L’origine della vita fra fisica e metafisica

COPERTINA

da P. Saraceno, Inaf Roma

di Rosolino Buccheri

Le teorie sull’evoluzione della specie ci permettono di interpretare l’origine dell’uomo come il risultato dello sviluppo della vita a partire da originari elementi organici; elementi che potrebbero essere stati generati sulla Terra o portati, insieme all’acqua, da impatti di meteoriti o asteroidi, vaganti all’interno del sistema solare. Assunta questa interpretazione per verità scientifica, rimane, tuttavia, da capire come e perché dalla materia inanimata possano scaturire i composti organici (sulla Terra o in altre parti del Cosmo), considerato che le miriadi di specie di microrganismi, piante e animali che vediamo – senza escludere noi stessi, che a nostra volta indaghiamo sulla vita e su quella dell’Universo – sono fatti degli stessi ingredienti da cui è composta la materia inerte. Come si è innescato il processo che fa passare dalle sostanze inerti alla vita durante il percorso di auto organizzazione della materia iniziato dalle leggi della fisica?

Il Principio Antropico, introdotto nel 1973 da Brandon Carter [1] e ripreso in seguito da John Barrow e Frank Tipler, dice che l’esistenza della vita umana implica vincoli stringenti sulla configurazione dell’Universo scaturita dal Big Bang, e sulla sua successiva evoluzione. Nella sua variante ‘debole’ (Weak Anthropic Principle,WAP), Carter (1974: 291-298) specificava che la misura delle costanti di natura deve essere compatibile con l’esistenza di osservatori umani; considerazione che, nella versione di Barrow e Tipler (1986: 16), divenne:

«The observed values of all physical and cosmological quantities are not equally probable but they take on values restricted by the requirement that there exists sites where carbon-based life can evolve and by the requirement that the Universe be old enough for it to have al ready done so. [I valori osservati di tutte le quantità fisiche e cosmologiche non sono ugualmente probabili, ma assumono valori limitati dalla condizione che esistano posti dove la vita basata sul carbonio possa evolversi, e dalla condizione che l’Universo sia sufficientemente vecchio da aver potuto dare origine a questi posti]».

 Nella sua variante ‘forte’ (Strong Anthropic Principle, SAP), sempre secondo Barrow e Tipler, il Principio stabilisce che

«The Universe must have those properties which allow life to develop within it at some stage in its history [L’Universo deve possedere quelle proprietà che, a un certo momento della sua storia, consentono alla vita di svilupparsi al suo interno ]» (ibidem: 21).

 Nel 1986, inoltre, John Barrow e Frank Tipler, sottolineando le proprietà informative insite nella materia organica, proposero una terza versione, il Final Anthropic Principle (FAP), secondo cui

«Intelligent information-processing must come into existence in the Universe, and, once it comes into existence, it will never die out. [L’elaborazione dell’informazione prodotta dalla vita intelligente deve venire in essere nell’Universo e, una volta scaturita, non perirà mai]» (ibidem: 23).

Mentre il WAP e il SAP costituiscono, di fatto, la condizione necessaria per lo sviluppo della vita, il FAP, con il suo deve, vorrebbe essere una sorta di condizione sufficiente, senza darne, però, alcuna giustificazione.

L’intento di Carter, come anche di Barrow e Tipler, era quello di evidenziare la conciliabilità della vita biologica con le leggi che regolano l’Universo,e suggerire quindi cautela agli scienziati nel divulgare dati osservativi di tipo cosmologico prima di averne escluso incoerenti conseguenze interpretative. Discuterò più avanti la criticità delle leggi di natura. Basti qui citare che il Principio Antropico è stato, nel tempo, variamente commentato e interpretato, oltre che ad essere impiegato per giustificare visioni affatto diverse. Giuseppe Tanzella-Nitti (2002: web), in particolare, indica il Principio Antropico come una rivalutazione della posizione centrale dell’Uomo nell’Universo dopo il suo declassamento avvenuto nel secolo XVI con il Principio Copernicano, dandone così un valore finalistico.

Per tentare di dare una risposta alla domanda sull’origine della vita, tenendo conto degli enunciati del Principio Antropico, proporrò un ragionamento basato su conoscenze scientifiche assodate, a partire dalla caratteristica, ormai indiscussa, che l’Universo intero (e non solo la Vita) è in continua evoluzione in tutti i suoi componenti, a piccola come a grande scala. Riferirò, in sintesi, della vasta classe delle condizioni necessarie alla emergenza e allo sviluppo della vita e discuterò una possibile ipotesi su cui basare una condizione che sia sufficiente all’effettiva concretizzazione del processo vitale.

foto1Le condizioni necessarie per l’esistenza della vita nel cosmo

Per la nostra analisi partiamo dalla Terra, che è l’unico posto, al momento conosciuto, in cui è attiva una grande moltitudine di esseri viventi. Le condizioni fisiche e chimiche in cui si trova la Terra sono ideali per la nascita, e soprattutto per l’evoluzione, della vita (condizioni dette appunto ‘antropiche’). L’elenco è lungo, ne ricordiamo sinteticamente alcune.

Innanzitutto, la presenza essenziale dell’acqua liquida, possibile per la ragionevole distanza dal Sole, che consentendo un intervallo di temperatura approssimativamente intermedio fra il suo punto di congelamento e il suo punto di ebollizione, ne limita l’evaporazione per l’eccessivo calore o il congelamento per il troppo freddo. Poi, specialmente per lo sviluppo di una vita evoluta: la presenza di una atmosfera che mitiga le escursioni dal giorno alla notte e fra le varie stagioni; la presenza del campo magnetico che scherma le mortali radiazioni solari; la moderata gravità che permette alle strutture viventi di muoversi agevolmente. Infine, la protezione da parte dei pianeti giganti, Giove e Saturno, le cui attrazioni gravitazionali in posizione esterna sono tali da deviare su se stessi la moltitudine di asteroidi e comete che si dirigono di continuo verso la superficie terrestre, evitando devastanti impatti con la Terra.

L’inventario delle condizioni necessarie è comunque molto più lungo e, al di là di quelle favorevoli connesse con la Terra, è legato al delicato equilibrio delle cosiddette ‘costanti di natura’ (es. livelli energetici atomici, legami chimici, costante di gravitazione, costante di struttura fine…), piccole variazioni delle quali potrebbero aver dato origine ad un Universo con una configurazione e un insieme di leggi, drammaticamente diverse dalle attuali e, in ogni caso, incompatibili con l’emergenza della vita. Riassumiamo di seguito alcuni particolari di questo argomento.

Partiamo dall’assunto (ormai più che una certezza) che il nostro Universo sia scaturito da un Big Bang iniziale da cui, per ‘rottura di simmetria’ del ‘brodo primordiale’ – causata da una fluttuazione occasionale, amplificata dalla presenza di una pressione negativa esistente sul magma iniziale (De Felice 2012: 20-27) – si sono formate le particelle elementari (elettroni, neutrini e quark) e le forze fondamentali (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte e nucleare debole). Sia le prime che le seconde sono caratterizzate da costanti numeriche i cui valori non sembrano variare nell’Universo.

Dopo alcuni minuti dal Big Bang, l’attività combinata delle forze fondamentali, fa emergere una massa di atomi costituita per tre quarti da Idrogeno e un quarto di Elio con pochissimi elementi appena più pesanti. Se l’iniziale rapporto fra le forze fosse stato diverso – per quanto poco in più o in meno – poteva emergere un contenuto di Idrogeno molto minore, con conseguente impossibilità di avere acqua o altri composti dell’Idrogeno, o, viceversa, un contenuto insufficiente di Elio cosmologico, con la conseguenza che il tempo di evoluzione delle stelle sarebbe stato troppo basso per un ciclo completo di trasformazione degli elementi (Barrow 2004: cap. VIII).

Delle quattro forze fondamentali, l’interazione gravitazionale (F=Gm1m2/r2) è la più debole (1039 volte minore dell’interazione forte) e non ha effetto rilevante sulle particelle subatomiche ma ha, in compenso, un enorme raggio d’azione che le permette di influenzare tutti i corpi celesti e il tasso di espansione dell’Universo. Questa legge è considerata essenziale per l’esistenza del sistema solare: una dipendenza della distanza diversa dal quadrato, non avrebbe permesso ai pianeti di avere orbite periodiche stabili ma traiettorie a spirale con caduta finale sul Sole o fuggenti nello spazio. Inoltre, se la costante gravitazionale G avesse un valore leggermente maggiore di quello misurato, le stelle si sarebbero portate a temperature troppo alte in un tempo troppo breve e si avrebbe avuto il collasso quasi immediato dell’Universo su se stesso impedendo qualsiasi successiva evoluzione. Se, viceversa, G fosse stata leggermente più piccola, la formazione di galassie e di stelle (e, a fortiori, di pianeti che si originano durante il processo di formazione) non sarebbe mai iniziata e la vita non sarebbe sorta (Barrow 2004: cap. VIII).

A partire dall’iniziale equilibrio fra Idrogeno ed Elio (¾H+¼He), il processo di fusione nucleare ha permesso la formazione degli elementi più pesanti come risultato degli urti reciproci ad altissima energia all’interno delle stelle. Nella prima fase del processo di fusione (detta della ‘sequenza principale’), l’Idrogeno si trasforma in Elio, ma quando l’Idrogeno comincia ad esaurirsi, l’energia prodotta diminuisce, gli urti aumentano e la temperatura interna della stella si innalza accendendo la fusione di un combustibile più pesante (in successione Litio, Berillio, Boro, Carbonio, Azoto, Ossigeno, etc…).

Il gas di elementi prodotti viene espulso parzialmente nello spazio interstellare sia attraverso la dispersione degli atomi dell’atmosfera superficiale (vento stellare), sia attraverso fenomeni violenti come i collassi di Supernova in cui una moltitudine di neutrini, prodotti immediatamente prima del collasso, interagiscono con gli strati gassosi superficiali della stella, spingendoli violentemente verso lo spazio esterno. Gli elementi atomici emessi formeranno in seguito nuove nubi e quindi nuove stelle (dette di ‘popolazione 1’) con composizione chimica arricchita di elementi pesanti rispetto a quelle che si erano formati dal gas originario. La Terra, e noi stessi, essendo composti da elementi più pesanti dell’Idrogeno, siamo parte integrante di questo ciclo di trasformazione continua di materia ed energia che avviene per effetto della fusione nucleare all’interno delle stelle. La materia vivente, in particolare, è formata per circa il 83% di Carbonio e Ossigeno e per il 13% di Azoto, e il Carbonio ha l’importante caratteristica di poter formare lunghe molecole legandosi ad altri atomi, anche con legami multipli, qualità che gli permette di legarsi facilmente con Idrogeno, Ossigeno e Azoto per formare le classi di molecole straordinariamente complesse che costituiscono tutta la materia vivente: gli acidi grassi e il glicerolo (che costituiscono i lipidi), i monosaccaridi (che formano i carboidrati), gli amminoacidi (da cui nascono le proteine) e i nucleotidi (che formano l’RNA e il DNA).

Il processo di produzione del Carbonio all’interno delle stelle è, pertanto, fondamentale. Si tratta di un processo molto difficile e l’intera sequenza degli eventi che ne consente la produzione è caratterizzata da un equilibrio così delicato da sembrare miracolosa. Prima di tutto, è necessario che interagiscano fra loro tre nuclei di Elio (particelle alfa) convergenti in uno stesso punto; inoltre, per avere una quantità significativa di questo essenziale elemento, ci deve essere un veloce ed efficace processo di sovrapproduzione di Carbonio, tale che la successiva trasformazione in Ossigeno non abbia il tempo di distruggerlo completamente. Per ottenere questa sovrapproduzione, si verifica un ‘processo di risonanza’ consistente nel fatto che la somma delle energie delle particelle alfa che entrano nella reazione è molto prossima al livello energetico naturale del nucleo di Carbonio in formazione. Guardiamo in dettaglio il processo: inizialmente, due nuclei di Elio si combinano generando un nucleo di Berillio, il quale ha una vita media molto lunga (diecimila volte più del tempo di interazione di due nuclei di Elio) e quindi rimane in circolazione tanto a lungo da riuscire a combinarsi con un terzo nucleo di Elio formando un nucleo di Carbonio. Il livello energetico di 7,656 MeV del nucleo del Carbonio giace appena al di sopra (0,0011 MeV) della somma delle energie del Berillio e del terzo nucleo di Elio, cosicché basta l’energia termica dell’interno della stella perché la reazione divenga risonante e permetta la formazione di grandi quantità di Carbonio. Di fatto, si forma pochissimo Berillio ma si conserva una ben maggiore quantità di Carbonio, molto più importante del Berillio per i processi biologici.

Anche la successiva reazione, che conduce all’Ossigeno attraverso la cattura di Elio (C12+He4=O16+ g), è estremamente delicata. Se il livello energetico dell’Ossigeno non fosse di poco inferiore a quello necessario alla reazione, il Carbonio sarebbe quasi interamente bruciato per produrre Ossigeno.

foto2Alla ricerca delle condizioni sufficienti

Fino a quarant’anni fa si pensava che l’origine della vita fosse il risultato di combinazioni casuali fra atomi che con il tempo trovavano il modo di autoreplicarsi e produrre casualmente la cellula vivente. George Wald della Harward University stimava in tre miliardi di anni il tempo necessario perché fra tutte le possibili combinazioni casuali, la natura trovasse quella corretta e, considerando l’enorme numero di pianeti come la Terra esistenti nel Cosmo, concludeva che la vita poteva benissimo essere nata spontaneamente per caso sul nostro pianeta; scriveva al proposito:

«Given so much time, the ‘impossible’ becomes possible, the possible probable, and the probable virtually certain. One has only to wait: time itself performs the miracles. [Dandogli il tempo necessario, l’impossibile diventa possibile, il possibile probabile, il probabile virtualmente certo. Si deve solo attendere: sarà il tempo a fare il miracolo]» (Wald 1954: 50).

Vent’anni dopo, un collega della Harward University, Elso Sterrenberg Barghoorn, per mezzo di un microscopio elettronico a scansione, scoprì fossili di batteri perfettamente sviluppati all’interno di rocce la cui età era stimata essere 3,8 miliardi di anni – in pratica simultanea alla stessa formazione della Terra se si considera il tempo necessario per accumulare sulla Terra un sufficiente strato di acqua liquida alla giusta temperatura. L’argomento statistico, almeno per quanto riguarda la Terra, cominciava a vacillare.

Ma, di fatto, l’argomento statistico non regge neanche a livello cosmico. Christian De Duve, nel suo Polvere Vitale, considerando che il corpo umano contiene da settantacinque a cento miliardi di cellule, che non compiono quasi mai la stessa azione simultaneamente ma che agiscono ognuna con un contributo indipendente ma coordinato con le altre per produrre la meraviglia di funzionamento che conosciamo, commenta scetticamente sulla probabilità dell’esplosione della vita:

«L’emergere della vita potrebbe esser stato […] un fantastico colpo di fortuna […] Quand’anche miliardi di pianeti potessero avere una storia simile a quella della Terra, e quand’anche miliardi di big bang potessero dare origine a universi simili al nostro, la vita potrebbe non comparirvi mai. La sua origine è stata un luxus naturae, uno scherzo cosmico» (De Duve 1998: 31),

dando ragione a Jacques Monod quando scrive che «l’Universo non stava per partorire la vita né la biosfera l’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette» (Monod 1970: 141) e concludendo che non basterebbe di certo neanche il tempo trascorso a partire dal Big Bang a giustificarne l’apparizione.

Possiamo quindi accettare che la vita sia solo un ‘accidente statistico’? D’altra parte, se non è un accidente statistico, qual è il quid che ha fatto sviluppare la vita sulla Terra a partire dalle condizioni favorevoli del pianeta e dai favorevoli valori numerici delle costanti di natura che costituiscono le condizioni necessarie? Esiste una condizione sufficiente perché nasca la vita, a sostegno dell’ipotesi del FAP?

foto3A me sembra che l’unico argomento tangibile che al momento abbiamo per trovare un condizione ‘sufficiente’ per lo sbocciare statisticamente imprevisto della vita nel cosmo, sembra provenire da un evento imprevedibile avvenuto durante quel percorso di autoorganizzazione della materia, che, a partire dalle particelle più fondamentali (elettroni e quark) e dalla successiva formazione degli atomi e delle molecole semplici (che ben possiamo giustificare e derivare con le rigorose leggi della meccanica quantistica), permette, attraverso una proprietà emergente [2], – la trasmissione di informazione nel corso del processo biologico – lo svilupparsi delle macromolecole di proteine e del DNA e la formazione delle cellule, con la realizzazione al loro interno di tanti processi biochimici con scambi di energia, materia e informazione con l’esterno. Una proprietà, quindi, ‘emergente’ ad un dato livello di complessità, che costituisce quel salto di qualità adeguato a farsi carico dell’organizzazione rigorosa e coordinata di miriadi di cellule (~1027 atomi), ognuna costruita al pari di complesse macchine produttrici di lavoro che si supportano a vicenda.

Per come stanno le cose, più che pensare ad un ‘colpo fortunato’ sembra che possa aver ragione Gerald Schroeder quando scrive:

«[…] dovendo affrontare un numero enorme di giocate fortunate che stanno dietro il successo del gioco dell’evoluzione, ci si potrebbe legittimamente domandare fino a che punto tale successo è scritto nella struttura dell’Universo» (Schroeder 2002: 70).

Seguendo Schroeder, non sembra peregrino pensare all’emergente ‘informazione’, come la proprietà fondamentale che separa la materia inerte dalla materia vivente, proprietà di cui non si ha idea come e da cosa emerga ma che deve essere inerente alla materia stessa come lo sono le leggi fondamentali della fisica a un livello inferiore di complessità. Scrive Manfred Eigen:

«[…] l’informazione nasce a partire da un’assenza di informazione. Inoltre non si può trattare semplicemente di una trasformazione che rende visibile un’informazione preesistente: una volta generata l’informazione, infatti, lo stato del sistema risulta di un tipo assolutamente nuovo […]» (Eigen 1992: 51).

Per il momento, in attesa di accumulare altre informazioni di tipo scientifico, cataloghiamo questa proprietà come metafisica; una proprietà, però, che una volta scaturita, comanda e gestisce – come prevede il FAP – tutti i processi biologici, al di sopra della fisica che ne è la base e in attesa di quell’ulteriore, ancor più poderoso, salto di qualità – ancora più misterioso dal punto di vista fisico e ancor più catalogabile come metafisico – che, più avanti nell’evoluzione, ad uno stadio ancora superiore di complessità, annunciò l’emergere della coscienza.

Mosé Maimònide, per quanto in un differente contesto, fu consapevole della necessaria integrazione fra fisica e metafisica quando scrisse nella sua Guida dei Perplessi:

«Sappi, figlio mio, che, fintantoché ti occupi delle scienze matematiche e dell’arte della logica, tu sei nel gruppo di coloro che girano [455, 30] intorno alla casa cercando la porta […]. Se invece tu hai compreso ciò che riguarda la fisica, tu sei entrato nella casa e cammini nelle anticamere; se poi tu hai perfezionato la conoscenza della fisica e hai compreso la metafisica, allora sei entrato dal re, nel ‘cortile interno’ e ti trovi con lui nella stessa casa – e questo è il grado raggiunto dai dotti, che hanno diversi livelli [456,5] di perfezione» (Maimònide, parte III, cap. LI: Pos. 14399).

FOTO4Conclusioni

Per tentare di sfuggire al problema delle tante coincidenze fortunate ed evitare di innescare discussioni con risvolti di tipo religioso, Leonard Susskind, nel suo Paesaggio Cosmico, immagina il Megaverso, un insieme di miriadi di Universi distinti e separati, ognuno con un insieme diverso di costanti di natura, e solo uno dove noi possiamo vivere. Altri scienziati, più concreti, ipotizzano che i valori delle costanti di natura possano variare nell’Universo (nello spazio e nel tempo), consentendo la vita solo in quelle regioni e in quelle epoche in cui esse assumono valori compatibili con la vita. Il problema è che non potremo mai conoscere universi diversi dal nostro né, forse, potremo mai conoscere nei dettagli tutto il nostro Universo nel presente, nel passato e nel futuro, e queste ipotesi potrebbero rimanere belle costruzioni teoriche senza alcuna possibilità di verifica. Prima di rifugiarci nella fantasia, quindi, è giusto guardare a fondo nelle possibilità che ci offrono le conoscenze odierne.

La nostra analisi si è fin qui limitata alla Terra e alla vita per come la conosciamo. Per quanto riguarda la vita oltre la Terra, anche se di recente si comincia ad avere qualche notizia sulla possibile vita nel passato di Marte, solo ipotesi possono farsi su altri pianeti e lune del nostro sistema solare, e pressoché nulla per quanto riguarda gli esopianeti recentemente scoperti in altri, vicini, sistemi stellari. D’altra parte, visto che l’origine del nostro sistema solare è del tutto simile a quella di migliaia di miliardi di altri sistemi con una stella al centro, ci conviene allargare lo sguardo oltre la Terra. Una domanda che si può fare è, per esempio: ci può essere vita senza Carbonio? In realtà, anche se le nostre attuali conoscenze indicano che il Carbonio è determinante per la vita, è pur vero che il Silicio e il Boro sono altrettanto capaci di formare lunghe e complesse catene molecolari, facendo pensare che possano esistere forme di vita basate su questi elementi o magari su altri elementi, purché si trovino in condizioni fisiche diverse da quelle sulla Terra. Scrive John Barrow:

«Se si cambia il valore della costante di struttura fine modificandone soltanto la ventesima cifra decimale non ci saranno, a quanto sappiamo, conseguenze negative per la vita. Se poi lo si cambia in una misura molto ridotta, per esempio modificandone la seconda cifra decimale, i mutamenti diventano più significativi. Le proprietà degli atomi vengono alterate e processi complicati come il ripiegamento delle proteine o la replicazione del DNA possono essere influenzati sfavorevolmente» (Barrow 2004: 136).

Ma, continua Barrow, «chi dice che non possano anche dischiudersi nuove possibilità di combinazioni chimiche di cui è oggi estremamente difficile valutare le conseguenze?» (ibidem). Concordo con John Barrow; perché sfuggire il problema? È necessario immaginare (nella religione come nella scienza) che ciò che non conosciamo sia sempre e soltanto a nostra immagine e somiglianza? Perché non tentare anche qui di applicare il ‘rasoio di Occam’[3] che è stato tanto utile allo sviluppo delle scienze?

foto5Se è vero che il fenomeno della vita è dovuto a un processo di autoorganizzazione di strutture sempre più complesse a partire dagli elementi fondamentali (forze e particelle) scaturite dal Big Bang e alla collegata emergenza di nuove proprietà non sempre prevedibili dalle leggi conosciute; se è vero che la vita sorge sempre, anche in condizioni molto sfavorevoli (vedi deserti o profondità oceaniche); se è vero che appare statisticamente impossibile, per le enormi dimensioni dell’Universo, che l’unico posto ad avere strutture tanto complesse come gli esseri viventi sia la Terra: non è più semplice (nel senso di Occam) pensare che la capacità della materia di produrre la vita sia già inscritta in essa? Se così fosse, non sarebbe la Vita ad adattarsi alle costanti della natura (e non viceversa)? e avere quindi forme di vita diverse in mondi con proprietà fisiche diverse? Se così fosse, il Principio Antropico declinerebbe la sua rilevanza. Avremmo solo una condizione, insieme necessaria e sufficiente, per la nascita e lo sviluppo della vita, in qualsiasi forma essa si presenti – l’esistenza stessa della materia con il suo implicito Principio Vitale – e Jacques Monod avrebbe ragione nel dire che «[…] la struttura compiuta non è preformata, in quanto tale, in alcun luogo, ma il suo progetto è presente nei suoi stessi costituenti» (Monod 1970: 90).

Non sappiamo se un giorno potremo derubricare da ‘metafisica’ a ‘fisica’ la proprietà ‘informazione’. Sappiamo, però, che l’Uomo ha sviluppato nel tempo un senso esagerato dell’eccellere e del dominare sulla Natura e se ne considera il vertice insuperabile; forse dovremmo riflettere molto più umilmente sulla nostra piccolezza rispetto al Cosmo e capire che la Natura è molto più ricca e complessa dell’Uomo e del suo pur formidabile ingegno, e che potrebbero quindi esistere, nelle remote vastità dello spazio, realtà che eccedono significativamente sia la fantasia che le abilità intellettuali di un essere umano, aduse da millenni a riferirsi al simile conosciuto del proprio ‘quartiere’ cosmico. Scrive De Duve (1998:15): «Non c’è alcuna ragione per cui dobbiamo considerare noi stessi il pinnacolo di un processo che ha ancora cinque miliardi di anni a disposizione[…]».A cui noi ci permettiamo di aggiungere questi pochi versi:« Principio Vitale/ Unica nel Cosmo, l’alleanza per la Vita,/ Fra carbonio, acqua e azoto,/ Su Terre scaldate da Soli, è pensata dai più:/ Limite dell’immaginazione/ Al simile conosciuto./ Ma se nella materia primordiale inscritto/ Fosse il Principio Vitale / Che culmina nella coscienza,/ Quante vite aliene nell’Universo!» (R. Buccheri, A Tutto Campo, Raccolta privata di Epifonemi).

Dialoghi Mediterranei, n. 21, settembre 2016 
Note
[1] Il termine ‘principio antropico’ fu coniato da Brandon Carter nel corso del simposio Confronto delle teorie cosmologiche con i dati delle osservazioni (Cracovia, 1973), in cui si celebrava il cinquecentesimo anniversario della nascita di Nicolò Copernico. Il concetto fu pubblicato l’anno seguente dalla International Astronomical Union.
[2] Si tratta del processo di formazione di strutture complesse, ordinate, create dalle interazioni delle loro componenti. Si autoformano in modo non spiegabile dalle leggi che governano le singole parti. Senza le interazioni reciproche, l’ordine emergente non si forma e si può quindi dire che le strutture emergenti sono più della somma delle loro parti. Il fenomeno è riscontrabile sia in contesti di fisica elementare, sia in sistemi di organismi viventi o in sistemi economici.
[3] Il principio di semplicità o dell’economia nell’interpretazione di un fenomeno (rasoio di Occam), dice che, data una scelta di teorie spiegazioni, ipotesi o leggi, a parità di tutto, si dovrà preferire quella più semplice.
 
Riferimenti bibliografici
John Barrow, I numeri dell’Universo, Mondadori, Milano 2004
John Barrow &Frank Tipler, The Anthropic Cosmological Principle, Oxford University Press, 1986
Brandon Carter, IAU Symposium 63, 1974
Charles Darwin, L’origine delle Specie, Newton & Compton, Roma 2000
Christian De Duve, Polvere vitale, Mondolibri, Milano 1998
Fernando De Felice, Cosmogon. Alla ricerca delle ragioni dell’essere, Akousmata•, Ferrara 2012
Manfred Eigen, Gradini verso la vita, Adelphi, Milano 1992
Jacques Monod, Il caso e la necessità, Mondadori, Milano 1970
George Wald, The Origin of Life, Scientific American, vol. 191, n.2, 1954
Mosè Maimònide, La Guida dei Perplessi, UTET, De Agostini Libri (ebook), Novara 2013
Gerald Schroeder, L’Universo Sapiente, Il Saggiatore, Milano 2002
Leonard Susskind, Il Paesaggio cosmico, Adelphi, Milano 2007
Giuseppe Tanzella-Nitti, Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, http://disf.org/principio-antropico, 2002

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Rosolino Buccheri, già Dirigente di Ricerca del CNR in Astrofisica e Fisica Cosmica, direttore dell’Area della Ricerca CNR di Palermo e docente di Istituzioni di Fisica Nucleare e di Storia del Pensiero Scientifico all’Università di Palermo, ha rappresentato l’Italia alle missioni spaziali della NASA e dell’ESA degli anni ’70 e ‘80. È coautore della scoperta della prima pulsar binaria superveloce, autore di oltre duecento pubblicazioni scientifiche, coautore del libro L’idea del Tempo con Margherita Hack e curatore di numerose  opere. È socio dell’Accademia Siciliana dei Mitici e Presidente dell’Associazione di Astrofili ORSA.

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