di Salvatore Speziale [*]
Le migrazioni sul lungo periodo
Qualsiasi discorso sulle migrazioni, dall’analisi storica sul passato al dibattito politico sull’attualità, suscita immancabilmente l’interesse di una grande percentuale di uditori e di lettori, certamente perché a differenza di altri processi storici, quello migratorio, in maniera diretta o indiretta, tocca in profondità sia la memoria collettiva che quella familiare e individuale. Contesti diversi, pertanto, dal punto spaziale e temporale, sembrano evocare ai medesimi uditori e lettori caratteristiche comuni, paiono avere insite necessità simili, mostrare strategie ricorrenti in un altro altrove, denunciare problemi condivisi tra il passato remoto e il passato prossimo e, di riflesso, tra il presente e il futuro.
Sebbene, come è noto, gli storici debbano sottolineare e ribadire la diversità e la non riproducibilità di ciascun contesto, può essere funzionale a un dibattito più ampio, e aperto ai non addetti ai lavori come le giornate d’incontro di Matabbìa, non chiudere rigidamente le frontiere del tempo e dello spazio dell’analisi. Da qui la scelta, innanzitutto, di avviare un discorso storico di lunga durata, anziché di concentrarsi su un momento delimitato e specifico della migrazione italiana in modo da sottolineare l’importante continuità dei flussi migratori, sia di natura economica che politica, che dalle varie parti d’Italia si diresse verso le coste africane dal periodo risorgimentale fino all’Unità d’Italia e da questa alla Seconda guerra mondiale.
Ovviamente non è minima intenzione di chi scrive tracciare un quadro esaustivo di una tematica così ampia nel ristretto spazio a disposizione. Per questo esiste, del resto, una importante massa di studi prodotta nel corso di decenni da storici di rilievo. Si preferisce, altresì, concentrarsi su alcuni aspetti chiave della migrazione politica dal Meridione d’Italia alla Tunisia via Marsiglia tra due momenti dirimenti. Quello di partenza è dato dalla Campagna d’Italia di Napoleone del 1796, che costituì un momento di rottura degli equilibri mediterranei per una serie di ragioni interlacciate: per via della diffusione di nuovi ideali politici; per la rinnovata minaccia corsara; per la spaccatura tra la penisola, sotto controllo francese, e la Sicilia, sede del governo borbonico e sotto protezione inglese; infine, per l’inizio del fuoriuscitismo risorgimentale. Il punto di arrivo che ci si è imposti è dato dalla Seconda guerra mondiale, poiché incrinò irreparabilmente le relazioni tra l’Italia e la Francia, determinando peggiori condizioni di permanenza e di immigrazione per gli italiani nella Tunisia protettorale in un contesto di crisi del colonialismo che vide i suoi frutti negli anni successivi.
Le fonti archivistiche e bibliografiche
Il sottotitolo della IV edizione della manifestazione, “Scritture migranti italiane nel Mediterraneo”, invitava a porre l’accento sulle varie forme di scrittura. Per gli storici l’adesione agli intenti di Matabbìa si può dunque risolvere con una maggiore attenzione a sorvolare le fonti bibliografiche ma soprattutto archivistiche. Dal punto di vista delle fonti bibliografiche, come è noto, la questione della migrazione politica meridionale in Nordafrica è già stata trattata in diversi e notevoli lavori precedenti spesso all’interno di studi più ampi sulla migrazione generale da Nord a Sud del Mediterraneo. Alcuni di questi studi sono importanti e di ampio respiro ma datati, come quelli di Ersilio Michel, Enrico De Leone e Romain H. Rainero, altri, sono più recenti, come quelli di Leila Adda, Silvia Finzi, Mark Choate, Pietro Di Pietro, Leila El-Houssi e Gabriele Montalbano. Sebbene molti di questi studi si basino su ricerche d’archivio, resta comunque una importante documentazione ancora da sfruttare in profondità per affrontare meglio queste tematiche.
Sparsa in decine di archivi italiani, europei e nordafricani attende altri giovani studiosi per rivelare preziosi tesori. Basti pensare alle corrispondenze consolari dei vari Stati europei, come quella dei consoli del Regno delle Due Sicilie in Tunisi (presso l’Archivio di Stato di Napoli), o dei consoli del Regno d’Italia e del Granducato di Toscana e di Sardegna (presso l’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri di Roma). Ad esse si possono aggiungere, come in questo contributo, i fascicoli riservati del Casellario Politico Centrale dello Stato italiano (Archivio Centrale dello Stato, Roma-EUR) e qualche documento tratto dagli Archives Nationales Tunisiennes. Altro spazio meritano sicuramente le memorie personali edite e inedite e la corrispondenza privata, come quella tra Giuseppe Mazzini e i suoi interlocutori-informatori nel Mediterraneo, Tunisi e Malta, in particolare, cui si farà cenno nelle prossime pagine.
La migrazione politica dal Meridione d’Italia: chi e dove
La prima domanda che merita di essere posta di fronte al problema migratorio risorgimentale riguarda chi fugge. In effetti, “fuggire” è l’imperativo che accomunava tutti i migranti politici noti e meno noti ma fondamentali per il ruolo svolto sia nei fatti cospirativi risorgimentali, sia nell’opposizione ai governi di destra e di sinistra dell’Italia unita, sia nell’opposizione al fascismo. Nel linguaggio dei consolati e dei ministeri ottocenteschi erano distinti in tre categorie: gli esuli volontari, ovvero i sostenitori di idee rivoluzionarie, implicati o meno in fatti compromettenti, che decidevano di espatriare di propria volontà prima di essere accusati, imprigionati e processati; gli espulsi o “eliminati”, cioè coloro che il governo del Regno delle Due Sicilie (e di altri Paesi) non imprigionava ma “eliminava” scientemente dal proprio territorio fornendo loro modesti sussidi mensili in denaro, tramite il console locale, pur di non farli tornare in Patria; infine, i fuggiaschi, ovvero coloro che, destinati alla prigione o alla pena capitale, per via della maggiore pericolosità, riuscivano a fuggire appena saputo dell’ordine di cattura.
La seconda domanda da farsi concerne le mete. Esse erano diverse e dettate dal network politico sotterraneo e dalla drammatica rapidità della fuga. In Europa, la Francia, l’Inghilterra e l’Olanda erano mete particolarmente ambite. Tra esse spiccava la Francia del Sud sia per la sua vicinanza alla penisola, sia per i frequenti collegamenti marittimi ma anche per il sostrato di sostenitori radicali, anarchici, repubblicani ivi presente. Marsiglia, pertanto, tra Ottocento e Novecento, andò a costituire sempre più un cuore nevralgico non solo commerciale ma anche politico internazionale.
Nel resto del Mediterraneo, l’intero Impero ottomano e in particolare le sue reggenze semiautonome di Tripoli, Tunisi e Algeri e l’Egitto, rappresentavano fin dai secoli precedenti, un importante rifugio facilmente raggiungibile per i fuggiaschi per motivi religiosi (conversione volontaria all’islam), per ragioni politiche (cospirazioni e ribellioni), per ragioni legali (diserzione e reati vari), per motivi di vendetta e di riscatto economico-sociale. L’accettazione degli “eliminati” politici, soprattutto con la copertura economica e la protezione consolare, era garantita finché non superava i limiti che il bey o il pascià riteneva sopportabili [1]. Oltre a ciò, va però menzionata l’azione di attrazione operata dalle autorità locali nei confronti di elementi provenienti dalla penisola dotati di professionalità utili allo sviluppo locale che si accrebbe a partire soprattutto dal Congresso di Vienna del 1815 e dal Congresso di Aix-la-Chapelle del 1818 con la fine della guerra di corsa e della schiavitù dei bianchi: diversi studiosi della Tunisia parlano a proposito di société d’appel [2]. Tale attrattività si mantenne per tutto il periodo precoloniale e si arricchì in modi e misure diverse durante il Protettorato per via delle crescenti necessità della colonizzazione e della immigrazione soprattutto dal neonato Stato italiano, da Malta e dalla Francia. Tutto ciò valse chiaramente fino alla crisi dei rapporti tra Francia e Italia durante il fascismo e la rottura della Seconda guerra mondiale [3].
La terza domanda riguarda la direzione di fuga. In primo luogo, va annoverata la via breve, quella verso Sud. Com’è comprensibile, era la via di fuga più battuta per raggiungere le terre dell’Impero ottomano, soprattutto quelle nordafricane. Era quella più breve e diretta che si dipartiva dalle coste dell’Italia meridionale (e dalla Sicilia occidentale in particolare) da Napoli a Palermo a Trapani, Mazara, Marsala, Porto Empedocle e dalle isole minori. Si trattava di una migrazione capillare che, in mille rivoli, organizzati e improvvisati, portava singoli uomini o piccoli gruppi verso le coste africane, verso la Reggenza di Tunisi in primis e poi d’Algeri, di Tripoli e la provincia dell’Egitto. Le marinerie delle coste siciliane e tunisine hanno fatto sempre da tramite per il traffico umano, oltre che di pesce e bestiame. Centinaia di segnalazioni sono presenti nella documentazione archivistiche per le quali si rimanda alle fonti [4].
L’altra via di cui la documentazione riferisce è quella verso Nord. Spesso, gli esuli volontari, i fuggiaschi e gli espulsi meridionali che dovevano andare ancora più a Sud, prendevano la via del Nord, raggiungendo Livorno, Genova e Marsiglia e da lì partivano per raggiungere l’Impero ottomano. Stesso itinerario veniva registrato anche per i tentativi di rientro in Patria durante il periodo in questione. Le ragioni di questa scelta, solo apparentemente incongruente, erano diverse: presi dall’urgenza di scappare dalle forze dell’ordine, il caso, la frequenza dei battelli verso Nord, e verso Marsiglia in particolare, la disponibilità di capitani di imbarcare clandestini, spesso senza passaporto, o che si rifiutavano di mostrare i propri documenti per evitare la delazione, decretava questa decisione.
La città portuale di Marsiglia, in questo contesto, era vista sempre più sia come una meta temporanea o anche definitiva per tutti i fuoriusciti dalla penisola, sia come una “piattaforma di smistamento” di migranti, un ruolo che diventò ancora più fondamentale dopo l’Unificazione italiana, quando i porti di Genova e di Livorno rientrarono nell’ambito dello stesso Regno d’Italia e quindi soggetti ai controlli delle stesse forze di polizia. Ben nota era infatti la rete che gli esuli politici della galassia democratica, repubblicana e anarchica e poi di quella socialista e comunista mantennero sempre attiva per tutto l’Ottocento e il Novecento favorendo una continua ed efficace circolazione di uomini, di corrispondenza, di denaro e di armi tra Londra, Parigi, Marsiglia (Giuseppe Mazzini, Amedeo Melegari etc) e Genova (Giovanni La Cecilia, Jacopo Ruffini etc), Malta (Nicola Fabrizi) e Tunisi (Gaetano Fedriani, Giuseppe Morpurgo, Corrado Politi e altri) come si legge nella corrispondenza di Giuseppe Mazzini stesso [5].
Proprio Mazzini, esule a Marsiglia nel 1831-1832, inviò ai suoi uomini a Tunisi, Malta e altre sedi un articolo del giornale La voce della verità del 17 gennaio 1832 per metterli in guardia del fatto che la rete marsigliese era ormai nota alle forze poliziesche della penisola. Nel testo si legge infatti che: «un’empia associazione si è formata in Marsiglia [… che] si dà il titolo di Giovane Italia […] essa ha per primo scopo quello di […] portare di nuovo in Italia il fuoco della discordia e della rivoluzione: essa ha per secondo quello di pubblicare un giornale, e diffonderlo nella nostra bella Penisola»[6]. Numerose altre sono le considerazioni di Mazzini sulla consistenza e sull’attività della Giovine Italia marsigliese che non possono essere citate qui per ragioni di spazio [7].
Anche Tunisi, proprio per la sua vicinanza alle coste italiane e per il suo collegamento continuo con Malta, Genova e Marsiglia, in questa fase della storia e in quella postunitaria fino al periodo fascista, divenne il corrispettivo di Marsiglia in terra d’Africa: un vero e proprio snodo fondamentale per il fuoriuscitismo italiano di tutte le matrici, e per tutte le destinazioni: sia per il rientro in Europa e in Patria, sia per altre mete africane e ottomane. Era un centro dinamico ed efficiente delle strategie della solidarietà e della clandestinità che fece sì che s’incrociassero uomini appartenenti a circoli politici eterogenei, a sedi consolari diverse, a sedi commerciali in competizione e a logge massoniche differenti [8].
Il ruolo di network di Tunisi venne mantenuto nel tempo soprattutto grazie a varie personalità, tra cui spiccavano due personaggi storici molto eterogenei come Gaetano Fedriani, mazziniano ligure, e Nicolò Converti, anarchico calabrese. Fedriani (1833-1881) [9], iscritto alla Giovine Italia di Genova, fuggì a Marsiglia a seguito dei moti mazziniani del 1833. Giunse a Tunisi nel 1834 e vi rimase tutta la vita diventando segretario del Conte Giuseppe Maria Raffo (1795-1862) e svolgendo importanti mansioni e attività commerciali. Con Giuseppe Morpurgo era a capo dei mazziniani di Tunisia e mantenne rapporti epistolari e diretti con Giuseppe Mazzini a Londra e Nicola Fabrizi a Malta [10]. Anche se dopo il 1854 s’allontanò da Mazzini, restò sempre punto di riferimento per il fuoriuscitismo italiano [11].
Fu dunque grazie a lui che carbonari, democratici, repubblicani, socialisti e anarchici di vari Stati europei, insieme a membri dell’intellighenzia tunisina, musulmana ed ebraica, s’incontravano in cenacoli riservati; fruivano dell’accoglienza dei ricchi commercianti liguri, come gli Gnecco [12]; avvertivano il favore d’uomini di corte, come il Conte Raffo; vivevano in atmosfere vicine alle istituzioni consolari, come quelle piemontesi durante l’ufficio di Geymet [13]. Molti di loro si ritrovavano anche nelle numerose logge massoniche presenti da tempo nella reggenza, come Pompeo Sulema, venerabile della loggia Perseveranza [14].
Dopo l’Unità e fino al fascismo, l’esperienza dell’esilio, il passaggio da Marsiglia, la tradizione dell’accoglienza e l’attivismo politico in terra tunisina, vennero vissute in prima persona dal ben noto Nicolò Converti (1855-1939) di Roseto Capo Spulico nell’attuale provincia di Cosenza [15]. Costretto a fuggire dall’Italia per la sua appartenenza all’Internazionale socialista, si rifugiò dal 1881 al 1885 a Marsiglia [16] dove continuò a pubblicare il Piccone (1878-1885), giornale anarchico e comunista, in cui legava il respiro internazionale alla denuncia dei problemi del Meridione [17]. Rientrato in Italia, venne nuovamente condannato per cospirazione contro la sicurezza dello Stato [18]. Decise di fuggire un’altra volta a Marsiglia proprio perché considerato il centro più attivo dell’anarchismo internazionale e del fuoriuscitismo italiano nel cuore della Francia a forte immigrazione italiana. Nel giugno 1885 salpò da Livorno ma il comandante, insospettitosi nei suoi confronti, lo fece sbarcare a Bastia, in Corsica [19]. Costretto dalla malaria a lasciare la Corsica si recò a Nizza tra fine 1885 e inizio 1886 e giunse finalmente a Marsiglia nel corso di quell’anno. S’inserì tra gli anarchici del luogo partecipando ad azioni divulgative non gradite dalla polizia francese che l’annoverò tra gli anarchici più pericolosi [20].
Sfumata l’opportunità di trasferirsi a Parigi, nel gennaio 1887, insieme all’amico Gaetano Grassi, proseguì il suo itinerario sulla scia degli esuli suoi predecessori verso la Tunisia dove, per necessità coloniali, si poteva esercitare la professione medica pur non avendo conseguito la laurea [21]. Rimase in Tunisia fino alla morte del 1939, lavorando come Médécin toléré [22] presso l’ospedale italiano di Tunisi con l’incarico di medico notturno fino forse al 1932 e prestò la sua opera di medico, spesso gratuita, per le fasce deboli della popolazione.
Per tutta la sua vita, e per questa lunga fase tunisina in particolare, produsse e diresse numerosi giornali anarchici e divenne un punto di riferimento, d’accoglienza e d’incontro di tutti gli oppositori al regno sabaudo prima e al fascismo dopo: si pensi a Paolo Schicchi, Giovanni Dettori, Francesco Cucca, Vincenzo Mazzone, Gaetano Di Bartolo Milana, Antonino Azzaretti, Bernardino Verro, Bruno Buozzi, Giuseppe e Nullo Pasotti, Gigi Damiani, tra i più noti [23].
Percorsi marsigliesi e scritture
Nell’ampio spettro spazio-temporale in questione sono numerosissime le storie di migrazione dal Meridione d’Italia verso l’Impero ottomano. In linea con quanto enunciato, in linea con il focus del convegno, sarà presentata qui una rassegna incompleta ma significativa di percorsi comprendente solo migranti politici, solo meridionali e solo via Marsiglia. Non sarà fatto cenno alcuno, pertanto, alla gran parte degli altri esuli, anche ben più famosi di quelli indicati, come Giuseppe Garibaldi pur essendo passato da Marsiglia per giungere a Tunisi nel 1834 [24].
Sebbene il fuoriuscitismo sia fenomeno antecedente, l’attuale rassegna si dipana a partire dagli inizi di settembre del 1824. In quei giorni, il console napoletano di Tunisi, De Martino, scrisse al Ministero degli Affari Esteri napoletano una preziosa lettera che documenta lo stato degli esuli del momento: «numerosi sono gli arrivi di espatriati da Marsiglia e da Corfù, mentre un numero più ridotto ha preso la via da Tunisi per Livorno, Roma, Genova e Smirne. A conti fatti restano a Tunisi 43 eliminati, spesati dal consolato a 12 ducati al giorno, e che si comportano bene. In maggioranza sono napoletani, pochi i piemontesi e delle altre regioni italiane» [25].
Dei problemi che si riscontrano nella gestione degli espatriati fa cenno un’altra missiva consolare nella quale si denuncia che verso il 25 luglio 1824, erano giunti a Tunisi due ex ufficiali napoletani, Raffaele Basilici e Filippo Pierrar. Provenivano da Marsiglia e si trovavano «in condizioni miserevoli tanto che, essendosi il console de Martino ricusato di soccorrerli, furono aiutati e assistiti pietosamente dai loro compagni di esilio» [26].
Sempre dalla corrispondenza consolare napoletana viene fuori il complicato itinerario del chirurgo Francesco Galasso che era fuggito prima da Napoli a Tunisi e da qui era andato ad Algeri nel 1828. In seguito, si era diretto verso la Corsica da dove aveva raggiunto Tolone e di nuovo Algeri. In un terzo momento, era ripartito per la Corsica, era passato per Tolone, Parigi, Marsiglia e, infine, aveva raggiunto la Spagna [27].
Mazzini, invece, riportò nel 1830 che Giacomo Maldura, napoletano, esule del 1821, murattiano, poi carbonaro, coinvolto nel processo per l’uccisione del direttore di polizia di Napoli, tal Giampietro, era riuscito a fuggire e a combattere in Spagna. Poi era andato in Grecia, da lì si era trasferito a Tunisi e, infine, nel 1830, si era stabilito a Marsiglia [28].
Qualche anno dopo, il console napoletano descrisse nella sua corrispondenza i percorsi di un sacerdote, Giuseppe Piccilli, di Maddaloni, e di un tal Bernardo Caruso di Agnaia, nella Calabria Ulteriore, entrambi esiliati nel 1821. Il primo era stato espulso ed era andato prima a Tunisi e da lì a Roma, poi a Charmont e infine a Marsiglia. Cacciato da Marsiglia per motivi politici, era tornato a Tunisi dopo nove anni e vi era rimasto in attesa della scadenza dei dieci anni di esilio a lui decretati. L’altro era vissuto per dieci anni in Corsica, da lì si era diretto a Marsiglia con il Piccilli che aveva poi seguito a Tunisi [29].
Nel luglio del 1834, il console napoletano di Tunisi scrisse al Ministero degli Affari Esteri dell’arrivo di Nicola Angelo Labanchi, Barone di Maratea, prima esule a Marsiglia: «Gli altri eliminati fanno una requisizione, o colletta, e, inoltre, gli procurano un posto di aggiunto maestro di scuola». Nonostante tutti gli sforzi, insoddisfatto, partì per Algeri, sperando in un’occupazione migliore [30].
Qualche anno dopo si presentò il caso di Giovanni Raffaele (1804-1882), noto uomo politico siciliano del nostro Risorgimento. Era fuggito da Napoli e aveva raggiunto direttamente Tunisi nel 1847 (a bordo di una nave da guerra francese) essendo colpevole di aver scritto il capitolo “La città di Napoli” all’interno della Protesta del popolo delle Due Sicilie di Luigi Settembrini e di aver dato diffusione all’opera (Napoli, 1847). Da Tunisi, però, era partito presto alla volta di Marsiglia dove aveva continuato la sua opera di denuncia. Amico e maestro di Giuseppe Crispi, tornò alla ribalta in un’Italia unita con diversi e importanti ruoli a livello siciliano e nazionale.
La presenza di numerosi siciliani rivoluzionari mazziniani a Tunisi venne denunciata nuovamente dal console di Napoli De Martino nel 1851. Tra essi i peggiori erano, secondo la scrivente, Carmelo Iosia di Palermo «L’uomo il più perverso di quanti della sua classe risiedevano in Tunisi», e “i tre Vollaro” (Giovanni, Francesco e Giuseppe), originari di Palermo e giunti a Tunisi da Malta. L’ex colonnello Giovanni Vollaro però era rimasto prima qualche tempo a Marsiglia, secondo il console «forse per progettare uno sbarco in Sicilia con gli esuli siciliani della città». Il De Martino, preoccupato da queste presenze, giunse ad assoldare una spia: l’ex capitano, Giuseppe Rossi che, tornato dalla Grecia dove non aveva trovato fortuna, faceva il maestro di scienza militare dei figli del Ministro della guerra “senza gran stipendio”. Questi si affiliò alla locale società segreta e mandava continui e dettagliati rapporti al console sugli espatriati, rapporti che il console, a sua volta, inviava al ministero [31].
Lunga e complessa è la storia d’esilio di Angelo Palomba di Montesarchio, rivoluzionario irpino del 1820. Era stato “eliminato” subito dopo i moti e approdato in Tunisia. Poverissimo, sopravviveva solo con il modesto sussidio consolare. Sposatosi con una francese e con molti figli ottenne di ritornare in patria nel 1854, dopo 27 anni di esilio. Il console pagò «per nolo e panatico del vecchio esule e della sua famiglia la somma di piastre tunisine 412 e mezza per Marsiglia». Ospitati sul suolo francese dai congiunti della moglie anch’essi poverissimi, aspettavano l’approvazione del governo borbonico per tornare nel Regno. Il console napoletano in Marsiglia anticipò dunque 40 ducati per farlo proseguire per Napoli dove ritornò vecchio, povero e stanco e con 7 figli a carico [32].
Nel 1853, l’ex colonnello Giovanni Vollaro, di cui si è detto, tornò a Tunisi da Alessandria e poi si diresse a Malta. Il console napoletano, grazie alla sua spia, riferì al proprio ministero che: «egli ha avuto incarico dal Comitato di Malta, in relazione con quello di Londra, di doversi intendere coi Comitati di Genova, Marsiglia, Parigi e Londra circa il già stabilito movimento rivoluzionario che dovrà aver luogo nella Sicilia in gennaio o marzo dell’anno prossimo» [33].
Nei decenni seguenti l’Unità d’Italia, altre ragioni di fuoriuscitismo si crearono e dal Meridione d’Italia un rivolo di oppositori politici o di fuggiaschi per motivi legali (ad esempio, diserzione, fuga dalla leva obbligatoria o banditismo) si mantenne. Il caso del calabrese anarchico Nicolò Converti, al percorso del quale si è già fatto cenno, è certamente il più noto e su di lui esiste già una discreta bibliografia [34]. Di certo, il numero degli espatriati era notevole e crebbe progressivamente durante il fascismo: agli oppositori dichiarati e organizzati, anarchici, socialisti e comunisti, si aggiunsero tanti altri semplicemente non ferventi fascisti e tanti di coloro che erano stati semplicemente sospettati. Le vie della fuga, i luoghi di rifugio, le reti di connessione, le strategie di organizzazione continuarono quindi a funzionare ed evolversi ereditando forze, strategie e modalità dai predecessori. Il lavoro fondato durante il periodo risorgimentale tornò quindi indispensabile nel momento in cui le libertà vennero ristrette al massimo.
Conclusioni
Questo breve e necessariamente incompleto contributo, aveva tre scopi principali. Il primo era quello di evidenziare il ruolo di hub svolto da Marsiglia e da Tunisi per i fuoriusciti politici durante l’Ottocento e il Novecento, nonostante i contesti politici profondamente mutati prima e dopo l’Unità della Penisola. Il secondo era quello di sottolineare l’importanza di alcune figure chiave di esuli, come Giuseppe Mazzini, Gaetano Fedriani e Nicolò Converti che ebbero la funzione di veri e propri catalizzatori delle opposizioni, di affidabili punti di riferimento per le galassie eversive meridionali ed italiane in generale in fasi diverse della storia. Ovviamente il loro compito venne coadiuvato e rafforzato da un numero sempre crescente di oppositori nati rispettivamente in Marsiglia e in Tunisi (si pensi a Gaetano Barresi, oriundo siciliano della Goletta, tra gli altri). Infine, il terzo, era quello di presentare gli itinerari di fuga e di rientro percorsi da alcuni dei tanti fuoriusciti dall’Italia meridionale che non avevano seguito gli itinerari principali e diretti verso Sud ma che invece erano passati da Nord, fermandosi e rimodulando il loro percorso proprio a Marsiglia prima di dirigersi a Tunisi e incrociando, durante questi itinerari gli altri oppositori già presenti (Mazzini e poi i suoi uomini a Marsiglia, così come Fedriani e poi Converti a Tunisi) e fruendo della rete di sostegno, logistica ed economica, che essi offrivano.
Come si è accennato, questa rete si adattava, si trasformava, si arricchiva nel corso del tempo, soprattutto quando i flussi di migranti politici si ingrossavano per via dei cambiamenti politici interni all’Italia fascista e per via della ricerca di vie di fuga sicure e immediate: in Francia, in Tunisia e altrove. Le reti di solidarietà e i percorsi di migrazione vennero ripresi in modo diverso durante il grande esodo di rientro successivo alla Seconda guerra mondiale e durante la fase delle nazionalizzazioni, quando quel gran numero di italiani che si era precedentemente naturalizzato francese si diresse, dunque, verso la Francia a rifondare la propria vita. Questa rete ha lasciato importanti testimonianze scritte negli archivi di tutta Europa e dell’Africa, ha consegnato “scritture migranti” da una parte all’altra del Mediterraneo che narrano delle sofferenze, dei pericoli, delle difficoltà di integrazione ma anche dei risultati e dei successi raggiunti dagli espatriati. Tutte questioni che meritano di essere ancora più approfondite in vista di una storia mediterranea del fuoriuscitismo che ancora è da scrivere e in vista di una giusta e meritoria ricollocazione nella memoria collettiva.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
[*] Testo presentato al Convegno della IV edizione di Matabbia: Da una riva all’altra, da una lingua all’altra, da un immaginario all’altro: Scritture migranti italiane nel Mediterraneo, Marsiglia, 11-13 settembre 2025.
Note
[1] Si vedano, tra gli altri, i lavori di Ersilio Michel, Salvatore Bono, Daniel Panzac, Michel Fontenay.
[2] Si vedano ad esempio gli studi di Joseline Dakhlya, Abdelhamid Hénia e Habib Khazdaghli.
[3] Si leggano in merito i lavori di Romain H. Rainero, Leila Adda, Marinette Pendola, Silvia Finzi, Daniela Melfa, Pietro Di Pietro, Mark Choate, Carmelo Russo, Gabriele Montalbano, Patrizia Manduchi, Nancy De Leo e tanti altri…
[4] Archivio di Stato di Napoli, Ministero degli Affari Esteri (d’ora in avanti ASN.AE.), fascicoli vari; Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri (Roma-Farnesina) (d’ora in avanti ASDMAE), fondi consolari di Tunisi, Tripoli, Algeri.
[5] Mazzini G., Scritti editi ed inediti, Tipografico-Editrice Paolo Galeati, 1908-1910, voll. IV-IX.
[6] Mazzini G., Scritti editi e inediti, Cooperativa Tipografico-Editrice Paolo Galeati, Imola, 1907, vol. II, cap. IX: 127.
[7] Ad esempio: Mazzini G., Politica ed economia, vol. II, Sonzogno, Milano, 1939 (Project Gutemberg 2009) (https://www.gutenberg.org/cache/epub/29325/pg29325-images.html): 106: «Stava in Marsiglia un nucleo di legione straniera assoldata da noi, forte d’800 volontarî, francesi i più. In Marsiglia erano pure, comperati in Francia da noi, cinque o seimila fucili che il governo francese trattenne. Altri 4000 erano giunti in Civitavecchia, ed erano per Roma 4000 soldati. Altri ajuti s’aspettavano dalla Corsica e dalla Svizzera. In sul finire d’aprile, le forze repubblicane dovevano ascendere a 29 o 30 000 uomini».
[8] Si vedano gli studi di Santi Fedele, Emanuela Locci, Angelo Iacovella.
[9] Speziale S., “Uomini ai confini. Esuli tra pensiero e azione, tra una sponda e l’altra del Mediterraneo prima e dopo l’Unità d’Italia”, in Afriche e Orienti, n. 1, 2023: 14-38.
[10] Mazzini G., Scritti editi e inediti, Cooperativa Tipografico-Editrice Paolo Galeati, Imola, vol. XLVII, cap.21: 307.
[11] Adda L., Les Italiens en Tunisie, 1830-1920, Tesi di Dottorato, Université de Tunis, 2004; 2006; Atzeni F., “Italia e Africa del Nord nell’Ottocento”, in RiMe, n. 6, 2011: 785-810; Continiello e Ortu 2010; Corò F., “Lettere inedite di Garibaldi sull’occupazione di Tunisi”, in Africa, vol. 16, n. 4, 1961: 178-180; Costanza S., Sicilia risorgimentale, Comitato Trapanese dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Trapani, 2011: 52-60; Marchitto N., L’Italia in Tunisia, Latium, Roma, 1942: 24, 33; Michel E., Esuli italiani in Tunisia (1815-1861), Centro per gli studi di politica internazionale, Milano, 1941: 95-96, 100-101 e ssg.; Toso F., Tabarchini e tabarchino in Tunisia dopo la diaspora, in Bollettino di Studi Sardi, n. 3, 2010: 43-73; Toso G., Presenza italiana nell’Africa settentrionale durante l’età moderna. Il caso dei liguri in Tunisia (1741-1855), Tesi di Dottorato, Università di Genova, 2023. Archives Nationales de Tunisie, Série Historique (d’ora in avanti ANT.SH.), busta 78, fascicolo 921 “Fedriani”.
[12] Nel palazzo di rue de la Commission Financière dove è affissa la targa in memoria della permanenza di Garibaldi.
[13] ASDMAE, Regio Consolato del Regno di Sardegna in Tunisi, busta 250, Appello anonimo agli italiani, Tunisi, 1848.
[14] Massoni italiani sarebbero presenti dalla fine del XVIII secolo ma soprattutto dagli anni Venti dell’Ottocento all’obbedienza del Grande Oriente di Napoli. Le prime logge all’obbedienza del Grande Oriente Italiano sono: Cartagine e Utica (1862), Fede e Costanza (1862), Attilio Regolo (1862), Concordia e Progresso (1867), Il Risorgimento (1870). Prima del protettorato francese vennero create 13 logge, alcune effimere. Nel XX secolo si fondarono altre logge tra le quali figurano la Veritas, la Fides e la Mazzini. Si veda: Locci E., La massoneria nel Mediterraneo. Tunisia, Egitto e Malta, BastogiLibri, Foggia, 2014: 88-99; Michel E., op. cit.: 370).
[15] Speziale S., “Uomini ai confini…”, cit.
[16] Dal 1881 al 1885 si reca a Marsiglia per via di un’ammonizione di quattro anni decretata dal pretore di Amendolara (Cosenza) perché membro dell’Internazionale. Vi giunge quando i contrasti Italia-Francia sono esasperati dall’instaurazione del protettorato. Cfr. Masi G., “Niccolò Converti, un libertario tra Napoli, Francia e Tunisia (1885-1939). Prima Parte: Una bella pagina di storia”, in ASEI, nn. 16-17, 2020: 159; Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale (d’ora in avanti ACS.CPC.), fascicolo 1460, Prefetto di Cosenza. “Cenno biografico”, Cosenza, 26 luglio 1894.
[17] Giornale collocato tra comunismo e anarchia, contro i socialisti legalitari e i repubblicani (Bettini L., Bibliografia dell’anarchismo, 1872-1971, vol. 1, CP editrice, Firenze, 1972: 37; Masi G., “Niccolò Converti, un libertario…”, cit.: 156.
[18] ACS.CPC., fascicolo 1460, Prefetto di Cosenza. Cosenza, 26 luglio 1894.
[19] Qui contribuì al settimanale In marcia criticando lo sperimentalismo di Giovanni Rossi espresso nel Comune socialista. Cfr. Masi G., “Niccolò Converti, un libertario…”, cit.: 157-158.
[20] Masi G., “Niccolò Converti, un libertario…”, cit.: 158-159.
[21] L’ammissione dei Médecins tolérés è data dall’impossibilità di coprire il territorio con i soli Médecins diplômés ed è sancita da disposizioni transitorie mantenute fino alla Seconda guerra mondiale. ANT.SH. Journal Officiel Tunisien, 16 giugno 1888, Decreto beylicale del 15 giugno 1888; Speziale S. “Una presenza italiana sui generis: medici, farmacisti e levatrici in Tunisia (XVII-XX secolo)”, in Speziale S. (a cura di), Un Mediterraneo di migrazioni. Da Nord a Sud e da Sud a Nord tra passato e presente (XVI-XXI secolo), Collana Mediterranei a confronto, Città del Sole, Reggio Calabria, 2025: 69-106.
[22] ANT.SH. Journal Officiel Tunisien, 16 giugno 1888, Decreto beylicale del 15 giugno 1888.
[23] Masi G., Niccolò Converti: un emigrato politico in Tunisia (1887-1939). Seconda parte, in “ASEI”, n. 18: 70-71.
[24] Giuseppe Garibaldi, fallita un’insurrezione a Genova, nel febbraio 1834, fuggì precipitosamente da Genova a Nizza e a Marsiglia e da lì, cautamente, a Tunisi nel 1836. Col nome di Joseph Pane venne assunto nella flotta del bey Hussein. Trascorsi alcuni mesi a Tunisi aiutato da Fedriani, tornò a Marsiglia e partì per Rio de Janeiro). Oltre alle fonti documentarie si fa riferimento alle opere bibliografiche più specifiche come quella di Ersilio Michel, op. cit.
[25] ASN.AE., Consolato di Tunisi, busta 3800, Lettera del console napoletano del 5 settembre 1824.
[26] ASN.AE., Consolato di Tunisi, busta 3800. Lettera del console napoletano del 27 luglio 1824.
[27] ASN.AE., Espulsi, buste 3823 e 3824.
[28] Mazzini G., Scritti editi e inediti, vol. 5: 230. Colletta P., Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825, S. Bonamici e comp. Losanna, 1847, libro IX: 27 e libro X: 9.
[29] ASN.AE., Consolato di Tunisi: 38 e 39, anno 1833. Lettera del Cav. Giuseppe Raffo, 15 ottobre 1833 e Lettere del console napoletano del 30 luglio e 8 novembre 1833.
[30] ASN.AE., Consolato di Tunisi, busta anno 1834. Lettere del console dell’8 maggio, 11 luglio, 22 agosto, 1834.
[31] ASN.AE., Consolato di Tunisi, busta VIII, fascicolo 17. Lettera del console al Ministro degli Affari Esteri 18 agosto 1851 e seguenti.
[32] ASN.AE., Consolato di Tunisi, busta 3096.
[33] Si annota che esistono altri due Vollaro, Saverio e Felice ma non hanno rapporti di parentela con il Colonnello Giovanni Vollaro di Palermo. ASN.AE., Consolato di Tunisi, busta 3097, Lettera del console del 18 ottobre 1852.
[34] Oltre ai lavori di Giuseppe Masi e di Patrizia Manduchi si annovera anche la tesi di Dottorato di Jihene Rahji: Gli anarchici italiani in Tunisia: Niccolò Converti e la diffusione della stampa operaia, Faculté des Lettres de La Manouba di Tunisi, 2021.
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Salvatore Speziale, professore associato di Storia e istituzioni dell’Africa e del Vicino Oriente presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università di Messina. I suoi campi di interesse sono le “migrazioni” di uomini, merci, saperi e malattie epidemiche tra le due sponde del Mediterraneo dal XVIII al XX secolo. Su questi temi ha pubblicato diverse monografie e un centinaio di saggi in riviste e opere collettanee italiane e straniere. É, inoltre, membro delle più importanti associazioni di studi del settore. Ha recentemente curato la pubblicazione del primo numero della Collana editoriale Un Mediterraneo di migrazioni. Da Nord a Sud e da Sud a Nord tra passato e presente (XVI-XXI secolo).
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