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L’uomo dagli occhi da furetto. Mario Cecchi,pioniere del movimento comunitario italiano

 Mario Cecchi, Avalon, febbraio 2019 (ph. Luca Bertinotti)

Mario Cecchi, Avalon, febbraio 2019 (ph. Luca Bertinotti)

CIP

di Luca Bertinotti 

Premessa 

Il presente contributo intende offrire uno sguardo non solo sulla biografia di Mario Cecchi, ma anche sul contesto umano e comunitario in cui si è mosso, evitando derive agiografiche e riconoscendo il valore pionieristico della sua esperienza nel bioregionalismo e nel movimento degli ecovillaggi italiani.

Le citazioni provengono sia da fonti pubblicate sia da appunti personali raccolti durante ripetute visite alla Valle degli Elfi e ad Avalon fra il 2012 e il 2020. Inoltre, questo scritto nasce da un debito di memoria e da un privilegio. Il debito è quello di chi, avendo avuto la fortuna di incrociare, seppur brevemente, la strada di Mario, sente il bisogno di testimoniare. Il privilegio è quello particolare di chi, come medico, ha potuto osservare Mario anche in quella fragilità che raramente mostrava: la fragilità di chi invecchia, si ammala, e chiede aiuto pur continuando a interrogarsi, a dubitare, a cercare un senso anche nella malattia. 

Introduzione 

C’è un silenzio diverso, oggi, tra i castagneti dell’Appennino Pistoiese e tra gli ulivi di Montevettolini. È il silenzio che segue la caduta di un grande albero, uno di quelli che con le proprie radici hanno tenuto insieme non solo la terra, ma una storia intera.

Il 19 novembre 2025, nel villaggio di Avalon, si è spento Mario Cecchi, figura centrale nella nascita e nello sviluppo di una delle esperienze comunitarie più radicali, durature e significative del panorama italiano e europeo: il Popolo degli Elfi. Aveva 74 anni e fino all’ultimo respiro ha continuato a incarnare quella coerenza esistenziale che aveva scelto oltre cinquant’anni prima, quando decise di abbandonare la città per cercare un modus vivendi radicalmente alternativo.

Daniel Tarozzi, giornalista di “Italia Che Cambia”, definisce Mario Cecchi «l’uomo con gli occhi più profondi» che avesse mai incontrato [1], cogliendo in questa immagine la rilevanza di una scelta esistenziale che non si limitava all’aspetto materiale o ideologico, ma coinvolgeva l’intera persona. Gli occhi di Mario vedevano oltre le apparenze, scrutavano l’essenza delle cose e delle persone. Non “occhi profondi”, quindi, in senso malinconico o mistico, ma occhi indagatori, irrequieti, selvatici – come quelli di un furetto – eppure capaci di grande intimità con l’altro.

Mario non era solo un “elfo”, termine che nel linguaggio comune evoca suggestioni tolkieniane spesso fuorvianti rispetto alla dura realtà della vita montana e contadina; era un “intellettuale contadino” e un attivista che ha saputo coniugare pratica agricola e riflessione politica. Mario era anche un reduce del Sessantotto che aveva compreso, prima di molti altri, che la rivoluzione non si faceva più nelle piazze urbane, ma sottraendosi alla logica del «lavora – consuma – crepa» [2]. 

Mario Cecchi, Avalon, giugno 2020 (ph. Luca Bertinotti)

Mario Cecchi, Avalon, giugno 2020 (ph. Luca Bertinotti)

Dalla politica alla Terra Madre 

Il percorso di Mario Cecchi è paradigmatico di una generazione che ha tentato di trasformare la delusione politica in rifondazione esistenziale. Nato a Genova il 24 dicembre 1951, apparteneva a quella generazione che negli anni Settanta aveva vissuto intensamente le contestazioni studentesche e il riflusso ideologico che ne seguì.

Dopo le esperienze prima in Piemonte – dove nel 1970, in una zona “democristiana”, issò una bandiera rossa su una cascina scrivendo «ora e sempre resistenza» in un primo esperimento comunitario che però durò poco – e poi sul Monte Peglia in Umbria, dove per sette anni si scontrò con le istituzioni per il diritto a sperimentare l’agricoltura biologica, approdò infine sulla Montagna Pistoiese all’inizio degli anni Ottanta [3]. Nel 1980 raggiunse Pesàle, un nucleo rurale-montano abbandonato nel territorio di Sambuca Pistoiese, ribattezzato dai nuovi abitanti Gran Burrone. Non fu tra i primissimi fondatori, come spesso la leggenda narra, ma ne divenne presto l’autorità morale indiscussa. La scelta del nuovo nome per l’insediamento non fu casuale: come gli elfi immaginati da John Ronald Reuel Tolkien, questi nuovi abitanti dei boschi si proponevano di vivere in armonia con la natura, come «emanazioni degli elementi naturali, quali il fuoco, l’acqua, la terra e l’aria» [4].

La visione di Cecchi andava oltre il semplice ritorno naïf alla natura. Mario portava con sé una lucidità politica affinata negli anni della contestazione, che trasformò in una «sferiforma rivendicativa» [5]: la terra non come proprietà privata ma come bene comune, anticipando tesi che sarebbero poi entrate nel dibattito contemporaneo sui commons e sulla gestione comunitaria del territorio. La sua battaglia per la legittimazione di Casa Sarti, strappata all’abbandono e difesa dall’istituzione di riserve di caccia o da progetti speculativi, rimane un esempio di resistenza civile e di tutela del territorio montano contro il dissesto idrogeologico e l’incuria [6]. 

Gran Burrone immerso nella foresta appenninica, gennaio 2012 (ph. Luca Bertinotti)

Gran Burrone immerso nella foresta appenninica, gennaio 2012 (ph. Luca Bertinotti)

Il confronto con il territorio e le istituzioni 

L’operazione non era priva di precedenti. Negli stessi anni, in Italia proliferavano esperienze comunitarie ispirate ai movimenti hippie americani e alle comuni europee. Tuttavia, ciò che distingueva l’esperienza degli Elfi era la volontà di creare non un rifugio temporaneo dalla società, ma di costruire un’alternativa duratura, radicata nel recupero materiale di un territorio abbandonato e nella ricostruzione di un tessuto sociale fondato su principi di condivisione, autosufficienza e rispetto ambientale. I primi anni furono segnati da aspri conflitti con le autorità locali: «subito vi fu il contrasto con i Carabinieri che intimarono agli occupanti di andarsene e diedero il foglio di via obbligatorio alle persone presenti durante la perquisizione» [7].

Le testimonianze raccolte durante le mie prime visite alla Valle degli Elfi restituiscono un quadro complesso di questo rapporto con il territorio circostante. Antonio, uno dei membri storici della comunità incontrato nel 2012 a Casa Sarti, spiegava con schietta lucidità le ragioni dell’ostilità di alcuni abitanti dei paesi limitrofi: «alcuni ci odiano perché se vogliamo un pollaio ce lo fabbrichiamo, mentre più a valle uno non può farlo per vincoli legislativi». Era questa la contraddizione che gli Elfi incarnavano: la loro illegalità iniziale – l’occupazione degli edifici abbandonati – si traduceva paradossalmente in un’azione di recupero e di valorizzazione concreta che le istituzioni non erano state in grado di promuovere. Questo, d’altra parte, scatenava il risentimento dei paesani già presenti nella valle da tempo, la cui esistenza era regolamentata dai mille cavilli burocratici e dalla farraginosità delle procedure amministrative.

Gli Elfi resistettero. Progressivamente il loro ruolo nel territorio si “normalizzò”, trasformandosi in quello che un altro testimone definiva «rapporto di buon vicinato, con frequenti scambi di cortesie e aiuti reciproci». La legalizzazione dell’esperienza arrivò solo vari anni più tardi, quando la comunità si costituì in quattro associazioni (riunite sotto la “Confederazione dei Villaggi Elfici”), ciascuna assegnataria di terre demaniali e responsabile del proprio territorio [8]. Questo passaggio segnò la transizione, per usare le parole dell’antropologa Cristina Salvadori, «dalla communitas esistenziale e spontanea alla communitas normativa» [9].

Solo dopo anni di lotte, dunque, “Il Popolo Elfico della Valle dei Burroni” poté rivendicare il ruolo di custode del territorio, capace di trasformare ruderi fatiscenti in case accoglienti e di presidiare la montagna contro il dissesto idrogeologico: un servizio pubblico reso a costo zero per la collettività.

Non meno duro fu il conflitto con il mondo venatorio. La visione elfica, basata sul rispetto sacro per ogni forma di vita («la volpe uccide gli animali vecchi e deboli… noi vanghiamo la terra»), si scontrava con la logica delle “mega-voliere” e del ripopolamento artificiale a scopo di caccia, portando a tensioni che solo il tempo ha saputo lenire. 

Abitazione recuperata, Valle degli Elfi, gennaio 2020 (ph. Luca Bertinotti)

Abitazione recuperata, Valle degli Elfi, gennaio 2020 (ph. Luca Bertinotti)

L’architettura di un’utopia: spazi e luoghi della comunità 

Una delle frasi che annotai sul mio taccuino, durante la prima visita nel 2012, fu: «le loro abitazioni non sono sporche, né malmesse come si dice. Sono semplicemente ambienti rurali. Punto». In effetti, le abitazioni recuperate dagli Elfi testimoniano una precisa filosofia architettonica ed esistenziale. Casa Sarti offre un esempio paradigmatico: costruita originariamente nel 1899 (come testimonia la targa ancora presente), era ridotta a un rudere quando Antonio la scoprì alla fine degli anni Settanta. Leggo le sue parole riportate nelle mie annotazioni di visita: «di Casa Sarti, quando la iniziai a recuperare, restava in piedi solo il cesso!». Quel gabinetto però aveva una sua importanza storica: era famoso nella zona perché fu «il primo esterno ma annesso alla casa. Prima di allora i bisogni si facevano all’aperto».

Il recupero venne condotto secondo criteri che privilegiavano materiali naturali e soluzioni tecnologiche appropriate: soffitti e pavimenti in legno, grandi finestre per massimizzare la luminosità invernale, pannelli fotovoltaici per l’elettricità, stufe a legna per il riscaldamento e la produzione di acqua calda. «Elementi naturali prevalgono su cose inutili», annotavo nel 2012, aggiungendo: «questa filosofia del recupero, basata sull’essenziale e sul rispetto dei materiali dell’ambiente originario, rappresenta un modello per il ripopolamento dei borghi abbandonati».

La topografia degli insediamenti Elfici appenninici (immagine tratta da Google Earth).

La topografia degli insediamenti Elfici appenninici (immagine tratta da Google Earth)

La geografia del Popolo degli Elfi si estende oggi su un territorio vasto, compreso tra l’alto Appennino pistoiese e la valle del torrente Limentra. Dal nucleo originario di Gran Burrone (l’antico borgo di Pesàle), la comunità si è progressivamente ampliata in una costellazione di insediamenti: Piccolo Burrone (un tempo Case Balli), Cerchiaia, Casa Sarti, Cugliamme, Aldaia, Pastoraio, Casetta Bruciata e, più distante, sul versante di Treppio, Càmpoli. 

A questi si aggiunge Avalon, l’unico villaggio elfico non situato sull’Appennino ma sulle colline sopra Montevettolini, nel comune di Monsummano Terme, sempre in provincia di Pistoia. Fondato agli inizi degli anni Novanta utilizzando un grande casolare acquistato da Mario grazie a un’eredità familiare, Avalon rappresenta il tentativo di riproporre il modello elfico in un luogo meno isolato, una “propaggine in collina” nel comune di Monsummano Terme, dedicata alla produzione dell’olio e aperta all’accoglienza. Era qui che Cecchi aveva scelto di vivere negli ultimi anni, accompagnando la transizione della comunità verso una struttura più organizzata e lasciando spazio alle nuove generazioni – come Riccardo Clemente – per la gestione e la visione futura di un Avalon “2.0”. 

L’oliveto di Avalon e Montevettolini sullo sfondo più in basso, gennaio 2019.

L’oliveto di Avalon e Montevettolini sullo sfondo più in basso, gennaio 2019 (Ph. Luca Bertinotti)

La pedagogia dell’esempio e il Cerchio 

Chi ha avuto modo di incontrare Mario, magari nella comunità di Avalon, ricorda un uomo che rifuggiva il ruolo di guru, pur esercitando una leadership naturale. In un mondo che ha fatto della competizione il suo motore, Cecchi contrapponeva il “cerchio”: una struttura sociale orizzontale dove il potere è nel centro, vuoto e sacro, e la parola circola attraverso il “bastone sacro”. Il Cerchio rappresenta una collettività senza decisori superiori ed esecutori subordinati, dove le linee di azione vengono scelte con il metodo del consenso. Il “bastone” conferisce a chi lo detiene, a turno, il diritto di parlare in quel dato momento senza essere interrotto, garantendo a tutti l’ascolto [10].

Come ricordato da Mimmo Tringale, direttore editoriale di Terra Nuova: «Mario in questo era un maestro; […] aveva la capacità di unire le persone e le esperienze più diverse, grazie al suo talento innato di parlare al cuore della gente» [11]. Questa capacità di mediazione si esprimeva anche nel suo ruolo all’interno della Rete Italiana dei Villaggi Ecologici (RIVE), di cui fu tra i fondatori. La RIVE nasceva proprio dall’esigenza di mettere insieme le varie esperienze di comunità intenzionali esistenti, superando gli steccati ideologici, le resistenze e i personalismi che caratterizzavano il movimento comunitario italiano degli anni Novanta. 

Piccolo Elfo, Avalon, giugno 2020 (ph. Luca Bertinotti)

Piccolo Elfo, Avalon, giugno 2020 (ph. Luca Bertinotti)

La dimensione educativa: i bambini e la scuola 

L’eredità più grande di Mario, forse, risiede nella pedagogia naturale. Cecchi credeva fermamente che i bambini non dovessero essere vasi da riempire con nozioni funzionali al sistema produttivo, ma anime da accompagnare. Uno degli aspetti più significativi e controversi dell’esperienza elfica riguarda infatti l’educazione. Nel corso di oltre quarant’anni, nella Valle sono nati più di centoventi bambini (alcune fonti parlano di oltre duecento), e la comunità ha dovuto confrontarsi con la necessità di garantire loro un’istruzione.

La “Scuola”, uno dei casolari della comunità della Valle degli Elfi, ospitava – oggi non più – le attività didattiche fino alla terza elementare, in una bella e grande struttura in pietra e legno. Come emerge dalle note di osservazione del 2020, a poche settimane dallo scoppio della pandemia di Covid-19, «al piano superiore della casa si svolgono le lezioni», in spazi arredati con materiali di recupero: «seggiole di legno, madie, disegni dall’ispirazione spirituale orientaleggiante, bonghi, chitarre, ceste di vimini».

A Casa Sarti, un tempo, i bambini più piccoli frequentavano asilo, prima e seconda elementare. Il sistema educativo degli Elfi rappresentava un progetto pedagogico autogestito, svolto con la collaborazione di insegnanti interni ed esterni alla tribù, con percorsi educativi differenziati, e dotato dello status di scuola paritaria. I “figli degli Elfi”, cresciuti nei boschi, educati in una scuola parentale che ha lottato per essere riconosciuta, sono oggi la testimonianza vivente di quella scommessa. Una scommessa vinta, se si guarda alla loro capacità di muoversi tra due mondi, quello della selva e quello della tecnologia, con una consapevolezza e una destrezza che spesso manca ai loro coetanei urbani.

L’incontro con i bambini degli Elfi restituisce un’immagine che contrasta con molti stereotipi: «sereni, spontanei, senza paura né eccessiva curiosità verso gli estranei, con quello sguardo diretto e fiducioso che dovrebbe caratterizzare il rapporto tra bambini e adulti», annotavo durante la visita del 2020. 

La Scuola, Valle degli Elfi, novembre 2023.

La Scuola, Valle degli Elfi, novembre 2023 (ph. Luca Bertinotti)

Le contraddizioni dell’utopia: tra ideale comunitario e nuclei familiari 

Tuttavia, anche la creatura sociale plasmata da Mario non era immune da incoerenze e contrasti interni. Nei sopralluoghi tra i villaggi, si poteva osservare come la comunità oscillasse tra l’apertura incondizionata e la necessità di proteggersi da un mondo esterno spesso giudicante o invasivo. Mario stesso, nei suoi scritti, ammetteva che l’equilibrio tra la spontaneità anarchica delle origini e la necessità di una struttura organizzativa, come l’associazione “Popolo della Madre Terra”, fosse una conquista faticosa, talvolta dolorosa.

Non tutto, nell’esperienza degli Elfi, corrispondeva all’immagine idilliaca di una comunità perfettamente armoniosa. Le testimonianze raccolte restituiscono anche le tensioni e le trasformazioni che hanno attraversato il movimento nel corso dei decenni.

Beria, una delle donne da me incontrate alla Scuola nel 2020, offriva una riflessione critica: «all’inizio, all’epoca della fondazione, forse qualche errore è stato fatto: si è data ospitalità a tutti in maniera acritica, senza fare selezione e accettando quindi anche personaggi discutibili che hanno determinato nella popolazione vicina un’idea distorta di quello che era il sogno del popolo degli Elfi». Questa apertura iniziale, nella pratica, aveva determinato «una chiusura sempre maggiore da parte della Comunità nei confronti dell’esterno», man mano che cresceva il numero dei bambini e l’esigenza di un «ambiente di vita più protetto».

Un altro tema ricorrente riguarda la trasformazione dell’ideale comunitario originario. Eligio, uno degli Elfi più anziani, confidava rattristato al giornalista Lorenzo Buzzoni che «“con il passare degli anni, le cose sono molto cambiate” […]. La nascita dei figli ha creato un nuovo bisogno: il focolare domestico. Per motivi di spazio e d’intimità, le coppie si sono allontanate dai villaggi e dai casolari comuni e hanno iniziato ad abitare i ruderi sparsi tra i boschi. “Con la creazione dei nuclei familiari, quell’ideale collettivo originario è svanito. Adesso viene prima la famiglia e l’interesse privato prevale su quello comune”» [12].

Questa tensione tra dimensione comunitaria e familiare rappresenta una delle sfide costanti dell’esperienza elfica. Dalle osservazioni sul campo, si nota che «generalmente le case sono abitate, oltre che da una famiglia residente, spesso anche da altre persone più o meno di passaggio. Difficilmente si trovano nuclei familiari che dimorano in modo esclusivo in una struttura». Tuttavia, la geografia stessa della comunità – con case isolate sparse nel bosco – favorisce una certa autonomia dei nuclei abitativi. 

Una grande yurta, Valle degli Elfi, novembre 2023 (ph. Luca Bertinotti).

Una grande yurta, Valle degli Elfi, novembre 2023 (ph. Luca Bertinotti).

La sacralizzazione della natura: una spiritualità laica 

Un aspetto peculiare dell’esperienza elfica riguarda il rapporto con la natura, che assume connotazioni spirituali pur mantenendosi in un orizzonte sostanzialmente laico. L’episodio del “Grande Padre” – un vecchio castagno che, come ricorda una testimonianza, «assunse una valenza sacrale e divenne un vero e proprio altare naturale» – è emblematico di questo atteggiamento. Lo stesso testimone prosegue: «c’era chi lasciava doni, chi vi accendeva una candela, chi lo omaggiava con dei fiori, chi lo pregava e chi gli rendeva grazie» e chiarisce: «per chi se lo ricorda, il “Grande Padre” non era niente di magico o di trascendente… era piuttosto un buon amico!» [13].

Cristina Salvadori ha individuato in questa pratica una forma di «laico ossequio» che caratterizza il rapporto tra Elfi e ambiente naturale, richiamando alla mente «le comuni hippy degli anni Sessanta americani, specie quelle rurali, basate su un “primitivismo volontario” fautore della completa armonia e fusione dell’uomo con la natura» [14].

Questa dimensione spirituale si manifesta anche nell’attenzione per i cicli naturali e nelle celebrazioni legate alla luna piena. Durante le visite alla Valle veniva menzionata “la festa mensile della Luna”, occasione in cui le rappresentanze dei vari luoghi degli Elfi si riuniscono per parlare delle problematiche dei vari villaggi. 

Lo Yin e yang in un cuore, con radici che si diramano verso la terra, Valle degli Elfi novembre 2023 (ph. Luca Bertinotti)

Lo Yin e yang in un cuore, con radici che si diramano verso la terra, Valle degli Elfi novembre 2023 (ph. Luca Bertinotti)

Il pensiero di Mario Cecchi: una critica radicale della modernità 

Nel suo libro Ritorno alle origini. L’esperienza degli Elfi, pubblicato nel 2022 dall’Associazione ’9cento, ha per la prima volta sistematizzato la sua visione del mondo e della società contemporanea. Come ricorda Giorgia Lattuca, che ha collaborato alla stesura del volume, «Mario vuole dare questo messaggio di speranza ma allo stesso tempo, nei suoi scritti, “frantuma” il sistema da tutte le angolazioni: l’educazione, la medicina, l’incapacità di rappresentare la minoranza, il modo in cui viene schiacciato il popolo rurale» [15].

Il pensiero di Cecchi si articola su una critica radicale del sistema capitalistico e consumistico, ma non si ferma alla denuncia: propone un’alternativa concreta, sperimentata quotidianamente nella vita della comunità. «Chi produce armi, droghe e sostanze inquinanti è pagato per danneggiare e avvelenare gli altri esseri umani, l’ambiente e anche sé stesso» [16], scriveva nel suo libro, denunciando le contraddizioni di un sistema economico che premia comportamenti distruttivi.

Il nucleo del suo messaggio riguarda soprattutto la possibilità di una liberazione individuale e collettiva: «non puoi più tornare indietro una volta libero, il tuo è uno stato dell’anima che non può più essere condizionato, non fa più parte di questa società. Tu, allora, provi la stessa gioia di volare, di fare un salto in un’altra dimensione: non appartieni più a questo mondo» [17].

Mario e uno dei suoi terrazzamenti coltivati, Avalon, giugno 2020 (ph. Luca Bertinotti).

Mario e uno dei suoi terrazzamenti coltivati, Avalon, giugno 2020 (ph. Luca Bertinotti).

Questa «libertà» non è intesa semplicemente come evasione dalla realtà, ma come conquista di una dimensione esistenziale autentica, fondata su principi etici irrinunciabili: «pensando e agendo in maniera positiva, nutrirai la parte buona dell’umanità e con la tua autorealizzazione contribuirai all’evoluzione e alla guarigione del pianeta». Mario dedicava parole dure ma piene di compassione ai «manovali del sistema», invitando a licenziarsi da una vita priva di senso per ritrovare la dignità del fare [18]. Tuttavia, quella da lui suggerita non era una fuga dal mondo, ma una fuga verso un mondo diverso, costruito mattone su mattone, o meglio, sasso su sasso, restaurando vecchi casolari in cui, come amava ricordare, «prima degli Elfi pioveva dentro». 

Uno degli aspetti più controversi e caratterizzanti del pensiero di Cecchi riguarda il rapporto con la salute e la scienza. Mario nutriva diffidenza non tanto verso la medicina allopatica in sé, quanto verso l’apparato economico che la sostiene, percependolo come fortemente condizionato da logiche di profitto. La comunità ha storicamente privilegiato l’autogestione della salute e il parto naturale in casa, vissuto non come atto medico, ma come un rito sacro e intimo. La posizione di Mario durante la pandemia di Covid-19 fu particolarmente significativa: scettico rispetto alla narrazione emergenziale e alle misure restrittive, che definiva come forme di «tecnofascismo scientista sanitario», preferì affidarsi alla natura e alle difese immunitarie, pur rispettando le paure di chi, nella comunità, optò per l’isolamento [19].

Nonostante la sua diffidenza verso l’apparato sanitario, negli ultimi due anni di vita Cecchi aveva accettato di affiancare al suo percorso di autogestione della salute un’integrazione medica convenzionale, dimostrando fino all’ultimo una pragmatica capacità di interrogarsi e di adattarsi alla crescente fragilità del corpo. 

Mario Cecchi con altri Elfi, interno di casa, Valle degli Elfi, novembre 2023 (ph. Luca Bertinotti)

Mario Cecchi con altri Elfi, interno di casa, Valle degli Elfi, novembre 2023 (ph. Luca Bertinotti)

L’ultimo Mario nel mio ricordo 

L’ultima volta che incontrai Mario fu nel novembre del 2023. Quel giorno, che da tempo avevamo progettato di passare interamente insieme, lo accompagnai a visitare il suo Popolo disseminato nei vari insediamenti appenninici, a nord di Pistoia, la città che mi ha dato i natali e in cui vivo. Fu una intensa giornata di incontri e di abbracci, di curiosità botaniche svelate, di racconti di vita e di esperienze condivise. Mario mi parlava mentre raccoglieva castagne e funghi, io lo ascoltavo con grande attenzione, talvolta rapito qualche altra contrariato. Quando incontravamo qualche Elfo in difficoltà, dispensavo con spontaneo piacere un consiglio medico, se interpellato. Mi sorprendeva quanto venisse ben accolto il mio parere in un mondo “allergico” alla Medicina allopatica. Si fece sera e Mario e io scendemmo fianco a fianco per un lungo tratto a piedi.

La lunga camminata svelò impietosamente quanto Mario fosse debilitato già allora, quanto il suo corpo si fosse fatto gracile, la marcia sempre più lenta, fiacca, incerta. Eppure gli occhi conservavano la stessa intensità che mi aveva colpito al primo incontro, tanti anni prima. Lo corroboravano le visioni della sua montagna, lo sosteneva l’aria pura dei luoghi da lui amati e salvati dalla rovina.

Raggiungemmo finalmente l’automobile e iniziammo la discesa verso la pianura. Durante il tragitto Mario mi parlò del suo stato di salute che non lo affliggeva come invece le troppe ferite inferte dall’uomo alla Madre Terra; mi raccontò dei progetti futuri per il suo Popolo, di Avalon “2.0” e del nuovo libro che aveva iniziato a scrivere.

Attraversammo le strade di Pistoia, sorpassammo l’ospedale in cui lavoro – e di cui quasi non mi accorsi – e proseguimmo a sud per risalire il Montalbano fino alle colline di Avalon. Lasciai Mario a casa; l’ultima visione che ho di lui è la sua figura esile che mi sorride accanto a un grande camino in cui crepita un fuoco gentile, quasi anch’esso fosse contento di rivederlo. Ci salutammo con un abbraccio che non scordo e con la mia promessa – mai mantenuta – di rivederci presto.

Sono passati due anni da allora. Ventiquattro mesi in cui mi sono giunte informazioni sporadiche ma ricorrenti di lui e del mondo elfico. Il suo stato di salute era angustiato da momenti di peggioramento, che incrinavano uno sfondo di complessiva stabilità. Mario aveva continuato a professare il suo credo, quando stava meglio, anche lontano da Avalon, a raduni, feste, incontri ufficiali della RIVE e laddove occorreva la sua presenza autorevole, benché sempre più eterea.

Il 19 novembre scorso mi raggiunse inatteso un messaggio di Riccardo Clemente: «Ciao Luca, Mario è volato via. Mandagli un pensiero di buon viaggio». Il giorno seguente andai ad Avalon. Trovai Mario disteso nel suo letto di legno a baldacchino, vestito a festa, il volto sereno. Accanto a lui profumati fiori bianchi e l’affetto incondizionato di chi lo aveva assistito fino all’ultimo. Gli sguardi erano lucidi ma non afflitti, la commozione della perdita si stemperava nella gioiosa certezza che Mario fosse “tornato alle origini”, a quella Madre Terra che aveva onorato e difeso per tutta la vita. 

Mario Cecchi in cammino tra i suoi boschi, Valle degli Elfi, novembre 2023 (ph. Luca Bertinotti)

Mario Cecchi in cammino tra i suoi boschi, Valle degli Elfi, novembre 2023 (ph. Luca Bertinotti)

Oltre l’utopia: un’eredità concreta 

La morte di Mario Cecchi segna indubbiamente uno spartiacque. Con la sua scomparsa, il “bastone della parola” passa ora interamente nelle mani della tribù che lui ha contribuito a creare. Non c’è più il vecchio saggio a mediare i conflitti o a tessere le fila con le istituzioni. E certamente questo è proprio ciò che Mario avrebbe voluto: non essere indispensabile, non creare dipendenza dalla propria figura, ma lasciare una comunità abbastanza forte da camminare con le proprie gambe. Troppo spesso le persone carismatiche, nel bene e nel male, rendono le comunità da loro fondate orfane e disorientate alla loro scomparsa. Mario, invece, ha sempre lavorato per diventare superfluo, per far sì che il Popolo degli Elfi non fosse la proiezione di un uomo, ma l’incarnazione di un’idea.

Mario Cecchi lascia una realtà sociale che non è più il rifugio di pochi “sbandati” o sognatori, come venivano etichettati dalla stampa locale negli anni Ottanta, ma un laboratorio sociale complesso e ben organizzato. Da un punto di vista quantitativo, i numeri sono significativi: oggi la comunità conta circa 200 abitanti, distribuiti in numerosi insediamenti.

Come affermava lo stesso Cecchi in una delle sue ultime interviste, la più grande soddisfazione era vedere «i tanti bambini che prima erano neonati e adesso hanno 30 o 40 anni e hanno i loro figli. Sono una sorta di micro tribù, una società a parte, si vogliono bene e cooperano in maniera meravigliosa» [20]. Mimmo Tringale sottolinea che proprio «la tolleranza e generosità [di Mario Cecchi] hanno fatto degli Elfi una delle esperienze comunitarie italiane più longeve e popolose» [21]. Un’esperienza che ha resistito alle trasformazioni sociali, economiche e culturali degli ultimi quarant’anni. Un luogo dove si pratica la decrescita felice non come slogan, ma come necessità quotidiana: pannelli solari, recupero delle acque, agricoltura di sussistenza, medicina olistica.

L’eredità più importante riguarda forse la dimensione qualitativa: la dimostrazione concreta che un modo di vita alternativo è possibile e sostenibile nel lungo periodo. L’esperienza del Popolo degli Elfi e la figura di Mario Cecchi si collocano dunque in quel filone del pensiero e della prassi sociale che Ernst Bloch definiva «utopia concreta»: non la fuga verso un mondo immaginario, ma la costruzione paziente e ostinata di alternative reali, qui e ora, che prefigurano possibili trasformazioni della società nel suo complesso. In questo senso, gli Elfi rappresentano ciò che Romano, uno dei membri della comunità, esprimeva con parole misurate: «non siamo più gli utopici hippy avventurieri fuori dal mondo e dalla storia, ma un baluardo di resistenza culturale, umana e naturalistica che incarna il bisogno della terra e del genere umano per una riconciliazione» [22].

L’esperienza degli Elfi, con le sue contraddizioni e le sue conquiste, offre un esempio concreto di come sia possibile ridurre drasticamente l’impatto ambientale da parte dell’uomo senza rinunciare a condizioni di vita dignitose e soddisfacenti, dimostrando che un’altra via è possibile. Mario non c’è più, ma resta vigoroso il suo messaggio: siamo ospiti di questo pianeta e il nostro unico dovere è lasciarlo migliore di come lo abbiamo trovato.

Ciao, Mario. Grazie per aver tenuto duro. Grazie per aver avuto il coraggio di essere libero. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
 Note
[1] Daniel Tarozzi, Ritorno alle origini: l’esperienza degli “elfi” attraverso gli scritti di Mario Cecchi, in «Italiachecambia.org», 21 Novembre 2022, cfr. https://tinyurl.com/bdjpkufy, ultimo accesso: 3 dicembre 2025.
[2] Mario Cecchi, Ritorno alle origini. L’esperienza degli Elfi, Pistoia, Associazione ’9cento, 2022: 33.
[3] Ivi: 21-22.
[4] Claudia Roselli, Gli Elfi di Valle dei Burroni (Pistoia). Scegliere di ritornare alla montagna ed educare alla sostenibilità. Un esempio di vita alternativa in Toscana, in «Scienze del Territorio», n. 4, “Riabitare la montagna”, novembre 2016: 189.
[5] Mario Cecchi, op. cit.: 99. Cecchi preferiva il termine “sferiforma” a “piattaforma” – ovvero “programma alla base di un’azione politica o sindacale” – per sottolineare l’assenza di gerarchie e spigolosità.
[6] Ivi: 60-63. La lotta per la concessione di Casa Sarti durò oltre dodici anni, passando per occupazioni, processi e infine il riconoscimento del ruolo di «custodi del territorio».
[7] Ivi: 31.
[8] Cristina Salvadori, La Confederazione dei Villaggi Elfici, in «Viverealtrimenti.com», 23 marzo 2012, cfr. https://tinyurl.com/3crcc7ej, ultimo accesso: 3 dicembre 2025.
[9] Ead., Una breve storia del Popolo degli Elfi, in «Viverealtrimenti.com», 13 agosto 2012, cfr. https://tinyurl.com/yn632rs9, ultimo accesso: 3 dicembre 2025.
[10] Redazione Terra Nuova, Il cerchio, condivisione del potere, in «Terranuova.it», 15 Ottobre 2015, cfr. https://tinyurl.com/4cecdmuz, ultimo accesso: 3 dicembre 2025.
[11] Id., Morto Mario Cecchi, co-fondatore di Elfi e Rive, in «Terranuova.it», 20 Novembre 2025, cfr. https://tinyurl.com/bdfftv8v, ultimo accesso: 3 dicembre 2025.
[12] Lorenzo Buzzoni, Il Popolo degli Elfi, in «thewall.scuolaholden.it», s.d., cfr. https://tinyurl.com/3kchv4hm, ultimo accesso: 3 dicembre 2025.
[13] Cristina Salvadori, Una breve storia del Popolo degli Elfi, cit.
[14] Ibidem.
[15] Daniel Tarozzi, Ritorno alle origini, cit.
[16] Mario Cecchi, op. cit.: 167.
[17] Ivi: 282.
[18] Ivi: 166-167.
[19] Ivi: 204-207.
[20] Daniel Tarozzi, Ritorno alle origini, cit.
[21] Redazione Terra Nuova, Morto Mario Cecchi, co-fondatore di Elfi e Rive, cit.
[22] Selvaticamente, Elfi si diventa, Elfi si rimane, in «Selvatici.wordpress.com», 24 agosto 2007, cfr. https://tinyurl.com/h84up2f6, ultimo accesso: 3 dicembre 2025.
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Luca Bertinotti è Dirigente Medico di I livello, dal 2008, presso l’Azienda USL Toscana Centro. Da oltre 30 anni pratica la fotografia documentaria come strumento di ricerca e testimonianza. Dal 2016 è Presidente dell’Associazione ’9cento, ente dedicato al recupero, all’analisi e alla trasmissione della memoria storica locale e della cultura contemporanea. Sotto la sua guida, l’associazione ha organizzato numerosi convegni, alcuni dei quali di rilevanza nazionale, tra cui il convegno “Da borghi abbandonati a borghi ritrovati” (2018 e 2021), e il congresso “Tra morte e vita (NDE). Esperienze del limite fra scienza, fede e cultura” (2024). L’Associazione ’9cento ha inoltre realizzato importanti progetti di documentazione fotografica del patrimonio culturale e delle trasformazioni sociali della provincia pistoiese e non solo. Autore e curatore di varie pubblicazioni editoriali, ha promosso volumi che spaziano dalla storia locale alla ricerca culturale e antropologica, dalla fotografia documentaria alla riflessione sui temi di confine tra scienza e spiritualità. Dal dicembre 2024 è Consigliere generale della Fondazione Caript, dove contribuisce alle politiche culturali del territorio pistoiese con particolare attenzione al settore Cultura. Nel dicembre 2025 è stato nominato membro del Comitato scientifico di “Pistoia Capitale del Libro 2026”.

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