«Il fine del mio esistere è raccontare e l’ho fatto, fin da bambina, con tutti i mezzi che la vita mi ha dato». Questa citazione autografa di Marilena Monti, ritrovata su un foglio tra le pagine di un suo libro, ne riassume compiutamente la poetica di intellettuale eclettica e irriducibile. Scrittrice, cantautrice, regista, curatrice di programmi radiofonici per Rai Sicilia, direttrice artistica del teatro Selinus di Castelvetrano, autrice inserita nell’Albo degli scrittori italiani ed europei dell’Unesco. «Sono una cantastorie, faccio rivivere storie vecchie e nuove con la voce e con la chitarra». Cantastorie, ma non solo: la sua produzione culturale, a tre anni dalla scomparsa, appare come un caleidoscopio di racconti, romanzi, poesie, articoli, canzoni, testi e laboratori teatrali.
«Racconta, non fare il furbo!», diceva lo scrittore russo Puskin. Marilena Monti ne aveva fatto una filosofia esistenziale e professionale. Una ragione di vita. «Raccontare, raccontare, raccontare», amava ripetere. «Ognuno ha il suo karma, e il mio è narrare». Ci teneva a sottolineare di aver assimilato questa attitudine affabulatoria dalla nonna che le narrava mille storie e recitava mille proverbi: “Si cunta e si ricunta…”
Di questo suo culto della parola si conversava con la scrittrice un pomeriggio ad Alcamo, in occasione della presentazione del suo libro Viaggio di cuore (Coppola – Di Girolamo, 2008). Una storia al maschile: l’io narrante è Ugo, docente di lettere e scrittore. Figlio di farmacista, il protagonista del romanzo ha con determinazione evitato di seguire la tradizione familiare, delegando questo compito alle due sorelle. Ha preferito inseguire i suoi sogni e coltivare i suoi interessi umanistici. Ugo soffre di una grave cardiopatia ed è in attesa di trapianto. E il momento che segnerà una svolta nella sua vita arriva tragicamente con la morte di Davide, il suo miglior amico e il suo esatto opposto, in un incidente stradale. Il cuore di Davide sarà il suo nuovo cuore. Nella notte infinita che precede il trapianto, Ugo rivede le stagioni della sua vita in un lunghissimo flusso coscienziale: il rapporto conflittuale col padre, gli studi, il matrimonio con Elena, gli amori mancati, le piccole cose della quotidianità, le paure, i progetti, i rimpianti.
Un viaggio negli abissi dell’anima, una sequenza inesauribile di «pensieri come anelli di una catena», un lungo bilancio esistenziale. La vigilia del trapianto è una sorta di limbo, una sospensione tra un prima e un dopo. Per Ugo inizia una nuova vita con quello che lui chiama “l’ospite del mio petto”. Struggente è la nostalgia del vecchio cuore e angosciante l’ombra di Davide. Ugo sente «dentro di sé qualcosa che è altro da sé». S’innesca così una profonda crisi di identità che lo porta ad un senso di svuotamento, di inutilità, di deriva. «Ero malato d’assenza, l’assenza del mio cuore». Il trapianto ha creato un vortice di incertezze. Sembra una storia senza vie di fuga, senza prospettive. Ma una svolta si presenta, scaturita dall’intuizione di compiere un viaggio in Sicilia, “una terra parente”, un ritorno alle origini, un pellegrinaggio interiore.
«L’isola è infinita. Ideale per ogni solitario morente quale io ero. Ha nove stati, o province. E in ognuno di essi, infiniti angoli nei quali scomparire. Tutti belli. Pensai che la bellezza della Sicilia era la sola forma di bellezza che potessi ancora leggere senza dover fuggire…Mi sentivo tra le sue braccia come tra quelle di una nonna buona, calda, che ti prende quando piangi e nasconde la tua faccia e le tue lacrime, sul suo grembiule che odora di origano. Così era l’isola. Capace di nascondere e consolare il più smarrito dei nipotini».
Il viaggio di Ugo in Sicilia sfiora le città, i siti archeologici, i villaggi turistici, ma trova il suo rifugio «in un paesino medievale, tutto pietra, gerani, acciottolati sui quali risuonavano distintamente i passi. Era il piccolo diadema di una montagna piccola e tutta affacciata sul mare: l’aria fresca, l’odore di pane e biscotti. Odore di pini, palme gigantesche e ginestre tardive. Una vera dolcezza… Il mare nella finestra era come in un quadro e ai due lati i fianchi verdissimi dei Nebrodi».
Per Ugo è un’autentica catarsi. Ritrova misteriosamente il suo equilibrio interiore. La Sicilia lo rigenera con la sua luce e i suoi colori. «I colori essenziali erano tutti lì». L’isola tavolozza del pittore. Ecco, dunque, un elemento fondamentale della poetica di Marilena Monti: l’Isola Signora. «Per me – confessava l’autrice al pubblico che seguiva la presentazione del suo libro – la Sicilia è il Bignami di questo nostro pianeta, è la sintesi del mondo». E questo omaggio alla sua regione apriva inevitabilmente una serie di riflessioni sul rapporto con la propria terra, universalmente vissuto e cantato dai poeti di ogni latitudine. Ha scritto Cesare Pavese (La luna e i falò): «Ogni casa, ogni terrazza, ogni cortile è stato qualcosa per qualcuno». E da qui il tema della partenza e dell’eterno ritorno. Ancora Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto d’andarsene via. Un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
Questo patrimonio di ricordi, di emozioni e di speranze rivive nelle parole. «La parola – osservava la scrittrice siciliana – è la ricchezza più grande della vita e quando hai una storia dentro non puoi fare come se non ci fosse. Devi trovare le parole giuste per raccontare quello che hai dentro. E le devi usare come fossero note musicali».
Ha scritto Paolo Rumiz nel libro Il filo infinito (Feltrinelli, 2019):
«Occorrono uomini capaci di restituire senso alle parole, alle sillabe, alle metafore, al canto. Gli scrittori, soprattutto, dovrebbero fare in modo che questo flusso costante di notizie, informazioni, pareri, parole, non perda per strada il suo carico più prezioso: il senso dell’umano. Una sfida titanica. Gli artigiani della parola hanno un compito importante da svolgere, con urgenza».
Gli artigiani della parola, dunque: Marilena Monti si sarà sicuramente riconosciuta in questa definizione per l’impegno e la passione con cui si è dedicata alla scrittura, intesa come ricerca di precisione, di bellezza e di riscatto. «Sono una siciliana – diceva con forza – che ogni giorno deve lottare in quanto donna e in quanto siciliana. Lottare per l’affermazione dei suoi diritti e dei suoi spazi».
La scrittura ha una funzione salvifica. Nel romanzo Viaggio di cuore Ugo («Questo personaggio mi somiglia molto» sottolineava Marilena) ne avverte subito un benefico effetto. Nel finale del libro il protagonista confessa:
«Di lì a poco avrei trovato le parole. Quelle mie. Senza inganno. Senza pezzi di anima scorticata. Forse avrei scritto finalmente la storia di un difficile trapianto, di un’amicizia grande, di una fatica. La difficoltà di cambiare, che è più difficile di ogni altra cosa. Avrei raccontato la mia storia, per cominciare. E poi infinite, le altre dolcissime storie di ogni giorno, le semplici vicende quotidiane. Le sole forse che meritino d’essere narrate. Ognuna pagina eccezionale della vita. Avrei trovato le parole giuste, ciascuna col suo significato più reale, ciascuna col senso di se stessa».
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Ernesto Di Lorenzo, giornalista pubblicista ed editore. Ha collaborato a quotidiani e periodici, realizzando reportage su alcune città europee (Amsterdam, Glasgow, Salisburgo, Madrid, Stoccolma), su Cipro, Cuba e la Patagonia. Ha scritto articoli, fra gli altri, su Guy de Maupassant, Ernest Hemingway, Italo Calvino, Cesare Pavese, Mario Soldati, Alberto Moravia. Nel 2009 ha creato una nuova sigla editoriale, pubblicando libri di diversi autori sulla memoria e l’identità culturale, sui linguaggi della musica, del cinema e del teatro, sui diritti umani e la solidarietà multietnica.
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