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Manzoni e la Rivoluzione francese

L’ultima edizione del saggio del Manzoni su La Rivoluzione francese

L’ultima edizione del saggio del Manzoni su La Rivoluzione francese

di Umberto Melotti 

Del Manzoni quasi tutti conoscono I Promessi Sposi, le tragedie e molte poesie. Pochi invece conoscono i saggi, sia quelli scritti prima del romanzo (come le Osservazioni sulla morale cattolica, 1819), sia quelli scritti dopo. Fra questi, di particolare importanza sono i saggi linguistici e letterari e il saggio su La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859.

Questo saggio è, anzi, uno dei suoi scritti meno noti, nonostante il suo grande interesse. Ciò si deve a tanti motivi, fra cui il fatto che è un testo largamente incompiuto e pubblicato solo postumo (nel 1889, nel centenario di quella rivoluzione [1]), che ha suscitato subito (specialmente in Italia, come lui stesso aveva previsto nella terza redazione della sua “Introduzione”) molte reazioni negative, per la sua critica radicale di quella Rivoluzione, da molti ritenuta l’atto fondativo della società moderna. Inoltre, il testo ricostruisce, fin troppo minuziosamente, gli antecedenti immediati e i primissimi passi di quel processo (tra il maggio e l’agosto 1789), ma s’interrompe bruscamente lì, anche se non mancano numerosi riferimenti, espliciti e impliciti, ai suoi successivi sviluppi, ovviamente a lui ben noti. Si aggiunga la difficoltà di lettura di un testo non rivisto, corretto e migliorato nella forma da lui, che aveva invece dedicato quasi vent’anni a rivedere e a migliorare linguisticamente il suo romanzo.

Alcuni hanno criticato Manzoni attribuendogli il rifiuto dell’idea stessa di rivoluzione, ma del tutto a torto. In effetti, in quello stesso testo Manzoni ha parlato con vivo apprezzamento della rivoluzione che si era intrecciata con la guerra d’indipendenza americana e ha definito “rivoluzione” anche l’anno cruciale del Risorgimento italiano, il 1859, che ebbe molto a lodare, per aver portato all’Unità dell’Italia (che era stata per lui il «sospiro di tutta la vita» [2]) o, per essere più precisi, alla proclamazione del Regno d’Italia, perché in realtà quell’unità non è stata raggiunta in quell’anno, ma molto più tardi, in altre tre tappe: la liberazione del Veneto, di Mantova e di una parte del Friuli nel 1866 (dopo la Terza guerra d’indipendenza, grazie anche alla sconfitta dell’Austria da parte della Prussia); l’annessione di Roma nel 1871 (dopo la sua liberazione armata dal dominio papale); e la conquista delle terre “irredente” di Trento e Trieste nel 1918 (grazie alla vittoria nella sanguinosissima Prima guerra mondiale).

Una “rivoluzione” che il Manzoni ha encomiato anche nel suo ultimo scritto (1873), un testo occasionale (anch’esso rimasto incompiuto e pubblicato solo postumo), che gli era stato richiesto dalla municipalità di Torino, che intendeva pubblicare, nel decennale del Regno d’Italia, una raccolta di «autografi di uomini illustri che avevano cooperato all’indipendenza nazionale» [3].

71ammnj1x4l-_ac_uf10001000_ql80_Si potrebbe obiettare che il Risorgimento non è stato una rivoluzione (come hanno affermato moltissimi, fra cui Antonio Gramsci, che lo definì una «rivoluzione mancata» o, al massimo, una «rivoluzione passiva», per il ruolo fondamentale svoltovi dal Regno sabaudo [4]), e non è stato neanche, almeno dal punto di vista sociale, quel «gran cambiamento» che il Manzoni credeva [5]. Non possono non venire in mente, in proposito, le parole di un personaggio del Gattopardo, Tancredi, il nipote del principe di Salina, che, dopo esser passato con i garibaldini, nonostante la sua appartenenza alla nobiltà borbonica, disinvoltamente affermava che bisognava cambiare tutto perché non cambiasse nulla [6]. Parole in apparenza anticipatrici, ma in realtà frutto del senno di poi o, meglio, della conoscenza dei suoi risultati, specialmente nel Sud.

Nel caso della Rivoluzione francese, il Manzoni è stato certamente un controrivoluzionario, ma non è stato affatto un reazionario, come invece erano stati alcuni dei primi critici di quella Rivoluzione, fra cui, in Francia, Joseph De Maistre e Louis de Bonald [7]. È stato un riformista, come diremmo oggi, ed è stato proprio come tale che ha criticato quella Rivoluzione, da lui ritenuta inutile e controproducente. Le è stato contrario, ma non per principio. Ha criticato, insomma, molto severamente (com’era giusto), un processo che, per di più, aveva conosciuto (come, secondo lui, era implicito nei suoi stessi primi passi) una rapidissima e gravissima degenerazione, che l’ha portata a passare, da un’enfatica proclamazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino (1789), alla loro più brutale negazione cruenta, con la condanna a morte anche di tutti i suoi più celebri protagonisti (da Hébert a Danton, da Desmoulins a Robespierre e a Saint-Juste), oltre che di tante migliaia di altri, ritenuti avversari, a torto o a ragione, o anche solo “sospetti” di esserlo perché sgomentati dalla sua deriva, culminata nel Terrore (1793-1794).

Una degenerazione, peraltro, simile a quella – si può e si deve aggiungere oggi – che ha interessato, in modo non meno rapido e radicale, tutte le altre grandi rivoluzioni che l’hanno seguita (la Rivoluzione russa, la Rivoluzione cinese, la Rivoluzione cubana etc.), del resto, più o meno influenzate, direttamente o indirettamente, dalla grande Rivoluzione francese e dalle minori “rivoluzioni” che ne hanno costituito una ripresa o una continuazione parziale (nel 1830, nel 1848 e nel 1871) [8]. Lo stesso Marx, del resto, aveva riconosciuto l’influenza della Rivoluzione francese sul movimento comunista e sulle successive rivoluzioni: «Il giacobino del 1793», disse fra l’altro, «è diventato il comunista dei giorni nostri» [9].

2-1Le critiche del Manzoni a quella rivoluzione sono quasi tutte ben fondate, e tali appaiono ancora più oggi. Si può anzi dire che – più che un epigono dei primi critici politici e ideologici di quella rivoluzione (fra cui Edmund Burke, un whig che ne scrisse già nel 1790 [10], prevedendone l’esito, e M.me de Staël, che le dedicò un ponderosissimo studio, pubblicato postumo nel 1818 [11]) – Manzoni sia stato un precursore della saggistica storica contemporanea (spesso definita a torto “revisionista”), di cui è espressione saliente il più noto libro di François Furet (Penser la Révolution française, Gallimard, Paris, 1978; tr. it. Critica della Rivoluzione francese, Laterza, Bari, 1978), lo storico che ha preso più chiaramente le distanze dalla lunga tradizione apologetica (come l’aveva già definita Manzoni), alimentata anche da studiosi di grande valore, come, nel Novecento, Albert Mathiez, Georges Lefebvre e Albert Soboul, i più noti esponenti della cosiddetta “interpretazione classica”, tuttora dominante. 

Non tutte le osservazioni del Manzoni, però, colgono il segno. Fra queste, quella relativa alla sua fase iniziale, particolarmente trattata nel suo testo, di aver abbattuto il sistema di governo esistente, che a suo giudizio avrebbe potuto essere riformato senza distruggerlo (un’ipotesi dubbia e in ogni caso non dimostrata né dimostrabile, come tutte le affermazioni controfattuali) [12]. Alcune critiche che gli sono state mosse, però, sono almeno imprecise. Fra queste, quella rivoltagli anche dal grande Benedetto Croce, un liberale conservatore allora al culmine della sua influenza culturale, che ha criticato Manzoni asserendo che la rivoluzione è, per sua natura, un fatto extragiuridico e per questo non può essere giudicata con riferimento al diritto, come credeva che avesse fatto [13]. Innegabilmente, Manzoni, in certi passi, sembra attribuire un’eccessiva importanza agli aspetti giuridici, ma dietro al diritto vedeva il potere, come in tanti altri suoi scritti, dalle tragedie al romanzo [14].

81xvpm4wgql-_uf10001000_ql80_Va detto che sulla posizione manzoniana hanno influito tanti elementi diversi, fra cui la sua riflessione sulle persecuzioni inflitte alla Chiesa e ai credenti da quella Rivoluzione (giunta alla sanguinosa repressione della resistenza in Vandea, costata circa quarantamila morti) e il grottesco tentativo di sostituire alla religione cristiana il culto dell’Essere Supremo. Ma, prima ancora del suo ritorno alla fede (1810), hanno giocato una parte importante sulla sua visione di quella rivoluzione, gli incontri avuti in Francia, grazie a un’amica della madre, Sophie de Condorcet, vedova del celebre e infelice Nicolas (uno degli ultimi filosofi illuministi e dei primi sociologi), che, dopo aver partecipato attivamente all’avvio e alle prime fasi del processo rivoluzionario, per aver difeso i diritti dell’uomo proclamati ai suoi inizi, aver cercato di sospendere l’esecuzione della condanna a morte di Luigi XVI e aver contrastato l’incipiente dittatura giacobina, era stato messo in carcere e vi si era ucciso, per evitare la ghigliottina.

In realtà, durante il suo primo soggiorno a Parigi (1805-1810), aveva conosciuto molti studiosi di problemi storici, politici e sociali, fra cui gli idéologues, che dalle precedenti posizioni illuministe, erano approdati, anche per tristi esperienze personali, a una visione della storia molto meno ottimistica. Fra questi, il loro caposcuola Antoine Destutt de Tracy, incarcerato durante il Terrore (della cui figlia si era anche innamorato), Pierre Cabanis (con cui aveva lungamente conversato passeggiando per Auteuil) e Claude Fauriel, prima compagno della Staël e poi della Condorcet (con il quale strinse una profonda e duratura amicizia, testimoniata da un lungo e ampio carteggio). Nel suo secondo soggiorno parigino (1819-1820) frequentò anche il filosofo Victor Cousin e lo storico Augustin Thierry, assai interessato alle dinamiche rivoluzionarie. 

22648154014D’altra parte, erano ormai diventati ben noti a tutti coloro che non volessero chiudere gli occhi (e allora ce n’erano ben pochi) gli eccessi cui era giunta quella Rivoluzione (basti ricordare, oltre ai terribili massacri e alla feroce eliminazione degli avversari politici con l’esecuzione immediata di sentenze sommarie, l’assurda divinizzazione della Ragione, che ne costituiva una stolida e plateale negazione) e il suo sbocco nella dittatura napoleonica, con le sue guerre, non più solo difensive o preventive, ma anche di conquista, che hanno interessato tanti Paesi, compresa l’Italia. In proposito va ricordato che il Manzoni, poco più che quindicenne e ancora affetto da giovanili entusiasmi giacobini, in un poemetto dedicato al Trionfo della Libertà (1801), divinizzata anch’essa sul modello francese, aveva già messo in guardia i cittadini di Milano, sotto l’incipiente dominio napoleonico, contro «la tirannia che Libertà si noma» (un’espressione che avrebbe riproposto pressoché testualmente, tanti decenni dopo, in tutte le versioni della sua “Introduzione” allo scritto sulla Rivoluzione francese e nel suo stesso testo).

Ciò che sorprende, se mai, è che quella Rivoluzione sia ancora da molti tanto acriticamente esaltata. Basti dire che la festa nazionale francese continua a essere celebrata il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia (un’azione non eroica ma “animalesca”, secondo Alessandro Manzoni, e segnata e seguita da tante crudeli violenze), per tacere degli smodati festeggiamenti del suo duecentesimo anniversario nel 1989, che avrebbe potuto costituire invece una buona occasione per un suo generale ripensamento. Ma, come ha detto quel grande storico cui si deve la più icastica definizione dell’idea francese di Nazione, il sentimento patriottico si alimenta, non solo in Francia, più di miti che di fatti [15]. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859. Saggio comparativo, pubblicato a cura di Ruggiero Bonghi [e Giovanni Sforza], per conto di Pietro Brambilla, Rechiedei, Milano, 1889, e, pressoché contemporaneamente, dallo stesso editore, come sesto volume delle Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni. L’edizione di riferimento (che ne comprende tutte le redazioni, ma non è ancora un’edizione critica, nonostante il più che apprezzabile lavoro dei suoi curatori) è quella apparsa nell’Edizione nazionale ed europea delle Opere di Alessandro Manzoni, Centro Nazionale Studi Manzoniani, Milano, 2000, vol. 15: 1-274, con testo a cura di Luca Danzi e introduzione, cronologia e regesto di Giovanni Bognetti.
[2] Così nella sua lettera del 7 ottobre 1848 a Giorgio Briano, il giornalista che aveva sostenuto la sua candidatura alla Camera subalpina, in cui gli comunicava la decisione di rinunciare all’elezione, avvenuta nella circoscrizione di Arona (in Alessandro Manzoni, Tutte le lettere, a cura di Cesare Arieti, Adelphi, Milano, 1986, vol. 2, lettera 867: 463).
[3] Si veda Dell’Indipendenza dell’Italia, trascritto da Domenico Bulfaretti e pubblicato per la prima volta, in cinque puntate, su un quotidiano, “La Stampa” di Torino, a partire dal 24 dicembre 1924 (con il titolo, non indebito ma non esplicito, di Manzoni inedito, e con autore il suo curatore, Umberto Cosmo). In volume, è stato pubblicato ancora più tardi, a cura di Fausto Ghisalberti, Sansoni, Firenze, 1947, con apparato di diversi documenti. Ora è presente nell’Edizione nazionale, cit., vol. 15: 275-293.
[4] Si veda Antonio Gramsci, Il Risorgimento e l’Unità d’Italia, a cura di Carmine Donzelli, Donzelli, Roma, 2010 (antologia tratta dai Quaderni del Carcere e altri scritti, 1929-1935).
[5] Si veda La Rivoluzione francese, cit., «Introduzione» alla terza redazione: 228.
[6] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano, 1959.
[7] Si veda Joseph De Maistre, Considérations sur la France, Neuchâtel – Lausanne, 1796, e Louis de Bonald, Théorie du pouvoir politique et religieux dans la societé civile, Konstanz, 1796. Il De Maistre definì quella rivoluzione «un fatto demoniaco», così come il protosociologo conservatore Louis de Bonald. Fra i critici della Rivoluzione francese, e soprattutto dei suoi eccessi cruenti, ci fu anche Alexis de Tocqueville, di orientamento liberale, di cui si veda L’ancien régime et la Révolution, Michel Lévy, Paris, 1856, citato dal Manzoni.
[8] Si veda Umberto Melotti, Rivoluzione e Società, La Culturale, Milano, 1965; tr. sp. Revolución y Sociedad, Fondo de Cultura Económica, México, 1971 (con diverse riedizioni e ristampe).
[9] Karl Marx, Discorso sulla Polonia, Bruxelles, 22 febbraio 1848, in Karl Marx, Friedrich Engels, Opere, Editori Riuniti, Roma, 1972 e segg., vol. 6: 557-560. Per altri riferimenti si veda François Furet, Marx et la Révolution française, Flammarion, Paris, 1986; tr. it. Marx e la Rivoluzione francese, Rizzoli, Milano, 1989.
[10] Edmund Burke, Reflections on the Revolution in France, Dodsley, London,1790. Il Manzoni non conosceva questo libro direttamente, ma ne conobbe la sostanza attraverso le discussioni che suscitò in Francia, una sua recensione in lingua francese e la traduzione francese della risposta datagli da Thomas Paine (Droits de l’Homme, en réponse à l’attaque de M. Burke sur la Révolution françoise, Buisson, Paris, 1791; 2ª ed.1793).
[11] Considérations sur les principaux événements de la Révolution françoise, Delaunay, Paris, 1818, 3 voll. La Staël, figlia del ministro Jacques Necker e convivente prima di Benjamin Constant e poi di Claude Faurier, a lungo grande amico del Manzoni, è stata una delle prime esponenti del pensiero liberale europeo. Il suo libro sulla Rivoluzione francese è stato accuratamente postillato dal Manzoni, che peraltro non ne condivideva l’impostazione, caratterizzata dalla distinzione in quel processo di due fasi, la prima positiva, per le sue importanti riforme, e la seconda negativa, per i suoi ingiustificabili eccessi.
[12] Fra le sue convinzioni più discutibili, va segnalata quella, ricorrente nel suo testo, che Luigi XVI, presentato, specialmente dopo la sua condanna, come un inetto, contrario a tutte le riforme, fosse invece un buon re, che le aveva lui stesso proposte e sollecitate, anche convocando gli Stati Generali.
[13] Benedetto Croce, Alessandro Manzoni. Saggi e discussioni, Laterza, Bari, 1930: 49 e ss. Quest’asserzione rimanda a uno dei caposaldi del discutibile “storicismo assoluto” crociano: l’idea che la storia, così come non può giudicare, non dev’essere giudicata. In realtà nel Manzoni esiste un certo formalismo giuridico, che può apparire improprio nella trattazione di un fenomeno come la rivoluzione, che implica, quasi per definizione, una rottura con il sistema esistente. Ma, a ben vedere, dietro l’attenzione per il diritto, c’era in lui, come sempre, quella per il potere, a volte implicita e a volte esplicita.
[14] Cito, ad esempio, i famosi versi dell’Adelchi (1822) «Una feroce forza il mondo possiede e fa nomarsi dritto» (atto V, scena VIII) o, nel romanzo, l’amaro commento sulle «strane» parole di Renzo («A questo mondo c’è giustizia, finalmente!»): «Un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dice» (I Promessi Sposi, 1840, cap. 3).
[15] Ernest Renan, Qu’est-ce qu’une nation?, Calmann Lévy, Paris, 1882.

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Umberto Melotti, ha insegnato Sociologia e Antropologia culturale all’Accademia di Brera, all’Università di Pavia e, come ordinario, per ventisei anni, alla “Sapienza”. Ha fondato e diretto la rivista “Terzo Mondo” ed è stato a lungo membro della direzione dell’“International Review of Education”, pubblicata in tre lingue dall’Unesco. Fra le sue numerose pubblicazioni: Marx e il Terzo Mondo (Il Saggiatore, 1972), tradotto in inglese, spagnolo e cinese; L’immigrazione: una sfida per l’Europa (Edizioni Associate, 1992); Etnicità, nazionalità e cittadinanza (Seam, 1999); Migrazioni internazionali, globalizzazione e culture politiche (Bruno Mondadori, 2004), parzialmente tradotto in molte lingue; Marx: passato, presente, futuro (Meltemi, 2019).

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