di Massimo Jevolella
«Da gran tempo noi avevamo deciso, o miei valorosi, di non riconoscere come nostri padroni né i romani né alcun altro all’infuori del nostro unico Dio, perché Egli solo è il vero Signore degli uomini; ed ecco che ora è arrivato il momento di confermare con i fatti quei propositi. […] Finché le nostre mani sono libere e hanno una spada da impugnare, ci rendano un generoso favore; moriamo quando ancora i nostri nemici non ci hanno ridotti in schiavitù, e da esseri liberi diamo un addio alla vita con le mogli e i figli» 1.
La luna era alta e splendente quella notte a Masada, e la voce veemente di Eleazar ben Yair, il capo supremo, seduceva ormai come un canto ipnotico i cuori sfiniti dei combattenti zeloti. Pasqua era appena terminata, e già s’avvicinava l’alba del 2 maggio dell’anno 73 dopo Cristo. Da poche ore la fortezza poteva dirsi perduta: a tarda sera, i legionari di Flavio Silva avevano aperto col fuoco una breccia irrimediabile nelle mura occidentali, e ora aspettavano la luce del giorno per sferrare l’assalto finale contro quell’ultimo pugno di ebrei che da almeno sette anni si ostinavano a sfidare il potere di Roma, e da tre anni – dopo la tragica resa di Gerusalemme e la distruzione del Tempio operata da Tito – si erano ridotti a resistere unicamente nello spettacolare nido d’aquila di Masada, che già occupavano da tempo.
Ma apriamo una parentesi nel racconto… Tre anni! Ed ecco, in quel dato storico indubitabile, annidarsi il germe di un dubbio, di un equivoco che avrebbe generato un autentico mito nei secoli futuri. Fino a diventare, dopo il 1948 – l’anno di fondazione dello Stato di Israele – uno dei simboli e delle certezze più esaltanti per la fede patriottica degli ebrei finalmente tornati nella loro Sion perduta dopo duemila anni di esilio, persecuzioni, segregazioni, calunnie, espulsioni, umiliazioni e massacri. E il mito era facile da inventare. Giuseppe Flavio, infatti, l’unico storico-testimone e narratore dei fatti della Guerra giudaica, aveva descritto molto accuratamente l’assedio e la conquista di Masada da parte dei romani, ma aveva dimenticato di chiarire fino in fondo un “piccolo” particolare: non aveva specificato la durata esatta dell’assedio. Come non cedere, allora, alla tentazione di credere che gli eroici zeloti avessero avuto la forza, quasi sovrumana, di resistere all’assedio addirittura per tre anni? Così, per il neonato Stato ebraico, il mito dei tre anni diventò – per quanto incredibile e discordante con le evidenze storiche – quasi un articolo di fede, e uno dei riferimenti simbolici più amati dalle reclute delle Forze Armate di Difesa di Israele, che proprio sulla spianata sommitale di Masada cominciarono a celebrare ogni anno il rito del giuramento di fedeltà alla patria.
Ma gli studiosi che cosa pensavano di tutto questo? Non avevano obiezioni da fare? Molto significativa, a questo riguardo, fu la posizione adottata da Yigael Yadin, il più importante tra gli storici-archeologi israeliani, e colui che negli anni ‘60 – dopo l’opera pionieristica intrapresa nei primi anni ‘30 dal tedesco Adolf Schulten – diresse la prima grande opera di scavo e di restauro della fortezza di Masada. Ebbene, nel bellissimo libro in cui raccolse tutto il resoconto di quell’epica campagna di ricerca, Yadin inizialmente si limita, su quell’argomento, a queste stringate parole: «Nel 70 d. C. il generale romano Tito conquistò Gerusalemme, saccheggiò la città, distrusse il tempio e cacciò dal paese la maggioranza degli ebrei superstiti. Un solo caposaldo resistette fino al 73 d. C.: la fortezza di Masada». Parole ambigue, che non chiariscono affatto l’equivoco, ma anzi sembrano rafforzarlo. Poi però, nel tentativo impossibile di far quadrare il cerchio mitologico dei tre anni, dovendo approfondire la questione scrive: «All’inizio della ribellione, scoppiata nel 66 d. C., un gruppo di ebrei zeloti riuscì a sopraffare il presidio di Masada e mantenne questa posizione fortificata per tutta la guerra. A questo gruppo si erano aggiunti, dopo la caduta di Gerusalemme, i pochi patrioti superstiti della capitale ebraica […] Dalla base di Masada, per due anni, costoro condussero operazioni di disturbo contro i romani. Nel 72 d. C. Flavio Silva, il governatore romano, decise di annientare questo centro di resistenza, e marciò su Masada con la sua decima legione» 2. Parole che, come ben si vede, sembrano studiate ad arte per lasciare un’ombra sull’equivoco, e per non affossare il mito dei tre anni di resistenza all’assedio.
Dopo gli importanti scavi degli anni 60, gli studi su Masada subirono un rallentamento, e un velo di silenzio continuò a coprire la questione dell’assedio per più di quattro decenni. Fuori da Israele, anche molti esperti di antichità giudaiche si accodarono alla “vulgata” dell’assedio infinito; in Italia, per esempio, una studiosa del calibro di Francesca Calabi, docente di Storia della filosofia tardo-antica all’Università di Pavia, forse un po’ “distrattamente” giunse al punto di scrivere queste righe a dir poco ambigue nella Introduzione alla bella edizione italiana del Contro Apione di Giuseppe Flavio: «La resistenza contro i Romani non cessa con la presa di Gerusalemme, ma con la caduta della fortezza di Masada avvenuta presumibilmente nel 73. Nel racconto di Giuseppe, i combattenti ebrei, arroccatisi con le loro famiglie, tennero testa per otto anni a migliaia di Romani» 3.
Ma recentemente, quasi all’improvviso, una forte ventata di nuovi studi ha fatto crollare in un sol colpo il mitico castello dell’assedio infinito. E il colpo è arrivato non già dall’esterno, ma dall’interno stesso di Israele: dall’Università di Tel Aviv, dove un nuovo grande archeologo, degno erede di Yadin, si mise a capo di una spedizione di scavi che dal 2017 affrontò con mezzi scientifici ultramoderni tutte le questioni rimaste in sospeso dopo le ricerche degli anni 60. Il nome di quello studioso è Guy Stiebel, e il suo verdetto finale sulla cronologia dell’assedio è stato finalmente chiaro, impietoso e per molti aspetti clamoroso: la guarnigione zelota di Masada non resistette all’assedio romano per tre anni, ma per meno di due mesi! 4 Droni dotati di sensori remoti, telerilevamento e modellazione digitale in 3D e altri sistemi di ricerca rivoluzionari hanno aiutato Stiebel e i suoi collaboratori a stabilire, sostanzialmente, che il tempo impiegato dai romani per allestire i loro accampamenti e per costruire la famosa rampa che permise loro di raggiungere la sommità della rocca fu in realtà brevissimo, calcolabile in poche settimane.
Chiudiamo qui però questo argomento, che non solo non toglie nulla, comunque, all’eroismo dei difensori di Masada e al valore della loro epica resistenza, ma oltretutto aggiunge una nota di conferma molto positiva sull’onestà della ricerca accademica praticata in Israele: un Paese in cui, a quanto pare, il furore ideologico e l’amor di patria non riescono ad avere la meglio sulla libera passione scientifica e sull’amore per la verità. E dopo questa notizia, dopo questo doveroso aggiornamento, non sarà inutile tornare al racconto storico e alle sue fonti. Dove la splendida cronaca di Giuseppe Flavio domina pur sempre incontrastata.
Eleazar, dunque, non voleva in nessun modo darla vinta ai romani. E proseguiva inesausto nel suo appello: «Allora, invece dell’esultanza che i nemici sperano di provare impadronendosi di noi, affrettiamoci a lasciar loro lo stupore per la nostra fine e l’ammirazione per il nostro coraggio». Fu l’ultima frase del suo lungo discorso. Perché a quel punto i suoi guerrieri lo interruppero: «E sotto la spinta di un’ansia incontenibile, come invasati, partirono cercando l’uno di precedere l’altro, tanta era la smania che li aveva presi di uccidere le mogli, i figli e se stessi».
Gli zeloti abitavano in minuscoli tuguri, scavati, quasi, all’interno delle doppie mura a casamatta che circondavano la vasta spianata della fortezza, a strapiombo su un baratro alto in alcuni tratti fino a 400 metri. Raggiunsero dunque correndo quelle misere abitazioni, diedero addio ai loro cari abbracciandoli teneramente, quindi li uccisero con le spade senza tremare. Solo due donne e alcuni bambini si salvarono, nascondendosi in un cunicolo che serviva da conduttura dell’acqua.
Consumato il massacro, i guerrieri accumularono i loro averi e ne fecero dei roghi. Salvarono solo una parte delle scorte alimentari, per dimostrare ai romani che non era stata la fame a spingerli al suicidio collettivo. Poi sorteggiarono dieci fra loro, e a quelli, incaricati di completare la strage, porsero coraggiosamente la gola. Tra i dieci sopravvissuti fu estratto a sorte un ultimo eroe, che uccise gli altri nove e trafisse infine se stesso conficcandosi nel corpo la spada fino all’elsa. All’alba, i legionari trovarono sulla spianata solo cumuli di masserizie bruciate, rovine fumanti e 960 cadaveri. E qui si chiude anche il racconto di Giuseppe Flavio, che oggi ci appare fin troppo perfetto e sconvolgente per essere vero al cento per cento. Anch’esso almeno in parte un mito, forse, proprio come la storia dei tre anni di assedio…
Ma quali sono allora le certezze che la scienza storico-archeologica ha stabilito riguardo a Masada?
La rupe di Masada, estremo contrafforte orientale del deserto di Giudea, si erge maestosa e selvaggia a breve distanza dall’arida sponda occidentale del Mar Morto, poco a sud dell’oasi di En Gedi, di fronte alle aspre alture di Moab che oggi delimitano come un’immensa muraglia il territorio giordano. Simile al piedistallo slabbrato e corroso di una ciclopica colonna, culmina in un pianoro che ha la forma di un’irregolare losanga larga circa 300 metri e lunga 600, con la diagonale maggiore allineata pressappoco all’asse sud-nord. Intorno ha una lingua di terra pianeggiante sul lato del Mar Morto, e un semicerchio di bastioni rocciosi su quello della Giudea, che per un tratto la fronteggiano da vicino creando un’orrida gola pietrosa, pronta a mutarsi nell’alveo di un effimero torrente sotto la sferza delle rare e tempestose piogge che cadono durante il periodo invernale. E fu proprio l’esistenza di questo angusto wadi a rendere possibile, negli ultimi decenni del primo secolo a. C., l’insediamento di una guarnigione militare stabile sulla vetta di Masada.
Regnava sulla Giudea, dal 39 a. C., un uomo astuto e avido di potere, il cui nome suonerebbe oggi familiare soltanto agli studiosi delle cose antiche, se un incredibile destino non avesse fatto di lui uno dei personaggi più celebri della storia: Erode il Grande figlio di Antipatro, il sovrano dipinto a fosche tinte dai Vangeli 5. In buona sostanza, Erode era un re fantoccio: doveva infatti il suo titolo all’interessata concessione dei romani, che nel 63 a. C. avevano sottomesso la Giudea, la terra a cui molto tempo dopo, nel 135 d. C., in seguito alla sconfitta della rivolta ebraica di Bar Kokhba, cambieranno persino il nome, ribattezzandola Syria Palaestina. Ma i giudei, forse più che per quel motivo, lo odiavano senza mezzi termini perché la sua stirpe era edomita e non ebraica.
Quando poi Antonio divenne schiavo della passione per Cleopatra, Erode ebbe una ragione in più per temere che il suo regno potesse naufragare: la regina d’Egitto sognava, chissà perché, di essere chiamata anche regina di Giudea, e più di una volta aveva pregato Antonio di accondiscendere a quel suo piccolo capriccio innocente…
Vistosi accerchiato da tanti nemici, Erode pensò naturalmente che gli convenisse disseminare il suo regno di fortezze. E il suo sguardo fu attratto dalla rupe di Masada. Ma come rifornire d’acqua i soldati asserragliati in quel nido d’aquila sospeso come un tappeto volante in mezzo al deserto? Gli ingegneri di Erode osservarono il wadi ed ebbero un’idea. Fecero scavare una serie di cisterne sul fianco occidentale della rupe, collegandole al wadi con un perfetto sistema di canali: quando si formava il torrente delle piogge alluvionali, le cisterne potevano così riempirsi fino a contenere complessivamente 450.000 metri cubi di acqua. Schiavi e bestie da soma, muniti di otri e di anfore, trasportavano quindi l’acqua fino al pianoro ascendendo per l’impervio sentiero che serpeggia sul fianco orientale del massiccio calcareo, e qui la versavano in altre cisterne che la distribuivano nella fortezza grazie a un’altra rete di canali.
Disponendo di acqua a sufficienza e quasi in abbondanza, Erode non volle limitarsi a fare di Masada un’imprendibile base militare; vi costruì anche una reggia, una stupefacente villa pensile su tre terrazze scandite a vari livelli, decorata di mosaici e affreschi, un quartier generale con annessi magazzini per armi e vettovaglie, la sinagoga con il mikvé per le abluzioni rituali e persino le terme dotate di piscine a temperature differenziate. Edifici che oggi, tornati alla luce con gli scavi archeologici iniziati negli anni 60, riempiono di ammirazione incredula il visitatore, al pensiero di quel microcosmo di raffinata civiltà che sembra fiorito come per miracolo tra i monti di Marte o della Luna.
Eppure, l’ammirazione per quelle artistiche bellezze è vinta ben presto da un’altra emozione. Si getta lo sguardo dall’orlo del pianoro, e da ogni lato si scorgono, chiarissimi, i contorni degli otto accampamenti costruiti dai legionari romani nei primi giorni di quel tragico 73 dopo Cristo. A nord-ovest, il grande campo di Flavio Silva, non lontano dalla base della colossale rampa di pietre e terra battuta che i suoi soldati costruirono – a tempo record, stando appunto alla nuova tesi di Guy Stiebel – per dare l’assalto alla fortezza con le loro macchine da guerra. Lo scenario dell’assedio svoltosi quasi duemila anni fa è lì intatto, sotto i nostri occhi (quando lo vidi per la prima volta, nel 1985, quasi sconvolto da quella grandiosa visione esclamai “mamma mia!”, per sentirmi subito rimbeccare da una turista americana che commentò ridendo: “italiano!”), come se i combattenti l’avessero abbandonato da poche settimane. E il racconto di Giuseppe Flavio prende vita nella fantasia, mentre echeggiano nella mente le ultime parole di Eleazar ben Yair: «L’ammirazione per il nostro coraggio…»
La strenua fede di quei 960 ebrei, oggi, è un simbolo sacro per Israele. E quando i soldati dell’Idf gridano nel giuramento: «Mai più Masada cadrà!», in quel “mai più” (le’olàm le-’od in ebraico) si sente anche l’eco di tutte le tragedie vissute dal loro popolo in duemila anni di storia.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] La citazione – come quelle successive dello stesso autore – è presa dall’ottavo capitolo del Libro VII della Guerra giudaica di Giuseppe Flavio. I testi di riferimento e di approfondimento per questo articolo sono:
Libri su Masada e sugli Zeloti in particolare: Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, a cura di Giovanni Vitucci, Milano 1991 (classico fondamentale, in Mondadori Oscar Storia, da Fondazione Valla 1974); Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, a cura di Luigi Moraldi, Milano 2018; Yigael Yadin, Masada. La fortezza di Erode e l’ultima difesa degli Zeloti, Bari 1968 (altro libro fondamentale, opera del grande archeologo israeliano, ricco anche di illustrazioni sugli scavi e sui restauri compiuti negli anni 60 del Novecento); Samuele Rocca, Mai più Masada cadrà. Storia e mito della fortezza di Erode, Roma 2021 (è il testo più aggiornato, che tiene conto anche delle ricerche dirette dopo il 2017 dall’archeologo Guy Stiebel); Martin Hengel, Gli Zeloti, ed. italiana a cura di Giulio Firpo, Brescia 1996.
Libri per una ricerca allargata al periodo storico: Flavio Giuseppe, In difesa degli Ebrei (Contro Apione), a cura di Francesca Calabi, Venezia 1993; Gerhard Prause, Erode il Grande. Il re dei Giudei oltre il velo della diffamazione, Milano 1981; Peter Richardson, Herod, King of the Jews and Friend of the Romans, Edinburgh 1999; Alexander Schick, Il fascino di Qumran, Città del Vaticano 1998; David Flusser, La setta di Qumran. Alla scoperta degli Esseni, Casale Monferrato 1998; Daniel J. Harrigton, Wisdom Texts from Qumran, London 1996.
[2] Y. Yadin, Masada, cit.: 11-12. (Frutto delle ricerche di Schulten era stato il saggio: Masada, die Burg des Herodes und die römischen lager, Hinrichs, Leipzing 1933).
[3] Flavio Giuseppe, In difesa degli Ebrei, cit.: 37.
[4] Guy Stiebel, direttore della spedizione Neustadter a Masada dal 2017, è professore presso il Dipartimento di Archeologia e culture del Vicino Oriente Antico dell’Università di Tel Aviv (Istituto di Archeologia Sonia & Marco Nadler). Nelle sue ricerche sul campo si è avvalso della collaborazione di una équipe di studiosi internazionale: Boaz Lordo (Tel Aviv); Nurit Rozenfeld (Londra-Tel Aviv); Josh Errington (Sydney); Angela Hodson (Canada-Tel Aviv); Heidi Maynard (Plymouth); Rikki Zalut Har-Tuv (Gerusalemme); Yotam Roten (Parigi).
[5] Ma per una valutazione più serena dell’argomento si può leggere il saggio di Gerhard Prause qui citato nella nota 1. Come per il caso di Nerone, la storiografia moderna ha dispiegato molti buoni argomenti per sgonfiare la demonizzazione del personaggio.
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Massimo Jevolella, laureatosi in filosofia nel 1974 con Remo Cantoni con una tesi sull’utopia surrealista, fin dal 1979 si dedica allo studio del pensiero islamico ed ebraico medievale. Negli anni ‘80 collabora con la rivista “Studi cattolici” e con l’Istituto di Storia della Filosofia dell’Università Statale di Milano. Pubblica articoli sulla rivista “Acme” della Facoltà, traduce testi filosofici dall’arabo (come il Libro dei cerchi di Ibn As-Sid al-Batalyawsi, Arché Editore), ed entra in contatto con i professori Giuseppe Sermoneta e Shlomo Pines dell’Università Ebraica di Gerusalemme (dove nel 1985 partecipa a un convegno internazionale su Maimonide, con uno studio sulle fonti arabe della profetologia nella Guida dei perplessi). Inizia lo studio dell’ebraico biblico con il Rabbino capo di Milano Giuseppe Laras. Negli anni ‘90 dirige la collana di libri “Spazio interiore” della Red di Como. Nel 1991 pubblica il libro di saggistica-narrativa I sogni della storia (Mondadori Oscar). Seguono i saggi: Non nominare il nome di Allah invano (Boroli 2004, con postfazione di Franco Cardini); Le radici islamiche dell’Europa (Boroli 2005); Saladino eroe dell’Islàm (Boroli 2006); Rawà, il racconto che disseta l’anima (Red 2008); la traduzione dall’arabo e curatela del Collare della colomba di Ibn Hazm (Apogeo-Feltrinelli-Urra 2010); l’antologia coranica Corano, libro di pace (Apogeo-Feltrinelli-Urra 2013). La traduzione integrale in prosa e curatela del Romanzo della Rosa di J. De Meun e G. De Lorris (Feltrinelli UE 2016). Torna sul tema dell’utopia con uno studio sulla “città ideale” dei filosofi arabi, pubblicato nel 2012 sui “Quaderni di studi Indo-Mediterranei”. Intensa la sua attività di conferenziere, fin dai primi anni ‘80 e in molte città d’Italia, indirizzatasi sempre più sul versante del dialogo interreligioso e interculturale. Per vivere e “mantenersi agli studi” ha esercitato per 40 anni (1975-2015) la professione di giornalista, diventando inviato culturale del “Giornale” di Indro Montanelli, e infine direttore del mensile “Meridiani”. Di recente, ha fatto dono degli oltre 700 volumi della sua biblioteca di cultura islamica ed ebraica alla Biblioteca del Seminario Vescovile di Mazara del Vallo (Fondo Jevolella).
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