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Marilena Monti, poliedrica artista, tra moderno cantore e antico cantastorie

Marilena nell'ultima apparizione alla Giornata a ricordo di Paolo Borsellino, 14 luglio 2018

Marilena nella sua ultima apparizione alla Giornata a ricordo di Paolo Borsellino, 14 luglio 2018

di Felice Cavallaro 

Se per ricordare Paolo Borsellino, a 34 anni dalla seconda devastante strage del 1992, il frastuono di polemiche divisive sfumava mentre in via D’Amelio echeggiavano i versi di Marilena Monti sul “Giudice Paolo”, il suo libro pubblicato nel 1992, forse è il caso di riaccendere i riflettori su questa narratrice che una malattia ci ha portato via nel pieno di poliedriche attività.

Fu una avvolgente cunta-storie capace di descrivere l’amore con la sofferenza del fidanzato che emigra portando via in valigia il balcone della sua fidanzata, con i gerani e con una somma di aspirazioni soffocate per generazioni. Negazione del diritto a vivere o sopravvivere nella propria terra. Adesso gli antropologi parlano di diritto alla restanza, mentre il mondo della politica e della cultura arranca senza risposte agli interrogativi posti da un esodo biblico capace di trasformare il Mediterraneo in un inferno con troppi lutti.

Con i suoi versi, con la sua prosa e con le sue note, Marilena provò già alla fine degli anni Sessanta a scuotere gli animi su questi nodi aggrovigliati. Accompagnata ora dalla chitarra per canzoni struggenti, ora da allievi e allieve sui palcoscenici di piazze e teatri comunque trasformati in agorà. Ma i poeti spesso finiscono per declamare nel deserto. Applauditi talvolta da avanguardie anch’esse inascoltate, coinvolte da una artista completa.

Parola, musica, poesia usate sempre fuori da ogni atteggiamento retorico, capace di una ironia sottile e gentile, come ripeteva alla sua più grande amica, Marilù Balsamo: “Io nella vita recito, in teatro sono me stessa”.

Sincerità e veridicità sono la cifra comune a romanzi, racconti, poesie, testi teatrali di grande impegno civile. A cominciare da quelli scritti contro la mafia. Apprezzati, dopo le buie stagioni culminate nelle grandi stragi di Cosa Nostra anche da chi già conosceva di Marilena Monti canzoni e ballate echeggiate in tutta la Sicilia. Un po’ da moderno cantore, un po’ da antico cantastorie.

20260729_151252Ha fatto bene la sua amica Marilù, architetto e a lungo docente di Architettura all’università di Palermo, a tener viva la memoria di chi, oltre ai versi sul “Giudice Paolo” riecheggiati nel 2026 in via D’Amelio, ha lasciato libri come L’Isola signora (1991), La dea assente e Tutta colpa di una mosca (pubblicati postumi nel 2024).

Frammenti di una vastissima opera che non consente di classificare Marilena Monti, nata a Palermo nel 1949 e andata via a Castelvetrano nel 2023, come cantautrice o scrittrice, poeta o regista, suo primo lavoro in Rai. Perché è tutto questo insieme. Per questo chi la conosce bene preferisce parlare di una operatrice culturale.

Capace di utilizzare al meglio la metafora. Come nel caso di quel testo con una mosca nel titolo, protagonista un gatto. Una favola che insiste sul bisogno d’amore per sconfiggere la solitudine. La bestiola come allegoria. Andando oltre il piacere di accarezzarlo. Qui diventa un rifugio, col rischio di trasformarsi in un’ossessione perché deve colmare i vuoti creati tutt’intorno da amici o conoscenti lontani e distratti, comunque assenti.

1715619366-0-a-castelvetrano-si-presenta-tutta-colpa-di-una-mosca-di-marilena-monti-il-ricordo-di-maria-antonietta-garofaloNon c’è miglior sintesi di questa favola come risposta al quesito su cosa si possa, si debba scrivere su un muro bianco. Sì, che c’è bisogno d’amore. Sin dalla prefazione di Rosario Marco Atria, fino alla chiusa di Marilù, questo libro si legge d’un fiato. Ma fa stare male chi ha conosciuto Marilena perdendosi poi per troppo tempo. Perché emerge un riflesso autobiografico in cui prevale la solitudine che tu amico non hai saputo arginare. Lontano e distratto. Preso infine, davanti a queste righe, dal rimorso di quel che non è accaduto, dal rimpianto di occasioni sprecate senza più stare insieme, commentare, sorridere, piangere.

La favola può aiutare chiunque a ritrovare la gioia del rapporto, ma amare riflessioni possono subentrare pensando a persone care e amici che avrebbero avuto bisogno di noi. Ed ecco il gattino del testo. Dal primo approccio alla prima notte, dall’inizio dei giochi alle coccole, dai croccantini ai dispetti, dalle anomalie alle diffidenze.

Alti e bassi in cui si costruisce un rapporto che ha una sua lingua, con suoni e comandi tradotti in note di uno spartito. Le porte chiuse, gli spazi interni, il balcone, i quadri esteriori e le sensazioni interne si miscelano comunque in “una cosa d’amore” che Marilena ha saputo tratteggiare e Marilù ha saputo assembleare in un racconto per tutte le età. Riproponendo quel cruccio davanti al quale non c’è rimedio, il tempo ormai fuggito via.

Anche questo è argomento non risolto per chi deve avere riflettuto in solitudine su personali e complesse questioni. Lo penso rileggendo Figlia di Medea. Un racconto dolente. Un confronto straziante fra madre e figlia.

screenshot_20260729-151011_kindleIl cuore della storia e, direi, della vita di Marilena sono l’esordio di una maternità non voluta e, infine, una lenta ma devastante malattia che appare subito come prolungato effetto di quella maternità dalla genitrice subita. È la madre a suscitare inquietudini nella bimba ferita dalla consapevolezza di non essere stata gradita perché femmina, per aver preso il posto dell’atteso e mai arrivato Rocco.

Ignorate tenerezza, comprensione, dolcezza, la bambina matura incerta interrogandosi perfino sul sesso al quale in futuro apparterrà. Anche di questo si parla su un romanzo “senza titolo”, come lei stessa lo immaginò interrogata in una intervista letta da Dacia Maraini che il titolo, però, l’ha indovinato. Appunto, “Figlia di Medea”. Emblema di una tragedia che nell’uccisione del figlio, o della figlia, ha il perno di una metafora in cui una sorta di ferocia materna diviene tormento degli amici più cari di Marilena. Forse adesso pronti a farsi perdonare quelle assenze. In un solo modo. Parlando di lei, riprendendone parole, versi, note. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026

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Felice Cavallaro, giornalista, saggista, drammaturgo. Ha lavorato per il Giornale di Sicilia, poi dal 1985 per il Corriere della Sera come inviato speciale, impegnato nelle cronache e nei grandi processi. Ha scritto reportage dagli Stati Uniti, Libia, Tunisia, Marocco, Pakistan e Iraq. Dopo l’agguato dei talebani costato la vita a Maria Grazia Cutoli, uccisa durante la guerra in Afghanistan, si è recato a Islamabad per riportare in Italia il corpo della collega. È stato componente dei Consigli di amministrazione del Teatro Regina Margherita di Racalmuto durante la presidenza di Andrea Camilleri; della Fondazione Leonardo Sciascia, nonché della Fondazione Federico II con sede a Palazzo dei Normanni. Promotore di progetti culturali finalizzati al rilancio sociale, culturale ed economico della Sicilia, Cavallaro ha ideato la Strada degli scrittori, fondata l’11 novembre 2013 alla presenza dell’allora ministro dei Beni Culturali, Massimo Bray: un itinerario dedicato ai grandi scrittori dell’Agrigentino, operanti nei centri collegati dalla strada statale 640. È autore di diversi volumi di saggistica, di opere teatrali e documentari. Sciascia l’eretico. Storia e profezie di un siciliano scomodo (2019) e Francesca. Storia di un amore in tempo di guerra (2022): sono le ultime sue pubblicazioni, edite entrambe presso Solferino.

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