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Malinda in Pizzuto

_57di Antonio Pane

Sul ponte di Avignone, il primo libro pubblicato, sia pure sotto pseudonimo, da Antonio Pizzuto, si vuole, nel suo sottotitolo, «Romanzo» [1]. Ripartito in quattro «quaderni» e condotto nella prima persona che verso la fine del quarto (p. 252) vediamo coincidere, l’unica volta che ne viene pronunciato il nome, con quella del presunto autore, Heis, il racconto si affretta a dichiararsi «confessione che tenda oltre la semplice penitenza», dettata da «un impulso così complicato che rinuncio ad esaminarlo», ma «proponendomi che altri non legga» (p. 6). Più avanti, l’incipit del secondo quaderno integra, come a superare ogni remora: «Ebbene, continuerò. Sarà detto tutto; il bisogno di fissare narrando, vince sul sentimento che mi ha tenuto una estate intera indeciso» (p. 25). Ma il peccato da redimere e il lutto da elaborare con una scrittura portata a restituirne ‘sotto copertura’ le vestigia non rientrano nella classe degli espedienti diegetici: sono materia ancor ‘presente e viva’, sebbene inesorabilmente in archivio, passata in giudicato. L’autore ne trarrà una romanzesca «biografia dall’interno» (p. 162), trascrivendo, in una sorta di diario differito, cruciali memorie della sua esistenza, a preservare «il meglio della giovinezza» (p. 117). L’operazione autobiografica che Adriano Tilgher poté intravedere, all’uscita del libro, nei veridici attori («descritti ed analizzati così minutamente, che, dopo che avremo chiuse le pagine del volume, noi siamo in grado quasi, di indovinare ciò che essi faranno, ciò che essi seguiteranno a dire»), nel «romanzo vivo, forse anche vissuto e trasformato in opera d’arte» [2], è consegnata, con l’insidioso consiglio di «Non badare troppo ai fatti in ciò che espongo» (p. 4), al rimpiattino di date incomplete e di luoghi accuratamente descritti ma quasi sempre anonimi [3], e, lateralmente, al gioco dei motivi musicali che danno la ‘colonna sonora’ della «terribile vicenda» (p. 5) e che talvolta concorrono a denotarne i tempi.

Nel primo quaderno, volto al garbuglio amoroso che origina gli accadimenti, il narratore dichiara: «Avevo, al punto in cui si delineò la mia vita, sedici o diciassette anni. Dalla vecchia casa in cui tutti e tre eravamo nati si doveva sloggiare. […] Lasciavamo il centro della città» (p. 6). E quindi: «Frequentavo il liceo, con i privilegi spettanti a chi va per “uno dei primi”» (p. 7). Intorno a questi prodromi, i sopravvissuti registri del Regio Liceo Ginnasio «Vittorio Emanuele II» di Palermo tramandano intanto che Antonino Pizzuto, nato a Palermo il 14 maggio 1893, vi frequentò nell’anno scolastico 1909-1910 la classe prima liceale C e nel 1910-1911 la seconda A, risultando nell’ordine «promosso senza esami» e «promosso senza esami, con premio di secondo grado» [4], Inoltre, se il «tutti e tre» va ad abbracciare i fratelli Antonino, Ugo Antonio e Serafina Pizzuto e la «vecchia casa» si sovrappone alla storica dimora dei centralissimi Quattro Canti (nel Palazzo Di Napoli) rivisitata in tanti passi pizzutiani e assunta nel titolo di un’intervista di Mauro De Mauro,[5] della nuova, collocata «fuori di porta» (p. 6), testimonia la domanda di iscrizione alla laurea in Filosofia, datata 31 agosto 1915 [6], dove Pizzuto sostiene di abitare in Corso Calatafimi 170, ossia oltre la Porta Nuova che sigillava un tempo la città. L’ubicazione corrisponde ai ragguagli forniti dal testo: nell’attigua «caserma di cavalleria» (p. 7) si riconosce infatti la caserma «Turba» (oggi al numero 200); nel giardino «a tergo» (p. 6) e nella «vasta zona rimasta campestre fra i caseggiati sorti lungo le due vie parallele che la contenevano» (p. 7) l’estensione allora semi-rurale delimitata dal Corso Calatafimi e dal Corso Pisani, verosimilmente visibile dalla parte posteriore dell’abitazione. In questo quadro, la «magnifica sera di luglio – il 5 –», vettore del fidanzamento con la «giovinetta» che abita al «piano sopra quello da noi abitato» (p. 8) [7] e che guadagna così il nome della futura sposa di Pizzuto, Carolina Biuso (nata il 20 febbraio 1892), si librerà intorno al (se non nel) 1910, anno compatibile con la situazione configurata dal narratore: «Ella da marito, io un adolescente, uno studentello» (p. 8).

Palermo, Corso Calatafimi, 1926

Palermo, Corso Calatafimi, 1926

Da questo germe si propagano, in ordine strettamente cronologico, le venture del giovane Pizzuto. Il «Sotto i portici non si sentiva parlare che di Jhering, Mommsen» (p. 12) [8] e il «Facevo allora professione di fenomenismo. I miei dei erano i grandi logici inglesi: Bain, Stuart Mill» (p. 13) ne condensano gli studi giuridici, conclusi nel 1915, e i filosofici, intrapresi nello stesso anno alla scuola fenomenista di Cosmo Guastella. Il «fui inviato come amministratore presso l’ospedale di una piccola città vicina» (p. 13)[9] e il «Mesi dopo fui trasferito nella città natale» (p. 14) coprono gli anni del servizio di leva senz’armi (prestato dal luglio 1915 al luglio 1916 da sottotenente commissario amministrativo presso l’Ospedale Militare di Girgenti e dal luglio 1916 al febbraio 1918 presso l’Ospedale Militare Principale di Palermo. Il «tardivo colpo di stato» dei genitori che si spostano in «un palazzo moderno di là dalla piazza d’armi» (p. 14)[10] investe il trasloco della famiglia Pizzuto nell’indirizzo in calce a una domanda di esenzione dal pagamento delle tasse scolastiche datata dicembre 1916 e a uno stato di famiglia del 22 dicembre 1916: il terzo piano di Casa Manzo, al numero uno di Via Trasselli (una laterale di corso Calatafimi dopo la Cuba), dove il narratore, legato a un fidanzamento che «durava ormai da sette anni», si ritrova (dunque attorno al luglio 1916) «a riprendere le abitudini» (p. 14). Il «Poi conseguii un impiego. Era la negazione di quanto mi si confaceva […] rendeva le nozze possibili; però non avevo più tanta fretta» (p. 14) suggella l’avvio della carriera di Poliziotto, il primo ottobre 1918, con la nomina a Vice Commissario di prima classe e l’assegnazione alla Questura di Palermo [11]. Il «Dieci anni, è molto per un fidanzamento. Lecito dopo dieci anni di lasciare la fidanzata?» (p. 21) denuncia le spinose circostanze delle nozze Biuso-Pizzuto, mentre il «ventinove» (p. 22) ne dà lo stato civile: il 29 luglio 1921 impresso negli Atti della Questura di Palermo [12].

Lo scioglimento permette di allineare al 1920 il «22 dicembre» che lo precede, il giorno del colloquio con la ragazza offesa dal marito (p. 15) e al 1921 il «25 ottobre» che lo sorpassa, quello in cui viene alla luce il frutto della conseguente relazione (p. 25), delimitando così il periodo che porta al formarsi del vacillante focolare commemorato dal libro. «Sono nata il 25 ottobre 1921. Sul ponte d’Avignone è tutto autentico… Qualcosa è sul vago, ma è tutto autentico». «Io non lo posso leggere, perché piango continuamente». Le affermazioni di Giovanna Paladino-Friscia, la figlia naturale di Pizzuto,[13] non lasciano dubbi, e dispensano dati sorgivi che saggiano i sentieri delle effemeridi pizzutiane.

Erminia Nalli (familiarmente Minicò) [14] era una dei cinque figli di un Direttore Didattico e di una maestra elementare (la «minuta» Maria, dal «candore infinito», mandata dapprima nel villaggio di Ficuzza e quindi ad Aspra, frazione marina di Bagheria, allora «di duemila anime»). Aveva sposato, «verso i quindici anni» (dopo una fuitina e «solo al municipio»), un giovane bagherese, Francesco Paladino, per separarsene «subito». Giovanna la descrive come una donna «piena di fascino» («non si poteva non amarla»), «una gran donna, un personaggio», «unica nel suo genere», «ottimista», «piena di gioia di vivere», «battagliera» e pronta a dar sulla voce («sempre che urla, che battibecca»): una persona «spassosissima» che «si divertiva moltissimo» (negli ultimi anni «ogni estate andava un mese a Saint Vincent per giocare alla roulette»). Ne rappresenta inoltre la fortissima miopia (corretta con occhiali «color fumo»), i mal di testa «terribili» [15], l’udito «meraviglioso», l’abitudine di ossigenarsi i capelli, di mettersi la crema, di farsi i pomelli «tutti rossi», l’erronea convinzione di avere «un’anima del commercio» («si faceva fregare dal mondo intero»), e, pur festeggiandone il compleanno il 6 aprile [16], rimane curiosamente incerta sulla sua età: «Mia madre aveva neanche diciott’anni quando sono nata io»; «La data di nascita di mia madre non l’ha mai saputa nessuno, era approssimativa, intorno al 1901, al 1902… anche perché lei, sui documenti, sempre scolorinava, cambiava la data di nascita, e una volta stava andando dentro perché ha comprato una macchina e ha falsificato la data di nascita»; «È morta nel 1960. Aveva sessant’anni, perciò è nata nel 1900». Ugualmente instabile appare l’età della protagonista del romanzo. Riesumando il capitale «22 dicembre» Pizzuto/Heis annota: «Diciotto anni, ella dichiarò: dunque diciannove» (p. 15). E nel volgere del libro, riportando eventi che, come vedremo, sono da ricondurre al 1931: «Capelli di ventisei anni i suoi?» (p. 233). Il primo appunto porta a una nascita nel 1901; l’altro la posticipa addirittura al 1905.

Insieme all’anagrafe ballerina il racconto ne dirama sparse notizie biografiche, presentandola come «sorella minore di una signora che conoscevo» (p. 15), e parlando di un padre «maestro pensionato» (p. 19) che adombrava discendenze «da principi longobardi» (p. 233) e di una madre che «viveva in un paesello vicino. Veniva soltanto di sabato, dopo le lezioni» (p. 19). La sua storia col marito – che «la maltrattava» con «digiuni, percosse, la abbandonava sulla via» (p. 15), rimanendo «un bel giovanotto» (p. 17), e che a un certo punto viene chiamato Francesco (p. 81) – reclamerà una vera rapsodia (pp. 157-158):

«A lui la ventura di conoscerla quasi bimba ancora, lui a destarla: eccola subito sua. Scandalo nel paesetto? Sarà scacciata dai suoi? Poco importa. Rimane finché egli la vuole, lo riaccompagna per via – è giorno di festa – noncurante, fiera. Immediata la stolta maledizione paterna; egli si rifugia dalla mamma, come dopo avere lanciato un sasso; ha venti anni. E lei è sola. Non le vorrebbe quelle nozze, quali alternativa col carcere, a sguardo torvo, i calzoni vecchi, fra tanti segni di rancore e disprezzo; ma deve subirle. Sono appena avvenute. Avviandosi verso l’uscita ella sa vincere l’orgoglio. Gli dice, riconciliante: “Andiamo a braccetto” e allunga timidamente la mano. Uno strappo; resta interdetta sulla soglia: egli già scompare alla cantonata. – In città dal padre – quasi tollerata – langue priva, poverina, di Lui (così lo indicava nelle prime lettere a me), del “giovane slanciato dalla bocca rossa” (così lo descriveva nella sua piccola novella autobiografica intitolata E non si perdette). Egli riappare ravveduto; ha un impiego sul treno. Il padre assegna la stanza. Hanno un letto. Le ristrettezze sono un nulla. Ed ella lo aspettava tutta la notte come gatta giù dietro il portone, tremando di freddo nel suo piccolo scialle, egli andava a trovarla sì e no quasi ne fosse l’amante. “Mio marito mi batte…”. – Forse una reazione, perché anche a lui avrà detto: «Non uscirai», anche lui avrà inseguito in sottana. «Mi batte. Mio padre stanco ci ha cacciati. Sono sulla via». E gli occhi: “Fai che egli torni a me!”» [17].

Quanto alle fattezze, il narratore la vede «piccina piccina, quasi senza forme, aspetto di ragazzina» (p. 15), con «due treccine di capelli fino alle spalle» (p. 16), un «fuscellino» con una «vitina infantile» (p. 20) e un «petto infantile» (p. 119), un «nulla» (p. 147) che «poco pesava» (p. 135); ne rileva gli «occhi di olio» (p. 198), le «Manine dalla scarsa presa, dure in certe occasioni!» (p. 119), la «piccola cicatrice nel solco sottonasale» (p. 223), la «taglia graziosa con la nuca da statua» (p. 244), la «bocca bella» (p. 257), e ne divulga le muliebri manomissioni: «A riprese invero era bionda. Prima di uscire con pazienza inflessibile poneva mano al massaggio del viso» (p. 221). Il rovescio di questa esigua leggiadria è un carattere forte, forgiato dall’amore[18] e governato dalla diarchia calma/impeto. Da un lato un estremo controllo: «Ella non si mostrava né curiosa né inquieta» (p. 18); «Ansava. Né rimproveri né proteste né domande» (p. 25); «La faccia contratta, con certi occhi immoti; ma non un lamento» (p. 25); «Non una richiesta» (p. 28); «sempre a viso eretto e ridente, le parole misurate» (p. 38); «Non apriva bocca che per parole taglienti, mi guardava dura con viso impassibile» (p. 47); «un paio di occhi impassibili che avrebbero scoraggiato anche un missionario» (p. 138); «il suo volto impassibile, non un segno di stanchezza» (p. 240). Dall’altro la stoffa di «implacabile giustiziera con accanimento da puritano» (p. 162), la furia provocata dagli «ipocritamenti» (p. 263), quella «voce squillante e attitudine a servirsene» (p. 112): una temperie sorpresa nei «vertiginosi passaggi, cui era gesticolando intenta» (p. 255), nell’atto di riversare «sul petto tutta l’acqua del boccale» (p. 42), di incalzare «scalza soffiandomi contumelie» (p. 85).

Erminia e Giovanni, 1922

Erminia e Giovanna, 1922

Pizzuto torna a discorrere del suo perduto originale in alcune lettere inedite a Giovanna. Il 22 novembre 1967 ne ribadisce, con affettuosa ironia, il talento ‘oratorio’: «la Mamma, poverina, a volte ti chiamava, teneramente, figlia di buttana. Quante espressioni gentili aveva sempre per noi! A me in contemplazione diceva talora: “Chi mi talìi, ’sti cugghiuna?”, usando, come vedi, il neutro plurale: un’espressione, credo, cavata dalle rime del Petrarca». Il 10 giugno 1968 ne considera l’«eccezionale forza d’animo». Il 15 febbraio 1969, parlando di tresette, ne censura le impenitenti scorrettezze: «A questo giuoco la Mamma pretendeva che io barassi o le facessi dei segnali, divertendosi che io, pur subendo in pieno l’ascendente di lei, fossi incorruttibile con le carte e protestassi se lei diceva “ti infilzo” per far capire al compagno che aveva il 3 o l’asso di spade!». Una missiva del 6 maggio 1965 giunge da sua parte a rievocare un aneddoto immesso nel romanzo: «una volta, per far bollire l’acqua da calarvi la pasta, impiegò alcuni mazzi di carte francesi di Gilda».

Siamo all’esordio della temeraria unione. Dopo i due consecutivi appuntamenti (quello del «22 dicembre» e quello del «Natale», dunque del 25 dicembre 1920) nell’ospizio tutto «vetustà o ruina» della «vecchia in parrucca» (p. 14), i novelli amanti approdano, con manovre notturne, all’«appartamentino» dell’uomo, ricavato nella casa dei suoi genitori, cui si accede «per una scaletta dalla sala d’ingresso» (p. 18) [19], e quindi a un «albergo di quelli senza servizio», dentro una stanza resa disponibile dalla sorella di lei, dove trascorrono «la fine del carnevale»: «Ella cucinò accoccolata bruciando delle carte da giuoco. Un fumo!» (p.19). Gilda è dunque la sorella di Erminia. E, dato che il carnevale 1921 durò dal 23 gennaio all’8 febbraio, si può fissare la ricorrenza di questa ‘ultima cena’, subito seguita dal giorno che vede, nella ormai nota «piazza d’armi», appena perso il precario ricovero alberghiero, e prima della penultima notte furtivamente passata ancora in casa dei genitori, l’annuncio della maternità: «Appena mi fece capire ebbi una gioia intensa» (p. 20). Al «giorno dopo», dunque vicino al 10 febbraio, risale il reperimento dell’altrettanto precario «alloggio presso una vedova» (p. 20), prologo dell’odissea abitativa che è il pernio della narrazione: rubricandone con dimidiata esattezza i luoghi (e i tempi che vi sono connessi), il poliziotto Pizzuto ricostruirà la doppia vita del poliziotto Pizzuto.

«“Guarda che cosa ho fatto oggi per Giovanni”. Avevamo stabilito di chiamarlo come mio padre» (p. 20). Il nome scelto per la creatura in viaggio è un indizio ‘pesante’: il padre di Pizzuto si chiamava Giovanni Pizzuto Viola. Parimenti fruibili sono la data della prima rottura, con la restituzione delle «sue letterine d’amore», incisa nel «ventotto» che precede il matrimonio (p. 22), dunque il 28 luglio 1921, e il posto della riconciliazione, il «piazzale fuori le mura» (p. 25), ossia la grande Piazza Indipendenza, che fiancheggia l’imbocco del Corso Calatafimi. Anche se è arduo individuare la «piccola clinica» e il «vecchio dottore senza pretese» che presiederanno al parto (p. 25), il narratore precisa che per tornarsene a casa percorre «vari chilometri» (p. 27), laddove Il trauma della nascita («Lei urlava, straziata. Non mi udiva»), l’epifania della cornea «azzurra come fiore di lino» e il bagno nella «catinella» (pp. 26-27) hanno il suffragio di una lettera inedita a Giovanna (21 ottobre 1966): «Ti ho vista nascere, proprio sotto gli occhi, e in premio regalai alla Mamma un paio di scarpe così belle, che a prima misa sinni vìnniru ’i tacchi: erano del primo calzolaio di Palermo. Mamma ti faceva il bagno in una catinella; avevi le cornee azzurre azzurre azzurre!». Vi si aggiunge il messaggio del 15 febbraio 1966 che, convocando «Benoit Sommariva (tuo padrino di battesimo)» [20], chiosa la chiusa «Prima di lasciare la clinica fu battezzata» (p. 27).

Uscendo dalla clinica, «Pochi giorni dopo» (p. 27), quindi a fine ottobre/principio novembre 1921, la puerpera si rifugia «in casa del padre»: «otto giorni senza rivederle. Finalmente ella poté aprirmi. Ero appena entrato e il marito bussò» (p. 27). Se questa scabrosa evenienza è agevolmente databile, dell’«umile stanzetta in fondo al cortile malsano, presso non so quale vecchia» e della «camera in cui potresti venire» (p. 28) il libro ci dice poco, quasi a segnalare la fugacità del transito. Viceversa, il locale tra «anguste e vecchie stanzette al secondo piano», offerto da una famiglia con «l’aria dignitosa dei decaduti, non curiosa, sobria nel parlare», nell’appartamento che «aveva la forma di una scatola da cassiere, con otto compartimenti: quattro più larghi in una fila, quattro corrispondenti nell’altra», e che annoverava un «balcone dirimpetto al manicomio» (p. 29), ottiene una maggiore evidenza, confortata da una lettera inedita a Giovanna (3 dicembre 1965) che rammenta «via La Loggia, rimpetto al manicomio, dove, se ricordi, abitavano i Bagnara» (Giovanna conferma che i Bagnara «avevano affittato, mi pare, due stanze a mia madre», e che ne era nata «una specie di amicizia»). La domanda sulla bambina, il «quante settimane? quattro? sei?» (p. 30), consente poi di attaccare l’accensione di questa residenza (e la notte che la precorre, perigliosamente bruciata fra le mura paterne divenute frattanto nuziali) alla fine di novembre 1921. Il riparo, annidato in una parallela di corso Calatafimi, nel verso opposto a quello da cui se ne diparte la via Trasselli, è logisticamente compatibile con la simultanea gestione delle due famiglie: per rientrare nella casa legittima il narratore deve solo imboccare la via e svoltare verso la grande arteria: «Mi restava di risalire il corso (casa nostra trovavasi nella seconda via a sinistra)» (p. 34). E l’allegra «sera di Natale» in compagnia dei locatori, con Giovanna già di «due mesi» (p. 35), sarà senz’altro da assegnare al 1921.

Palermo, Istituto del sacro Cuore

Palermo, Istituto del Sacro Cuore

I cartelli dei mesi illustrano anche la durata di questa permanenza: «Il freddo era intenso ormai – febbraio – e non sapevo stare seduto»; «Era maggio» (p. 36); «La seconda sera di giugno diede alla luce una femmina» (p. 40). La nascita della figlia ‘legale’ del narratore si specchia in quella di Maria Anna Pizzuto, registrata il 3 giugno 1922, determinando un altro sgombero: «Prese la casa in odio» (p. 41). Arriverà così la «casa piccolina», «appena allestita», in un «terreno dissodato da poco, senza fanali, di qua dallo stradale pel cimitero, dietro il piccolo asilo di sordomuti che il prete si affannava a tener su con elemosine», e composta di tre minimi ambienti: «La stanzetta da pranzo adiacente alla cucinetta dava in un angusto pozzo di luce; la piccola camera da letto a tramontana, sulla via (di là da venire) aveva la finestra ad altezza di uomo, sicché ella preparò due tendine» (p. 41). Il riferimento allo «stradale pel cimitero» fa pensare a un’ubicazione in prossimità di via Pindemonte che (incrociando, nella rotta del centro storico, la via La Loggia) collega il Corso Calatafimi al celebre cimitero dei Cappuccini: non molto lontana dall’abitazione dei suoceri dove, a ridosso della gravidanza, si è sistemata la moglie: «mi recavo dai suoceri, ridottisi per fare contenta la figlia in una cameretta. Vi arrivavo tardissimo, ne uscivo all’alba. Una corsa da papà e via alla “casa piccolina”» (p. 41). Queste maratone da Théorie de la démarche includono naturalmente la sede dell’ufficio in cui il narratore è «sempre l’ultimo a giungere affannato e infangato» (p. 41), ossia la Questura di Piazza della Vittoria, prossima alla Porta Nuova che separa il Corso Calatafimi dal Corso Vittorio Emanuele.

La marca temporale dell’ingresso in questa dimora, l’«entravamo con una figlia di quattordici mesi» (p. 41) che riporta a fine dicembre 1922, vale anche a validarne il rimpiazzo: «Terminato il semestre lasciammo senza troppo rimpianto la “casa piccolina” per una vecchia e più vasta nelle vicinanze della mia» (p. 42). La sua posizione è messa in rapporto con i domicili dei genitori e dei suoceri: «Mi ritrovavo vicino al tetto paterno cui mi attirava un istintivo bisogno di protezione. Le tre case erano prossime fra loro pur restando a vicenda fuori di mano; quella di papà al vertice, quasi equidistante dalle due, e queste ciascuna su vie che salivano convergendo: una specie di triangolo isoscele. Il corso centrale in cui passavano i tram ne formava la bisettrice. La “casa vecchia” era sita – guardando a monte verso quella dei miei genitori – lungo la via di destra» (pp. 42-43). Questa topografia da agrimensore kafkiano la riconduce, sull’asse del Corso Calatafimi, a un’altezza della via Cappuccini relativamente vicina alla via Trasselli, ubicazione avvalorata più avanti dalla visita veloce che la protagonista si ripromette di fare «ai nostri antichi ospiti, là di fronte al manicomio» (p. 49). La datazione di questo soggiorno, inaugurato, come si è visto, nei pressi del luglio 1923, ha una accessoria riprova nel «pretesto che scrivevo un libro» (p. 44) tirato in ballo dal narratore per giustificare dinanzi alla moglie le proprie assenze domestiche. L’opera ventilata si può infatti accostare alla per lungo tempo ignota prima redazione di Sinfonia, che l’autore dice «scritta nel 1923» [21].

pizzutoLe due occorrenze aggettano sulla cronologia del tratto immediatamente successivo, la scena-madre instaurata dal «Preparò un tranello. Era il mio compleanno» (p. 45), che vede l’irrompere della protagonista nella casa dei suoceri del narratore, presso la quale la moglie tuttora risiede,[22] legandosi quindi al 14 maggio 1924. I sopravvenienti «giorni inenarrabili che ebbero per epilogo una chiamata del capo: trasferimento» (p. 51) e l’annus horribilis che ne deriva prendono invece corpo nei nostri Atti della Questura di Palermo (Gabinetto. Busta 413. Fascicolo Pizzuto). La «chiamata del capo» è infatti collegabile all’ordinanza ministeriale del 14 luglio 1924, che comanda a Pizzuto di prendere servizio a Piazza Armerina (in provincia di Enna). Il 22 l’ufficio di Polizia giudiziaria presso la Regia Corte di Appello chiede per Pizzuto, che vi è attualmente distaccato, una proroga di 8 giorni, e il 31 riferisce che è partito «stamane». Il viaggio verso il «paesello sperduto, da esilio» (p. 51), con la protagonista ad accompagnarne la prima frazione, si consuma allora il 31 luglio 1924, e il ritardo di due settimane collima con il patetico «qualche giorno ancora» del narratore (p. 51). Lo scalo del «Due ore dopo smontai. Si cambiava» (p. 52) è ovviamente quello di Roccapalumba, bivio da un lato per Agrigento-Porto Empedocle e dall’altro per Caltanissetta-Enna-Catania. A documentare poi la «lunga licenza» per «malinconia» (p. 52) soccorrono un dispaccio del sottoprefetto di Piazza Armerina (29 agosto 1924) che invita il Vicecommissario Pizzuto a rientrare «entro domani», e un telegramma della Regia Prefettura di Palermo al Questore di Palermo (13 ottobre 1924) che, accertata la sua permanenza a Palermo dal 15 agosto, conclude: «Prego invitarlo a nome Prefetto Caltanissetta rientrare subito residenza».

Sul fermo e sulla detenzione della protagonista, nel «luogo d’onde tornavo» (p. 53), ossia a Piazza Armerina, sappiamo solo quel che dice il racconto. Ma il suo coincidere con il ritorno in città del narratore, e il rilascio «dopo dieci giorni» (p. 53) ne proiettano il rientro intorno al 25 agosto 1924. Il «non ero più nulla. Senza occupazione, con un piccolo assegno», il conseguente abbandono della «dolorosa casa», con il trasferimento presso «gli ospiti di una volta trasferitisi frattanto all’opposto fianco del manicomio», in una «abitazione più elevata» la cui terrazza, «tutta a mezzogiorno, guardava i cortili in cui le folli trascorrevano i loro giorni uguali» (p. 53), ossia, per Giovanna, «in via Altarello di Baida» (che costeggia l’altro lato dell’ospedale psichiatrico), hanno un contraltare nella continuazione degli atti sopra citati. Rispondendo al telegramma del 13 ottobre, il 14 Pizzuto dichiara di trovarsi «in condizioni di salute tali che non mi consentono di riprendere ancora servizio», e si impegna a «inoltrare alla R. Sottoprefettura di Piazza Armerina motivata e documentata istanza diretta al Ministero dell’Interno per ottenere un’ultima breve proroga di congedo o, nella negativa, di essere collocato in aspettativa» (il Ministero dell’Interno risponderà il 26, comunicando alla Regia Prefettura di Piazza Armerina che «non gli ha finora concessa proroga di venti giorni di congedo»). Infine, il 5 dicembre 1924 la Regia Prefettura di Palermo comunica a Pizzuto che dal 1° dicembre è collocato, per sei mesi, in aspettativa per motivi di salute, «con un terzo dello stipendio, escluso il supplemento di servizio attivo», mentre, scaduto il permesso, il 26 giugno 1925 la sottoprefettura di Piazza Armerina gli notifica che l’aspettativa è prorogata a tutto il mese di luglio 1925 (la decorrenza giuridica della ripresa del servizio è fissata al 1° agosto, la ripresa effettiva al 1° settembre).

Queste scartoffie sono affiancate dalle altre che vanno a elucidare il prosieguo: «Non trovavo da guadagnare; il poco che mi spettava era insufficiente. Papà mi aiutò come poteva: nulla eragli impossibile quando si trattava di noi. La cerchia degli amici, dacché ero fuori dall’impiego, si diradò. Sempre più imperioso il bisogno. Ottenni un posticino di supplente. Insegnavo filosofia. C’erano debiti. Dissi: “Se non potrò riavere l’impiego – qui – farò l’insegnante” e mi posi a studiare. Andavo nel primo meriggio da lei, mi sprofondavo nei libri» (p. 54). I registri della scuola e la testimonianza scritta di un’allieva attestano che nell’anno scolastico 1924-25 Pizzuto insegnò Filosofia e Pedagogia nel Regio Istituto Magistrale «Regina Margherita» di Palermo. Il 10 novembre 1924 la prima adunanza ordinaria del Consiglio degli Insegnanti ne discusse e approvò le proposte; il 16 novembre 1925 ne elogiò a distanza il «lavoro veramente enorme e diligente del riordinamento della biblioteca e della revisione esatta del catalogo» [23].

Palermo, istituto del Sacro Cuore

Palermo, istituto del Sacro Cuore

Abbinando l’area, ormai familiare, del nuovo tetto («cento metri più in giù della casa vecchia, dove fa gomito prima di sboccare sul piazzale») all’«io riammesso per una fortunata combinazione all’antico ufficio» (p. 59), l’inizio di questo intervallo con «la famiglia di un “Cavaliere”, un nobile decaduto» (p. 60) si può mettere nei paraggi del settembre 1925 (e la «fortunata combinazione» sarà da attribuire al decreto di nomina a Commissario Aggiunto, consegnato a Pizzuto il 20 maggio 1925, che veniva probabilmente a sventare il mortifero «esilio»). Il prossimo, nella «villetta» «a trenta metri da papà mio» (p. 61), dunque in via Trasselli, con uno dei due ingressi «dal lato di piazza d’armi» e il piccolo giardino con «tre aiuole, due nespoli, un fico» (p. 61), ci fa atterrare, mediante la «mezza primavera. Giovanna si avviava per il quinto anno» (p. 62), verso il maggio 1926, ancorando in tal guisa anche l’anno del «tre ottobre» – alluso più avanti nel richiamo alle «notti frizzanti di mezzo ottobre ed entrava appena nel sesto anno» (p. 74) – che segna l’ammissione di Giovanna nel Sacro Cuore (p. 69), ovvero nel monumentale Istituto che si affaccia sulla piazza omonima, tra l’Olivuzza, con il suo scenografico Villino Florio, e la Zisa. Giovanna, che dal terrazzo dell’attico di via dei Normanni, il suo ultimo ritiro, ne poteva scorgere il magnifico giardino, ratifica: «Al Sacro Cuore ci sono stata cinque anni, le elementari». E del giorno in cui – dopo la lettera della Madre Superiora, che comunica l’impossibilità di rilevarla con l’omnibus della scuola (e che ha tutta l’aria di copiare un documento autentico) – si realizza il temuto passaggio a «interna», e la bambina si illude che «stasera la mamma verrà a riprendermi» (p. 71), dice: «la prima volta fu bruttissimo, perché a tradimento mi lasciarono lì. Perché non mi potevano venire a prendere più, nessuno mi poteva accompagnare. Un giorno io aspettavo, e la mamma non è venuta, resta a dormire qua: questo, ancora non l’ho dimenticato».-

Il ritorno nella casa del Cavaliere, precisamente nella «camera delle due ragazze» (p. 80), è accomunato alla rilevante ammissione, dinanzi al solo collega provvisto di «acume», «di star tuttavia lontano da mia moglie» (p. 81), nonché alla cerimonia in collegio che il cenno al «divino episodio di Lourdes» (p. 86), vale a dire alla Immacolata Concezione di Lourdes, adegua a un 8 dicembre che sarà quello del 1926: il susseguente ed emblematico teatrino natalizio delle «stelle filanti» (p. 88) e del «ramicello storto e calvo che più ancora incurvavasi al peso della roba attaccatavi» (p. 89) va quindi a posarsi sul Natale dello stesso anno. Di conseguenza il «28 giugno» della promozione, «con una valigia di libri quaderni diplomi, le medaglie sul petto», l’immediata gita «al lido» e il «settembre; volsero le vacanze alla fine» (p. 99) ci istradano nel 1927. Il contiguo «sognavo remunerative glorie da conquistare per loro mediante qualche Trattato» (p. 100), che sarà ribadito dal «ripensavo a diventare con un libro qualcuno» (p. 167), va pertanto ad accostarsi alla composizione di Sinfonia (1927), incominciata il 5 giugno 1927 [24], nel cui manoscritto le indicazioni «my house», «Their Home» e «new home» tradiscono la bigamia (e i periodici spostamenti del nido illegale) [25].

Hotel de France

Palermo, Hotel de France

Il depresso ricetto rimediato dalla nostra eroina, dopo l’inattesa espulsione dalla casa del Cavaliere, «di là dal bivio, in aperta campagna, lungo lo stradale che va al cimitero», la «meno misera, col balconcino», fra le «casupole in un gruppo alla svolta» (p. 102), fa pensare a un qualche punto della via Camarda che, snodandosi da via Cappuccini, si dirige verso l’omonimo sepolcreto: l’insediamento «mercoledì sul tardi» (p. 101) quando «entrava dicembre» (p. 102) consente di annodarlo al 30 novembre 1927, che cadde appunto di mercoledì. Quanto al transitorio asilo nell’ultimo piano del «palazzo settecentesco», «un dì splendido» che fa angolo con la «secolare piazzetta» (p. 103), un’ingegnosa ricerca lo annette al palazzo «Pantelleria-Varvaro» che si affaccia sul Largo Cavalieri di Malta e sulla piazzetta Meli.[26] Il suo termine è appeso al narratore che, indirizzato alla «piazza dietro la chiesa», vi distingue la «piazza dell’affittacamere: l’ultimo piano del palazzo di fronte. Ella vi aveva abitato fino alla vigilia di Natale» (p. 139). Sul Natale in parola (quello, fiabesco, del 1927) abbiamo le parole di Giovanna: «Il Natale in albergo me lo ricordo, l’Hotel de France, che ora non c’è più, ora c’è… dove ho avuto la prima arancia sbucciata dal cameriere»: lo storico stabilimento di Piazza Marina (che aveva ospitato, fra gli altri, Francesco Crispi, Massimiliano II di Baviera, Francesco Hayez, Edmondo De Amicis, Sigmund Freud, Joe Petrosino) chiuderà a breve, nel 1936, e nel dopoguerra sarà acquistato dall’Università di Palermo e adibito a residenza studentesca, la Casa del Goliardo.[27] Il racconto di Pizzuto assume così un valore documentario, veicolando, insieme agli «stranieri che svernavano»» (p. 109), ai raffinati arredi e al «fermotisone» (p. 107) che sarà replicato in una lettera inedita a Giovanna (14 dicembre 1966),[28] un bel fotogramma del «direttore» (e proprietario) Peter Weinen: «Pervenuto presso l’uscita venni scorto da lui che solo soletto stava nel divano ad ascoltare i mistici cori della sua patria giungentigli per il nuovo strumento» (p. 110).

L’intermezzo del ‘Natale di lusso’ fornisce in più il calendario dell’accesso al nuovo alloggio nel «quartiere che veniva sorgendo, volto a sud ovest, da giardini»: «Poi il dì appresso lei, lasciata Giovanna dove si teneva la festa, andò a visitare un’altra abitazione. Ne venne col contratto firmato: una settimana ancora pei restauri e avremmo avuto la casa; ma d’inaugurarla tutti e tre insieme mancò tempo. Ottenemmo le chiavi lo stesso giorno in cui si riapriva il collegio» (p. 110). Oltre all’acquisizione nei primi di gennaio del 1928, grazie alla minuziosa mappatura di Pizzuto e alle caparbie verifiche di Erica Antonella Ciminato possiamo divinarne financo il recapito, nel quartiere Oreto-Perez, all’interno di una palazzina situata in Via Vincenzo Errante, all’attuale numero civico 54 [29].

Al febbraio 1928 si può far risalire la conquista della leggendaria stufetta a petrolio, preceduta dall’eloquente «otto anni erano passati»: «Eravamo a febbraio. Nelle stanze vuote il freddo diveniva più intenso. Un dopopranzo mi attardai. […] Ricomparvi recando la piccola torre di lamiera» (p. 117). E intorno all’8 aprile si può porre il rientro della «piccola collegiale che arrivava per Pasqua» (p. 125), con la comparsa della canzoncina che, evocata nell’incipit del libro («Udii la prima volta quel canto durante le feste pasquali quattro anni fa»), gli presta, tradotta, il titolo (p. 126). La «villa» della passeggiata pasquale (con i suoi «pavoni l’istrice lo sciacallo i cigni») sarà la rinomata Villa Giulia, e il «palchetto musicale» alla «marina» piena di «stemmate carrozze dal cocchiere impettito» (pp. 130-131) il Palco della musica del vicino Foro Italico (il suggestivo lungomare che foto d’epoca mostrano gremito di vetture).

Anche se ne convalida l’inserzione del «protetto», il «ragazzetto dal vestitino talare, che serviva il servente» (p. 147),[30] sul giorno della sua Prima Comunione, il 9 maggio 1928, Giovanna è asciutta: «non ne ho un ricordo particolare». Il romanzo vi dedica un generoso spazio in cui vanno a depositarsi, insieme ai «sette anni» della fanciulla (p. 140), il testo del santino con le sue traversie tipografiche (pp. 141-142) e il devoto elenco delle tre «cerimonie»: «Ore 16,30 dell’otto: benedizione dei genitori alle Comunicande. Ore 8 del nove: Messa solenne con la Prima Comunione. Ore 16 del nove: conferma dei Voti» (pp. 138-139). E dentro il correlativo confiteor che Erica Antonella Ciminato credibilmente alloga nel «convento di San Domenico sito in via Bambinai n. 18»[31] è perpetuato persino il nome del confessore: un «Padre Grassi» (p. 139).

Palermo, Palco della Musica al Foro Italico, anni trenta

Palermo, Palco della Musica al Foro Italico, anni trenta

Con le «nuove vacanze grandi» e le corse a un non meglio specificato «lido» (p. 150), che orientano alle sabbie di Mondello o dell’Acquasanta, sorvoliamo l’estate 1928. Il nuovo rifugio, le «tre camerette in fondo al giardino» annesse alla villa dell’amico dottore, fortunosamente ottenute a «sei settimane» dalla riapertura del collegio, dunque nella seconda metà di agosto, con Giovanna che deve «andare alla terza» (p. 153), si nasconde «nel cuore della città» (p. 153), a due passi dalla «via moderna» e dal «più lussuoso albergo della città» (p. 154), facilmente agguagliabili alla via Roma e al prestigioso Hotel des Palmes. La «settimana di S. Martino» (p. 166) porta, in costanza abitativa, ma con un insolito salto temporale, a metà novembre 1929, alla proiezione sul prossimo Natale da festeggiare in casa della zia di lei (p. 168), alla convocazione dal «Capo», con il narratore «dopo dieci anni, smascherato ladro di lodi e di mai meritata fiducia» (p. 171), e al sudato, natalizio traguardo delle automobiline, predisposto dal «sua madre ci sbatacchiò la porta alle spalle» (p. 173), che Giovanna così rivede: «Si svolge al Giardino Inglese. Quanto mi faceva camminare! La mamma ci buttava fuori e lui mi faceva camminare». Nel racconto, la visione della proprietaria incinta fa dire al protagonista: «Anche mia moglie, ormai con certezza» (p. 175). Il terzo figlio di Pizzuto, Giovanni, nascerà il 21 ottobre 1930.

Per un altro volo, il passaggio che lo tallona ci fa atterrare al 4 giugno 1930: «La fine era così vicina! Proprio in quell’ultimo periodo cominciai invece ad avere illusioni di pace, di eventi cioè conformi alle mie esigenze. Lessi perfino in pubblico una conferenza e siccome gli astanti erano tutti miei amici (lo zio volle distribuire lui stesso gli inviti) fui applaudito» (p. 177). Un esemplare di quell’invito, emesso dalla «Biblioteca Filosofica | Palazzo Reale | Palermo», si è conservato tra le carte di Pizzuto e avverte che «Mercoledì 4 giugno, alle ore 18,30, il Dott. Antonino Pizzuto terrà una conferenza sul tema: APPUNTI DI NUOVA ESTETICA» (la riunione era stata anche annunciata su «L’Ora» del 31 maggio-1° giugno 1930 e sul «Giornale di Sicilia» di martedì 3 giugno 1930). L’«epilogo», nel «giorno seguente» (p. 177), con la sorpresa della «missione alla capitale! Per subito. Partire, dover partire» (p. 178), incrocia a sua volta una minuta della Questura (7 giugno 1930) che assoda: «ore 10,30 di stamane è partito per Napoli idrovolante “I Oyolz” con 4 passeggeri fra cui il Comm. P.S. Dr. Pizzuto». Il prosieguo – l’«Accettai. Ottenni una decina di giorni per prepararmi e presi la via del ritorno. Quale viaggio! Dunque: pochi giorni ancora ed avrei lasciato la mia città» (p. 179) – rimbalza sul cerimonioso fraseggio del nostro Commissario (17 giugno 1930): «Nel lasciare Palermo porgo a tutti i Sigg. Superiori, Colleghi e Dipendenti un commosso saluto di commiato e fervidi auguri. Legato alla Questura di Palermo da una permanenza di ben 12 anni, non la dimenticherò facilmente e resterò unito da saldi memori vincoli di affetto a tutti i suoi componenti. | Giunga gradito perché sincero questo dolente segno di congedo e possa l’avvenire essere propizio e realizzare i voti di ciascuno sia pel bene della nostra vecchia Questura che per quelli individuali e delle famiglie di quanti ricevono questo mio saluto».[32]

Palermo, Hotel des Palmes, 1930

Palermo, Hotel des Palmes, 1930

Preceduta dall’escursione nel «villaggetto tra i boschi ove, lei ancora bambina, sua madre insegnava» (p. 180), ossia a Ficuzza, che sarà la residenza estiva della protagonista di nuovo homeless per la decisione del «dottore» di riservare la sua dépendance al «nuovo meccanico» (p. 180), la partenza definitiva, festeggiata all’«idroscalo» da «amici e colleghi» (p. 181), si misura con una comunicazione della Questura al Prefetto, datata 1° luglio 1930 («Il commissario di P.S. Pizzuto Dr. Antonino stamane, in idrovolante, è partito per Roma Sua nuova residenza»), e con l’accluso ritaglio del «Giornale di Sicilia» del 4 luglio 1930 (rubrica Nella Questura): «Il commissario Dott. Antonino Pizzuto che per 12 anni ha svolto una lodevole attività al Gabinetto del questore, è stato chiamato a un importante ufficio presso il Ministero dell’Interno. | Egli ha lasciato l’altro ieri la nostra città, per la nuova destinazione. | Il valoroso funzionario è stato fatto segno all’aeroporto di vive manifestazioni di simpatia e di stima da parte di superiori e colleghi che gli hanno esternato il loro compiacimento per la lusinghiera mansione affidatagli».

Il quarto e conclusivo quaderno esordisce con un «Viaggiavo» che si congiunge al nuovo incarico di Pizzuto: quello di rappresentante italiano in seno alla Commissione Internazionale di Polizia Criminale di Vienna.[33] Ne rimane traccia in una lettera a Salvatore Spinelli (22 ottobre 1930), dove Pizzuto scrive: «Sono di ritorno a Roma dopo un piacevole e istruttivo viaggio all’estero […] Ora si profila un altro viaggetto. Questa volta a Ginevra».[34] La data è significativa, cadendo nel giorno che segue la nascita del figlio Giovanni. Nel libro il narratore ne prospetta gli antecedenti, radicati, durante le vacanze estive, nell’imminente riapertura delle scuole: il «Feci spedire le cose di Giovanna dall’uno all’altro Istituto del Sacro Cuore» (p. 185), premessa del velleitario progetto alimentato da corrispondenze «dalla villeggiatura» (p. 185) e «Dalla campagna» (p. 186), quindi da Ficuzza; l’imprevisto arrivo della moglie, bandito dal «sarebbero partite la settimana ventura» (p. 186) e coronato dall’«acquisto di un appartamento», «poche ore prima di mettermi in viaggio» (p. 188), che ne mina le basi; l’altrettanto imprevisto arrivo delle due villeggianti non vedute «da quattro lunghissimi mesi» (p. 189). I «due giorni interi felici» (p. 191), il rimpatrio, propiziato da un «permesso “per rivedere mio padre”» (p. 193) e il «distacco straziante» (p. 195), sono pertanto da piazzare, sulla scorta del «freddo precoce» (p. 188), nella seconda metà di ottobre 1930, a ridosso della nascita sottesa nel «La troverebbe incinta» (p. 193). La decisione circa «Giovanna. Esterna» che ne consegue (p. 193) è comprovata dalla beneficiaria: «Quando lui se ne è andato allora mamma mi ha tenuta un anno esterna e poi mi ha mandata all’Umberto, a piazza Sant’Anna».

Se i fatti del romanzo e i fatti accertabili tendono, come sembra, a combaciare, l’ingresso del narratore nella casa acquistata «senza che avessi veduto ciò che comperavamo» (p. 188), con il figlio nato «proprio tre ore fa» (p. 196), si deve perciò pareggiare al 21 ottobre 1930. L’immobile è senza dubbio il quartiere di via Fregene 6 (una traversa dell’Appia, appena fuori Porta S. Giovanni) dove Pizzuto abiterà, con la famiglia regolare, fino alla morte. Il narratore vi giunge, come il Pizzuto della lettera a Spinelli, dopo una trasferta che ha toccato una metropoli «nella quale su quasi ogni insegna leggevasi “Aschinger” o “Kempinscki”» (p. 188), ovvero la Berlino trasposta nelle sue famose catene di ristorazione e alberghiere, terminando con le ore di contrabbando concesse alla famiglia illecita: i ricordati «due giorni interi felici» nella città in cui il narratore si è trasferito e i pochi «di indicibile pace» (p. 193) in quella d’origine [35].

Lo stesso può dirsi della concitata «settimana di Natale» (p. 197), ossia tra il 22 e il 28 dicembre 1930, nella nuova abitazione, a lui sconosciuta, di lei, vicina alla «stazione ferroviaria dell’ovest» (p. 198), cioè alla fermata di Lolli, del conseguente rientro in famiglia[36] e della pagina dello show-down, dove il narratore affannato a profondere «i risparmi di oltre dieci anni» (p. 216) e il suo nostalgico «Venti anni, da quel 5 luglio» (p. 217) virano il nostro orologio al debutto del 1931. E se la chiusura della susseguente fase da ‘separati in casa’ si incolla al «giorno degli auguri al capo» (p. 221), ossia al compleanno di Arturo Bocchini, il potentissimo capo della Polizia, che cadeva 12 febbraio, è meno facile circoscrivere il tempo dell’«alfine mi ritrovavo in quel pianerottolo» (p. 221): del delusorio blitz dovuto a «quarantotto ore di permesso e con qual malumore, dopo umilianti rifiuti e rimandi da una settimana all’altra» (p. 224). In compenso, nei paragrafi che precedono la ripartenza, il proprietario della «secolare macchina tutta noce e canapi per trafilare l’argento» (p. 226) risponde sicuramente al nome di Salvatore Minà [37]

Gli eventi narrati ridiventano databili all’altezza della ‘spedizione punitiva’ di lei, quando si descrive la camera in cui si è per l’occasione stabilita: «Dalle persiane socchiuse entrava l’aria d’aprile» (p. 232). In questi frangenti romani della primavera 1931 entrano in gioco la sorella che il narratore pensa di «avvertire» (p. 235), che si presenta con il marito (p. 236) e che ospiterà la congiunta «a casa sua» (p. 238) [38], e, dopo l’irruzione nell’«ufficio» (ergo nel Ministero dell’Interno), il «mio Capo», cioè l’Arturo Bocchini di cui si riporta il non implausibile «Va’. Chi non ha…» (p. 238). E il convulso finale del libro, aperto da «Un telegramma e partii. | Mio padre moriva» (p. 241) ha il suo saldo aggancio nel «mercoledì 10 giugno» che indice la perdita (p. 242). Le carte sopra citate della Questura di Palermo la fissano alle ore 16,30 del 10 giugno 1931, aggiungendo che i funerali mossero alle ore 14 dell’11 dalla casa dell’estinto, in via Fiume 6, e che il Questore mandò in sua rappresentanza il Cavaliere Saya. Vi è intramesso un biglietto listato di nero, datato 13 giugno 1931, a firma Antonino Pizzuto: «A nome anche della mia famiglia Le esprimo vivi ringraziamenti per la parte presa al nostro dolore e per tutte le attenzioni che ci sono state prodigate in questa luttuosa circostanza. | La preghiamo di gradire le espressioni del nostro animo riconoscente e Le saremo ancora di più grati se vorrà rendersi interprete dei nostri sentimenti verso il Sig. Vice Questore, Cav. Coglitore, il Capo di Gabinetto, Cav. Cucchiara e tutti i Sigg. Funzionari, Impiegati, Sottufficiali ed Agenti della Questura per il conforto datoci». Scrivendo «Nove giorni stetti nel posto ove era spirato. Il decimo uscii a cercarla» (p. 244), l’autore ci informa allora che la ricerca dell’amata, diretta all’«atrio con tante scale» di «un alloggio elevato da recente su vecchia fabbrica», (p. 244), parte da via Fiume (una strada del centro storico, racchiusa tra via Maqueda e via Roma) intorno al 20 giugno 1931, terminando con la notte di «tollerate carezze» e con l’affranto addio: «E il treno mi riportò indietro» (p. 248).

Sulla scia dell’«essi non c’erano più. Trovai la porta sbarrata da un paletto, buchi nella tinta viva al posto del cognome e del campanello» (p. 248), le «licenze estive» che l’adultero sfrattato sente arieggiare dai colleghi e quel «Un mese. Per la decisiva» che ne discende (p. 250) ci indirizzano all’agosto 1931 e, mediante la notizia che lei sta «Da sua madre» (p. 250), ad Aspra. Il luogo è riconoscibile anche per il riferimento alla stazione in cui l’amico è venuto a rilevarlo, la «penultima» (p. 250), ossia quella di Bagheria, e al «viale dritto fino al mare» (p. 251) che da lì vi conduce, per la vista che vi si dispiega del «golfo con in fondo la nostra bianca città rinserrata dagli aranceti nella cerchia dei monti» (p. 251) e per l’«irregolare fila di casupole, in arco al centro, contro il mare» (p. 253). Qui il narratore si ha il primo diniego, riflettendo «Mi avanzavano per rifare la pace ventotto giorni» (p. 252), e, nello sconforto di un altro no, affidandosi quindi per la mediazione, un «mercoledì», dopo «oltre una settimana […] senza disegni né speranze», all’«uomo barbuto» in cui ravvisa «il bimbo col quale dividevo alla prima età la panca» (p. 252), ovvero il compagno di banco della scuola elementare «Vittorino da Feltre» della quale fra le carte di Pizzuto si conserva un Ricordo della Prima Comunione (ricevuta nella parrocchia di S. Cita il 20 giugno 1903). Siamo, dunque, se il nostro mese è, come sembra, agosto, e come aveva suggerito l’omnibus «sopraccarico di bagnanti» (p. 251), al 12. Precisando che «Poteva però recarvisi la domenica, tre altri dì perduti» e «Consentiva di ricevermi sabato» (pp. 252-253), il testo porterebbe il giorno del fallimentare approccio al 22 agosto 1931, perfettamente in linea con la valutazione che ne fa il narratore: «Ve n’erano nove ancora» (p. 253). Paletto che, unito al «Posdomani! L’ultima settimana!» (p. 255) previsto per l’ennesimo tentativo del mediatore e all’appuntamento accettato dalla donna «Non però la dimane» (p. 255), andrebbe a completare il ciclo del nostro mese, spingendo la data del penultimo convegno a mercoledì 26 agosto 1931. L’ultimo è scandito dapprima dal «quart’ultimo giorno» (p. 261) che vede il narratore di nuovo invocare l’aiuto dell’intermediario, dal suo «domani ci torno», dal «domani l’altro» che ne assicura il tempo, e dalla «domenica» in compagnia della mamma e della sorella (p. 261). Il catastrofico epilogo del romanzo – con Heis che arriva di buon’ora alle «nove», aspettando fino a «verso le sei» (p. 262) per meritare l’ennesimo ripudio, si svolge allora lunedì 31 agosto 1931: il «lunedì tutto intero per accomodare ogni cosa» (p. 261) prima rivendicato dal nostro sensale. Vari segni inducono a ritenere che l’abbrivio della composizione del romanzo chiamato a medicare il guasto, vincendo il «sentimento che mi ha tenuto una estate intera indeciso» (p. 25), rimonti proprio all’autunno 1931 [39].

Aspra

Aspra

I segnatempo seminati nel racconto sono sparsamente ribattuti dalle canzoni che, insieme ad altri rimandi ispirati alle competenze musicali dell’autore,[40] ne danno – a partire dal Leitmotiv dell’arietta eponima e dal suo contraltare del «lamento di un piccolo derelitto» (p. 5) o «lamento d’un piccolo mendicante da marciapiede» (p. 65) – il tappeto melodico, modellando anche una prerogativa della protagonista: «L’organetto che si ferma sotto le case era il suo clavicembalo ben temperato. Correva ad affacciarsi col soldo pronto. […] sdegnose ripulse di una casta fioraia, sfoghi di fanciulle abbandonate, la piccina morente e la mamma vanesia; o il ripudio ad una fedifraga, l’addio – imposto dalla coscienza – all’amata» (pp. 116-117). E se la «piccina morente e la mamma vanesia» fanno convergere su Balocchi e profumi (1928), la «canzone esotica piena di tenerezza in voga durante l’ultima estate», ascoltata al grammofono durante la gita nella «villa in campagna» di Cicì (pp. 159-160), porta ad Andalucia del cubano Ernesto Lacuona (1928), il «Ti sento nelle vene […] Nirvana, Nirvana» insinuato dalla protagonista lo stesso giorno in cui il narratore apprende la chiamata «alla Capitale» (p. 178) al tango Nirvana, composto da Raffaele Bossi su versi di Arturo Trusiano (1929), la «nuova canzonetta» che il narratore sente «per ogni dove» nella fase più acuta della crisi coniugale (p. 220) a Signorinella di Libero Bovio e Nicola Valente (1931), il «Vieni – vieni pesciolino vieni – e faremo un amoretto insieme» canticchiato da Giovanna durante la visita che precede la rappresaglia di sua madre (p. 223) a Vieni pesciolino di Bruno Stolz: il popolare motivo da café chantant interpretato anche da Elvira Donnarumma.

Monografia di un vissuto avvinto al suo non negoziabile cronotopo, regesto di fatti da sottrarre all’oblio, Sul ponte di Avignone sembra abiurare il programma allegato alla Sinfonia del 1927, che prevedeva la rinunzia alla «unità narrativa, all’unità d’azione», allo «psicologismo e quindi, a uno studio dei personaggi», alla «presentazione di un ambiente, di un mondo determinato», a «fare letteratura erotica», a «limitare la narrazione nel tempo e nello spazio»,[41] e collide altresì con i venturi Paragrafi sul raccontare, che fanno il fatto «astrazione, continuamente trascesa dal nostro bisogno di storia», rinnegando il «racconto» che si limiti a registrarlo, in nome di una «narrazione» che ne restituisca la «risonanza»:[42] è in certo modo la tutt’altro che infelice deroga di una narrativa statutariamente sottratta all’unità d’azione e ai vincoli di coerenza spazio-temporale, votata al libero montaggio di frammenti irrelati, di eterogenee monadi. Ma Erminia non si esaurisce nell’hapax che ne ripercorre passo passo la storia sentimentale con l’autore. La sua stella s’irradia su varie opere, a cominciare da Così, composta fra il 1949 e il 1952 [43]. Nel primo capitolo vi si apprende «la fine del pulcino, tanto caro ad Eugenia, che posto in una rigida mattina sul focolare, affinché stesse più caldo, cadde nella casseruola con l’acqua bollente. Dopo un bel po’ mamma fece capolino in camera di Eugenia e le chiese timidamente se il pulcino dovesse bollire ancora» [44]. Qui Pizzuto attinge a uno dei memorabilia di Erminia (e di sua madre), passato negli annali di Giovanna come «la fine di Pasqualino, che finì dentro una pentola»: «Mia madre lo mise sul fornello, c’era la pentola, lo mise là per farlo stare caldo e arriva mia nonna: “u puddicino ancora avi a vugghiri?” C’era andato lui. La nonna l’aveva guardato. Poi, terrorizzata che mia madre la rimproverava, venne a domandare: “il pulcino ancora deve bollire?” Mia madre dice: “ma quale pulcino?”. “Pasqualino. Non lo stai cuocendo?” E questa fu la fine ignominiosa di Pasqualino». Nel quinto la madre di Sofia ingiunge al nipote di non chiamarla nonna e nemmeno mamma: «doveva dirle mogliettina».[45] Giovanna commenta: «i bambini della portiera a mia madre la chiamavano signora moglietta, credevano fosse il suo cognome». Sempre nel quinto, Sofia compiange le «indelebili scenate tra mamma e babbo, spesso lasciata sola con la porta di casa aperta quando ella si metteva a inseguirlo per le vie, fino a riacciuffarlo e riporlo dentro come un trofeo. Babbo rimaneva in un angolo a tergersi i graffi, mamma su e giù per la cameretta si ungeva il viso con la glicerina senza più rivolgergli parola né guardarlo, quasi egli non ci fosse»; e ricorda «la sera in cui ella per pedinarlo si travestì da uomo e sentendosi osservata dal passante, allo scopo di togliergli il sospetto entrò disinvolta in un vespasiano» [46]. Ora Pizzuto riadatta, da Avignone, perciò dal suo ménage con Erminia, «l’inizio di cacce senza tregua» (p. 46), il «Si appostò. Indossò abiti maschili» (p. 47), il «Tu non te ne andrai!» (p. 49), il ‘numero’ del narratore «pesto, con una riga sulla guancia» (p. 50): il repertorio di una irredimibile turbolenza. Giovanna conclude: «Il ricordo più antico di mio padre… mia madre che lo insulta e che grida e ci butta fuori a tutti e due» (su un altro verso, i «capelli color carota» della madre di Sofia[47] rimandano alla consuetudine tintoria di Erminia rimarcata da Giovanna, e l’osservazione che madre e figlia «Erano entrambe sottili, piccole»[48] alla sua corporatura minuta).

Ripetendo la geometria avignonese in cui sfilano «il salottino col balcone dirimpetto al muro del manicomio, la stanzetta da pranzo, la camera matrimoniale e, ultima, un recesso, la stanzuccia per noi» (p. 29), il quindicesimo dei diciotto membri senza numerazione di Si riparano bambole presenta un «periodo dai Bagnara», con «la piccola camera in fondo, che dava su un terrazzino interno, ultima fra le buie stanzette, all’altro capo il balcone sulla viuzza sassosa lungo il muraglione dell’ospedale psichiatrico»[49], e con un’apparizione teatrale che dice tutto: «Il signor Bagnara sua moglie i figli, in gala, acqua d’odore addosso, lasciarono lei sola, fronte bendata, da improvvisa emicrania».[50] Ma questo scenario, che riporta alla svanita gioventù, includendovi le farneticazioni di un folle, il Festino con l’aedo che intona la storia di Santa Rosalia, i fuochi d’artificio nella «lontana marina», momenti di remota intimità[51] e il primo piano delle «piccole mani», di «un vigore allora incredibile, agili i polpastrelli a fare e disfare nodi» [52], d’improvviso cambia. Con il solo stacco di un punto fermo, senza un raccordo esplicativo, quelle mani diventano «Inerti ormai deposte sul lenzuolo, e a ricevervi qualche cosa occorreva chiuderci le dita intorno, sollevare quel braccio verso la mira» [53]. Siamo in un altro tempo e in un altro luogo. Il tempo è il presente dello scrittore giunto alle ultime poste di un libro che il suo «manoscritto originale» dichiarerà concluso il 22 febbraio 1960 (le sue prime righe erano state vergate il 2 ottobre 1956). Pizzuto vi inserisce ‘in diretta’ il calvario di Erminia, distillato nelle lettere della figlia (perché «non è mai venuto a vederla, e lei se n’è dispiaciuta»): la «paralisi progressiva dovuta a un cancro endobulbare che è durato due anni» («Mia madre si è ammalata nel 1958 ed è morta nel 1960»). Giovanna ne sconfessa l’ambientazione a Aspra (il «villaggetto», con i «pescatori che ella quando erano piccini amorosamente addormentava, proteggeva, istruiva, mentre le madri, tutte comari sue, andavano alla cava») [54]: «quando si è ammalata stava a Palermo ed io sono andata ad abitare con armi, bagagli, marito e figli da lei». Sulla scelta del luogo ci dice qualcosa una lettera a Salvatore Spinelli (13 agosto 1959), dove Pizzuto chiede: «Per salvare una mamma i medici hanno indicato a Palermo, come ultima speranza, un farmaco introvabile colà a qualunque prezzo; si chiama TIOTEPA, della casa americana LEDERLE. […] Il medicinale, nel quantitativo prescritto, potrebbe essere inviato direttamente […] all’indirizzo: “Avv. Michele Friscia – Via F. P. Perez, Villino Balistreri – Aspra (Bagheria) – Palermo”» [55]. Michele (Nanni) Friscia era il marito di Giovanna, e la preghiera di spedire il farmaco antitumorale di recentissimo conio ad Aspra (sede di immaginabili ferie balneari della famiglia) può aver consigliato una location che consentiva di specchiare le sofferenze dell’inferma sulla sua giovinezza circondata da «proci invidi sospettosi» (p. 250) consanguinei dei «due giovani che cominciavo a considerare simili a Proci» di Avignone (p. 185), sul suo splendore di «bella allora e dolce e amata», «quasi la fatina del luogo» [56]. A chiusura del suo tributo, sentito forse come un risarcimento della colpevole assenza, Pizzuto rielabora da poeta i resoconti epistolari di Giovanna («Prima le gambe, poi le mani e allora le mosche lei non se le poteva cacciare. Quest’episodio è stato tutto reale. È stato brutto per lei. E non si poteva più muovere. Poi alla fine le abbiamo fatto un alfabeto e quando lei voleva parlare le dicevamo A, B, C, e lei chiudeva gli occhi e così si faceva la parola»):

«quel lettuccio di ferro come lasciarlo, come smuovervisi, cambiare almeno postura, una difesa una difesa. Finestra e porte serrate, arrivava da inconoscibili aditi per assalirla. Ella tutta bianca, dal lenzuolo ai capelli, e immota, accorciando vie più il corto respiro, ma bianche altresì le pareti, poi nella branda non discosta russava la vigilante, maggior bersaglio, oh no, no, calava invisibile, secondo sonorità approssimantesi, lontanante, ora bassa ora alta in un volteggiare fastoso. E quando pareva disparita silenziosamente giunta, da non sentirsi. Scattava con un ronzio di saetta donde l’orecchia fa lobo nella caruncola dell’occhio ed espulsa con ratte mosse da topo ad abbeverarsi per la guancia, scorrere il naso affilato, finché i gemiti erano uditi. Che hai. Una muscazza. Stentava a farsi intendere. Dove mai, non ce n’è. Sì, insisteva, sì. Stai tranquilla, cerca di dormire. Che dici? il naso, e poi, e poi, il naso, vuoi un fazzoletto? no? che altro? Il naso. Che poteva volere. E appena lasciatala, ecco che discendeva di nuovo per archi e corde, come pacatamente svolazza su abissi, da una cuspide all’altra, entro fauci di affamate belve» [57].

58521276Queste inquadrature in limine mortis prefigurano il grande epicedio adempiuto in Ravenna [58]. Redatto tra il 23 giugno 1960 e il 22 gennaio 1962, il lavoro, dedicato «A Roberto Lerici committente», sembra dar corso, esaudendo un voto dell’editore, al titolo del romanzo che Bibi, il protagonista di Signorina Rosina, fa leggere prima al suo amico don Zazzi e quindi ai critici Chthés e Tumò [59], ma potrebbe a buon diritto intestarsi alla Malinda che imperversa nel vortice di microstorie che lo costituisce, consegnandoci una estemporanea biografia di Erminia (con Giovanna ribattezzata Fufina/Fufetta/Cutufina), suddivisa tra la rivisitazione di gesta già schierate nel Ponte di Avignone[60] e le compagini attinte alle lettere di Giovanna.

La sua prima apparizione, nel pensiero di Foco (il depistante doppio che divide con Andrea la parte di Pizzuto), è sintomatica: «Così faceva con Malinda al sorprenderla nel massaggio, colpi contati, egli pieno di chiacchiere, e quante domande insistenti, finché ella in luogo di rispondergli si tradiva, quarantasei – quarantasette e accortasi del tiro egli in fuga» (pp. 17-18). La numerazione dei «colpi» dà esatto seguito al conteggio interrotto in Avignone, facendo pensare che Pizzuto, nel comporre il nuovo libro, ne consultasse il testo: «Mi divertivo a confonderla con delle domande insistenti; anziché rispondere si lasciava uscire tutta stizzita: “quarantaquattro, quarantacinque…”» (p. 221). E, sebbene Malinda non vi sia esplicitamente coinvolta, avignonesi sono le «tende di zingari sulla spiaggia» con «piumosità da affondarvi» e la «maga in parlottamenti contro l’orecchia» (p. 23), a riverberare il «Ci sono sulla spiaggia gli zingari», il «materasso di piume», l’«ella stava attenta a tutte le parole della fattucchiera, non ne perdeva una sola» (p. 59) [61]. La sua presenza diretta sarà inaugurata da un rivelatore «Malinda sempre a dare le cacce, si vestiva da uomo per sorvegliare quel poveraccio di Andrea» (p. 24) e continuata da scatti che ne danno «il piano di battaglia in elaborazione», la posa «a occhi aperti supina immobile», le «sopraffine orecchie», le «non infrequenti emicranie, da non vederci più, stretta nel turbante la testa fino sugli occhi incapaci» (pp. 24-25), e la passione per la musica di strada: «strappando la manovella dal cilindro notato certa svisante melodietta, […] delibava il lirico appello sul troppo inchiostrato fogliettino poroso allora vendutole poi messasi a cantarla con foga» (p. 25) [62].

2560025122654_0_0_536_0_75La magione abitata da Malinda quando si pensa di mettere la figlia Fufina nel «migliore istituto, magari fosse accettata, impossibile ahi, dalle madri francesi, bisognava essere della nobiltà, almeno baronessine» (p. 28) ha, come quella di Avignone che vantava «tre aiuole, due nespoli, un fico» (p. 61), «un palmo di orto, col nespolo l’uva il fico» (p. 29), e qui, come in Avignone, dove lei «presa la bambina si diè a ripulire il suo vestituccio» (p. 67), Malinda «calma e tranquilla agghindò Fufetta pel tentativo», immaginando poi di presentarsi alle Madri come sorella della «marchesa di Camminferrato, tanto ha per marito un capostazione» (p. 29), con un battesimo divenuto in famiglia proverbiale. In tre lettere inedite a Giovanna (20 aprile e 10 maggio 1968; 10 febbraio 1969), riferendosi ai tre nipoti (Mino, Cecia e Toni), Pizzuto parla rispettivamente delle «Camminferrata», dei «Camminferrati», della «prole dei Camminferrato». Come Erminia, Malinda «era miope» (p. 29), e rimprovera al suo Andrea i «modi da carrettiere» (p. 30) [63] che la donzella di Avignone contestava al narratore: «Ahi! Che modi da carrettiere!» (p. 136). Uguale riscontro ha la risposta di Malinda reduce dalle Madri, il suo laconico «ha detto, la bambina ci piace» (p. 30): «Il racconto si riduceva a poco. “La direttrice ha detto: la bambina mi piace, è ben educata, si presenta bene e la prendiamo» (p. 68). Vi si uniscono la «Malinda impassibile» e «quelle facce amaranto che era solita farsi» (p. 39), la «schiettezza di lei, giudizi e sentenze da inorridire, a me un uomo che non fuma neanche mi sembra un uomo, ecco, mi fa schifo», la «benedetta eloquenza sua alla papale» (p. 40),[64] o l’«un’ora sola ti vorrei» che «andava e veniva canterellando» (p. 44). Da suo conto Fufina adotterà nel «O giorno di stupor» (p. 46) la cantilena avignonese di Giovanna (pp. 90 e 169) [65], rinnovando anche la sua Prima Comunione (p. 75),[66] e occulterà in combutta col padre lo sparuto albero di Natale, la «vecchia rama di pino» (p. 45) che riproduce il «ramicello storto e calvo» di Avignone, anch’esso sottoposto al paterno «segreto» (p. 89): dando il titolo al libro, il «chi vive, Gela Genova altolà Pavia Parma, chi va là Ravenna Rav rav non lo dirai no silenzio» (p. 46), la parola d’ordine per accedere all’«antro» in cui il tralcio è intanato sembra in uno rivolta a Fufina e alla Giovanna cui l’autore chiede, quasi guardandola negli occhi, di preservare il tesoro di affetti che vi è racchiuso. E l’Andrea che «trascorreva i fugaci giorni immerso così in minimi particolari di una vita a lui ignota» (p. 63) replica «lo strano trovarmi per un istante immerso nel pieno delle quotidiane faccende, come se io fossi davvero qualcuno, il capo di casa» del narratore avignonese ormai irrimediabilmente escluso dal suo alveo (p. 213).

Insieme al «lei da parte sua pronta a intelligenze proibite col suo compagno bada, se non la smetti io ti infilzo» (p. 65), che ormeggia la propensione profilata, come si è visto, in una lettera di Pizzuto, Malinda condivide con Erminia gli occhiali «spessi e color fumo» (p. 52), variati in «occhialoni fumo» (p. 108) e «occhiali fumo» (p. 133), e con la protagonista di Avignone la compagnia del «topolino» che «abita in quel buco là, appena gli faccio Frido, Frido esce fuori» (p. 52): «Vi era una fessura tra il muro e i mattoni: sul dinanzi, un piattello di cibo. “È un topolino ma piccolo piccolo: attende che te ne vada ed esce”» (p. 159). Allo stesso modo, il suo considerare la società «come unico maligno partito opposto con totale protervia a lei» (p. 121) traduce l’avignonese «per lei il mondo equivaleva a una lega, come fu detta, di birbanti» (p. 161) e le sue «Cure pietà accoglienze sempre […] pronte per ogni bestiolina allevata scorta raccolta» (p. 53) ripresentano l’«affetto verso le bestie», «innato e non da reazione» (p. 161). Avignone ne impronta ancora le peculiari pronunzie, ora esemplate da «La prima lettera è s, quella eco blesa» (p. 151), il gesto del massaggio, con la crema profusa «quasi un etto per ogni guancia» (p. 66), le dita che «spalmavano, rese aritmiche al prevalere l’ascolto, ora gote, zigomi, convergenze strategiche onde era atteggiata ab extra la bocca per smorfie gaie o meste con baluginari di denti» (pp. 112-113).

Dopo il florilegio avignonese erogato nelle prime cinque delle dodici sequenze non numerate che lo formano, Ravenna guarderà alla prosecuzione delle imprese di Erminia, soffermandosi, si può dire al dettaglio, nella nona e nella undicesima, sui traffici anticipati nella quinta: «Scorgere Malinda supina, gli occhi fissi in alto, assorta da scattare se minimamente una voce sommessa ardiva non so hai veduto i miei occhiali, sai dove ho messo le chiavi, avresti un bottoncino per la camicia, era facile segno di piani commerciali in elaborazione. […] Ritagli di ogni panno bene pigiati occupavano per diventare merce il grande cassetto in fondo giù all’armadio» (p. 65). Di questa avventurosa tendenza Avignone aveva dato solo un breve avviso, predicando che la sua primadonna «Traeva dalla cesta vecchi ritagli di tessuti accuratamente ripiegati, sempre gli stessi, li passava in rassegna ora soffermandosi ora tralasciando» (p. 194). Giovanna assicura che sua madre «Faceva affarini con i vicini, ad Aspra, biancheria, tovaglie, cose. Mia mamma aveva nella sua casa una stanza che noi chiamavamo la stanza del tesoro, perché era sempre tutta piena di cose, quando poi mia madre morì, noi abbiamo dovuto vedere cosa mai ci fosse in questa stanza del tesoro, c’erano bauli pieni di contenitori, a livello. Conosce il VIM? Contenitori di VIM, perché, siccome erano di alluminio, li aveva conservati tutti, sempre che li doveva vendere. Ma quando? Non li aveva mai venduti. E tutta roba del genere, tutti cappottini, vestitini, cose dei miei figli, cose che lei mi diceva, dai a me che io ci faccio soldi, tutti là, tutti conservati».

3495Le tragicomiche sorti dei «commerci infidi» di Malinda, che portano «solo ad arricchirsi il suo lessico» (p. 120), si alternano ad altri ragguardevoli casi della famiglia parallela di Pizzuto. Il più eclatante è la storia d’amore di Giovanna sedicenne con Nanni (Michele) Friscia, rampollo di un noto e ricco avvocato di Palermo, Giacomo Friscia, già cordialmente ritratto in Si riparano bambole [67]. L’interessata ne valuta così il primario contributo di Erminia: «le piacque il ragazzo […]. E allora, prima mi diceva, tu sei un’ignorante qualunque, lui è bravissimo, perché non ti fai dare lezioni? E così lui veniva e mi faceva studiare. Io allora avevo un altro ragazzo, di lui non ne volevo sapere niente. Per abbreviare, quando mia madre reputò che fosse il momento adatto gli disse: Nanni carissimo, ma tu non puoi continuare a venire qui. Perché sai, mia figlia ha diciassette anni e la gente mormora. Perciò bisogna che ti decidi, o vieni ufficialmente o te ne vai». Ravenna traspone: «Mamma informata decise che indubbiamente era quello un giovane a modo […] Questo ragazzo, concluse, è vero vero degno di fiducia. Si dimostrava di tale serietà, che ella lo incommendò a Fufina per i lavori scolastici». E quindi: «In quel torno Malinda sempre vigile, probabilmente persuasa che oramai la situazione andava alquantino smossa, chiamatolo era intenta a stirare federe benedette, un odore di pane caldo, ma che dovevo dirti, già, o povera testa, i crediti inesigibili, le aziende intanto sollecitano, comunque essere Fufina ragazza da marito, e non potendo gli altri innumerevoli pretendenti venire avanti per lui, mandasse insomma il padre a richiederla» (pp. 108-110). Quanto alle «lunghissime dichiarazioni amorose, ho memoria di te fin dagli esordi, china su un campo di grano» (p. 109), Giovanna vi ritrova «la prima lettera che mi scrisse mio marito» e prosegue: «Videro una ragazzina inutile, però mio suocero disse: prima si deve laureare Nanni. E così iniziò questo fidanzamento. Poi invece a un certo punto ho detto: ma Nanni, è meglio che ce ne scappiamo, così ci sposiamo subitissimo. E così ce ne siamo scappati. A Roma. Mio padre mi disse, la mamma, ci ho detto, la mamma non c’è, e come sei venuta, da sola, no con Nanni. E lui mi disse: aspetta che vengo». E Ravenna: «Quella dunque la fatalona per cui ci rimettevano tal figliuolo, una ragazzina minuscola, che dimostrava ancor meno dei suoi sedici anni»; «secondo me occorre sposarci subito anziché fra quattro anni. Ciò, aggiunse meditativo, non mi dispiacerebbe. Ma ostacolo grave era la convinzione paterna sulla necessità per lui di laurearsi anzitutto, quasi che il matrimonio fosse, sia anche in parte, un problema diciamo pure culturale. Scappare, non rimaneva altro»; «Fufina ottenne suo padre. Agenzia Capitòzzoli, cinturini, declamò speranzoso Andrea ma, Papà, sono io, Fufina, con Nanni, tu voi io quà vengo subito» (pp. 111-115).

Sull’inconsulta missione, che Ravenna fa iniziare un 31 dicembre,[68] Giovanna trasmette: «Abbiamo passato la prima notte a Messina, l’abbiamo passata dietro una porta, a guardare se ci venivano a prendere, perché se non passava la notte io non ero compromessa. Sentivamo passi, se ne sono accorti e ci vengono a prendere e ci riportano a casa». Ravenna ricama (pp. 114-115): «Erano le nove di sera allorché i fuggiaschi entrarono nella camera prenotata per prima tappa, quasi studievolmente la 9 (anche Beatrice, disse Nanni, era un nove), senza obiezioni. Non avevano trentacinque anni in due. Si asserragliarono. Per linguaggio soltanto gesti, perfino la luce fu velata. Stettero scalzi dietro l’uscio. Porre le scarpe di fuori, come si vede sullo schermo, che sforzi per spiegargli e poi, qualcuno passando potrebbe riconoscerle; orecchie tese ad ogni rumore atti di annaspare aiuto, dipinta nei volti l’ansia, essere acciuffati prima che notte valesse da svalorente». Riguardo ai preparativi del matrimonio («io sono rimasta un mese là [a Roma, da uno zio], poi uscì una fila di documenti così, e poi questo padre Aurelio li buttò tutti, ’sti documenti, e ci sposò con certificato di nascita e certificato di stato libero») la versione di Ravenna è, invece, quasi notarile: «Ultimo arrivò il corriere del presidente con innumerevoli certificati. Padre Aurelio scelse i due atti di nascita e gli omologhi stati liberi, respinse il resto, pagelle vaccinazione tiro a segno consulta araldica etc.» (p. 116). Lo sposalizio fu celebrato il 4 febbraio 1940. In una lettera inedita a Giovanna (13 settembre 1968) il fortunato genitore rimemora il «momento in cui partì quella tale barchetta, che il parrino elesse a suo sermone per le nozze». Ravenna, onorato il rito, non aveva mancato di risuscitare quel «sermoncino alla buona, eccovi imbarcati come in piccola navicella (navicélla, dev’essere meridionale) all’inizio di un viaggio» (p. 117), fotografando anche, per l’occasione, «il lucido solenne cappello del suocero» (p. 116) e Malinda «col gran feltro che molleggiava gentile per conto suo» (p. 117).

Malinda sarà quindi giovane nonna indaffarata con il primogenito di Fufina, Mino (nome del primo figlio di Giovanna): intenta a voltolarlo «esperta da fasce in fasce tutto polverizzato a dovere» (p. 121) o a lezioni di araldica dal noto copyright: «Era per Malinda tempo di storre destramente l’appellativo spettantele, prossimo non che sgradevole. Ella, come per celia e basta, avviò il nepote a qualificarsene semplice maritino. E io, la tua mogliettina» (p. 122). Ma dovrà poi soffrire il declino e l’inesorabile male: «Come diversa Malinda, la capigliatura fondente di colore avventizio, il corpo smussato, le scarse ciglia, quelle gote sansoviniane. Vederla poi priva di terribilità, ma dolce, da non credersi quanto mite, solo nel ricordo la tempra invitta, i fermi occhi asciutti» (p. 146); «Uscire da sola era un rischio per le improvvise cadute. Senza accorgersene ella si ritrovava in terra non sdruccioloni, di colpo, messa a sedere, un che nella rotula forse, qualche amnesia, che vergogna» (p. 148); «cullarla un membro alla volta, ore ed ore. A tratti era rotto il coordinamento, risollevata una stessa gamba per l’altra, incerto lo sguardo, giù la testa e ritolta» (p. 155).

La malattia di Erminia – preceduta, dice Giovanna, da un intervento al seno «tre anni prima di morire» che motiva l’inciso per «la nocciolina, che nocciolina, ah quella, mi è passata» (p. 73) e il «Poi Malinda, povera amazone ormai, non li seguì» (p. 133) – è recuperata, con cura ‘infermieristica’, in tutte le sue fasi, tesaurizzando ampiamente, dopo l’assaggio di Si riparano bambole, i ‘bollettini’ di Giovanna («In Ravenna ci sono le pagine sulla malattia di mia madre. Dalle mie lettere lui l’ha desunta questa malattia di mia madre»). Il passo che recita «Che interrogatorio, inquisizioni bizzarre, già era stanca, furono smesse, forse è niente, speriamolo, indispensabile prima una radiografia, no gambe, la spina dorsale: egli sempre ermetico» (p. 151) ne compendia le spossanti indagini, il «Ben poco leggibile il bulbo» (p. 151), rilegge l’infausta diagnosi, le «fialette arrivate in volo» (pp. 151-152) rivanno al «rimedio americano tanto atteso e poi risultato vano» richiamato in una lettera a Giovanna [69], «L’arrivo del seggiolone, passarvela, silenzioso, scorrevole come una carrozzina da bimbi, anche il freno, sofficità» (p. 152) ferma il malfermo rimedio alla crescente immobilità («E poi facevamo che Cecia le soffiava il naso, avevamo fatto una poltrona a rotelle»), le «ardue somministrazioni lunghe penose, impossibili certe volte con tutto il buon volere concorde, gli occhi dicendo ancora non mi riesce» (p. 153) ne rendono l’estremo patimento, così declinato da Giovanna: «fu quindici giorni prima che mia madre morisse… Lei non mangiava più e il dottore le fece mettere la sonda. Poi io dissi no, basta, non gliela feci mettere più, fu una cosa terribile». Ma pure in questa rovina Malinda, e con lei Erminia, mostrerà, per istantanee quasi deposte sulla sua lapide, un volto indenne, riavrà l’intrepida postura: «Infine ben pettinata, guance rosee, bocca scarlatta, una pellegrina addosso, Malinda si riposava» (p. 152); «Sulla pettiniera entro la cornice d’argento sorrideva Malinda stessa ventenne, il proprio tributo a sé» (p. 153).

Antonio Pizzuto negli anni venti

Antonio Pizzuto negli anni venti

La pietas di queste effigi non viene però a saldare la saga di Erminia. Oltrepassando lo stadio ancora relativamente ‘figurativo’ di Ravenna, la sua quintessenza raggiunge la cornice ‘informale’ delle Pagelle e delle Penultime. A questa altezza, la seconda pagella, La stufetta a petrolio, rielabora il menzionato episodio di Avignone, già riattraversato in Ravenna (pp. 25-26) [70]. Erminia vi traluce, senza nome, dopo il virtuosistico incipit («Alitoso in olide lustre volute quel travaso guardingo dalla bilbente stagnina entro il serbatoio inscrutabile: a fiotti, ma tantalei, sommessi; tesa l’orecchia per indice enarmonico di pienezza»), come utente del provvido apparecchio: «compagni barlumi sprazzi, ove sonnolenta lei affondo vasta poltrona». E la insegue ancora, oltre il residuo avignonese del «soli in due, almeno questa notte» che ricompone la malsicura coppia, la minacciosa bambola (anch’essa presente in Ravenna, ma in un altro luogo) [71] che sorvegliava quel miraggio: «Era enorme, di porcellana, i capelli veri; la più grande che Giovanna avesse e rimasta quell’anno a casa»; «La bambola, sì! Salta nel letto. Comincia a corrermi intorno; e poi mi balla sulla schiena» (p. 118). La pagella ricanta: «Su coltri atterrite la bambola di pellilustre babbucce arti burattini evasa addossole riddante, perfida cui mamma, pari rimastane simulacra in errore. Succube contratte reni calche a soffici saltellini da ben celata nuca ingiù ogni dove e momento, non che una, multiple per tregenda» [72].

Altrettanto ‘occitana’ risulta la trentunesima pagella, L’insegnante di francese, riscrittura del siparietto con la protagonista che ha trovato un nuovo alloggio e pensa di farvi accedere il suo amante «come il mio maestro di francese»: «Tutta felice andò prima. Nel buio mi spinse verso una scaletta di legno. La soffitta a calce, priva di aperture. Con la testa ne sfioravo il tetto. L’aria era greve. Un lumicino a petrolio la rendeva più malsana. Mi trasse tutta sorridente verso il misero pagliericcio. “Non vuoi vederla?”. Ma l’avremmo svegliata» (p. 28). L’insegnante di francese fa di questa bambina un maschietto dal «mencio bregma» e dai «gemini piselletti a momento in attico» e non può non soffermarsi (con «lei vigile che disgombro pel transito, ridotti accanato gregge a estra i padrondicasa») sulla «diedra riverenda soffitta» e sugli «Ingressi acrobatici: fra zittite parole d’ordine, buonasera in chiaro, tastone ai diradati pioli» [73].

Due altre tessere, adiacenti, di Avignone confluiscono in Defalco, ventiseiesimo elemento di Penultime. La prima riguarda il rituale praticato, come si è visto, nella casa di Via Vincenzo Errante: «Schiudevo senza fare rumore, toglievo dalle mani nere del ragazzo gli involti, li portavo in cucina, ne spalancavo la finestra (un inchino alla padrona di casa, sempre a sorvegliare là in faccia), mi sbracciavo, ponevo la frutta nei recipienti. Il rubinetto era aperto e non finivo più di lavarla. Colei, per lo sciupio fremeva; io imperterrito continuavo a immollarmi come i bambini. Lavavo pere, pesche, prugne una per una; l’uva la tenevo sotto il getto dell’acqua passandola da un recipiente all’altro» (p. 151). Sfrondato il contesto, Defalco ne isola l’oltranza igienica: «Una bracciata di roba, a calcitrar per necessità e correre difilato in cucina, dove alaggio frazioni, ogni che fungibile via via sotto vaccinatrice cannella» [74]. L’altra, posizionata nel ridotto prossimo all’Hotel des Palmes (le «tre camerette in fondo al giardino, alloggio del meccanico licenziato», benevolmente concesse dal «dottore»), contempla il classico attacco della protagonista (che nel passaggio anzidetto conservava una tacita presenza di dormiente): «Colluttazioni al buio nell’angusto spazio, il guasto premeditato alla cravatta, un piccolo graffio “perché si vedesse”, mentre rinculavo di gradino in gradino, o io sfuggendole, l’inseguimento in sottana» (p. 156). Defalco ne risale fedelmente il climax, preparando il singulto che fulmina l’inanità del passato: «Repente soqquadro, gran rovinio, unghiata sulla guancia oltre barba ed al naso, da rendergli inevitabile ascondersi, fuggire. E, ritornarle, mai più» [75]. Il desolato rintocco di questo nevermore senza corvo che ne accusa la detrazione sarà l’ultimo vale alla donna pluriamata, al nimbo guerriero che la contorna. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
Note
[1] Heis, Sul ponte di Avignone, Roma, Edizioni Ardita, 1938 XVI. La prima stampa con il nome dell’autore apparve nel 1985, da Mondadori, corredata da una prefazione di Walter Pedullà; la seconda, da cui d’ora in poi citeremo, è uscita nel 2004 presso le Edizioni Polistampa di Firenze, a cura di chi scrive e con una postfazione di Rosalba Galvagno.
[2] Vd. la breve ma lusinghiera scheda apparsa su «Il Popolo di Roma» l’11 marzo 1939, p. 3 (segnalata per la prima volta, e riprodotta, in «… con ammirata devozione, Pizzuto». Lettere a Adriano Tilgher e a Liliana Scalero presentate da Magda Vigilante, «Caffè Michelangiolo», a. IX, n. 1, gennaio-aprile 2004: 22-23).
[3] Procedura osservata anche nella citazione goethiana del «più bel promontorio del mondo» (p. 251), che assegna obliquamente a Palermo il principale teatro dei fatti.
[4] In prima liceo il nostro allievo ottenne dieci in Italiano e Latino, nove in Greco e Storia Naturale, otto in Storia, Filosofia, Fisica e Chimica, sette in Matematica; nella seconda dieci in Italiano, nove in Latino, Greco e Cultura greca, otto in Storia, Filosofia, Fisica e Chimica, Storia naturale e Ginnastica.
[5] Il sorprendente Pizzuto palermitano dei Quattro Canti, «L’Ora», a. LXVIII, n. 266, 11-12 novembre 1967: 3.
[6] Compresa nel fascicolo personale «Antonino Pizzuto», conservato negli archivi della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo.
[7] I Pizzuto dovevano occupare il secondo: «Sottostavano all’appartamento tre grandi vani rustici, in cui si poteva tenere anche un pollaio; dal primo di essi scorgevasi la buia camera di un pianterreno abitato da sposi, lei cucitrice, il marito cameriere di caffè» (pp. 6-7).
[8] Rudolf von Jhering e Theodor Mommsen erano esponenti della ‘Scuola storica’.
[9] A ulteriore vidimazione del realismo del racconto, in una lettera inedita a Salvatore Spinelli (15 marzo 1968) Pizzuto svela l’identità del «soldato-frate: piccolo, sempre febbricitante brutto e sporco» che «mi sapeva domare con la dolcezza» (p. 13): «Rammento peraltro Padre Giglia, che praticai ad Agrigento, un prete ingenuo candido e bonario, il quale mi confidava: se non c’è, pazienza; ma se c’è, ed io non lo venero, poi come mi trovo?».
[10] Che denomina il terreno dell’attuale Piazza Generale Euclide Turba.
[11] Per i dettagli (e le fonti) di queste sommarie notizie si veda la mia introduzione (Pizzuto filosofo) a Antonio Pizzuto, Sullo scetticismo di Hume, Palermo University Press, 2020 (anticipata in «Dialoghi Mediterranei», n. 40, novembre 2019).
[12] Custoditi nel locale Archivio di Stato (Busta 427. Note e informazioni).
[13] Premessa della nostra conversazione nella sua casa palermitana di via dei Normanni 13, distribuita in due pomeriggi del primo e dell’otto agosto 1991.
[14] L’anonima protagonista del romanzo vi è curiosamente designata, un’unica volta, con un «secondo nome» di Elena (p. 57).
[15] Puntualmente segnalati dal romanzo: «Rimaneva supina, con la testa strettamente bendata sugli occhi, come una povera cieca» (p. 162).
[16] Pizzuto lo ricorderà in una lettera inedita alla figlia (6 aprile 1970): «Come oggi, era la ricorrenza del Compleanno di Mamma!».
[17] Integrando questo racconto con le notizie procurate da Giovanna, si deduce che l’amore era insorto durante una sosta di Erminia ad Aspra, nella casa in cui a un certo punto sua madre, dice Giovanna, decise di stabilirsi nei giorni di lavoro, per evitare le «sfacchinate» del viaggio: «Mia nonna s’alzava ogni mattina alle quattro, arrivava alla stazione, pigliava il treno, scendeva a Bagheria, si faceva a piedi tutto il rettifilo, perché non esisteva niente».
[18] «Era gelosa» (p. 38); «voler bene significava per lei passione (le sue mani erano piccole, ma come stringevano!), dedizione completa e definitiva» (p. 39).
[19] Uscendone all’alba scorgono «il faro rossastro del primo tram che saliva sovraccarico di personale diretto alle rimesse» (p. 18), ossia le luci di una vettura della linea per Monreale, lungo il corso Calatafimi.
[20] Sull’amicizia di Pizzuto con Benoit Sommariva vd. Antonio Pane, Bebè e Benoit, in «Plumelia». Almanacco di cultura/e, a cura di Aldo Gerbino, Bagheria, Officine tipografiche Aiello & Provenzano, 2005: 141-148.
[21] Vd. Antonio Pizzuto, Sinfonia 1923, a cura di Antonio Pane, Messina, Mesogea («La grande»), 2005: 6.
[22] La circostanza è subito dopo ribadita dallo stupore del «collega che non vedevo da mesi»: «Ancora! Dopo un anno e mezzo separati ancora?» (p. 48).
[23] Vd. Antonio Pane, Il leggibile Pizzuto, con uno scritto di Denis Ferraris, postfazione di Marzio Pieri, Firenze, Polistampa, 1999: 59-69 (Ore di Magistrale).
[24] Vd. Antonio Pizzuto, Sinfonia (1927), a cura di Antonio Pane, S. Angelo in Formis (CE), Lavieri («Arno»), 2010: 115 sgg. (Nota al testo).
[25] I tentativi di pubblicare l’opera sono documentati nel carteggio con Salvatore Spinelli. Vd. Antonio Pizzuto – Salvatore Spinelli, Ho scritto un libro… Lettere (1929-1949), a cura di Antonio Pane, introduzione di Lucio Zinna, Palermo, Nuova Ipsa («Scrittura mediterranea»), 2001: 61-85.
[26] Vd. Erica Antonella Ciminato, Autobiografismo e invenzione nelle opere di Antonio Pizzuto. Sul ponte di Avignone, Sinfonia, Testamento e Ultime, tesi di laurea magistrale in Italianistica, Università degli Studi di Palermo, a. a. 2019-2020 (relatrice Domenica Perrone): 37.
[27] Vd. it.wikipedia.org/wiki/HoteldeFrance.
[28] «Qualche ora fa, rimuginando, mi è venuto in mente che tu, bambina, dicevi “il penterino”, oltre le tante altre parole tue che rammento sempre, come: bedibenfa (le fondamenta), fermotisone, etc.».
[29] Vd. Erica Antonella Ciminato, Autobiografismo e invenzione nelle opere di Antonio Pizzuto. Sul ponte di Avignone, Sinfonia, Testamento e Ultime, cit.: 40-45.
[30] «A scuola, ognuna di noi, al Sacro Cuore, pagava un tot, e mantenevamo una bambina povera perché c’era un collegio, c’erano le bambine coi grembiulini bianchi. Poi facevamo le palle d’argento e si vendeva questa stagnola e ogni tanti chili liberavano un moretto, lo facevano diventare cristiano». Le due figure saranno unificate nel «morettino protetto» del settimo segmento di Ravenna.
[31] Ivi: 37.
[32] Si preleva sempre dagli Atti della Questura di Palermo (Gabinetto. Busta 413. Fascicolo Pizzuto).
[33] Vd. Mauro Canali, Le spie del regime, Bologna, Società editrice il Mulino, 2004: 512-515.
[34] Vd. Antonio Pizzuto – Salvatore Spinelli, Ho scritto un libro… Lettere (1929-1949), cit.: 69.
[35] Qui «L’incontro dianzi col mio antico maestro di filosofia morale, colpito da un fallimento librario di milioni» (p. 195) chiama in causa il filosofo Francesco Orestano e il collasso della sua casa editrice «Optima» (la notizia figura nell’inedito Antonio Pizzuto, Annotazioni al libro di Francesco Orestano, Nuovi Princìpi. «Biblioteca di filosofia e scienza», n. 2, Roma, Casa editrice «Optima», 1925, pp. 447, a cura di Nicola Di Domenico).
[36] L’anziana Rosina che per la prima volta vi si sporge, «sola ormai al mondo, diventata mammà, nonna e tutrice di casa nostra», e che sarà stampo della «deformata personcina di artritica» (p. 214) dei primi capitoli di Signorina Rosina, dipinge Rosina Lino, una parente di Castronuovo di Sicilia che viveva da tempo con la famiglia di Pizzuto (scomparirà nel 1946).
[37] Vd. Nei dintorni di Musicale, in Antonio Pane, Il leggibile Pizzuto, cit.: 41-46.
[38] In questa sembianza si può forse intravedere una maestra Clorinda Nalli, che illustrò a Roma, fra gli anni Trenta e i Cinquanta, in massima parte per l’editore Sales, numerosi libretti per bambini e vari testi devozionali (fra i titoli: Bertoldo del “fiore vermiglio”, Girotondo della bontà, Nell’attesa di Gesù, La quaresima con Gesù, Storielle di animali, Bimbi seguitemi, Orsetto Biggiò, Umanità. Libro per la prima classe elementare, La giornata del bambino, La pecorella di Gesù, Sogno di Natale e un Dottore Tanè che ricade forse nell’incipit del XV capitolo di Così: «In agosto i Tanè partivano per la villeggiatura»). Vd. Antonio Pizzuto, Così, a cura di Antonio Pane, Firenze, Polistampa, 1998: 93. Il suo nome andrebbe a completare la serie delle sorelle ‘longobarde’: Erminia; Gilda; Clorinda.
[39] Vd. Antonio Pizzuto, Sul ponte di Avignone, a cura di Antonio Pane, postfazione di Rosalba Galvagno, Firenze, Polistampa, 2004: 267-269 (Notizia). Di quel che seguì Giovanna comunica: «Dopo che si sono lasciati lui veniva ogni anno, veniva a scuola da me, parlava coi professori, le vacanze, veniva un mesetto l’anno a passarlo con noi e poi se ne ripartiva. I rapporti sono continuati, sempre con litigi, cose. È finito qualcosa. Il rapporto sentimentale è durato… lì è finito qualcosa, la speranza di potere ricostruire. Poi è rimasto questo rapporto che è durato sempre. Sentimentale… è rimasto. Da quando io mi sono sposata lui non è più venuto a Palermo».
[40] Non a caso affermate nel paragrafo introduttivo: «La vita non è stata per me di uno svolgimento lineare, a note legate» (p. 5). Ne fanno parte lo «scherzo del primo trio di Brahms» (p. 19), il «Danza per me”» della Salomè di Richard Strauss (p. 83), l’Eroica, «specie nel Finale, a metà Andante, dove innanzi il passo ribattuto sono quattro misure che sempre mi hanno ricordato la sua canzoncina del tempo in cui la trascuravo» (p. 93), il verdiano «L’amato amante giovine», tratto dall’aria di Germont nel II atto della Traviata (p. 101), il Caro mio ben di Giuseppe Giordano parodizzato in «Caro Cicì – credilo almen – senza di te – languisce il core» (p.165), «La cavalcata delle Walkirie» (pp. 173-175), il Lohengrin (p. 201), il Coriolano (p. 228), Libiam nei lieti calici (p. 257).
[41] Vd. Antonio Pizzuto, Sinfonia (1927), cit.: 115.
[42] Vd. Antonio Pizzuto, Paragrafi sul raccontare, «Questo e altro», n. 5, 1963: 31-32. Poi, con lievi modifiche, in appendice a Antonio Pizzuto, Paginette, Milano, Lerici, 1964: 175-179; e, col titolo Vedutine circa la narrativa, in appendice alla ristampa di Paginette, Milano, Il Saggiatore, 1972: 185-189.
[43] Vd. Antonio Pizzuto, Così, cit.: 137-147 (Nota ai testi).
[44] Ivi: 18.
[45] Ivi: 39.
[46] Ivi: 39-40.
[47] Ivi: 40.
[48] Ivi: 41.
[49] Vd. Antonio Pizzuto, Si riparano bambole, a cura di Gualberto Alvino, con una nota di Gianfranco Contini, Palermo, Sellerio («La memoria»), 2001: 247.
[50] Ivi: 248.
[51] «Avvinta ad un braccio di Pofi ella tratteneva il respiro»; «Seduta in sbieco sul margine del canapè vi sdraiava Pofi abbrancato alle spalle per sollevarlo subito poi subito fino a sé, riadagiandovelo con tutte le sue forze lo attirava da capo, e quel faticoso cullare era cantilenato di ninabò ninabò come con gli infanti, rapita nel giuoco subito con affanno da lui» (ivi: 249).
[52] Ivi: 249.
[53] Ivi: 250.
[54] Ivi: 250.
[55] Vd. Antonio Pizzuto – Salvatore Spinelli, Se il pubblico sapesse. Lettere (1951-1963) con una lettera di Pizzuto a Federico Fellini, a cura di Antonio Pane, nota introduttiva di Lucio Zinna, Palermo, Nuova Ipsa («Scrittura mediterranea»), 2003: 157.
[56] Vd. Si riparano bambole, cit.: 250.
[57] Ivi: 250-251.
[58] Antonio Pizzuto, Ravenna, Milano, Lerici («Collana narratori»), 1962. D’ora in poi se ne citerà la riedizione, a cura di Antonio Pane, postfazione di Giancarlo Alfano, con una testimonianza di Andrea Camilleri, Firenze, Polistampa, 2002.
[59] «Era intitolato “Ravenna”. Storico forse? No. Una guida della città? Neanche. Perché mai quel nome, dunque. Così. Come uno può essere chiamato Giacomo o Carlo». Vd. Antonio Pizzuto, Signorina Rosina, a cura di Antonio Pane, postfazione di Denis Ferraris, Firenze, Polistampa, 2004: 30-33.
[60] L’operazione di ‘riciclaggio’ era resa possibile dal fatto che la paternità pizzutiana del romanzo non era, a quel tempo, conosciuta: sarà rivelata solo nell’intervista postuma Pizzuto parla di Pizzuto (pubblicata a Cosenza, presso le Edizioni Lerici, nel 1978, a cura di Paola Peretti, con introduzione di Walter Pedullà).
[61] Ma il motivo era già stato ripreso in Così (cit.: 83): «Fra la pineta e la spiaggia, dove questa è remota, stavano accampati gli zingari, altra passione di Amedea. Nella tenda non si trovava che una vecchia con qualche piccolo; il grosso era in peregrinazione. I tre visitatori affondarono nel grande materasso di piume e si ricominciò a mostrare la mano».
[62] In Avignone si legge (pp. 116-117): «A ogni cambio di repertorio comprava il foglietto poroso, dalla vignetta tutte macchie di stampa, contenente le nuove strofe da imparare».
[63] L’invettiva è ripetuta a p. 63: «che villano, che carrettiere».
[64] In Avignone la ‘sentenza’ «A me un uomo che non fuma non mi pare uomo» serviva a soffiare la gravidanza (p. 20).
[65] «Appena sveglia Giovanna, obbedendo alle istruzioni delle Madri, inginocchiatasi cantò: “O giorno di stupor giorno beato – o giorno di stupor giorno beato – l’Eterno Re del Ciel in terra è nato”». «Più tardi, con le ginocchia al petto nel vano della finestra, cantò: “O giorno di stupor, giorno beato…”».
[66] «Il mattino appresso, era maggio, colma la gran cappella, vi apparvero in duplice schiera militare, dodici, e prosternatesi tutte insieme vennero poi nel soave organo verso l’altare, ove al seggio aureo porpora e cotte vestivano i paramenti. Giunte alla balaustrata tutte e dodici si inginocchiarono, stettero così facendo Gesù, indiscernibili sotto i veli. Apparivano nello sfolgorio come una costellazione».
[67] «In città a dire l’avvocato era di lui che parlavano. Andiamo dall’avvocato, è meglio rimetterci all’avvocato. Come se non ce ne fossero altri, e bravissimi del resto; ma l’avvocato per antonomasia significava il suo Giacomo, voluto unanimemente bene, colui che vinceva le cause per l’affetto. Quando i presidenti lo vedevano triste, il pensiero di procurargli un dispiacere risolveva la lite. Al suo ingresso era attentamente scrutato da tutti, e se passava un po’ mogio la voce si diffondeva per le aule, ciascuno a preoccuparsene, le parti avverse facendo qualche gesto eloquente davano con rassegnazione mandato ai loro patrocinanti di non calcare troppo, di lasciar perdere se mai, purché il viso di lui si rasserenasse. Gli avrebbero agitato campanellini sotto gli occhi per farlo sorridere, come ai bimbi, tanto era amato. Il primo presidente si alzava per stringergli la mano, il procuratore generale, sì, lo stesso procuratore generale sapeva farsi alcuni momenti meno brutto. A un suo minimo cenno di voler parlare si ammutoliva: nel silenzio assoluto subito fatto egli poteva chiedere qualunque differimento ed era accordato. Il ministro, all’inaugurazione della lapide, gli disse caro avvocato. Ma bisognava vederlo nello studio. Uscito il cliente egli gridava A chi tocca, e dall’anticamera gremita veniva avanti un altro. Delle volte, in estate, egli ascoltandoli a occhi chiusi, un po’ di sbieco, il gomito sulla scrivania, pareva dormisse. Non interrompeva mai. Terminata l’esposizione dopo qualche raccoglimento tendeva la destra, era bastevole l’annuire per rinfrancare i più incerti». Vd. Si riparano bambole, cit.: 22-23. L’identificazione è compiuta dallo stesso autore in una lettera inedita alla figlia Giovanna (23 settembre 1963): «Mi spiace moltissimo di tuo Suocero, cui sono legato da immenso affetto, e ne sono prova le mie pagine, più di una, in cui lo ricordo e l’ho dipinto con infinita simpatia, non solo in Si riparano bambole, ma anche in Ravenna» (precisamente alle pp. 117, 123, 135).
[68] «Cadendo i natali di Nanni il 1° gennaio, si partì a San Silvestro» (p. 113).
[69] La lettera, del 2 agosto 1964, è apparsa in «La taverna di Auerbach», a. II, 1988, n. 2-3-4 (numero monografico su Pizzuto a cura di Gualberto Alvino): 211.
[70] «sonarono, entrò la stufa col suo finestrino rosso, meraviglioso carbonchio ad accenderla, e accostandovisi il calore tremulo ghermiva; sul vespro, raccolti là intorno, quell’unica luce, teste e mani che rossicavano, voci basse o silenzio. Prima cura di lui al mattino pulirla ben bene, rimettervi il petrolio, che scaturiva leggero, tantalinebriante in succhiello: erano bastevoli quelle diligenze e stava inodorabile. Refined manfg co».
[71] «Accosto le era nemica pure la sua bambola, erta, minacciosa, ricca, coperta di ori, diadema orecchine collana scintillante spillone pronta per trafiggerla e che ti ho fatto, io sempre con te in braccio, anche studiando le lezioni, non ti lasciavo mai sola, imboccata da me, tanti anni di confidenza, a cullarti, stringerti sul petto» (p. 60).
[72] Vd. Antonio Pizzuto, Pagelle, edizione critica commentata di Gualberto Alvino, Firenze, Polistampa, 2010: 74.
[73] Ivi: 258.
[74] Vd. Antonio Pizzuto, Ultime e Penultime, edizione critica di Gualberto Alvino, con la Nota per l’ultimo Pizzuto di Gianfranco Contini, Napoli, Cronopio («tessere»), 2001: 212.
[75] Ivi: 213.

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Antonio Pane, dottore di ricerca e studioso di letteratura italiana contemporanea, ha curato la pubblicazione di scritti inediti o rari di Angelo Maria Ripellino, Antonio Pizzuto, Angelo Fiore, Lucio Piccolo, Salvatore Spinelli, Simone Ciani, Giacomo Debenedetti, autori cui ha anche dedicato vari saggi: quelli su Pizzuto, sono parzialmente raccolti in Il leggibile Pizzuto (Polistampa, 1999). Ha, inoltre, dato alle stampe le raccolte poetiche Rime (1985), Petrarchista penultimo (1986), Dei verdi giardini d’infanzia (2001). Fra i suoi lavori più recenti, i commenti integrali a Testamento e Sinfonia di Antonio Pizzuto (Polistampa, 2009 e 2012), i saggi Notizie dal carteggio Ripellino-Einaudi (1945-1977) (in «Annali di Studi Umanistici», 7, 2019), Bibliografia degli scritti di Angelo Maria Ripellino (in «Russica Romana», xxvii, 2020), Per Simone Ciani: un ricordo nel giorno della laurea (in «Annali di Studi Umanistici», IX, 2021) e la cura di volumi di Angelo Maria Ripellino (Lettere e schede editoriali (1954-1977), Einaudi, 2018; Iridescenze. Note e recensioni letterarie (1941-1976), Aragno, 2020; Fantocci di legno e di suono, Aragno, 2021; L’arte della prefazione, Pacini, 2022) e di Antonio Pizzuto (Sullo scetticismo di Hume, Palermo University Press, 2020).

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