di Muin Masri
A volte gli esseri umani scelgono l’incerto per il certo, lasciano la propria terra e scambiano una sottomissione sicura alla miseria per l’esile possibilità di una vita normale. Chi parte, decidendo di non rimanere a morire di fame o di guerra, affronta il viaggio affidandosi solo alla fortuna o a Dio. Pochi arrivano a destinazione; di molti altri non sapremo mai che nome e che storie avessero. Sta a noi, che abbiamo avuto la reale fortuna di nascere in un luogo sicuro, rendere giustizia a chi non ha mai vissuto un singolo giorno di pace. Il dovere della memoria e della pietà umana prendono forma oggi in tre precise fotografie, scattate durante la storica visita del Pontefice a Lampedusa dove ha reso omaggio ai naufraghi.
L’umanità in tre atti
Atto I: Le spalle
Chissà quante mani hanno bussato alla nostra porta. Le spalle del Pontefice sembrano curvarsi sotto il peso di quei nomi mai scritti sulla terra, caricandosi del dolore silenzioso di un’intera fetta di umanità dimenticata.
Atto II: Le mani
Chissà quante madri sono ancora in attesa di sentire la voce di chi è partito di notte e in fretta. In questa seconda immagine, le mani giunte del Papa diventano l’ultimo ponte ideale per chi non è mai riuscito ad arrivare a riva.
Atto III: L’abito
Chissà quanti di loro hanno voltato lo sguardo per l’ultima volta prima di sfidare il mare in tempesta. L’abito bianco del Pontefice, immortalato nel terzo scatto, porta 33 bottoni: proprio come gli anni di Cristo sulla croce, prima di chiedere a suo Padre: “Perché mi hai abbandonato?”.
Vita, il dialogo prima del mare
Quel silenzio bianco del Papa, quel senso di abbandono impresso sulla pellicola, non è che l’eco finale di un dialogo rimasto sospeso sulla sabbia, poco prima di salire a bordo. È la voce di chi ha consumato le scarpe e le parole prima di consegnarsi alle onde. Due amici, due ombre nella notte, si interrogano sul senso di un viaggio che somiglia a un salto nel buio.
«Dunque, siamo liberi, andiamo a conoscere il mondo», disse l’amico.
«Perché parli sottovoce?»
«Meglio essere prudenti, qui ci sono soldati e di là c’è la frontiera da attraversare a piedi».
«Dunque, siamo liberi, perché non andiamo a nuoto?», disse l’amico.
«Bisogna conoscere il mare e la rosa dei venti».
«Hai ragione. Ma perché cammini piano?»
«Meglio essere riflessivi, di qui c’è il deserto e di là ci sono gli squali».
«Dunque, andiamo. Cosa hai portato per il viaggio?»
«Poca roba, pane nero, cibo in scatola e un turbante per ripararsi dal sole».
«Soldi, documenti, mappe?»
«Immagina di essere ricco, i ricchi non portano soldi; immagina di essere neonato, i fuggitivi non portano certificati; immaginiamo di essere disperati, un posto vale l’altro. Dunque, andiamo».
«Tu hai mai visto uno partire e poi tornare?»
«Hai mai sentito un neonato piangere?»
«Hai mai incontrato un disperato in paradiso?»
«Dunque, andiamo, qui fa buio presto», disse l’amico. «Cosa hai portato nello zaino?»
«Il necessario: pane nero, una bottiglia d’acqua e un libro per ingannare il tempo».
«Orologio, foto ricordo, carta e penna?»
«A cosa serve misurare il tempo dove la vita è un miraggio? A cosa serve il passato quando il ricordo è una condanna a morte? A cosa serve poter leggere e scrivere quando tutto è contro?»
«Dunque, andiamo», disse l’amico.
«Va bene, ti racconto una storia, poi decidi: a scuola, nel tempio e nei libri di storia impariamo tante belle parole: dignità, libertà, democrazia, uguaglianza e amore. Ieri, per la strada del campo, qualcuno ha chiesto un pezzo di pane; la polizia, per timore di disordini generali, l’ha portato al commissariato: arrestato per fame.
In fabbrica, in città e in campagna impariamo tante belle cose: armonia, doveri, responsabilità e senso civico. Ieri, alla manifestazione studentesca, qualcuno ha letto una poesia; la polizia, non sapendo cosa altro fare, l’ha portato in ospedale: ricoverato per amore di patria.
Nel discorso di fine anno, all’università e ai summit internazionali sentiamo tanti bei discorsi: equità, impegno, decrescita felice, onestà intellettuale e pace. Ieri, alla giornata mondiale contro la fame nel mondo, qualcuno ha chiesto un pugno di riso; la polizia, nel vedere alzato il pugno chiuso, l’ha immobilizzato a terra: ammanettato per troppa vivacità.
Alla radio e in TV trasmettono tanti bei dibattiti: libertà di pensiero, tolleranza e eguaglianza. Ieri, all’edicola, qualcuno ha chiesto l’ultimo numero del giornale satirico “Ma va là”; la polizia, per timore di emulazione, l’ha portato al fresco: matto per legge.
Ogni anno i grandi della terra liberano migliaia di colombe bianche in segno di pace. Ieri, contemplando la nostra miseria, qualcuno ha alzato le braccia al cielo; la polizia, scambiando il gesto di preghiera con un gesto di sfida, ha sparato: morto a tradimento.
L’Occidente è alla ricerca disperata di moderati, l’Oriente pure. Ieri, rispondendo ad un annuncio, qualcuno ha messo l’abito da festa e ha scritto dieci desideri: la polizia occidentale, a causa delle troppe richieste, ha strappato la domanda in mille pezzi. La polizia orientale, per dimostrare la sua cieca fedeltà al regnante, ha spezzato la matita in mille pezzi. L’abito da festa è l’unica traccia rimasta sul barcone naufragato: morto ottimista».
«Altrove, il tempo è segnato da quattro stagioni», disse l’amico, «profumo di foglie secche, pioggia, sole e fiori. Perché annusi l’aria come fanno i cani randagi?»
«Sento odore di carne bruciata».
«Sarà la primavera araba!», disse l’amico, sicuro. «Dunque, andiamo prima che arrivino i corvi».
«Nel centro e nelle periferie vediamo campeggiare dei bellissimi e giganteschi manifesti: Dio, Patria, Re. Ieri, alla cerimonia funebre del monarca, qualcuno gridò “Il Re è morto”. La polizia, scambiando il Re con Dio, l’ha menato a sangue: poverino, è morto troppo giovane.
In Africa, in Asia e in tante altre parti del mondo impariamo la geografia a memoria: di qua c’è il filo spinato, di là ci sono i campi minati. Ieri, celebrando la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, qualcuno voleva andare oltre; la polizia, che non ama vedere la massa in movimento, l’ha fermato in tempo: trattenuto a oltranza.
In Europa, in America e in tante parti del mondo ci insegnano la storia ad occhi chiusi: di qua c’è la libertà individuale, di là ci sono le risorse primarie da sfruttare. Ieri, festeggiando la giornata contro lo sfruttamento dei minori, qualcuno disse “Ora basta!”; le polizie, quelle di qua e quelle di là, hanno unito le loro forze: quelle di qua sparavano pallottole vere, quelle di là, invece, sparavano di tutto. In mezzo alle due file di polizie, l’Onu ha allestito un campo profughi».
«Ho deciso, dunque, partiamo lo stesso», disse l’amico.
«Hai ragione, andiamo, qui non succede mai niente, non si può avanzare, non si può tornare indietro e piove di rado».
«Hai mai visto nascere l’arcobaleno?», disse l’amico.
«No, ho visto la morte danzare tra le tende. Ieri, bestemmiando per il dolore, qualcuno gridò “Aiuto!”. La polizia, nel sentire le lamentele, ha scambiato il colera con la collera: è stata un’azione fulminante e la Croce Rossa non ha potuto fare nulla».
«Dunque, andiamo finché siamo in forma», disse l’amico. «Cosa portiamo in questo viaggio, un ricordo, una traccia o una speranza?»
«Niente, i numeri hanno memoria ma non tornano mai indietro».
«Mi hai convinto, qui non succede mai niente. Andiamo a sentire la pioggia, a vedere l’arcobaleno. Vita».
L’abito da festa sul barcone rovesciato, la matita spezzata, il libro per ingannare il tempo ormai perso sul fondo del Mediterraneo. Quel dialogo si spegne così, tra le onde. E quando il mare restituisce solo il silenzio, rimangono quelle tre fotografie del Papa a Lampedusa. Rimangono le spalle curve di un Pontefice che raccoglie i pezzi di quella domanda strappata in mille pezzi, le sue mani tese a fare da ponte, e quei 33 bottoni bianchi che continuano a chiedere, per tutti loro: perché ci avete abbandonato?
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
_____________________________________________________________
Muin Masri, di Nablus (Palestina), in Italia dal 1985, ha studiato informatica al Ghiglieno di Salerano e si è laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Torino. Ha esordito nel 1994 con Racconti?, una raccolta bilingue (italiano – francese) pubblicata da Scriptorium. Ha pubblicato, tra l’altro, il miniracconto Le mutande nere (Goethe Institut, 1996), i romanzi Il sole d’inverno (Lupetti & Fabiani, 1999), Pronto ci sei ancora? (Portofranco, 2001 – Lochness libri, seconda edizione 2006) e Io sono di là (Michele di Salvo – Traccediverse, 2005). Nel 2001 ha realizzato Viaggio di sola andata, cinque episodi trasmessi da Radiotre nell’ambito del programma Centolire. Nel 2007 ha pubblicato due contributi nelle raccolte Cuori migranti (a cura di Lorenzo Dugulin – CACIT Editore) e Mondopentola (a cura di Laila Wadia – Cosmo Iannone Editore). Ha partecipato alla rassegna “Autori per Roma – la città e il mondo” con il testo teatrale “Mamma a Roma. Stop” (a cura del Teatro Eliseo e del Comune di Roma). Nel 2008 ha pubblicato il racconto “Estraneità” incluso nella raccolta Amori Bicolori (a cura di Flavia Capitani ed Emanuele Coen – Contromano, Editori Laterza). Dal 2007 al 2011 ha collaborato alla rubrica “Cronache italiane” per il settimanale Internazionale. Nel 2015 ha pubblicato con Streetlib e in formato ebook i racconti “Il fantasma, la vergine e lo spirito santo”. Nel 2024 ha pubblicato Vendesi croce con www.edizioninautilus.it di Torino.
_____________________________________________________________










