) con bombe e veleno», in una poesia-cronaca che si riferiva certo all’operazione di quell’anno, nota come «Piombo fuso»: risultando però già allora la condotta dell’IDF [7] del tutto simile alla conduzione tenuta come risposta all’attacco che Hamas ha compiuto il 7 ottobre 2023. Ne restai confusa: quanto a me, non nel 2008 avevo messo a fuoco il modo di operare dell’IDF, né avevo intessuto relazioni che mi fornissero informazioni e dettagli. Alla mia mente, la visione di Alberta Bigagli è sopraggiunta solo nell’attualità [8]. Pure mi ero curata subito di ampliare le fonti: in particolare cercando di fare il punto sulla prospettiva culturale della parte palestinese, meditando sull’opera di Mahmud Darwish, Con la lingua dell’altro.
Il pamphlet, edito in italiano nel 2023, traduceva un’intervista che nel 1996 Darwish, allora a Amman, aveva rilasciato a Helit Yeshurun, nota poeta israeliana: nell’occasione, l’intervistatrice, parlando con Darwish, mirava a ottenerne l’approvazione, senza avvertire discrepanze nel conversare [9].
Il tema prevalente toccato, inscritto nella dimensione della pietà verso i vinti, evidenzia il senso della perdita che la tradizione trasmette. Darwish asseconda l’interlocutrice: la tradizione, egli dice, in quanto dei vinti ha perso la testimonianza, dà senso di perdita. Per questo, del resto, la storia è dimensione lacunosa.
Solo successivamente ho riflettuto su come il messaggio potesse essere non una concordanza, ma un’ammonizione: il vincitore opprime il vinto, ma è l’umanità che perde un’elaborazione preziosa. L’approfondimento che allora feci non afferrò affatto la dedizione politica piena di Darwish. La curatrice dell’opera nella traduzione, Francesca Gorgoni, informava che l’intellettuale era impegnato accanto a Arafat [10], il politico che principalmente ha dato fama al nome di “Palestina”. Tuttavia di Darwish parlava come di un intellettuale originale, che aveva una posizione a sé, indipendente: egli, sottolineava, «non aderì mai completamente a nessun partito politico» [11].
Allora interpretai che la posizione di Darwish, sul tema “Palestina”, si limitasse a testimoniare un’area di affinità culturali d’ampio raggio: un «pretesto di poesia», la Palestina [12]. Per altro la conversazione essendo in lingua ebraica, come ebrea era l’intervistatrice Helit Yeshurun, ravvisai che la cultura palestinese per l’intellettuale poteva forse essere un vernacolo. Pensavo che il suo riferimento fosse l’arabo: avevo osservato, infatti, che Darwish difendeva l’espressione “mondo arabo” [13].
È un fatto che le narrazioni d’ordine storico a lungo sono state reticenti sulla consapevolezza e sulla cultura dei Palestinesi. In prevalenza come “arabi” venivano studiati gli abitanti antichi della regione, assecondando una narrazione fissatasi al tempo della Prima guerra mondiale, quando specialmente il Regno Unito, nella coalizione degli alleati, aveva fomentato le conflittualità nell’area, e specialmente quella presente fra tradizione turca e tradizione araba [14].
Per un certo tempo fu difficile per me – lungo, del resto, la saggistica che qui in Italia si produceva sull’area – accreditare “la cultura palestinese” e assumere che Darwish ne era il leader: lui che, oltre a offrire la sua testimonianza, indicava il segno del nuovo, collettivo orizzonte. Del resto l’intervista, all’epoca in cui comparve, espressa, come ho detto, in lingua ebraica, fu ascritta al tema della complessiva civiltà creativa, seguendo alla lettera le stesse argomentazioni di Darwish: il suo orizzonte universalistico, civico-letterario, attento, nella circostanza, a individuare prototipi letterari.
Oggi di quella posizione mi rammarico, come di un grave equivoco. Di fronte alla tenace resistenza dei Palestinesi da una parte e al civismo informato di tanti fautori stranieri dall’altra – penso alla Global Sumud Flotilla, l’iniziativa umanitaria messa in atto nel 2025 e, in misura limitata, ripetuta nel 2026 [15], all’intercettazione subita a opera dell’IDF in alto mare, al trattamento restrittivo messo in atto – oggi ben risalta anche per me la coscienza culturale, e in particolare civica, dei Palestinesi.
Le mie osservazioni su Darwish, nel frattempo, si sono nutrite di altri colloqui con le sue opere: in varie contingenze, non tali da farne una ricostruzione filologica. “Colloqui”, appunto, come vige leggendo, tra l’autore lontano e il lettore che, interpretando, e immaginando la voce, attualizza.
Oggi non interpreto più che l’autore abbia mai difeso di volersi allineare alla civiltà araba. Questa, piuttosto, è vista come sfondo culturale consistente: ma l’autore aderisce alla viva collettività palestinese. Spetta a questa decidere in autonomia come modulare la diramazione attuale, come muoversi, come relazionarsi. In definitiva, ecco, nel dialogo con Helit Yeshurun, Darwish osservava la complessiva storia culturale umana: ma era ben distante dalla teoria che la condivisione intellettuale tra le culture presenti si traducesse, secondo la linea predisposta dalla rivista, in comune intesa politica. Se dell’intervistatrice seguiva gli argomenti, era piuttosto per ammonire: il vincitore opprime il vinto, ma l’umanità perde un’elaborazione preziosa.
Né più alimentano equivoci le pubblicazioni in lingua italiana: «… la Storia si farà beffe di entrambi noi. La Storia non ha tempo per gli ebrei e per gli arabi»: così la curatrice di una recente silloge riporta già in introduzione, come affermazione di Darwish [16].
A distanza di tempo, oggi chi traduce Darwish lo definisce “palestinese”, senza equivoci, pur se il suo orizzonte ampio lo porta a colloquiare con tutti, e anche se non esibisce il suo nazionalismo. Di qui quella sensibilità, come abbiamo visto sopra, alla “mancanza”, che prevale sulla percezione: nella consapevolezza di quanto l’umanità perde, ogni volta che un vincitore cancella l’antagonista.
Infine, di fronte a questo intellettuale, più sento il divario di metodo degli storici, che seguono i vincitori e dunque i loro manufatti invasivi, rispetto ai letterati, che nei frammenti dispersi cercano tracce dei mondi perduti. Non è necessario che Darwish faccia della Palestina un tema, per esserne comunque la forza intellettuale. Monica Ruocco, curatrice dell’opera Non scusarti per quello che hai fatto, che, pubblicata da Darwish nel 2004, quattro anni prima della morte, legittimamente è considerata il suo testamento, attesta che una sola volta, «in maniera esplicita» Darwish cita la Palestina. Tuttavia tutto quello che guarda, essa dice, si colloca dalla Palestina. Anzi, per lui, «la Palestina intesa come “terra” e luogo tangibile rimane il cuore del “Mediterraneo”» [17].
Il tema “pace” che coltivo nel gruppo locale, come ho detto, nell’impegno a seguire informazioni che considero credibili e costruttive – tali cioè da proporsi con tempestività negli spiragli che cercano soluzioni, o da dare risonanza in modo inequivocabile alle critiche, verso azioni e parole che contrastano il giusto e l’umano – costruisce o incontra situazioni rilevanti. È un crocicchio per molte direzioni, quindi per prove, di convivenza. Mi sembra che nel breve giro di questa nota sia opportuno che ne ricordi alcune, che mi sembrano “varchi” credibili.
La “presenza” di Mahmud Darwish, umana e poetica, è bene avvertita anche per chi non è palestinese. Infatti vale come testimonianza per il suo Paese, nella ricerca della giurista Francesca Albanese [18], che, per mandato ONU, segue la crisi umanitaria a Gaza. Di recente ha meditato sulle parole – esperienza dedotte dalla civiltà in Palestina, indicandone nove da condividere come buone pratiche per tutti. Nel libro l’autrice include una lunga testimonianza riguardo a Darwish che, nella sezione della Bibliografia, definisce “il più grande poeta palestinese del Novecento”.
Figura patriottica, oltre che uomo convincente, e incitatore, risulta per chi, palestinese e esule, ricorda dal mio paese in Italia, in esilio dunque, i familiari e gli amici. Nella condizione di esuli, come era Mahmoud Darwish, intendono meglio che cosa sia essere palestinese: quale realtà sia quella nazione e quale potrebbe essere in una prospettiva che mutasse. Nell’esperienza dell’esilio, accade uno scatto di presa d’atto, che rende meglio palese che cosa sia essere palestinese: quale realtà di prospettiva essa sia.
Ora quella loro condizione spinge a più forte solidarietà, negli atti di solidarietà verso gli esuli: un apprendimento che, non immediato, passa attraverso esperienze, o fa fiorire, inaspettatamente, nuove intuizioni. Così, mentre osservo come io stessa incontro correzioni e riformulo interpretazioni, mi riaffiora quell’espressione, che papa Leone ha usato: quel “percorso di verità”. Mi sembra ora di afferrarne il senso: accertamenti che si interiorizzano, e diventano veri, anche illuminazioni, magari realizzate nell’attimo in cui una esperienza, pur già sfiorata, diventa acquisizione incontrovertibile. “Verità afferrata”, nel corso di esperienze.
Sono pochi mesi che, in uno spazio in centro città, si è svolto, di fronte a un pubblico attento, un dialogo sul vivere quotidiano (L’arte della fiducia era l’argomento) tra due personaggi noti: padre Bernardo Gianni, abate dell’Abbazia fiorentina di san Miniato a Monte, e Hamdan Al Zeqri, Ministro di culto islamico al carcere di Sollicciano, a Firenze. Al termine Al Zeqri, avendo il compito del congedo, ha recitato la poesia di Mahmud Darwish Pensa agli altri. Essa suona così:
«Non dimenticarti il cibo delle colombe./ Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,/ non dimenticare coloro che chiedono la pace./ Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,/ coloro che mungono le nuvole./ Mentre stai per tornare a casa, casa tua,/ pensa agli altri/ non dimenticare i popoli delle tende./ Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri, coloro che non trovano un posto/ dove dormire./ Mentre liberi te stesso con le metafore,/ pensa agli altri,/ coloro che hanno perso il diritto di esprimersi./ Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso».
Un primo appello, quell’incontro, a parlarsi con franchezza e a rispettarsi. Evidentemente, l’occasione è stata un abbozzo di dialogo tra realtà diverse, che aspirano a capirsi e a collaborare conservando il proprio spessore.
Se ne è subito espressa valutazione nel gruppo per la Pace: di cui fa parte anche la maestra del ragazzo palestinese, da qualche anno studente in una scuola cittadina, beneficiario di un progetto internazionale di cure e assistenza, nonché, appunto, di inserimento scolastico. Dialogando con il suo alunno palestinese, la maestra conosceva da tempo la poesia di Darwish: è indubitabile, che Darwish sia e sia recepito come “palestinese”. E, anche, che una tale qualifica il poeta non possa attribuirsela, invece ascoltando se la sua voce è significativa presso il suo gruppo.
Riprendo il libro su cui nacque l’equivoco che ho narrato, Con la lingua dell’altro: vale non solo per il bilinguismo di una regione: vale piuttosto per l’incontro e lo scambio in generale. Tanto più se diventa programma, cammino collettivo, consapevolezza linguistica e espressiva: è questo l’indizio della condivisione. “Poeta nazionale”, per altro, non è autodefinizione, ma riconoscimento. E difficile riconoscimento è quello che riguarda la convivenza delle comunità nazionali nello spazio che, su iniziativa unilaterale, nel 1948 è stata autoproclamazione, poi ammessa e concessa dagli organi specifici.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] La illustrazione di tale luogo è riferita nel sito: < www.vatican.va>.
[2] In modo appropriato e profondo, il papa misura gli effetti della tecnologia sulla società umana, con competenza e senza preclusioni. Andando oltre la “parrhesìa” – riprendo il termine tecnico con cui si indica l’uso verbale pronto e esplicito – esercitata da papa Francesco, esamina le esperienze sui vari piani, anche quello pratico e quello tecnologico, per vedere in ogni aspetto i nodi della convivenza umana. Specifica è l’attenzione alla chiarezza del registro espositivo. Una annotazione: a Lampedusa il papa ha esercitato anche segni extralinguistici: la ripresa lo ha seguito mentre si arrampicava sugli scogli, e quando lo ha sorpreso una folata, portandogli via lo zucchetto.
[3] https://www.avvenire.it/agora/cultura/per-il-gutenberg-75-e-davvero-magnifica-umanita_109527.
[4] Leone XIV, Disarmata e disarmante. La pace è un dono, curatore Alessandro Banfi, Libreria Editrice vaticana, 2026.
[5] <https://www.portalecce.it/index.php/portal-e/22912-leone-xiv-disarmata-e-disarmante-il-nuovo-libro-sulla-pace-con-un-testo-inedito-del-papa>.
[6] Cfr Nelson Mandela: <https://en.wikipedia.org/wiki/Nelson_Mandela>
[7] IDF, ovvero Israel defense Forces: cioè, l’esercito d’Israele.
[8] A. Bigagli, Il rosso, il nero il bianco, in In confidenza. Poesie inedite e sparse, a cura di Fiorella Falteri, Prato, Balda editore, 2023. La nota, a p. 112, attesta come prima pubblicazione quella sul foglio mensile di Antonio Coppola “I fiori del male”, in aprile – novembre 2008. Per tutto il 2008 fu l’IDF, l’esercito israeliano, a condurre una massiccia campagna militare, indicata con il nome di “Piombo fuso”: prese di mira i centri urbani, in particolare Gaza, e anche i bambini (cfr: https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Gaza_(2007); e https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_piombo_fuso). Allo stesso modo l’IDF opera nell’attualità, nella campagna sviluppata dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023.
[9] Mahmud Darwish, Con la lingua dell’altro, Pesaro, Portatori d’acqua, 2023. Helit Yeshurun, curatrice della rivista «Hadarim» (Stanze), ben conosciuta da Darwish, curava la traduzione in lingua ebraica di poesie del poeta intervistato. Darwish convergeva con l’interlocutrice nel modo di osservare la complessiva storia culturale umana. Nel dialogo vige l’intesa intellettuale: altra prospettiva, rispetto alla situazione politica. La curatrice, Francesca Gorgoni, dà rilievo alla convivenza tra lingua araba e lingua ebraica in Israele. Si consideri il suo saggio sulle traduzioni in ebraico del poeta: 23 – 37. Per la biografia di Darwish: 7 – 21, cita E.W. Said, On Mahmoud Darwish, in «Grand Street» (n. 48) 1994.
[10] Con le autorità di Israele Arafat aveva siglato i patti detti di Oslo (1993 e 1995) in nome della “Palestina”, con l’obiettivo di pacificare il territorio. Quell’accordo di pace si dimostrò fragile, forse falso: infatti l’assassinio di Rabin, primo ministro israeliano, avvenuto nel 1995 a opera di un cittadino israeliano ebreo, non aveva suscitato una generale esecrazione. Dopo tali eventi tuttavia il nome “Palestina” non può più essere ignorato.
[11] Gorgoni, in Darwish, Con la lingua dell’altro, cit.: 15.
[12] «Ogni soggetto vale per la poesia, che mira piuttosto al risultato estetico», afferma Darwish. Al che l’intervistatrice domanda: «Anche la Palestina è un pretesto?» Darwish afferma che vale anche per il tema palestinese, che: «rischierebbe di trasformarsi in un cimitero poetico se rimanesse rinchiuso…». La poesia, mira piuttosto al risultato estetico che al soggetto: ivi: 137-138.
[13] Cfr.:133: «Quando ora si parla del “nuovo Medioriente”, chi lo ha progettato? Chi lo costruisce? Quando Peres parla di Medioriente cosa intende dire? Che non esiste più nessun “mondo arabo”. … Nessuno osa controbattere, ed è questo che mi fa infuriare»
[14] Risale alla Prima guerra mondiale di riferire la contrapposizione fra tradizione turca e tradizione araba, illustrando in particolare il Regno Unito – sponsor del progetto del “focolare ebraico”, confermato poi con la proclamazione, nel 1948, dello Stato d’Israele –, nel patto degli Alleati. La gran parte delle pubblicazioni relative all’area parlavano della “civiltà araba”, dando l’impressione, almeno nel lettore medio quale io ero, che per i Palestinesi l’inserimento nella continuità della civiltà araba prevalesse, rispetto alla coscienza nazionale. Ben diversa è la ricostruzione che oggi ne fa la storiografia informata: cfr Lorenzo Kamel, Palestinesi, arabi ed ebrei, in «Dialoghi Mediterranei», 1 marzo 2024, https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/palestinesi-arabi-ed-ebrei.
[15] Sulla partecipazione di «500 persone a bordo di oltre 40 navi provenienti da più di 44 paesi»: cfr https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_participants_of_the_2025_Global_Sumud_Flotilla. Una minore riedizione è del 2026: <https://globalsumudflotilla.org/about>
[16] Affinché il vento non mi disperda: è l’introduzione di Elisabetta Bartuli al volume: Mahmoud Darwish, Una trilogia palestinese, in UE900, aprile 2026 (anteriori e edizioni in altre collane, pure per Feltrinelli). La cit.: 14-15. Il pieno riconoscimento che Darwish è palestinese e che al suo paese dà il suo contributo si nota anche nel titolo, che è editoriale, della silloge. Una buona testimonianza del largo riconoscimento che oggi è tributato alla Palestina
[17] Cfr Mahmud Darwish, Non scusarti per quel che hai fatto, Crocetti editore, 2026, a cura di Sana Darghmouni e Pina Piccolo: da notare che le traduzioni hanno il testo originale a fronte. È di Monica Ruocco la Premessa: la cit: 7. In modo esplicito, «Palestina» è a p. 179, in Come un misterioso accadimento. Accade mentre il poeta, narrando di essere in casa di Pablo Neruda sulla costa del Pacifico, sobbalza ricordando un altro momento, l’incontro con Ghiannis Ritsos a Atene. È proprio il poeta greco che scioglie il canto alla Palestina, preconizzando di questa terra la vittoria.
[18] Francesca Albanese è relatrice speciale all’ONU sulla situazione dei diritti umani e l’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi. In La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero, un manifesto di resistenza e libertà, Milano, Rizzoli, 2026, Darwish, in quanto caso significativo e documentato, è illustrato alla giurista dal dottor Abdul Hadi, per la categoria di chi si scopre invisibile nel proprio Paese: 225-227. In bibliografia, Darwish si legge a p. 274. Le nove parole-messaggio illustrate nel libro: Sognare, Criticare, Emanciparsi, Resistere, Nutrire, Piangere, Curare, Danzare, Ritornare.
Riferimenti bibliografici
Albanese, Francesca, La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero, un manifesto di resistenza e libertà, Milano, Rizzoli, 2026
Bigagli, Alberta, Il rosso, il nero il bianco, in In confidenza. Poesie inedite e sparse, a cura di Fiorella Falteri, Prato, Balda editore, 2023
Darwish, Mahmud, Con la lingua dell’altro, Pesaro, Portatori d’acqua, 2023
Darwish, Mahmoud, Una trilogia palestinese, in UE900, aprile 2026
Darwish, Mahmoud, Non scusarti per quel che hai fatto, Crocetti editore, 2026, a cura di Sana Darghmouni e Pina Piccolo
Leone XIV, Disarmata e disarmante. La pace è un dono, curatore Alessandro Banfi, Libreria Editrice vaticana, 2026.
Sitografia
Anima Mundi, < www.vatican.va>
Battaglia di Gaza < https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Gaza_(2007)>
GlobalSumudFlotilla <https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_participants_of_the_2025_Global_Sumud_Flotilla>
Global Sumud Flotilla riedizione del 2026: <https://globalsumudflotilla.org/about>
Kamel, Lorenzo, Palestinesi, arabi ed ebrei, in «Dialoghi Mediterranei», 1 marzo 2024, <https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/palestinesi-arabi-ed-ebrei>
Magnifica Umanità, <https://www.avvenire.it/agora/cultura/per-il-gutenberg-75-e-davvero-magnifica-umanita_109527>
Nelson Mandela, <https://en.wikipedia.org/wiki/Nelson_Mandela>
Operazione Piombo fuso < https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_piombo_fuso>.
<https://www.portalecce.it/index.php/portal-e/22912-leone-xiv-disarmata-e-disarmante-il-nuovo-libro-sulla-pace-con-un-testo-inedito-del-papa
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Franca Bellucci, laureata in Lettere e in Storia, è dottore di ricerca in Filologia. Fra le pubblicazioni di ambito storico, si segnalano Donne e ceti fra romanticismo toscano e italiano (Pisa, 2008); La Grecia plurale del Risorgimento (1821 – 1915) (Pisa, 2012), nonché i numerosi articoli editi su riviste specializzate. Ha anche pubblicato raccolte di poesia: Bildungsroman. Professione insegnante (2002); Sodalizi. Axion to astikon. Due opere (2007); Libertà conferma estrema (2011).
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