Lo sbarco, l’isola e l’odore di capra

 Migranti alla deriva Dipinto su carta, Samuela Ferrandes alunna della classe 3B Scuola Media Dante Alighieri, Pantelleria 2016.

Migranti alla deriva, dipinto su carta, Samuela Ferrandes, alunna della classe 3B, Scuola Media Dante Alighieri, Pantelleria 2016.

di Alessio Angelo

Un uomo ingrigito dagli anni si avvicina, mezzo sigaro in bocca, ferma la macchina, scende, mostra dei fogli al sottoufficiale della Guardia Costiera: «devo andare in barca – dice – prendo delle misure, rifaccio la tappezzeria». «C’è un operazione in corso! – afferma la guardia – non posso farla passare». «Che operazione?» «Uno sbarco!» «È lì che devo andare, prendo solo qualche misura». Il marinaio non risponde neanche. L’uomo dà qualche boccata, si gira verso lo sbarco ed esclama: «Mischinazzi, è povera genti! Anche se sino a qualche anno fa erano diversi, erano più impauriti. Arrivavano in piccoli gruppi e si nascondevano tra le campagne, nei casolari. Con mio figlio andavamo a dargli da mangiare, pane e acqua, poche cose».  – Una pausa, qualche altra boccata – «E sapete come li trovavamo!? Bastava mettersi sotto vento, un odore fortissimo, inconfondibile, odore di capra!».

I principi costituzionali che regolano la società italiana e le specifiche normative, assunti e reificati democraticamente dai cittadini, basterebbero a considerare gli aspetti discriminatori che l’espressione odore di capra suggerisce, come marginali e superati, rozzi, selvaggi. Tuttavia, sarebbe inverosimile ritenere che l’interazione con i flussi migratori, il relativo vociare mediatico e la crisi sociale che ne è scaturita non abbiano rinvigorito la violenta diatriba nei termini di superiorità/inferiorità delle razze.

Se ammettiamo l’impossibilità di conoscere il mondo attraverso una prospettiva unitaria,  riconosciamo le vie della complessità come sfida a una conoscenza multidimensionale e multiprospettica. Le sicurezze di una conoscenza disciplinata e riduzionista sono spesso funzionali a un sapere specializzato ma – come ci ricorda Edgard Morin – l’economico, lo psicologico, il demografico non possono rimanere isolati e incomunicanti. «La realtà antroposociale è multidimensionale: comporta sempre una dimensione individuale, una dimensione sociale, una dimensione biologica» [1]. Il richiamo verso il pensiero multidimensionale e dialogico ci porta a ri-conoscere, attraverso la biologia, l’insensatezza del sistema delle razze, a comprendere, cioè ad afferrare con l’intelletto, ( …)«che tutti gli esseri umani sono fatti della stessa sostanza chimica, organizzata in cellule, gestite da un codice genetico; che, per quanto riguarda il polimorfismo dei gruppi sanguigni, i principali tipi: A, B, AB, 0 sono sempre nella stessa sequenza, sia nelle popolazioni europee, sia in quelle non europee» [2].

Cosa ricordi l’odore di un essere umano dopo una lunga traversata nelle condizioni che i Paesi del Mediterraneo impongono, non è l’argomento centrale di questo breve scritto. Anche se le analogie tra migranti e animali, che l’uomo col mezzo sigaro in bocca suggerisce, ci riportano inesorabilmente a certe definizioni e riduzioni già attuate in passato. Il modello paradigmatico del processo di conoscenza dell’altro espresso nella storia esemplare degli etnocidi degli amerindi, narrata da TzevanTodorov [3], chiarisce le dinamiche dell’incontro tra i popoli europei e gli indigeni delle Americhe. Gli indigeni sono identificati come diversi, e la diversità non è associata a un sano confronto o alla condizione biologica che permette la sopravvivenza della specie umana, ma all’inferiorità e alla bestialità, che ne giustificano la conquista e il dominio. Gli esempi negativi che si sono susseguiti nella storia dei rapporti con l’altro sono innumerevoli; si pensi alle descrizione di Frantz Fanon delle città del colono e del colonizzato: «La città del colono è una città di cemento, tutta di pietra e di ferro dove piedi protetti da calzature robuste calpestano strade asfaltate linde, lisce, senza buche, senza ciottoli», città di uomini bianchi, «in cui i secchi della spazzatura traboccano sempre di avanzi sconosciuti, mai visti, nemmeno sognati» [4]; «La città del colonizzato è una città affamata, affamata di pane, di carne, di scarpe, di carbone, di luce», luogo in cui si nasce e si muore in «qualunque posto», e ci si vive «ammonticchiati, tra capanne ammonticchiate» [5].

Porto vecchio, banchina Juan Jimenez Vargas, ( ph. Viani Fuamba, alunno della classe 3°, Scuola Dante Alighieri, Pantelleria 2016)

Porto vecchio, banchina Juan Jimenez Vargas, (ph. Viani Fuamba, alunno della classe 3°, Scuola Dante Alighieri, Pantelleria 2016)

Come sostiene Edgar Morin, «la biologia contemporanea non considera più la specie come un contesto generale entro il quale l’individuo è un caso singolare. Al contrario, considera ogni specie vivente come una singolarità che produce delle singolarità» [6]. E questo vale per il migrante come per l’uomo e le sue straordinarie capacità olfattive. Queste singolarità rimangono comunque indi- visibili, l’individuo determina la società in cui vive e una società è razzista o non lo è.  Di questo avviso, perlomeno, è Fanon che attinge ai suoi personali trascorsi e alla memoria storica dei dannati della terra. «Non ha senso – scrive Fanon – dire che un certo paese è razzista ma che non vi sono linciaggi o campi di sterminio. La verità è che in prospettiva può esserci questo e altro» [7].

Da cosa si stabilisce se una società è razzista o non lo è? Seppur ci concedessimo di giudicare una società dalle parole di uno sconosciuto siamo sicuri che le stesse parole ostentino unicamente violenza? La conversazione che ho riportato in apertura si riferisce alla notte del 28 maggio 2016, e allo sbarco di circa 40 migranti nell’isola di Pantelleria. Quella notte, un sabato notte, mi trovavo come tanti tra i locali della banchina e, come tanti, sono stato riportato dalle pragmatiche dello svago notturno di un occidente privilegiato al richiamo morale della diseguaglianza.

Come in un risveglio, qualcuno vocifera, gli immigrati, i clandestini, stanno sbarcando…, vado verso lo sbarco, incontro diversi alunni nel frattempo: «Prof. che succede?»  –  «È uno sbarco! –  qui sulla banchina? E se qualcuno scappa?». Vedo pronte le volanti dei carabinieri, le ambulanze e il bus cittadino per il trasferimento. Gli isolani gradualmente si avvicinano, incuriositi scattano fotografie con i cellulari,  girano video. Si discute, qualcuno è impaurito, molti scherzano, tanti sfoderano commiserazione seguita da una esperita strategia di distacco. Vianì è in prima linea con il cellulare a documentare ciò che sta accadendo.

La folla che si era creata si sta lentamente dileguando. Si intuisce che, per motivi di ordine pubblico, pur essendo nelle vicinanze dell’ospedale cittadino, non possono proseguire lo sbarco, troppa gente, troppi rischi. Le forze dell’ordine decidono di procedere con le operazioni in un altro molo, al porto nuovo. Un luogo che ho frequentato molto negli ultimi mesi, insieme ai ragazzi della scuola media, lavorando al progetto di ricerca-azione: il reportage come consapevolezza, il cimitero dei barconi. Una lingua di cemento con al centro un cuore di detriti dal Mediterraneo, resti umanizzati dalle donne e gli uomini delle traversate.

 Cimitero dei barconi, (Alessio Angelo,Pantellria 2016)

Cimitero dei barconi (ph. Alessio Angelo, Pantelleria 2016)

All’ingresso una guardia mi impedisce di entrare, questa volta non ci sono curiosi, resto comunque, conversiamo un po’, chiedo informazioni. La guardia diventa più umana, è in servizio da poco a Pantelleria ma lavora nella Guardia Costiera da decenni e ne ha visti di sbarchi. Non era di turno, è stato chiamato per l’emergenza, la solita emergenza che da trent’anni interessa le coste meridionali d’Europa. Saranno una cinquantina, nessun barcone, probabilmente soccorsi in mare. Circolano poche informazioni, non si sa da dove provengono.

Nel frattempo qualcosa si muove, l’autobus cittadino adesso è carico di migranti e, scortato dalle volanti, si dirige verso un Centro di prima accoglienza improvvisato, probabilmente nell’ex-caserma, un vecchio edificio all’Arenella, poco distante dal molo. Poco dopo ritorna vuoto per il secondo viaggio. Sono le 2.30 di domenica 29 maggio, le operazione di sbarco sono concluse. Al porto nuovo nessun curioso, e i pochi che cercano di raggiungere le proprie barche per un controllo vengono mandati via dalla Guardia Costiera. Nessun giornalista a documentare lo sbarco, scarne le notizie nei giorni a seguire.

I miei tentativi di documentare lo sbarco sono impediti dalle forze dell’ordine, l’accesso è interdetto ai non autorizzati. Le foto scattate ai margini del molo e agli autobus carichi di migranti forzatamente cancellate. Vengo fermato bruscamente dai Carabinieri, invitato a identificarmi, a mostrare il documento d’identità, la mia camera fotografica temporaneamente sequestrata, le poche foto scattate cancellate.

Sbarco del 28 maggio (ph. Alessio Angelo, sopravvissuta al sequestro dei carabinieri)

Sbarco del 28 maggio (ph. Alessio Angelo, Pantelleria 2016)

Lo sbarco è una irruzione nelle nostre vite, è così che lo si avverte, uno stravol- gimento della nostra quotidianità, solo apparentemente disconnesso. I problemi socio-economici e politici dei Paesi del Sud del mondo non appartengano esclusi- vamente agli abitanti di quei luoghi o a chi ne sia volontariamente coinvolto. Una trama fitta e ben articolata unisce i mondi locali e il globale. Come si può non riconoscere il legame tra le irruzioni dei migranti e il dialogo tra (ex) colonie e (ex) imperi? Come non ammettere che la marginalizzazione dei mondi impoveriti sia effetto di una ragionata strategia di potere. Alla storia vengono consegnate le colpe di un’Europa imperialista, mentre le frontiere di uno Stato-Nazione devono contenere le problematiche di una catastrofe imposta e dal suo interno sprigionare le energie necessarie alla risoluzione. Ragioni comode, ma sin troppo deboli e inopportune: «muovendosi nello spazio, attraversando anche illegalmente i confini, i migranti postcoloniali contestano il posto assegnato loro nelle periferie (del mondo, delle città, del sistema sociale generale di cui fanno parte), mettendo così radicalmente in discussione la stessa pratica (post)coloniale del confinamento (sia spaziale sia temporale) in quanto principio fondamentale della segregazione sociale ed economica» [8].

Proliferano nuove categorie, nuovi dis-ordini, nuove forme di presenza che difficilmente possono essere incanalate in cittadinanze esclusive. Assistiamo a processi frammentari che disorganizzano e riorganizzano gli spazi e le sovranità ma ci illudiamo di poter rimanere ancorati al linguaggio e alle dinamiche di uno Stato-Nazione che, pur nel caleidoscopio delle sue imperfezioni, tanto ci rassicura.

 Questo è il barcone con cui sono arrivato (ph. Alessio Angelo, Pantelleria 2016)

“Questo è il barcone con cui sono arrivato” (ph. Alessio Angelo, Pantelleria 2016)

«Fra gli sbarchi avvenuti in questi ultimi decenni merita di essere ricordato quello avvenuto nell’aprile 2011. Su un barcone di dieci metri, hanno viaggiato quasi duecento persone per quattro giorni e quattro notti in condizioni disumane. Questo sbarco oltre a Pantelleria ha riguardato me in prima persona perché è proprio grazie a quel barcone, trascinato dalla marea e ribaltato dalle tartassanti onde, che ho conosciuto il mio caro amico Vianì con cui ho trascorso/ben cinque anni, i cinque anni più belli» [9]. Dalle parole di questo ragazzo emerge, con una semplicità disarmante, l’umanità che contrasta qualsiasi teoria separatista e qualsiasi sgradevole insinuazione. Nell’isola di Pantelleria l’ultimo grande sbarco è avvenuto nell’aprile 2011, 192 persone in un barcone con dei grossi occhi gialli dipinti sulla prua, arrivati sotto costa all’altezza di Murcia/Arenella. Lo si vede ancora il barcone, con la carena sfondata dalla roccia lavica che affiora dal mare, sotto sequestro per la morte di tre persone. Vianì, con il padre e i fratelli, da quella barca sono stati tratti in salvo, la madre non ce l’ha fatta, e adesso lo rivedo in banchina con l’animo in rivolta e la mano ferma mentre cerca di documentare lo sbarco di uomini simili.

 Dialoghi Mediterranei, n.21, settembre 2016
Note
[1]   Edgar Morin, Le vie della complessità, in Gianluca Bocchi e Mario Ceruti (a cura di), La sfida della complessità, Mondadori, Milano 2007: 33.
[2]  Piero Di Giorgi, Dialoghi sulla complessità del nostro tempo in Antonino Cusumano (a cura di) Dialoghi Mediterranei, Antropologia delle migrazioni, IEA, Mazara del Vallo 2016: 18.
[3]   Tzevan Todorov, La conquista dell’America. La scoperta dell’altro, Einaudi, Torino 1984.
[4]  Frantz Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 1962: 35.
[5]  Ibidem.
[6]  Edgar Morin, Le vie della complessità, in Gianluca Bocchi e Mario Cerruti, (a cura di), La sfida della complessità, Mondadori, Milano 2007, cit.: 26.
[7]  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, DeriveApprodi, Roma 2006,  vol I: 53.
[8]   Miguel Mellino, Cittadinanze postcoloniali. Appunti per una lettura postcoloniale delle migrazioni contemporanee, in “Studi Culturali Il Mulino”, Roma 2/2009: 300.
[9]  Dal tema dell’esame di Stato di Federico Ferreri, classe 3°A, Scuola Media Statale Dante Alighieri, Pantelleria 2016.
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Alessio Angelo, free-lance in ricerca e sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali e umanistiche, attualmente lavora per l’Università di Bergamo al progetto europeo EU-borderscapes sulla frontiera italo-tunisina. Ha collaborato con la Fondazione Ignazio Buttitta, l’Officina di Studi Medievali e l’Università di Messina. Specializzato in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, ha svolto parte del suo percorso accademico in Spagna, Cile e Marocco. Si dedica allo studio e alla ricerca di temi antropologici e storici nel Mediterraneo. Per documentare, indagare e analizzare la materialità del sociale ricorre a produzioni fotografiche e audio-visuali (www.alessioangelo.com).

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