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Marinette Pendola, la voix d’une Tunisie plurielle sous le protectorat

la-rivadi Rawdha Bouguerra [*]

De nombreux chercheurs s’intéressent aujourd’hui aux Italiens de Tunisie durant l’époque coloniale, mais les œuvres de Marinette Pendola me semblent constituer un filon encore plus spécifique et singulier. Elles offrent une représentation fidèle et rare de la vie rurale, à la différence d’autres écrivains comme Cesare Lucio ou Mario Scalesi, qui se concentrent principalement sur la capitale et la vie urbaine. Ces auteurs écrivaient durant la période coloniale, alors que Pendola, elle, donne à voir une époque de transition, ce qui est historiquement très peu représenté dans la littérature italophone consacrée à la Tunisie. Elle parvient ainsi à transmettre, depuis une position non tunisienne, une mémoire précieuse de notre terre.

La Riva Lontana, parue en 2000 en première édition chez Sellerio – la maison d’édition de Camilleri –, est une autobiographie d’une grande richesse, empreinte de sincérité. En tant que lectrice tunisienne, consciente de l’histoire de mon pays et des réalités sociales de cette époque, je m’y reconnais profondément.

Mon grand-père paternel a en effet travaillé aux côtés d’Italiens dans la même époque et dans un contexte agricole similaire, non loin de Tunis, plus précisément à La Soukra. Il était responsable d’une équipe d’ouvriers agricoles: il gérait la distribution des salaires et supervisait le chargement des récoltes – oignons, piments, tomates – destinées à être vendues au marché Sidi Ali El Bahri, situé à Bab El Khadra (Tunis)

Il s’est marié avec ma grand-mère dans leur ferme, ou henchir en arabe, et lors de la circoncision de mes oncles, il les emmenait se faire soigner chez ses employeurs italiens, car l’hôpital le plus proche, situé au centre-ville de Tunis, était difficilement accessible en karrita (carrosse). Ce rapport professionnel, mais surtout humain et solidaire entre Tunisiens et Italiens, se retrouve dans les relations que Pendola décrit entre Boi Salah, Mammia, Tumia, Rebah ou Khelifa Zlassi (d’ailleurs, mon grand-père s’appelait lui aussi Khelifa).

«Alla sinistra della nostra casa, sulla collinetta che delimitava l’orizzonte e nascondeva lo stradone asfaltato, stavano le capanne di Khlifa Zlassi e dei suoi figli. Le casupole di fango secco erano state costruite intorno all’aia. Davano l’impressione di un piccolo borgo con la sua piazzetta. Oltre alle case, c’erano i recinti per le pecore, i pollai e i ripari per gli asini. Stavano tutti lì, i genitori e i figli sposati. Appartenevano alla tribù Zlass e ne erano molto fieri. Non so esattamente chi fossero gli Zlass. Il babbo aveva sentito dire che erano grandi cavalieri. Ma Khlifa possedeva solo asini e non somigliava per niente a un cavaliere. Era piccolo di statura e piuttosto robusto, e vestiva sempre di grigio. Tutto il contrario di un vero cavaliere – così come me lo sono sempre immaginato io –, alto, snello e con un grande mantello bianco.Fu a Khlifa che il babbo si rivolse quando nacqui. La mamma non poteva allattarmi. Aveva subito un intervento al seno qualche mese prima della mia nascita. Il medico si era raccomandato che fossi nutrita con latte di asina che – diceva – è molto simile a quello di donna. Arrivò l’asina di Khlifa con il suo piccolo e fu sistemata nella stalla. Non si trascurò nulla per nutrirla come una vera balia e, in quegli giorni, l’asina rifiorì, divenne baldanzosa e allegra. Il puledrino veniva tenuto lontano dalla madre. Poteva attaccarsi al seno solo dopo che il mio biberon era pieno. Costretto a rispettare rigorosamente l’orario delle poppate, si era fatto tondo e lucido nel pelo. Il babbo aveva praticato un’apertura nella spessa parete che divideva la camera dalla stalla, di modo che potesse andare a riempirmi il poppatoio anche di notte, senza dover uscire nel cortile. (…). La balia a quattro zampe non creava particolari inconvenienti e si era adattata alla vita di famiglia abbastanza rapidamente. Solo quando i miei genitori decidevano di andare a trovare i nonni, era necessario organizzarsi bene. L’asina partiva qualche ora prima di noi, insieme al puledro e a Bou Rhadhia, il nostro contadino di allora, che la conduceva dai nonni. Bisognava calcolare i tempi di modo che il percorso si svolgesse nell’arco delle tre ore che dividevano una poppata dall’altra. Perciò oltre che dai nonni paterni non si poteva andare. Il nonno doveva poi provvedere a un riparo per l’asina e a un letto per il contadino. Così trascorsero i primi mesi della mia vita. Quando venne il tempo di passare al latte di mucca, il babbo fece chiamare Khlifa Zlassi. “La tua asina non mi serve più. Dimmi quanto ti devo”.
– “La tua bambina è cresciuta bene?”
– “Sì, è bellissima. Guarda com’è piena di vita”.
– “Sia ringraziato Allah”, rispose Khlifa.
Mise la mano sul cuore e fece un breve inchino a mo’ di saluto. Poi prese la sua asina per le redini e si avviò per il sentiero che portava alla casupola sulla collina» [1].

letranger_-_albert_camusLe passage consacré aux Zlass témoigne d’un enracinement profond dans la réalité locale et d’une connaissance fine des populations autochtones, de leurs particularités culturelles et de leur histoire. Ce portrait va de pair avec une relation de solidarité sincère, directe et dénuée de paternalisme. Pendola parle des choses telles qu’elles étaient, sans filtre, dans une écriture qui préserve les noms, les identités et les singularités. Ce geste d’apparence anodine – nommer les personnes – est en réalité un acte fort, car il contraste avec une tendance bien ancrée chez nombre d’écrivains européens ayant évoqué le Maghreb. Il suffit, pour s’en convaincre, de penser à L’Étranger d’Albert Camus, où les personnages arabes ne sont jamais nommés. Ils sont désignés uniquement par leur ethnicité ou une description impersonnelle, tels que: «l’Arabe», «les Arabes» ou «l’Arabe de Raymond».

Certes, il ne s’agissait pas du même rapport de domination que celui imposé par les colons français. Comme cela a déjà été souligné, les Italiens occupaient une position ambiguë, intermédiaire – une in-between position, pour reprendre le concept forgé par Homi Bhabha dans le cadre des théories postcoloniales. Leur «cousinage» avec les colons, selon l’expression d’Albert Memmi, n’aurait pourtant pas dû – ni empêché – une forme de compréhension, voire d’intégration, dans la culture locale, à condition d’en respecter les mœurs. L’épisode de Mamia, qui accomplit les pèlerinages chez un marabout à Kairouan et exprime le bien-être ressenti à travers le sacrifice rituel d’un mouton, en constitue une illustration significative. La description de cette scène révèle une ouverture authentique à l’égard des traditions indigènes, au-delà d’un simple rapport de cohabitation.

Cette posture d’ouverture, fondée sur le respect mutuel et la mémoire vivante de la ruralité tunisienne, se manifeste également dans l’œuvre à travers un épisode marquant de solidarité féminine et intergénérationnelle. Lorsque Tumia, accablée par la perte répétée de ses enfants en bas âge, se retrouve une nouvelle fois enceinte, c’est la grand-mère de l’autrice qui intervient avec lucidité et compassion. Consciente de l’urgence vitale, elle propose de prendre en charge le nouveau-né dès sa naissance, rompant ainsi avec la passivité de l’entourage face à la fatalité. Ce geste, profondément ancré dans une éthique du soin et de la responsabilité communautaire, révèle la puissance d’une solidarité discrète mais décisive, entre femmes, entre générations, entre familles.

«La nonna non sapeva come aiutarla. Passò i mesi dell’attesa a riflettere. Poi, un giorno, le venne un’idea. “Tumia, le disse, tu sei una brava donna. Ma forse non sai allevare i figli. Facciamo in questo modo: quando ti nascerà questo bambino, me lo porterai ogni mattina, e io te lo riprenderai la sera. Chissà, forse vivrà se proviamo così”.
La donna parlò con il marito che accettò subito la proposta. Appena nacque, Abdelkader fu portato dalla nonna che lo lavò, gli curò bene l’ombelico e lo fece mangiare a ore ben stabilite. Ogni tre ore, la nonna ordinava a uno dei suoi figli: “Vai a chiamare Tumia ché è ora della poppata”.
La donna arrivava, si puliva il seno e poi attaccava il bambino. La nonna lo adagiava poi fra le lenzuola bianche del lettino e gli cantava una ninna nanna. Passavano i mesi e le guanciotte del bimbo si facevano sempre più piene. Le comari trovavano la cosa indecente. “Donna Maria, voi fate bene», dicevano, «ma quando sarà cresciuto, sassi vi tirerà!”.
La nonna non rispondeva. Vedeva il bambino crescere e i genitori felici, e questo le bastava. Aveva imposto una disciplina rigida alla madre, forse più di quanto lei stessa avesse fatto con i propri figli, e aveva avuto ragione. Quello che dicevano le vicine a lei proprio non interessava. Questi discorsi giunsero all’orecchio di Mohammed el Hadj, ma nemmeno lui sembrò farci troppo caso. Quando il piccolo cominciò a mangiare le pappe, la nonna decise che era giunto il tempo di affidarlo completamente alla madre. Il bambino superò il primo anno di età, crebbe forte e felice.
Un giorno la nonna se ne stava tranquilla in cucina. Quella mattina non si erano visti arabi in giro. Non erano nemmeno andati al lavoro, era la festa dell’Aïd el Kebir. Per tutti gli altri era un giorno qualsiasi e la nonna stava per mettere sul fuoco una minestra. Era intenta a pulire le verdure quando sentì tre brevi colpi allo stipite della porta. Si affacciò era Mohammed el Hadj con una coffa in mano.
“Tieni, Maria», disse allungando il braccio, «questi sono i sassi di Abdelkader”.
E se ne andò senza aggiungere altro. La nonna allargò i manici della coffa e ne trasse una stoffa colorata che avvolgeva qualcosa. Prese il pacchetto, lo appoggiò sul tavolo e lo aprì, era un bel cosciotto d’agnello. Da quella volta, ogni anno per l’Aïd el Kebir, Mohammed el Hadj arrivava con lo stesso dono e le stesse parole. E mai una volta fino alla sua morte venne meno al suo appuntamento annuale» [2].

À travers cette scène profondément humaine, Pendola célèbre la mémoire de sa propre grand-mère et, plus largement, celle de ces femmes modestes mais décisives, capables de transformer une situation tragique en promesse de vie. Le don réitéré chaque année à l’occasion de l’Aïd el Kebir devient alors le signe d’une reconnaissance qui dépasse les mots, inscrite dans les gestes, les rituels, et la fidélité au souvenir. Cette scène, d’apparence intime, devient ainsi l’écho d’un vivre-ensemble nourri de respect, d’échanges et d’humanité partagée.

Dans la Riva Lontana, Pendola nous offre un véritable film à travers un livre: un récit intimement vécu, qui restitue avec une grande finesse la mémoire d’une enfance en Tunisie. L’histoire commence par une scène marquée par une froideur symbolique: celle de l’oncle venant chercher la narratrice pour un départ sans retour, vers un pays dont elle n’a hérité la connaissance que par la mémoire familiale. La première page s’ouvre sous la neige, dans le froid abrupt d’une décision irrévocable, et les dernières lignes du livre s’achèvent elles aussi dans la pluie et le vent, au moment du départ définitif vers l’Italie depuis le port de Tunis. Entre ces deux extrémités, l’autrice nous fait découvrir une série de scènes tour à tour mélancoliques – comme celle d’Ali Bentifallah – et lumineuses, empreintes de joie simple et de chaleur humaine.

Elle évoque, avec la même intensité, les allées à la plage, les repas partagés dans l’intimité familiale, les jeux d’enfants, les échanges scolaires, les figures marquantes comme les soldats français, les institutrices, les surveillantes, ou encore les camarades de classe. Ces moments du quotidien, parfois légers, parfois tendres, révèlent une existence tissée d’attachements profonds à la terre tunisienne et à la pluralité culturelle de ce pays.

L’originalité de l’œuvre réside dans la précision minutieuse avec laquelle elle restitue cette vie ordinaire, et dans la manière dont elle inscrit les Siciliens de Tunisie dans le tissu vivant du pays. De la fin du XIXe siècle jusqu’aux années 1960, ils formaient une composante intégrée de la société tunisienne, non seulement sur le plan social, mais aussi sur le plan linguistique. Pendola rend compte avec fidélité d’un fait souvent méconnu, mais bien réel pour ceux qui l’ont vécu: les Siciliens de Tunisie parlaient un siculo-tunisien, mélange vivant de sicilien, d’arabe et de français, reflet d’une identité hybride et profondément enracinée.

À ce propos, Pendola écrit:

«Per prendere i ghiaccioli, per esempio, bisognava chinarsi fino quasi a terra e per donna Giannina, piccola e tonda come un barilotto, non era cosa di poco conto. Spesso si rivolgeva a me direttamente: “Pigghimi, pigghimi i glaçons!”. Compare Nino e donna Giannina sapevano poco l’arabo e ancor meno il francese. Parlavano solo siciliano, quello che parlavamo un po’ di tutti, frammisto a parole arabe e francesi, lontano ormai, dopo quasi più di cinquant’anni d’assenza dal paese natio, dall’autentico dialetto in Sicilia. Ed erano refrattari alle parole nuove. La margarina per compare Nino non fu mai altro che la margherita» [3].

9788868510244_0_0_0_0_0Ce passage met en lumière, avec une précision rare, l’usage courant du siculo-tunisien, ce dialecte mixte et vivant forgé au contact de plusieurs langues, reflet d’une réalité sociolinguistique profondément ancrée dans le quotidien des Italiens de Tunisie. Cette hybridité, loin d’être artificielle, témoigne d’un enracinement sincère, d’une adaptation spontanée à l’environnement culturel et linguistique tunisien.

D’ailleurs, cette présence du siculo-tunisien traverse également La traversata del deserto, où de nombreuses expressions de ce parler métissé apparaissent, confirmant son rôle identitaire et mémoriel.

Dès les premières pages de La Riva lontana, une mosaïque d’une Tunisie plurielle se dessine. L’autrice commence par décrire le quotidien de sa famille – il babbo, la mamma, lo zio, compare Nino e donna Giannina – et, sans en avoir l’intention explicite, elle restitue aussi les soubresauts du mouvement indépendantiste tunisien, tel qu’elle l’a perçu enfant:

«La notte, bande di fellagha si diceva andavano per le campagne a spaventare i poveri colons che dormivano sereni» (ivi:12).

Ce passage, bien que tragique dans son contenu, est marqué par un ton léger, presque humoristique, qui se prolonge dans d’autres scènes où les membres de la famille s’initient au maniement du pistolet pour se défendre. L’humour discret, teinté d’un regard d’enfant, allège la gravité du contexte historique tout en conservant une profondeur de lecture.

La maison familiale, située à Draa Ben Jouder, se trouvait sur un immense territoire agricole géré par une société française. Pendola décrit avec soin cet espace structuré autour de plusieurs fermes: la plus importante accueillait le directeur français, une église (où ses parents se sont mariés), une école, et l’appartement de l’institutrice. Sa propre famille résidait dans la ferme numéro deux. Ce cadre spatial devient le théâtre d’une Tunisie sous protectorat, captée par les souvenirs d’une enfant lucide, qui voit mais ne comprend pas encore tout.

De manière subtile, à travers le regard de l’enfant, elle donne à voir la position ambivalente des Italiens en Tunisie: une position entre-deux que Memmi résumait par l’expression «ni colons, ni colonisés». Ce rapport complexe prend la forme d’un récit teinté d’humour sicilien, comme dans cette scène où ses proches, censés faire des rondes armées, préfèrent déléguer la tâche à un tiers:

«Nelle altre Ferme erano stati chiamati tutti gli uomini a cui era stato distribuito un fucile a testa. Anche al babbo e allo zio vennero dati un fucile e l’ordine di fare i turni di guardia ogni notte. Ma come potevano gli uomini vegliare di notte e lavorare di giorno? I due fratelli rifletterono un po’, poi decisero di pagare un guardiano fidato che li avrebbe svegliati all’avvicinarsi della ronda. Così, quasi ogni notte, sentivo bussare alla finestra. “Mariano ! Mariano ! Arrivano i soldati”. Il babbo si alzava in gran fretta, si vestiva, afferrava il fucile e usciva nella vasta corte. Poi il rombo della Jeep si allontanava e il babbo tornava a dormire. Non so per quanto tempo durò questa sceneggiata. Forse fino al giorno dell’indipendenza» [4].

À travers cette scène aux accents théâtraux, Pendola donne à voir un moment charnière de l’histoire de la Tunisie, sans jamais perdre le fil de l’intimité familiale.

Son témoignage devient encore plus poignant lorsqu’elle évoque les barrages dressés par les insurgés sur la route de Pont du Fahs. C’est à travers la figure d’Ali Bentifallah, ancien camarade devenu milicien, que la conscience de l’altérité prend une tournure irréversible:

«Erano sbarramenti di pietra in mezzo alla carreggiata, custoditi da uomini giovani che non conoscevamo. Ci fermavano, rovistavano nel bagaglio, poi ci lasciavano andare. Solo una volta riconobbi un giovanotto che era stato mio compagno di scuola il primo anno in cui ero a Draa ben Jouder. Era Ali Bentifallah, aveva diciassette anni e frequentava la classe prima come me. Una peluria nera gli spuntava sopra il labbro superiore. Veniva a scuola con la camicia bianca e la cravatta, sempre la stessa. Durante l’intervallo se ne stava in disparte, forse non si divertiva con noi piccolini. E quando lo chiamavamo per partecipare ai nostri giochi, si sforzava di compiacerci come avrebbe fatto un fratello maggiore. Il giorno in cui vidi Ali Bentifallah alzare la mano per fermarci, non dissi niente al babbo. Queste fermate obbligatorie mi spaventavano molto. Non si poteva sapere quale fosse l’intenzione di chi ci fermava. Quando notai Ali fra le altre tre persone che non conoscevo, il cuore cominciò a battermi all’impazzata. Temevo che mi riconoscesse e che si vendicasse su di me per le possibili sofferenze subite a scuola per colpa della maestra o di qualche compagno. Ma Alì mi ignorò. Guardò rapidamente nel bagagliaio senza dir parola. Poi fece cenno di partire. Respirai profondamente. Il cuore pian piano si calmò. Quell’incontro diede uno scossone alle mie certezze. Fino a quel momento, gli sbarramenti lungo le statali, i soldati accampati alla Ferma Uno, le ronde notturne, gli obblighi di sicurezza imposti dai francesi non mi avevano interessato. Erano problemi che riguardavano gli adulti. Ma Alì, che era stato fino a poco tempo prima seduto dietro di me nella scuolettina di Draa-ben-Jouder, ora fingeva di non riconoscermi, anzi, mi trattava come un’estranea, come una nemica da controllare. Dopo quell’incontro cominciai a capire che il mondo intorno a me era cambiato in modo definitivo. E pian piano mi arresi all’evidenza: ero diventata straniera nel mio stesso paese. Questo paese nel quale ero nata, di cui avevo respirato fino all’ebbrezza l’alito odoroso di mirto, che avevo calpestato a piedi nudi nei caldi pomeriggi d’estate saltellando qua e là come una capretta, questo paese non mi apparteneva più» [5].
Madame M

Mademoiselle Morvan

Enfin, un aspect particulièrement remarquable de l’œuvre réside dans la capacité d’intégration des Siciliens de Tunisie. Les passages récurrents consacrés à la vie scolaire, aux relations avec les camarades, aux figures pédagogiques telles que Mademoiselle Morvan, témoignent d’une réelle insertion dans l’univers francophone. Ce processus correspond sans doute à l’époque où les écoles italiennes avaient été interdites par les autorités du protectorat, soucieuses d’éradiquer l’influence italienne. Mais cette francisation n’a pas empêché le maintien d’une identité italienne vivace, marquée par des dynamiques d’adaptation. On le perçoit jusque dans les prénoms des cousins – Robert, Jean-Pierre, André et Marie – qui reflètent un glissement culturel significatif, sinon assumé.

La pluralité des voix, si présente dans La Riva lontana à travers les souvenirs d’une Tunisie encore marquée par la coexistence sous le protectorat, prend une autre forme dans La traversata del deserto. Ici, la polyphonie ne reflète plus la richesse d’un vivre-ensemble, mais la dispersion d’identités en exil, arrachées à leur terre après l’indépendance tunisienne.

Marinete Pendola bambina in Tunisia

Marinete Pendola bambina in Tunisia

Dans ce roman publié en 2014 aux éditions Arkadia, Marinette Pendola restitue l’expérience de l’exil à travers les voix de huit membres d’une même famille, héritiers d’une présence sicilienne en Tunisie antérieure même au protectorat français, contraints à quitter ce qu’ils considéraient comme leur pays. Parents, enfants, grands-parents et tante maternelle – Lucia, seule à être nommée – prennent tour à tour la parole dans une narration chorale : chacun exprime ses souvenirs, ses illusions et ses aspirations face à l’inconnu. Cette structure donne à voir un monde intérieur fragmenté, suspendu entre passé et avenir.

À partir du neuvième chapitre, la polyphonie s’efface au profit d’une narration à la troisième personne: une voix extérieure, distante et neutre, prend le relais. Ce glissement marque une césure nette – la traversée est achevée, et le récit entre dans l’après, celui d’une Italie inconnue, étrangère, qu’il faut désormais apprivoiser pour survivre: de Naples au camp de réfugiés du Latium, jusqu’à Bologne. Le silence des personnages, leur effacement progressif du tissu narratif, fait écho à la menace qui pèse sur une mémoire collective en voie d’oubli, trop longtemps reléguée aux marges de l’histoire italienne officielle.

C’est justement dans les pages 113 à 116 que l’autrice elle-même intervient en clôture, dans une note historique qui prolonge et éclaire la fiction. Elle y retrace avec précision le contexte de cet exil forcé : les Italiens installés en Tunisie depuis la fin du XIXe siècle, intégrés à une communauté prospère, sont contraints de quitter le pays en 1960, sous le régime de Bourguiba. Ce rappel historique, loin de figer le récit, en révèle la portée universelle: l’exil raconté n’est pas seulement familial, il est collectif, emblématique d’une mémoire migrante que l’écriture de Pendola s’efforce de préserver. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
[*] Testo presentato al Convegno della IV edizione di Matabbia: Da una riva all’altra, da una lingua all’altra, da un immaginario all’altro: Scritture migranti italiane nel Mediterraneo, Marsiglia, 11-13 settembre 2025.
Abstract 
L’articolo interpreta la scrittura di Marinette Pendola come pratica memoriale capace di sottrarre alla marginalità storica e letteraria soggetti e comunità situati in una posizione liminale all’interno della Tunisia sotto protettorato francese. Non si tratta di una semplice evocazione nostalgica, ma di un vero e proprio dispositivo narrativo che restituisce spessore storico, sociale e linguistico a un mondo rurale spesso escluso dalle rappresentazioni urbane e coloniali. La nominazione puntuale dei personaggi, l’attenzione ai gesti minimi della vita quotidiana e la valorizzazione di una lingua ibrida, in cui il siculo-tunisino si intreccia con l’italiano e il francese, configurano una politica della voce che resiste all’anonimato e al silenzio imposti dalle grandi narrazioni eurocentriche. In questa prospettiva, le opere di Pendola si rivelano archivi affettivi e storici, nei quali l’esperienza dell’esilio, la coralità familiare e la frattura con la Tunisia, si intrecciano in una scrittura che coniuga testimonianza, responsabilità etica e critica postcoloniale. 
Note
[1] La Riva Lontana: 94-95. Traduction personnelle: «À gauche de notre maison, sur la petite colline qui délimitait l’horizon et dissimulait la route goudronnée, se trouvaient les cabanes de Khlifa Zlassi et de ses fils. Les masures en terre séchée avaient été construites autour de l’aire de battage. Elles donnaient l’impression d’un petit hameau ou d’une placette. Outre les habitations, il y avait les enclos pour les moutons, les poulaillers et des abris pour les ânes. Toute la famille vivait là, les parents comme les enfants mariés. Ils appartenaient à la tribu des Zlass et en étaient très fiers. Je ne sais pas exactement qui étaient les Zlass. Mon père avait entendu dire qu’ils étaient de grands cavaliers. Mais Khlifa ne possédait que des ânes et ne ressemblait en rien à un cavalier. Il était petit et plutôt trapu, et s’habillait toujours en gris. Tout le contraire du cavalier tel que je me l’étais toujours imaginé: grand, svelte, et portant un long manteau blanc. C’est à Khlifa que mon père s’adressa à ma naissance. Ma mère ne pouvait pas m’allaiter. Elle avait subi une intervention au sein quelques mois avant ma naissance. Le médecin avait recommandé que je sois nourrie avec du lait d’ânesse, qu’il disait très proche du lait maternel. L’ânesse de Khlifa arriva avec son petit, et fut installée dans l’étable. Rien ne fut négligé pour me nourrir comme avec une vraie nourrice, et ces jours-là, l’ânesse, fière de son rôle, devint vive et joyeuse. Le petit ânon était tenu à l’écart des mamelles. Il ne pouvait téter qu’une fois mon biberon rempli. Contraint de respecter scrupuleusement les horaires de tétée, il était devenu docile et son poil brillait. Mon père avait percé une ouverture dans la cloison séparant la chambre de l’étable, afin de pouvoir remplir mon biberon même la nuit, sans avoir à sortir dans la cour. (…). La nourrice à quatre pattes ne posait pas de problème particulier et s’était assez vite adaptée à la vie de famille. Ce n’est que lorsque mes parents voulaient rendre visite à mes grands-parents qu’il fallait bien s’organiser. L’ânesse partait quelques heures avant nous, avec son petit et Bou Rhadhia, notre ouvrier agricole de l’époque, qui l’accompagnait jusqu’à chez les grands-parents. Il fallait bien calculer le temps, pour que le trajet tienne dans les trois heures qui séparaient deux tétées. On ne pouvait donc aller que chez les grands-parents paternels. Mon grand-père devait ensuite prévoir un abri pour l’ânesse et un lit pour le paysan.
Ainsi se passèrent les premiers mois de ma vie. Quand vint le moment de passer au lait de vache, mon père fit appeler Khlifa Zlassi.
— «Ton ânesse ne me sert plus. Dis-moi ce que je te dois».
— «Ta petite a bien grandi ?».
—«Oui, elle est magnifique. Regarde comme elle déborde de vie».
— «Loué soit Allah», répondit Khlifa.
Il posa la main sur son cœur et fit une brève inclinaison, en guise de salut. Puis il prit son ânesse par les rênes et s’engagea sur le sentier menant à la maisonnette sur la colline.
[2] La Riva Lontana: 56-57. Traduction personnelle: «La grand-mère ne savait pas comment l’aider. Elle passa les mois d’attente à réfléchir. Puis, un jour, une idée lui vint.
«Tumia, lui dit-elle, tu es une brave femme. Mais peut-être que tu ne sais pas élever les enfants. Faisons ainsi: quand cet enfant naîtra, tu me le laisses pour que je l’élève, et toi tu le reprendras le soir. Qui sait, peut-être qu’il vivra si on essaie comme ça».
La femme en parla à son mari, qui accepta tout de suite la proposition. Dès qu’il naquit, Abdelkader fut confié à la grand-mère, qui le lava, soigna bien son nombril et le nourrit selon des règles bien établies. Toutes les trois heures, la grand-mère ordonnait à l’un de ses enfants :
«Va chercher Tumia, c’est l’heure de la tétée».
La femme arrivait, se nettoyait le sein, puis mettait le bébé au sein. Ensuite, la grand-mère le couchait dans des draps blancs et lui chantait une berceuse. Les mois passaient, et les joues du bébé devenaient de plus en plus rondes. Les voisines trouvaient cela indécent.
«Donna Maria, vous faites bien», disaient-elles, «mais quand il grandira, il vous lancera des pierres!»
La grand-mère ne répondait pas. Elle voyait l’enfant grandir et les parents heureux, et cela lui suffisait. Elle avait imposé une discipline stricte à la mère, peut-être même plus stricte que celle qu’elle avait appliquée à ses propres enfants, et elle avait eu raison. Ce que disaient les voisines ne l’intéressait pas du tout. Ces propos arrivèrent aux oreilles de Mohammed el Hadj, mais lui non plus ne sembla y prêter beaucoup attention.
Quand le petit commença à manger des bouillies, la grand-mère décida qu’il était temps de le confier entièrement à sa mère. L’enfant franchit sa première année, fort et heureux.
Un jour, la grand-mère était tranquillement installée dans la cuisine. Ce matin-là, on avait vu des Arabes dans les rues. Ils n’étaient même pas allés travailler, c’était la fête de l’Aïd el-Kebir. Pour tous les autres, c’était un jour comme les autres.
La grand-mère allait poser sur le feu une marmite pour cuire la polenta et les légumes quand elle entendit trois petits coups sur le chambranle de la fenêtre donnant sur la rue. C’était Mohammed el Hadj avec une corbeille à la main.
«Tiens, Maria», dit-il en tendant le bras, «ce sont les pierres d’Abdelkader».
Et il s’en alla sans rien ajouter.
La grand-mère écarta les anses de la corbeille et en sortit un tissu coloré qui enveloppait quelque chose. Elle prit le tissu, le posa sur la table et l’ouvrit: c’était un beau gigot d’agneau.
À partir de ce moment-là, chaque année pour l’Aïd el-Kebir, Mohammed el Hadj arrivait avec le même cadeau et les mêmes paroles. Et jamais, jusqu’à sa mort, il ne manqua à son rendez-vous annuel.
[3] Ibid: 10. Traduction personnelle : Pour attraper les glaçons, par exemple, il fallait se pencher presque jusqu’au sol, et pour donna Giannina, petite et ronde comme un tonnelet, ce n’était pas une mince affaire. Souvent, elle s’adressait directement à moi: «Attrape-les-moi, attrape-les-moi les glaçons!»
Compare Nino et donna Giannina connaissaient à peine l’arabe et encore moins le français. Ils parlaient uniquement le sicilien, celui que nous parlions un peu tous, mêlé de mots arabes et français, désormais bien éloigné – après plus de cinquante ans d’absence du pays natal – du véritable dialecte sicilien.
Et ils étaient réfractaires aux mots nouveaux. Pour compare Nino, la margarina ne fut jamais autre chose que la margherita.
[4] La Riva Lontana:17. (Trad.: Dans les autres fermes, on avait convoqué tous les hommes à qui l’on avait distribué un fusil chacun. Même mon père et mon oncle reçurent un fusil, avec l’ordre de monter la garde chaque nuit à tour de rôle. Mais comment les hommes pouvaient-ils veiller la nuit et travailler le jour ? Les deux frères y réfléchirent un moment, puis décidèrent de payer un gardien de confiance qui les réveillerait à l’approche de la patrouille. Ainsi, presque chaque nuit, j’entendais frapper à la fenêtre :
«Mariano ! Mariano ! Les soldats arrivent!».
Mon père se levait en toute hâte, s’habillait, saisissait le fusil et sortait dans la vaste cour. Puis le grondement de la Jeep s’éloignait, et mon père retournait se coucher. Je ne sais combien de temps dura cette mise en scène. Peut-être jusqu’au jour de l’indépendance).
[5] Ibid:.18. (Trad.: C’étaient des barrages de pierres dressés au milieu de la chaussée, gardés par de jeunes hommes que nous ne connaissions pas. Ils nous arrêtaient, fouillaient les bagages, puis nous laissaient repartir. Une seule fois, je reconnus un garçon qui avait été mon camarade de classe la première année où j’étais à Draa Ben Jouder. C’était Ali Bentifallah, il avait dix-sept ans et suivait la première classe comme moi. Un léger duvet noir lui ombrait la lèvre supérieure. Il venait à l’école avec sa chemise blanche et sa cravate, toujours la même. Pendant la récréation, il restait à l’écart, peut-être ne s’amusait-il pas avec nous, les plus petits. Et lorsque nous l’appelions pour participer à nos jeux, il faisait l’effort de nous complaire, comme l’aurait fait un grand frère.Le jour où je vis Ali Bentifallah lever la main pour nous arrêter, je ne dis rien à mon père. Ces arrêts obligatoires m’effrayaient beaucoup. On ne pouvait deviner les intentions de ceux qui nous arrêtaient. Quand j’aperçus Ali parmi les trois autres que je ne connaissais pas, mon cœur se mit à battre à tout rompre. Je craignais qu’il ne me reconnaisse et ne se venge de moi pour les possibles humiliations subies à l’école à cause de l’institutrice ou de quelque camarade. Mais Ali m’ignora. Il jeta un rapide coup d’œil dans le coffre sans dire un mot. Puis il fit signe de repartir. Je respirai profondément. Peu à peu, mon cœur retrouva son calme.Cette rencontre ébranla mes certitudes. Jusqu’alors, les barrages le long des routes, les soldats cantonnés à la Ferme Uno, les rondes nocturnes, les obligations de sécurité imposées par les Français ne m’avaient pas concernée. C’étaient des problèmes d’adultes. Mais Ali, qui jusqu’à peu de temps auparavant avait été assis derrière moi dans la petite école de Draa Ben Jouder, feignait à présent de ne pas me reconnaître et, pire encore, me traitait comme une étrangère, comme une ennemie à surveiller. Après cette rencontre, je commençai à comprendre que le monde autour de moi avait changé de manière irréversible. Et peu à peu, je me rendis à l’évidence: j’étais devenue étrangère dans mon propre pays.Ce pays où j’étais née, dont j’avais respiré jusqu’à l’ivresse le souffle parfumé de myrte, que j’avais foulé pieds nus lors des chauds après-midis d’été en bondissant de-ci de-là telle une chevrette, ce pays ne m’appartenait plus).

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Rawdha Bouguerra, nata alla Marsa (Tunisi), si è trasferita in Italia nel 2015 e in Francia dal 2019, dove attualmente risiede a Parigi. Dottoressa in Lingue, Letterature e Civiltà straniere, con specializzazione in studi italiani e postcoloniali, ha conseguito una laurea magistrale in Filologia moderna presso l’Università di Roma Tor Vergata e una laurea triennale in Lingua, Letteratura e Civiltà italiana presso l’Università di Cartagine (ISLT). È inoltre in possesso del CAPES di insegnamento rilasciato dallo Stato tunisino. Attualmente lavora presso la compagnia assicurativa italiana Generali come quadro nelle analisi tecniche; in questo ambito ha conseguito anche un master in Moneta, Banca, Finanza, Assicurazioni, percorso Management delle assicurazioni, presso l’École Nationale d’Assurance di Parigi.

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