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Lo sviluppo di Salerno in età moderna. I Sanseverino e i Grimaldi, principi di Salerno

Fig. 1 Napoli aragonese, Tavola Strozzi, attribuita a Francesco Rosselli, Napoli, Museo di San Martino.

Napoli aragonese, Tavola Strozzi, attribuita a Francesco Rosselli, Napoli, Museo di San Martino

di Maria Sirago

I Sanseverino erano una antica famiglia venuta nel Regno in epoca normanna che possedeva feudi nel Principato Citra (Principi di Salerno) e in Calabria e Basilicata (principi di Bisignano) (Sirago Rastrelli, 2024). Il ramo dei Sanseverino di Salerno si formò nel 1463, quando Roberto fu insignito del titolo di principe di Salerno. Nato da Giovanni, conte di Marsico (Natella, 2018), e Giovanna, appartenente alla stessa famiglia, sposò Raimondella del Balzo Orsini. Combatté tra le fila degli aragonesi contro gli angioini riuscendo a riconquistare Salerno (1462) che gli fu concessa nel 1463 insieme al privilegio di poter battere moneta nella zecca cittadina. Due anni dopo fu nominato Grande Ammiraglio e posto al comando della flotta aragonese nella battaglia di Ischia (Alianelli, 1871). Il ritorno della flotta vittoriosa è dipinto nella Tavola Strozzi, prima veduta “a volo di uccello” di Napoli: le galere inalberavano a prua i colori dei Sanseverino, fascia rossa in campo argento, e a poppa le armi.

In quel periodo il principe riorganizzò la sua corte salernitana, in cui invitava letterati, tra cui i poeti Luigi Tansillo e Laura Terrracina, artisti e musicisti ed aveva come segretario Masuccio Salernitano, suo segretario, che gli dedicò il Novellino (Del Grosso, 2019 e 2021). Poi nel 1470 iniziò la costruzione del palazzo a piazza del Gesù, con una facciata a bugnato a punta di diamanti, primo palazzo in Napoli con questo tipo di decorazione in uso a Firenze, oggi chiesa del Gesù Nuovo. Morì quattro anni dopo senza vederlo completato (De Frede, 2000).

Il figlio Antonello, ancora minorenne, fu affidato alla tutela della nonna Giovanna; nel 1475 succedette al padre nell’ufficio di grande ammiraglio, prendendone possesso due anni dopo, al compimento della maggiore età. Nel 1480 sposò Costanza, figlia di Federico da Montefeltro, duca di Urbino, da cui ebbe l’erede Roberto. Tra il 1480 e il 1481 fu impegnato nella difesa di Otranto, assalita dai turchi. Ma da quel momento cominciò ad essere insofferente verso gli aragonesi, che chiedevano ingenti prestiti per il continuo stato di guerra e volevano controllare tutto il suo Stato. Perciò nel 1485 fu a capo della “congiura dei baroni”. Dichiarato ribelle, gli furono sequestrati i beni, mentre il figlio Roberto, di appena due anni, veniva incarcerato in Castel Nuovo per impedire la fuga della famiglia. Egli però decise di fuggire a Venezia e da lì in Francia dove aiutò Carlo VIII a preparare l’invasione in Regno del 1494: in quella occasione gli fu affidato il comando di una parte della flotta francese, in cui militavano i fuoriusciti napoletani. Giunse a Napoli nel 1495 accolto con grandi onori e riprese subito possesso del suo Stato mentre il figlio Roberto, detenuto nel castello di Ischia, veniva rilasciato da re Ferrante come atto distensivo.

Dopo la resa di Napoli e la morte del re Ferdinando II detto Ferrandino (1496) egli prestò giuramento a re Federico, riottenendo i beni e la carica di grande ammiraglio. Ma, circondato da sospetti, riprese le ostilità asserragliandosi nelle sue terre e fu dichiarato nuovamente ribelle (1497). L’anno seguente, dopo aver consegnato i suoi castelli, gli fu consentito di rifugiarsi a Venezia dove morì nel 1499, mantenendo la linea di irriducibile ‘barone ribelle’ (Russo, 2017).

Fig. 2 Napoli Palazzo Sanseverino oggi chiesa del Gesù nuovo

Napoli Palazzo Sanseverino oggi chiesa del Gesù nuovo

Il figlio Roberto, III principe di Salerno, imprigionato a due anni insieme alla bisnonna Giovanna durante l’esilio paterno, fu liberato solo l’8 marzo del 1495, quando il padre Antonello tornò in regno al seguito di Carlo VIII. Da quel momento seguì il padre in tutte le sue imprese militari ed era a Venezia quando lui morì, nel 1499. Rimase senza titolo ma non privo di beni perché il padre aveva perso i feudi ma aveva ottenuto di portare con sé i beni mobili, tra cui i gioielli. Tornò a Napoli nel 1501 per unirsi all’esercito francese. Dopo la conquista spagnola (1503) riparò in Francia. Poi si recò in Spagna ottenendo da re Ferdinando la reintegra dei suoi beni (1506): per controllare in modo capillare l’ingente patrimonio il re decise di farlo sposare con Marina d’Aragona, figlia di Alfonso, duca di Villahermosa, fratello naturale del re. Perciò tornò a Napoli da grande principe, imparentato con gli aragonesi, riprendendo possesso del suo palazzo napoletano. Allestì anche la galera su cui Ferdinando il Cattolico giunse nel regno napoletano, partecipando alla cerimonia reale dell’ingresso del sovrano, il primo novembre 1506. L’anno seguente nacque il suo erede Ferrante. Egli riprese anche le antiche abitudini della corte salernitana invitando personaggi illustri come Agostino Nifo. Morì ad Agropoli nel 1508, a 23 anni, poco tempo prima della nascita della figlia Laura.

Ferrante Sanseverino, rimasto orfano a meno di due anni, si trasferì a Piombino con la madre che aveva sposato il principe Iacopo Appiano. Dopo la morte della madre, nel 1511, tornò a Napoli dove il re Ferdinando lo pose sotto la tutela del nonno Bernardo Villamarina, conte di Capaccio e grande ammiraglio del regno (Musarra, 2020), in modo da far crescere il giovane principe fedele e devoto agli spagnoli (Addante, 2017).  Nel 1516, col consenso di re Ferdinando, data la giovane età, aveva sposato Isabella Villamarino, figlia di Bernardo, un preciso piano del re che voleva controllare i vasti possessi feudali dei due sposi, tra Salerno e Capaccio: la contea di Capaccio era stata ereditata da Isabella l’anno seguente insieme ad alcuni feudi sardi, dopo la morte del padre (Tesauro, 2009), insieme ad una galera utilizzata anche nella battaglia di Tunisi (Sirago, 2018). La tutela, esercitata fino al 1522, quando il principe compì 15 anni, fu affidata alla madre della fanciulla, Isabella de Cardona, anch’ella di nobili natali, sorella del viceré Ramon de Cardona, una donna colta e raffinata ma anche abile nel gestire il patrimonio familiare (Di Salvia, 2019: 135ss.). Ma già nel 1517 il principe faceva il suo ingresso in società insieme alla giovane moglie (Croce, 1953 e Colapietra, 1985: 124). Donna Isabella fece impartire ai due fanciulli una solida educazione da Pomponio Gaurico, noto umanista napoletano, rimasto a Salerno fino al 1526 (Bacchelli, 1999). In quel periodo i due sposi, sotto la guida degli insegnamenti di Isabella e del loro precettore, crearono a Salerno una corte simile a quella ischitana di Costanza d’Avalos e Vittoria Colonna, organizzando fantasmagoriche feste anche nel palazzo napoletano (Del Grosso, 2020: 206ss.). 

Ferrante fino al 1530 si mostrò suddito fedele, anche se ci furono questioni durante l’incoronazione di Carlo V. Partecipò a varie “imprese”, tra cui la battaglia di Tunisi, e accolse regalmente a Salerno e a Napoli Carlo V di ritorno da Tunisi. Ma i problemi cominciarono quando fu nominato l’intransigente viceré Pedro de Toledo, che voleva “far rientrare nei ranghi” la potente nobiltà napoletana, in primis i Sanseverino. Gli aristocratici chiesero a Carlo V che fosse destituito ma il re non concesse quanto richiesto, il che rafforzò il potere del Toledo. Nel 1547, quando scoppiarono i tumulti in seguito al tentativo di introdurre l’inquisizione spagnola, il principe e il suo segretario Bernardo Tasso cercarono di intervenire a favore della città ma non ottennero nulla. Nel 1551, dopo il tentativo di assassinarlo, il principe decise di fuggire, accompagnato dal fedele segretario Bernardo Tasso, mentre il suo patrimonio veniva sequestrato e smembrato. L’ultimo principe di Salerno morì in oblio e nella miseria ad Avignone nel 1572 (Sciarrotta e Di Salvia, 2019).  

Fig. 3 Ferrante Sanseverino principe di Salerno.

Ferrante Sanseverino principe di Salerno

La città di Salerno, sequestrata al Sanseverino, secondo i ministri spagnoli era troppo importante per essere concessa in feudo poiché era “la principal de toda la provintia”. Era sede dell’Udienza Provinciale e del Mastro Portolano, che aveva giurisdizione sulla dogana (con una rendita di 2000 ducati), ed aveva una marina a difesa di quella napoletana, per cui doveva rimanere in demanio [1]. Ma il 7 aprile 1569 il re Filippo II decise di concedere al ricco banchiere genovese Niccolò Grimaldi, duca di Eboli (Farinella, 2002), l’assenso per acquistare la città di Salerno con il titolo principesco, “reservata dohana et introitibus” (concessi alla città) in modo da compensarlo per i cospicui debiti contratti con la corona spagnola per armare le navi impegnate nel Mediterraneo (Coniglio, 1951).  Poi il 1590 il principe Grimaldi, che aveva avuto molti rovesci finanziari, alienò la città, ritornata in regio demanio dietro il pagamento di 60.000 ducati [2].

Fig. 4 Salerno, fine XVI secolo, Roma, Biblioteca Statale Angelica, disegno a penna, inchiostro bruno e acquerello

Salerno, fine XVI secolo, Roma, Biblioteca Statale Angelica, disegno a penna, inchiostro bruno e acquerello

La città e il porto

La città di Salerno era molto frequentata dai mercanti stranieri durante il periodo della “fiera franca” (in cui non si pagavano tasse) che si svolgeva dal 21 settembre per una settimana in onore del patrono, San Matteo, fiera concessa da re Manfredi nel 1259. In un memoriale del 1650, quando si profilò una vendita al principe Nicolò Ludovisi, i cittadini ricordavano le «dos ferias por el mese de Mayo y de Setiembre [per le quali era] la segunda la maior de Italia como en otros tempos lo fue de Europa” ed aveva un “puerto con el otro que en Vietri tan cerca tien a la mar» [3]. La fiera era aperta dal mastro di fiera, un titolo feudale della famiglia Ruggi d’Aragona (posseduto fino ai primi del Settecento, quando fu acquistato dalla città), e dall’arcivescovo, che possedeva il diritto feudale sulla costruzione delle “botteghe della fiera” (Sinno, 1959, D’Arienzo, 2007).

Re Manfredi nel 1260 accordò alla città anche il privilegio di poter costruire un nuovo porto, dii grande utilità per lo sviluppo della fiera, da costruirsi nell’area dell’antico porto longobardo, detta ancor’oggi l’area del “molo Manfredi”. Ma già in epoca angioina il sito dove era stato costruito il molo risultava interrato ed anche dell’antico arsenale non vi era quasi più traccia. Pian piano il traffico fu spostato nel vicino porto di Vietri, più profondo, e nell’approdo di Fuonti. In epoca aragonese il porto era citato ma occorreva fare dei lavori per il ripristino, necessario per la sicurezza dei navigli che approdavano al tempo della fiera. Ma i mercanti preferivano soprattutto i porti di Napoli e Gaeta. In epoca spagnola il viceregno divenne l’antemurale di difesa dagli attacchi dei turchi e barbareschi. Perciò furono costruite molte torri per la difesa, tra cui sette tra Salerno e Agropoli. In quel periodo il porto di Salerno era citato “sin abrigo”, cioè senza riparo, per cui si consigliava di approdare a Vietri e Conca, più profondi, mentre in Salerno si ormeggiavano solo barche pescherecce (Sirago, 1994).

Fig. 5 Napoli e la costa di Salerno, inizi del Cinquecento, Piri Rei’s, in Ventura, 1990, tavola 8.

Napoli e la costa di Salerno, inizi del Cinquecento, Piri Rei’s, in Ventura, 1990, tavola 8

Tra il Cinquecento e Seicento la città, frequentata dai mercanti forestieri, non suscitava curiosità nei viaggiatori. Vi è solo la descrizione del letterato francese Jean Jaques Bouchard, un libertino, forse una spia (Sirago, 2017), che nel 1632 restò a Napoli per otto mesi e visitò Capri e la costiera amalfitana e poi sostò a Salerno, da lui descritta come «Une ville assez laide et rassemblant fort à un village», con vie strette e mal pavimentate, anche se si contavano circa 10.000 abitanti (Sofia, 2003). Prese alloggio presso il Convento dei Fatebenefratelli, frati della carità, grazie a una lettera di raccomandazione dei padri della Certosa di Capri. Gli abitanti apparivano poco inclini all’accoglienza e sospettosi per cui fu ritenuto una spia e posto in carcere; poi fu liberato grazie alle sue lettere di presentazione, tornandosene in fretta a Napoli (Bouchard, 1977, II: 370-380). 

Un secolo dopo, quando furono riportate in luce le rovine di Paestum, alcuni gran turisti si recarono a visitarle, pernottando a Salerno, visto che nel futuro parco archeologico non c’erano strutture ricettive e luoghi dove poter consumare un pasto.

Fig.  6 Paestum, rovine, fine Settecento, pittore veneziano, collezione privata

Paestum, rovine, fine Settecento, pittore veneziano, collezione privata

Tra questi il più famoso è Johan Wolfgang Goethe che, di ritorno da Paestum, si fermò a Salerno, descritta come una “località incredibilmente amena e ferace”, dove pernottò (Goethe, 1980: 243, Napoli, 23 marzo 1783). La città, come la Capitale e gli altri porti, soprattutto quelli pugliesi, dopo l’arrivo di Carlo di Borbone (1734) aveva beneficiato della riorganizzazione del regno, in primis in ambito portuale. Si era deciso infatti di costruire un porto a Salerno per potenziare il commercio: ma i numerosi lavori fatti, anche molto costosi, non erano andati a buon fine perché il luogo scelto per il nuovo porto era vicino allo sbocco del fiume Irno che, durante il cattivo tempo, con la sua abbondante portata, distruggeva tutto (Sirago, 1994). Solo con gli studi fatti dagli ingegneri della Scuola di Ponti e Strade, istituita nel 1809 da Gioacchino Murat (la futura Facoltà di Ingegneria) si cominciò a ridiscutere della questione, ancora dibattuta alle soglie dell’Unità (Sirago, 1995). Comunque, nel 1870, secondo i Dati Statistici studiati dall’ingegnere Francesco Tajani per i circondari di Salerno, Campagna, Sala Consilina e Vallo della Lucania all’epoca della fiera a Salerno si contavano 451 battelli per circa 5260 tonnellate, di cui molti a vapore che trasportavano cotone americano e carbon fossile dall’Inghilterra. Inoltre, vi erano molte fabbriche, tra cui sei pastifici (Manzo 2012: 172).

La trasformazione urbanistica di Salerno cominciò dal 1827 quando furono riempite le “lagune” nello spiazzo di Santa Teresa, fuori porta occidentale: furono piantati alberi lungo il parapetto della strada della marina per migliorare l’aria, malsana per le paludi, e furono aperte delle locande per alloggiare le truppe. Due anni dopo Gaetano di Majo chiese di poter prendere in fitto la casina comunale alla marina, davanti al palazzo dell’Intendenza, per aprire un caffè con biliardo (Manzi, 2012: 70-74). 

Fig. 7 Salerno, fine Settecento (De Renzi 1857)

Salerno, fine Settecento (De Renzi 1857)

Dal 1810 era stato istituito un regolare servizio pubblico tra Salerno e Napoli due volte al giorno, che incentivò i “turisti”. Poi si cominciò ad usare la ferrovia, da poco costruita, che collegava Napoli con Nocera, tratto inaugurato nel 1844 (Pagnini, 2019). Il duca di Rivas, Ángel de Saaveda y Ramirez, ambasciatore di Spagna presso il re Ferdinando II, usò questo nuovo mezzo di locomozione nel suo viaggio a Paestum e nei territori salernitani compiuto tra il 1844 e il 1845. Dopo una breve sosta ad Amalfi raggiunse in barca Salerno visto che la strada era in costruzione, trovando una città “dai begli edifici”. Ma non vi erano moli per cui insieme al suo seguito sbarcò sulle spalle dei marinai. Dalla spiaggia si diressero all’Hotel de l’Europe a cento passi dalla marina, da lui definito un magnifico albergo, con mobili e servizio all’inglese (Saaveda y Ramirez, 1932: 27-52).

L’Hotel era stato aperto nel 1846 da Costabile Carducci, famoso patriota salernitano: quell’anno aveva ospitato 137 inglesi e 25 francesi oltre i “nazionali”, divenendo ben presto l’albergo più alla moda, utilizzato dagli svizzeri (Cassese, 1959: 21) che avevano creato un polo industriale nel territorio di Fratte (De Majo, 1989). Dalle carte dell’Intendenza borbonica, nei numerosi rapporti informativi della polizia, a partire dagli anni Quaranta si faceva riferimento ai numerosi stranieri che visitavano Salerno, inglesi, francesi, tedeschi, russi, prussiani, talvolta anche americani, e alloggiavano in location più modeste, la Locanda della Vittoria, sita fuori la porta orientale della città, e l’Albergo del Sole; poi andavano “a curiosare le antichità di Pesto” (Sole, 2012: 57-69). La città, in cui vivevano circa 30.000 abitanti, era visitata da molti forestieri, specie al tempo della fiera, in settembre, per cui era stata ampliata e dotata di comode e adeguate strutture ricettive.

Fig.  8 Salerno, fine Ottocento, foto della viaggiatrice inglese Jane Martha St. John scattata dal balcone dell’Hotel d’Angleterre

Salerno, fine Ottocento, foto della viaggiatrice inglese Jane Martha St. John scattata dal balcone dell’Hotel d’Angleterre

Dopo l’Unità in città si fecero numerosi lavori urbanistici. Nel 1863 fu costruito il Teatro Verdi e nel 1870 la Villa Comunale. Inoltre, vennero aperti numerosi caffè: il Caffè d’Europa, il Caffè Roma, il Caffè Italiano e numerose locande e alberghi (Manzi, 2012: 71). Nel 1867 la Guida del Baedeker menzionava anche l’Hotel Vittoria e l’Hotel d’Angleterre (ivi:149). Nella Nuova guida del viaggiatore di Giovanni Berri del 1876 erano menzionati tre alberghi, il Vittoria, l’Inghilterra e i Forestieri; quest’ultimo non era menzionato nella Guida Baedeker del 1907 ed in quella del 1931. A fine Ottocento furono costruiti altri alberghi a via Duomo (1886), a largo Principe Amedeo (1892), a via Fondaco Porta di Mare (1894), dove esisteva già una trattoria. Venivano citati anche il Cafè Restaurant Centrale e il Gran Cafè a Piazza Vittoria, il che mostra che la città si stava modernizzando e stava entrando nel circuito turistico (Manzi, 2012: 72). Anche nella Guida di Salerno del 1894 Raffaele Quaranta elencava numerosi alberghi e luoghi di ritrovo:

Hotel

Cafè Restaurant

Caffè

Inghilterra

Salvi

della Rosa

Vittoria

Testa d’oro 

Ferruccio

Vesuvio con trattoria

Roma

del Progresso

Rebecchino, già Peluso con trattoria

d’Europa

 

Continentale con trattoria

di Salerno

 

Dell’Aquila d’oro

Veltem con birreria

 

Alla Frescura della Rosa

 

 

Solimene

 

 

Pacella

 

 

Della Patria

 

 

Roma

 

 

Fig. 9 Salerno, manifesto pubblicitario

Salerno, manifesto pubblicitario

L’Annuario del Touring del 1904 riportava 42.315 abitanti, un notevole incremento demografico, e menzionava gli alberghi più importanti: l’Hotel d’Angleterre, l’Albergo Rome, l’Hotel Centrale, l’Albergo Vesuvio (ivi: 489). Nella Guida Touring di Luigi Vittorio Giovanni Bertarelli del 1927 si riportava lo stesso numero di abitanti ed erano menzionati l‘Albergo Diana con ristorante, l’Albergo d’Inghilterra, l’Aquila d’oro con ristorante, il Campania, il Montestella (II: 527). Naturalmente la Guida del Quaranta, una prima guida locale, era più dettagliata. Ma la necessità di una guida e la menzione nelle prestigiose Guide del Touring inserivano la città in un preciso itinerario turistico.

Spesso in città venivano importanti personalità per osservare i lavori del porto (1890) o per serate di gala nel teatro Verdi. Nel 1909 in onore dell’imperatrice di Germania Augusta Vittoria, moglie di Guglielmo II, fu costruito uno “sbarcatoio”, fu sistemata la strada vicino al porto e fu installato un impianto provvisorio con luce elettrica. Nel III Convegno turistico del Mezzogiorno e delle Isole svoltosi a Napoli nel 1933 la città di Salerno dimostrò di avere valorizzato il patrimonio monumentale e le bellezze naturalistiche (Manzi, 2012: 72-73), come si evince dai numerosi manifesti pubblicitari.    

Selerno, manifesto pubbliciario

Salerno, manifesto pubblicitario

Una nuova “industria”: la balneazione

Dagli anni Trenta dell’Ottocento anche a Salerno, come a Napoli, cominciò a svilupparsi la balneazione, una attività già diffusa in Europa, ma anche in Italia settentrionale, soprattutto a Livorno e Rimini (Sirago, 2013). Una testimonianza di questo sviluppo è data dal “Regolamento di Polizia per i Bagni” emanato dalla Provincia di Principato Citra, firmato dall’intendente cavalier G. Spinelli di Fuscaldo il 23 luglio 1827 e da altri simili “Regolamenti” del 12 luglio 1830 e del 20 giugno 1843 reperiti nell’Archivio Storico Comunale di Amalfi [4] (Di Lieto Mostacciuolo, 2010: 106). In questi “Regolamenti” si davano precise istruzioni sul modo di costruire gli stabilimenti balneari “con solidità e decenza”; inoltre “I camerini ad uso delle donne [dovevano essere] perfettamente segregati da quelli degli uomini” (art. 1). Essi potevano essere aperti dalla mattina ma la sera dovevano essere “bene illuminati con fanali” (art. 2). Per ogni bagno vi doveva essere personale di servizio (in quelli femminili solo dello stesso sesso, art. 3). Due o più uomini potevano bagnarsi nello stesso camerino, ma con “calzonetti” e lo stesso era per le donne che dovevano indossare la “camicia” (art. 4). Ogni camerino doveva costare grana 8 e gli avventori dovevano “provvedersi di lenzuolo” (art. 5). Non ci si poteva bagnare nudi ed era vietato nuotare nei pressi dei bagni o avvicinarsi con le barche per non “dar soggezione” a quelli che si bagnavano nei camerini (art. 6). Ogni stabilimento doveva essere dotato di una barchetta di soccorso a spese del proprietario (art. 7) e questi doveva dare avviso al Funzionario di Polizia se fosse accaduto qualche “disordine” (art. 8). Per l’entrata ognuno riceveva un biglietto e si doveva seguire l’ordine di arrivo “senza eccezione di persone, e di ceto” (art. 9). Coloro che maltrattavano gli inservienti dovevano essere puniti “a’ termine della Legge” (art. 10). Quelli che contravvenivano a quanto prescritto avrebbero pagato le multe previste (art. 11). I Funzionari di Polizia dovevano “vegliare alla esecuzione del … regolamento (art. 12). Il regolamento doveva essere affisso nel “locale de’ bagni”.

La menzione dei bagni nei camerini si collega all’uso europeo dei primi anni dell’Ottocento, quando si costruivano dei “camerini” in cui i bagnanti potevano immergersi nell’acqua senza essere visti: a Livorno vennero costruiti con questa modalità i Bagni Baretti, per evitare che i bagnanti dessero scandalo con le loro “nudità”, anche se i costumi da bagno in quel periodo erano dei veri e propri “vestitini da bagno” (Sirago, 2013).

Fig. 11 Salerno, stabilimenti balneari, fine Ottocento

Salerno, stabilimenti balneari, fine Ottocento

Nel 1854 alcuni falegnami di Salerno, Vincenzo Prota, Nicola Ruggiero, Mattia Limongelli e l’“industriante” Raffaele Calabrese avevano chiesto di poter costruire “Baracche per uso de’ bagni” o camerini, come avevano fatto negli anni passati, sulla spiaggia di Portanova, permesso accordato dal capitano del porto e dal direttore dei dazi perché non inficiavano la mobilità portuale e il commercio [5].

L’attività si era ulteriormente sviluppata dopo l’Unità, quando si registrava un maggior afflusso di “turisti” che spesso andavano a visitare i resti di Paestum.

Fig.  12 Salerno, bagnanti, inizi Novecento (Quaranta, 1894)

Salerno, bagnanti, inizi Novecento (Quaranta, 1894)

Nel 1867 la Guida Baedeker riferiva che si facevano anche i bagni marini, simili a quelli di Napoli, “passabilmente organizzati” (ivi:149). Una figura importante in questo campo è quella di Gerardo Limongelli, forse parente del falegname Mattia, un “industriante” salernitano dalle mille attività, legate al commercio del legname: con questo materiale aveva cominciato a costruire i suoi stabilimenti balneari e per la sua attività era stato nominato “presidente del Consorzio Balneare”. Nel 1873 aveva costruito uno stabilimento balneare all’avanguardia, dove aveva ospitato importanti personalità, tra cui il duca Amedeo d’Aosta ed il conte di Torino (Aa.Vv., 1930). Dopo il 1870 Gerardo e Mattia Limongelli erano stati autorizzati a praticare due aperture nel muro che costeggiava i giardini pubblici per accedere agli stabilimenti balneari. Ma il buco doveva essere chiuso al termine della stagione balneare (Manzi, 2012: 72). Il Limongelli si era poi trasferito a Napoli, continuando la sua attività di “industriante” del legno in società con i figli, costruendo altri importanti stabilimenti balneari nella Capitale (Sirago, 2013).

Fig. 13 Salerno, stabilimenti balneari, inizi del Novecento (Quaranta, 1894)

Salerno, stabilimenti balneari, inizi del Novecento (Quaranta, 1894)

Altri stabilimenti balneari furono aperti al Corso Garibaldi e al Porto Vecchio, accanto al monumento di Pisacane, presso Porta di Mare (1881) e sulla spiaggia di Santa Teresa (1888). Sulla spiaggia accanto al teatro La flora nel 1889 fu aperto lo stabilimento Regina Margherita, dove due anni dopo fu aperto anche il ristorante ed una succursale dello stabilimento sulla spiaggia del Fico, dietro il nuovo porto (1894) (Manzi, 2012: 71).

Vi sono numerosi documenti di fine Ottocento e inizi Novecento conservati nell’Archivio Comunale di Salerno in cui vengono concessi arenili alla spiaggia di Santa Teresa (1874 e 1903) e concessioni di numerosi suoli arenili e specchi di mare destinati alla balneazione (1891-1893, 1906, 1907, 1914, 1919).

Fig. 13 Salerno, stabilimenti balneari, inizi del Novecento (Quaranta, 1894)

Salerno, stabilimenti balneari, inizi del Novecento (Quaranta, 1894)

La zona del Picentino e di Pastena fino a Torrione, ora densamente abitata, era una spiaggia arenosa e piena di ciottoli che tra il 1857 e il 1858 era stata acquistata in piccoli appezzamenti da alcuni salernitani, Giovanni Centola (1857), Domenico Gianozio (1857-1858) e Domenico Bottiglieri per “uso marittimo”, cioè per tirare le piccole barche a terra [6]. Molto frequentati erano la spiaggia di Mercatello e il Lido delle Sirene a Torre Angellara.

Fig. 15 Salerno, Corso Garibaldi, stabilimenti balneari, inizi del Novecento, cartolina

Salerno, Corso Garibaldi, stabilimenti balneari, inizi del Novecento, cartolina

Nell’Archivio Storico Comunale di Amalfi si conservano anche delle ordinanze emanate dalla Regia Prefettura di Salerno il 10 luglio 1927, l’8 luglio 1928, il 10 luglio 1931, il 30 luglio 1934, simili a quelle dell’Ottocento, in cui oltre Salerno si specificavano i luoghi del Principato Citra in cui si svolgeva la balneazione [7].  Le ordinanze erano simili a quelle dell’Ottocento. Nell’art. 1 di quella del 1927 si prescriveva che i concessionari delle licenze per le aperture degli stabilimenti balneari dovevano costruire camerini per le donne separati da quelli maschili; poi dovevano controllare che i costumi da bagno e gli accappatoi coprissero i bagnanti in modo adeguato (art.2) e che i clienti non uscissero in strada con i costumi o accappatoi (art. 3); ai bagnanti in costume o in accappatoio era proibito entrare “nei locali … adibiti al ballo” e ballare in costume e accappatoio (art. 4 e 5); infine, i balli erano vietati a meno che non vi fosse una specifica licenza (art. 6). Rispetto a quelle dell’Ottocento in queste ordinanze compare l’uso di creare delle “sale da ballo” la sera, come si era fatto già a Napoli da fine Ottocento (Sirago, 2013). Anche nell’ordinanza del 1928 vi erano le stesse prescrizioni [8].   

Fig. 16 Salerno, Corso Garibaldi, stabilimenti balneari, inizi del Novecento, cartolina

Salerno, Corso Garibaldi, stabilimenti balneari, inizi del Novecento, cartolina

In quelle del 1934 e 1937, del tutto simili, vi era qualche differenza: nell’articolo 1 si doveva vietare la sosta fuori degli stabilimenti in costume da bagno o accappatoio; nel 2° si proibiva di svestirsi in spiaggia “in vista del pubblico”; nel 3° si ordinava che gli stabilimenti balneari fossero dotati di “una cassetta di pronto soccorso” in cui dovevano esserci delle medicine, di cui si forniva un elenco; nel 4° si proibiva l’ingresso ai cani o a altri animali; nel 5° era vietato il gioco del pallone, del tamburello e di altri giochi che potessero arrecare fastidio ai bagnanti; nel 6° si dava ordine ai concessionari degli stabilimenti di far osservare le norme prescritte nell’ordinanza [9].

Fig. 17 Salerno, la spiaggia con stabilimenti balneari, cartolina d’epoca

Salerno, la spiaggia con stabilimenti balneari, cartolina d’epoca

Nel secondo dopoguerra nella Guida del Touring del 1951, Marine d’Italia, si citava una spiaggia a ovest del porto al di là del molo in cui vi erano “alcuni stabilimenti ben attrezzati”. Vi era anche il Lido, distante quattro chilometri dalla città, nella zona del Mercatello, in cui vi erano tre eleganti stabilimenti con terrazze ed un servizio di ristorante. Uno degli stabilimenti siti nella zona del Porto, presso la via Ligea, il Modernissimo, tra il 1943 ed il 1945; poi negli anni Cinquanta il proprietario Attilio Olivieri ottenne un risarcimento per i danni di guerra subiti [10].

Lo stabilimento, costruito nella zona dell’antico porto nel 1936, come è scritto sul cuneo d’ingresso, era frequentato dalla buona società salernitana. Ma quando iniziarono i lavori del nuovo porto, negli anni Settanta le figlie Annamaria, Dora e Lina, decisero di trasferire il lido nella zona di Mercatello, dove è stato preso in gestione da Lina, detta “la signora del mare”, che lo ha gestito egregiamente fino al 2008 (Serritiello, 2026).

Fig. 18 Salerno, stabilimenti balneari, 1960 circa

Salerno, stabilimenti balneari, 1960 circa

Negli anni Sessanta nella zona del porto vi erano i lidi Tritone, Santa Lucia, Calypso, Aurora, Nuovo Mercatello, Colombo, Conchiglia, di terza categoria, e il Lido Azzurro, il Lido delle Sirene, il Lido (ex Risorgimento), i Bagni Santa Lucia, Marcina, Letizia, Elisa 1, Elisa 2, 2, Letizia 1, Letizia, Nuova Aurora, Arenella, Savoia, Lido Azzurro, alle Marinelle, Savoia, Punta di mare, Arcobaleno, Scoglio 24 [11]. Ma con l’apertura del nuovo porto, verso gli anni Settanta, gli stabilimenti sparirono e molti furono ricostruiti nella parte occidentale verso il Torrione, Mercatello e Pastena (Ferraiolo, 2015, I:136-137).

Fig. 19 Salerno, corso Garibaldi, stabilimenti balneari, 1960 circa

Salerno, corso Garibaldi, stabilimenti balneari, 1960 circa

Anche a Salerno a partire dagli anni Settanta si è avuto un forte inquinamento. Ma in anni recenti sono stati effettuati molti lavori per cui oggi la balneabilità appare di buona qualità a partire dal lungomare Trieste fino al confine con Pontecagnano: resta però il divieto di balneazione presso la foce dei fiumi, in primis l’Irno. Oggi vi sono numerosi lidi nella parte occidentale nel lungomare Tafuri, che si estende da Piazza della Concordia ai giardinetti presso il Torrione, nel lungomare Marconi, che si estende dall’ex Ostello della gioventù fino alla chiesa di Santa Maria ad Martyre, nel territorio di Pastena, nel lungomare Colombo, che si estende dal ponticello di Pastena fino a Piazza Monsignor Cardinale Grasso, il cosiddetto quartiere Mercatello, presso la Torre Angellara e nella zona Arechi, vicino allo Stadio. I più importanti lidi sono il Sea Garden Beach Club, il Lido Kursaal Club, il Lido dei Finanzieri, il Lido Eureka in via Generale Clark. Ma i salernitani lamentano il costo elevato degli abbonamenti ai lidi e chiedono a gran voce che siano create più spiagge libere attrezzate, un impegno che sta dando i suoi frutti. Il primo giugno 2025 il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca ha inaugurato un nuovo tratto di spiaggia sul lungomare Marconi, 100 metri di profondità balneabile, per valorizzare l’economia cittadina ed incrementare il turismo balneare [12].

Lidi di Salerno nel 2026

Salerno centro

Solo spiagge libere

Torrione

Spiagge libere

Lidi

La Conchiglia, Arcobaleno, Aurora, Scoglio 24, Scaramella Beach Universo Beach

Pastena

Lido Caravella

Spiagge il Porticciolo e Caterpillar

Lido Colombo

Mercatello

Spiaggia libera McBeach

Lidi

Lido Nuovo Mercatello, Lido Balnea, Lido, Lido Miramare, Emrata Beach

Spiaggia libera Mercatello

Lido La Scogliera

Torre Angellara

Lidi

Sea Garden, Kursaal, Eureka, del Carabiniere, dei Finanzieri, dell’Esercito

Zona Arechi (Stadio)

Lidi

Marina Beach, Maremò Beach Club Mentha mare

Fig. 20   Salerno, Circolo Canottieri, 1918

Salerno, Circolo Canottieri, 1918

Di concerto con la balneazione si è sviluppata anche la moda del canottaggio. Nel 1910 è stato creato un circolo canottieri su modello di quelli napoletani, chiamato oggi Circolo Canottieri Irno[13]. In occasione del centenario nel 2010 è stato pubblicato un volume in cui è raccolta tutta la storia del Circolo. La nascita del Circolo Canottieri, sito a via Porto, fu suggellata da un motto coniato per l’occasione da Gabriele d’Annunzio Velis remisque remis ventisque (1912). Lo stesso anno fu costruita la sede, una elegante palazzina di legno prospiciente il mare, purtroppo divorata dalle fiamme l’anno seguente. Anche questa istituzione nautica, come quelle napoletane, ha dato lustro alle attività marittime salernitane.

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 
Note
[1] Archivio General, Simancas, d’ora in poi AGS, Estado, Nápoles, Legajo 1045, 56, marzo 1553.
[2] AGS, Secreterias Provinciales, vol. 24, instrumento del demanio firmato dal viceré conte de Miranda, 1590; si cita anche quello del 7/4/1569, con cui fu concessa la città di Salerno.
[3] AGS, Secreterias Provinciales, vol. 24, 7/2/1650.
[4] Archivio Storico Comunale, Amalfi, Categoria III, busta 5, fasc 1, 1827; categoria III, busta 5, fasc. 1, regolamento del 12 luglio 1830 e busta 1, regolamento del 20 giugno 1843.
[5] Archivio di Stato, Salerno, Gabinetto di Intendenza, B.145, fs.32, 1854.
[6] Archivio di Stato, Salerno, Intendenza, B. 2441 fs. 71, 1857-1858.
[7]Archivio Storico Comunale, Amalfi, Categoria XV, Busta 4, Fasc. 4, 1927.
[8] Archivio Storico Comunale, Amalfi, Categoria XV, Busta 4, Fasc. 4, 1928.
[9] Archivio Storico Comunale, Amalfi, Categoria V, Classe 3, 1934 e 1937.
[10] Archivio di Stato, Salerno, Intendenza, Danni di guerra, Busta 742, fs. 11, 1951-1954.
[11]«Corriere del Mezzogiorno», 11/3/2013, Quando al Porto si poteva fare il bagno; cfr. anche http//www.facebook.com/ilblogdisalerno, a cura di Maria Serritello, 2013 (27/02/2026),
[12] www.Salernonotizie.it.
[13] www.canottieriirno.it. 
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Maria Sirago, dal 1988 è stata insegnante di italiano e latino presso il Liceo Classico Jacopo Sannazaro di Napoli. Dal primo settembre 2017 è in pensione. Affiliazione: Nav Lab (Laboratorio di Storia Marittima e Navale), Genova. Membro della Società Italiana degli Storici dell’Economia, della Società Italiana degli Storici, della Società Napoletana di Storia Patria, Napoli, della Società Italiana di Storia Militare. Ha scritto alcuni saggi e numerosi lavori sulla storia marittima del regno meridionale in età moderna. Tra gli ultimi suoi studi si segnalano: La scoperta del mare. La nascita e lo sviluppo della balneazione a Napoli e nel suo golfo tra ‘800 e ‘900, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2013; Gente di mare Storia della pesca sulle coste campane, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2014; Il mare in festa Musica balli e cibi nella Napoli viceregnale (1503-1734), Kinetés edizioni, Benevento, 2022.

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