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Lorenzo Reina, scultore-pastore di Santo Stefano Quisquina. Ricordi di un’esperienza

Lorezno Reina (ph. Angelo Pitrone)

Lorezno Reina (ph. Angelo Pitrone)

di Luisa C. Messina 

Ho sempre conservato come un caro ricordo i giorni e i mesi in cui mi sono dedicata con passione alla realizzazione e alla stesura della mia tesi di laurea triennale in beni demoetnoantropologici, il cui oggetto di studio fu l’analisi del percorso di crescita artistica e umana di Lorenzo Reina, scultore-pastore di Santo Stefano Quisquina.

Era il 2009, ma ancora prima, quasi per caso, mi ero accostata alla conoscenza del microcosmo che ruotava intorno alla figura di Lorenzo, quando – per la realizzazione di un elaborato di scrittura antropologica – decisi di raccogliere delle testimonianze sulla cultura della produzione casearia di cui il mio paese, Santo Stefano Quisquina, conserva una preziosa tradizione. Fu allora che, chiedendo a Lorenzo di approfondire il lavoro svolto nell’azienda Rocca Reina, ereditata dal padre, mi imbattei in un mondo affascinante e quasi inaspettato.

In paese si sapeva già che Lorenzo era un pastore ma anche uno scultore di grande talento, ma mai avrei immaginato quanto i due mondi apparentemente distanti e  in antitesi, quello della natura, della pastorizia, del lavoro duro, e quello della cultura, dell’arte, dell’ispirazione, del bello, trovassero in Lorenzo e nel suo lavoro una perfetta, seppur a volte sofferta, sintesi.

Oggi, mi ritrovo a ripercorrere quei momenti e quei cari ricordi con una nostalgia nuova, e con nuovi interrogativi. Dopo la mia prima laurea, ho lasciato il mio paese di origine, e ho proseguito gli studi a Bologna, e adesso torno in paese solo per pochi giorni all’anno, per stare con la mia famiglia e per cercare un po’ di tranquillità dalla frenesia che caratterizza la mia vita in città. Negli anni, ho incontrato poche altre volte Lorenzo, in alcuni casi per provare a ragionare su nuovi progetti, in altri per visitare il Teatro Andromeda nella sua – per me nuova – veste di luogo turistico, ma quello che è rimasto, nel trascorrere del tempo, al di là della frequentazione, è stato il perdurare del riconoscimento di una stima reciproca per quel pezzetto di strada percorso insieme, fatto di apertura e autentica disponibilità ad indagare l’intricato tessuto che reggeva il microcosmo di Lorenzo Reina.

Radici, di Lorenzo Reina

Radici, di Lorenzo Reina (ph. Luisa Messina)

Adesso nella mia casa a Bologna, osservo il volto di donna realizzato in vetroresina da cui traspare all’interno un fitto intrigo di radici. “RADICI” così si chiama quest’opera, che pochi giorni dopo la mia laurea, Lorenzo insieme alla sua amata moglie Angela – la sua musa, come mi raccontava – mi ha portato in dono venendo in visita in casa dei miei genitori. Una scultura di un viso di donna intrisa di radici, per ringraziarmi per il lavoro svolto insieme, con la dedica che recita: “a Luisa che ha scavato nelle mie radici”.

Lorenzo esprimeva il suo pensiero attraverso ogni sua opera d’arte, ma riconosceva in primis la parola come strumento per esprimere il proprio mondo interiore.  Un artista e un pensatore, che con le parole amava spiegare e dettagliare i passaggi e i costrutti che lo avevano portato alla realizzazione delle sue opere, soprattutto quelle più concettuali e, più le sue opere erano rappresentative più era fitto il pensiero che si celava dietro. L’ingranaggio che ispirava Lorenzo verso precisi soggetti era la poesia. La natura, al contrario, suggeriva le forme da dare ai suoi pensieri, alla poesia che era dentro di lui.  

Le ore passate a scavare nelle sue radici, a ricostruire le sue origini, il suo percorso artistico, il rapporto con il proprio padre e la sua terra, rivelavano un desiderio di raccontare e raccontarsi, in cui emergeva tuttavia forte la consapevolezza di guardare al passato come base per costruire un futuro ancora tutto da raccontare. Lorenzo non è stato soltanto il figlio che si era ribellato al volere del padre, ma sul cui letto di morte aveva promesso di non disperdere nulla. Da quella pesante eredità che poteva paradossalmente incatenarlo, ha costruito le basi fondanti della sua identità, e le radici, che lo legavano alle sue origini tarpando le sue ali di artista, sono cresciute e si sono espanse, divenendo oggi qualcosa che il passato non poteva prevedere.

All’epoca della mia tesi, ho ricostruito l’esperienza artistica di Lorenzo dalle sue origini, da quando poco più che un bambino l’interesse per la scultura era quasi un istinto, come lui stesso diceva: «All’inizio mi riagganciavo alla natura cercando, come dire, di copiare e di completare quello che la natura aveva già iniziato, […] dalla forma che già esisteva sono passato al desiderio di ricavare della forma dall’informe […] prendevo della creta dal fiume, che ce n’è sempre abbastanza» [1].

In questa nuova fase modellava soprattutto figure antropomorfe, visi umani, e sarà breve il passo che lo porterà ad appropriarsi di un nuovo elemento della terra: la pietra: «Io ricordo che avevo visto queste pietre, gessose, alabastrine, e ho provato col coltello a inciderle, è bastato fare il primo taglietto sulla pietra e non mi sono più fermato. Era una continua ricerca di piccole pietre, di ciottoli, cose che io via via scolpivo […]».  Sono questi gli anni in cui andava dietro il gregge con la bisaccia piena di libri, pietre e coltellini e, sempre con la testa china a scolpire quelle piccole sculture da regalare agli amici, non si accorgeva che nel frattempo le pecore “ìvanu a dannu”.

Una fase di crescita importante arriva quando, durante la leva militare a Napoli, Lorenzo conosce lo scultore Gabriele Zambardino, suo primo e unico maestro, che lo inizia al mondo dell’arte e della scultura. Rientrato in paese tornò tuttavia a fare il pastore ma non poté dimenticare l’esperienza napoletana, fino a che inaugurò la sua prima personale presso la biblioteca locale e nel 1982, nonostante le liti furibonde col padre, costruì il suo primo laboratorio per dedicarsi a tempo pieno alla scultura. Quelli furono gli anni in cui Lorenzo transita verso una nuova fase di espressione artistica: «avevo la voglia di andare al di fuori degli schemi accademici e anatomici, stavo stravolgendo in quel periodo l’anatomia. […] Cercavo di stilizzare le forme».

Per approdare verso quella che Lorenzo definì un’arte concettuale, divenne necessario risolvere quel conflitto interiore che fino ad allora lo aveva portato ad allontanarsi dalle sue origini, da quel mondo pastorale troppo semplice o a volte troppo rude, ma verso il quale, con la risoluzione del dissidio, si riavvicinò spontaneamente per ritrovare la libertà nei luoghi dove un tempo pensava di averla perduta, dove ritrovò la perfetta sintesi, la sua sintesi, tra natura e cultura.

monumento al padre (ph. fabio Scaglione)

Monumento al padre (ph. Fabio Scaglione)

Proprio il ritorno nei luoghi delle sue origini ha reso possibile la realizzazione delle sue grandi opere: il museo e il teatro. Nel sistema dell’azienda Rocca Reina e nell’orizzonte dell’attività artistica di Lorenzo, le strutture del museo e del teatro sono elementi fondanti della sua vita, significativi punti di arrivo di tutta una ricerca esistenziale.

Il ritorno alle origini e la risoluzione del conflitto mi portarono verso la conclusione della ricostruzione di quello che fu il percorso evolutivo della crescita artistica e umana di Lorenzo Reina, di cui le grandi opere, il teatro e il museo, si ergevano a simbolo e sintesi di una fase ormai matura e stabile. Ricordo con dolce malinconia quanto fu stimolante ed entusiasmante raccogliere la sua testimonianza, ascoltare Lorenzo che raccontava le idee e la poesia che ruotavano intorno alla realizzazione del teatro e del museo. Scoprii con grande stupore i significati custoditi dietro ogni piccolo tassello dell’architettura del teatro e delle sue pietre pesanti, o del museo a pianta ottagonale, di quello che significava in quel momento e di quello che Lorenzo immaginava che potesse diventare. Ricordo ancora le giornate passate a passeggiare per l’azienda Rocca Reina, quando per arrivare al teatro si passava per un piccolo orto di erbe officinali, e poteva succedere di incontrare un’asina gentile da accarezzare prima di riprendere il cammino, e poi si arrivava in alto su un leggero pendio. Amavo, a quel punto, provare a scovare in lontananza quell’immenso volto di donna scolpito nella pietra, il cui colore si confondeva con l’ocra della terra su cui poggiava. Quella scultura, già allora potente nel suo significato e impatto visivo, sarebbe divenuta la maschera issata a pochi metri dall’ingresso del teatro.

Il teatro Andromeda conosciuto nel mondo, apprezzato da studiosi e critici d’arte, celebrato alla biennale di Venezia, attraversato da artisti, poeti e cantanti famosi, luogo di incontro di culture, orgoglio del popolo stefanese e fiore all’occhiello per la cultura e il turismo nella Sicilia dei monti Sicani dimenticati, questo e molto altro ancora, è oggi il teatro Andromeda.

Ma il teatro che io ho conosciuto e di cui conservo gelosamente memoria, era qualcosa di molto più semplice ma altrettanto straordinario, era un luogo ancora segreto, dove l’uomo e l’artista Lorenzo aveva riposto tutta la sua poesia, tutta la sua essenza. Come lui stesso disse: «Io lo definisco un tributo al mio amore per la poesia, […] quando ho pensato al teatro, ho pensato a uno spazio per la poesia, c’è il silenzio, c’è il paesaggio, ci sono tutti i momenti per poter raccogliere una sintesi».

Teatro Andromeda (ph. Fabio Scaglione)

Teatro Andromeda (ph. Fabio Scaglione)

Arrivando alla fine di quel leggero pendio, si respirava ancora la fatica umana delle pietre portate faticosamente fin lì per costruire il muro a secco che abbraccia il teatro. La scena la cui ellisse è formata da trecentosessantacinque tasselli ben levigati, con al centro un grande gong, e le sedute a forma di una stella a cinque punte, realizzate sovrapponendo due blocchi squadrati di quattro lati ciascuno, quasi stridevano, nella loro perfezione, con le grosse pietre che formavano il muro a secco e con il rumore della ghiaia che crepitava sotto ogni mio passo, ma poi, sollevando lo sguardo verso l’infinito, che fa da sfondo alla scena, la magia era fatta e la perfetta sintesi tra natura e cultura era compiuta.

Il teatro Andromeda che ho conosciuto, era il sogno di un uomo divenuto realtà, un’opera grandiosa a cui Lorenzo lavorava già da vent’anni, molto prima che arrivassi ad interessarmene per via della tesi, un’opera che non si è mai potuta definire completata, che ha continuato a cambiare e ad assumere significati sempre nuovi. Ma rimane, dietro a questi tanti volti che il teatro ha assunto – come ci ricorda la maschera posta al suo ingresso – una sua natura intima e riservata, che custodisce l’essenza di un uomo, Lorenzo Reina, che ha saputo cogliere l’infinito: «Ho letto da qualche parte che si parlava della costellazione di Andromeda come la costellazione a cui la nostra Via Lattea sta correndo a circa 500000 km al secondo, e a quanto pare […] avverrà una fusione tra queste due galassie […], io la chiamo la finalità ultima, cioè ho pensato una cosa talmente lontana nel tempo, che però è la finalità ultima di tutto, […] ho pensato questa cosa come l’ultima cosa che può succedere. Continuerà questa nostra galassia a correre verso quella di Andromeda fino a fondersi. […] È stata questa l’idea, se scelgo una galassia scelgo quella del momento diciamo più lontano ma più certo». 

Interiore, di Lorenzo Reina  (ph. Fabio Scaglione)

Interiore, di Lorenzo Reina, 1991 (ph. Antonino Cusumano)

Ripercorrendo questi ricordi mi chiedo adesso cosa rimane di queste radici, cosa rimane della finalità ultima di cui parlava Lorenzo. Si tratta di interrogativi a cui è difficile trovare risposta, di fronte a un’eredità pesante, importante come quella che ha lasciato. Auguro ai figli Libero e Christian di sentirsi liberi di ricercare la loro strada e far rivivere attraverso la loro identità e i loro sogni anche quelli del padre così che assumano forma e linfa nuove. Ma vorrei soffermarmi sul valore collettivo di questa eredità. In un lavoro mai compiuto che diventa patrimonio materiale e immateriale della comunità intera è doveroso custodire il ricordo di una memoria collettiva, quella che Jan Assmann chiama memoria culturale che pone al centro della riflessione la trasmissione del senso.

Col tempo, le opere e le attività svolte presso l’azienda Rocca Reina sono divenute in parte patrimonio identitario della comunità stefanese, sono divenute simbolo di un fermento culturale che non si è fermato all’estro creativo di Lorenzo, ma ha trovato spinte e propulsioni nuove. Attraverso l’associazionismo e la vivace attività dei giovani artisti, musicisti e poeti stefanesi e non solo, sarà possibile godere e fruire delle potenzialità antropologiche che il territorio offre. Il lavoro di Lorenzo è un esempio vivo e concreto di come l’arte, messa a disposizione della collettività, possa generare cultura, contrastare il fenomeno dello spopolamento, favorire processi di riaggregazione comunitaria e coesione intergenerazionale, a partire dalla semplice fruizione dei luoghi per arrivare a forme più complesse e articolate di rappresentazioni narrative e nuovi linguaggi che prendono forma attraverso il cinema, la fotografia, la musica, e la scrittura, in cui gli spazi si arricchiscono di senso nuovo. 

Quel luogo intimo e poco battuto che ho conosciuto, dal sapore arcaico e quasi sacro, ma semplice e grandioso come la natura che lo circonda, rimarrà impresso nella mia memoria, e nella memoria di chi ha conosciuto Lorenzo e la sua poesia.

Lorenzo Reina con Luisa Messina (ph. Antonino Cusumano)

Lorenzo Reina con Luisa Messina (ph. Antonino Cusumano)

Cosa rimane quindi di queste radici? Per rispondere a questa domanda, che intimamente mi sono posta, il mio pensiero si è soffermato sull’immagine di un’opera di Lorenzo a cui sono molto affezionata, “INTERIORE”: una scultura bronzea che ricorda la forma di una crisalide, e queste sono le sue parole: «La mattina ero arrivato in azienda e avevo trovato questa agnella morta, era ancora calda. Allora ho preso questa agnella, l’ho appesa all’albero lì vicino, di fronte al pagliaio, dopo di che con il coltello ho aperto la parte del ventre e ho tirato fuori le viscere […], dalla parte alta ho fatto una colata di gesso e ho riempito tutta quella parte che era, diciamo, il vuoto, il vuoto che diventa improvvisamente pieno […]. Per questo si chiama interiore, perché ciò che era interno è stato reso visivo attraverso la colata di gesso. Successivamente il gesso è diventato bronzo e ha questo aspetto di crisalide, di figura che contiene quasi ancora una vita. Ho voluto restituire attraverso quest’oggetto vita a quello che non era e, visibilità a ciò che non era visibile. È tratta dalle viscere […], è l’opera che mi appartiene più di tutte, perché s’intreccia veramente la mia vita di scultore con quella di pastore, il momento dove queste due entità si fondono. Lì, veramente, l’artista e il pastore vanno messi l’uno accanto all’altro».

Dopo gli anni che sono passati dalla stesura della mia tesi, non so quanto Lorenzo si potesse ancora riconoscere in queste parole, ma mi piace pensare che le sue radici possano continuare a crescere per riempire il vuoto che ci ha lasciato con qualcosa di vivo che prende forma e possa rinascere proprio come una crisalide.

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Note
[1] Tutti i passaggi in corsivo sono tratti dalle pagine della mia tesi di laurea triennale in Beni demoetnoantropologici, conseguita presso l’Università di Palermo nell’anno accademico 2008-2009. Relatore della tesi, dal titolo: “Lorenzo Reina scultore-pastore di Santo Stefano di Quisquina”, il prof. Antonino Cusumano.

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Luisa C. Messina, laureata in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo e in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Ha di recente conseguito la laurea in Educatore Sociale e Culturale. È impegnata a studiare e analizzare i processi di violenza strutturale presenti nella società attraverso un approccio antropologico. Fa parte attivamente del Municipio sociale TPO e lavora a Bologna nell’ambito sociale, coordina un progetto di transizione abitativa rivolto a famiglie in disagio abitativo, economico e sociale.

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