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L’Italia e l’italiano negli studi dei giovani tunisini

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Aula Magna, lezioni all’università di Gabès (ph. Venezia)

di Emanuele Venezia

La Tunisia, pur essendo un piccolo Paese di poco più di 11 milioni di abitanti, è costituito da regioni che differiscono considerevolmente per quanto riguarda stili di vita, cultura e tradizioni. Potremmo generalmente riferirci a “due Tunisie”: una “interna” (comprendente tutte le regioni che non si affacciano sul mare e quelle del Sud) più conservatrice e tradizionalista, e una “esterna” (di cui fanno parte la capitale, i centri del Sahel Susa, Monastir e Mahdia con gli estremi a nord Bizerte e a sud l’isola di Djerba) più contaminata dallo stile di vita europeo, quindi meno tradizionalista e conservatore.

Nonostante sia necessario meno di un giorno per attraversare il Paese dall’estremo nord-ovest dalla città di Tabarka confinante con l’Algeria all’estremo sud-est fino alla città di Ben Guardane confinante con la Libia, vi è tuttavia questo dualismo regionale che dà l’idea che si tratti di due Paesi diversi.

Molti tunisini dell’interno non hanno mai visitato la capitale e viceversa, alcuni tunisini del Nord si riferiscono al meridione esprimendo una visione romantica, elogiando l’ospitalità dei suoi abitanti, altri invece lo fanno in maniera sprezzante a causa degli elementi di conservatorismo dominanti.

Quando nel 2014 visitai per la prima volta la Tunisia quasi per caso, non avrei immaginato che vi sarei tornato per lavorarci, invece sto per terminare il quarto anno di insegnamento della lingua italiana per stranieri a studenti di età compresa tra i 19 e i 24 anni. In questo periodo ho avuto l’occasione di visitare quasi la totalità del Paese e di entrare in contatto con studenti provenienti da differenti regioni, dalla capitale all’estremo Sud, dalle regioni interne a quelle litoranee.

È noto che la Tunisia da secoli ha avuto legami culturali ed economici con l’Italia, anche grazie all’estrema vicinanza geografica (circa 200 km in linea d’aria tra Capo Bon e la Sicilia). Basti pensare che quando la Francia impose il proprio protettorato alla Tunisia nel 1881, vi era una comunità italiana molto più numerosa di quella francese. Questo trend rimase invariato per decenni tanto da indurre l’autorità coloniale a procedere con una politica di naturalizzazione forzata dei nuovi nati italiani a favore della cittadinanza francese. Alle porte di Tunisi nel sobborgo marinaro di La Goulette viveva una cospicua comunità italiana (prettamente formata da siciliani) che diede i natali tra l’altro a Claudia Cardinale. Negli anni più recenti, a partire dagli anni ottanta, è stato possibile captare la televisione italiana e ciò ha influito molto nell’elaborazione collettiva di un’immagine usuale e stereotipata dell’Italia.

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Mahdia, medina (ph. Venezia)

Non è quindi un caso il fatto che da decenni l’insegnamento della lingua italiana è prevista come opzione nei licei in cui oltre all’arabo standard e al francese (che sono entrambe lingue ufficiali del Paese) e all’inglese (prima lingua straniera studiata), gli studenti hanno la possibilità di scegliere tra italiano, tedesco e spagnolo (recentemente anche cinese e portoghese). Gli studenti che scelgono di studiare la lingua italiana al liceo lo fanno per diversi motivi: alcuni sono attratti dalla nostra cultura, dalla cucina nonché da personaggi dello spettacolo e cantautori di musica leggera. Altri coltivano un sogno rappresentato da una sorta di investimento per il futuro, di voler un giorno emigrare e vivere in Italia, altri optano per l’italiano per mera “scorciatoia didattica” data la somiglianza della lingua con il francese. È importante sottolineare che lo studio della seconda lingua straniera nei licei tunisini viene studiata solo gli ultimi due anni per tre ore settimanali. Questo scarso numero di ore di lezioni frontali si limita quindi quasi esclusivamente allo studio della grammatica, non essendo peraltro sufficienti a fornire allo studente un buon livello della lingua che può essere raggiunto esclusivamente proseguendo gli studi della lingua italiana una volta conseguito il diploma di maturità.

Gli studenti che volessero proseguire gli studi dell’italiano dopo il liceo hanno la possibilità di seguire dei corsi a Tunisi presso l’Istituto Italiano di Cultura, l’Istituto Dante e l’Istituto delle Lingue Viventi (meglio conosciuto come Bourguiba School) e in tre sedi universitarie (Università di Manar, Università di Manouba e Università di Cartagine). Inoltre va precisato che la lingua italiana è insegnata anche in altre università nelle città di Nabeul, Moknine, Sfax e Gabès. Il sistema universitario tunisino concernente l’insegnamento delle lingue straniere si articola in due principali indirizzi: il cosiddetto “fondamentale” e quello “applicato”. Il primo equivale a corsi di lingua e letteratura, il secondo a corsi di lingua applicati all’economia e in particolare al commercio internazionale. Questa bipartizione ha fatto sì che gli studenti italianisti in Tunisia abbiano una formazione eterogenea: gli studenti di italiano ‘fondamentale’ hanno l’occasione di studiare la “letteratura italiana” sul cui programma non vi sono indicazioni specifiche da parte del Ministero dell’Istruzione Superiore ma viene lasciato un ampio margine per la sua formulazione al docente incaricato. Negli ultimi anni per esempio all’Università di Manouba docenti italiani e tunisini hanno inserito nei programmi sia autori classici come Dante che scrittori appartenenti a correnti letterarie dell’800 e del ‘900 come Verga, Pirandello, Levi nonché il compianto popolarissimo Camilleri. Il collante tra questi diversi autori è rappresentato dall’insegnamento di un’altra disciplina: “Storia della letteratura italiana”.

Per quanto concerne invece gli studenti di “italiano applicato”, essi non sfiorano minimamente la letteratura ma, tramite lo studio dell’economia e del commercio internazionale riescono ad affrontare temi riguardanti non solo gli scambi economici ma anche quelli storici e culturali. In particolare nel piano di studi essendo presente la materia “Scambi socio-economici tra Italia e Tunisia”, alcuni docenti, tra cui chi scrive, introducono in questa materia alcuni “fatti di storia mediterranea” comuni tra i due Paesi a partire dalle prime migrazioni di alcuni popoli italici in Tunisia come i genovesi nel XVI secolo, proseguendo con gli ebrei di Livorno (precedentemente provenienti dalla penisola iberica) insediatisi a Tunisi nello stesso periodo fondando uno dei principali mercati tuttora esistente, il suk el Grana, fino ad arrivare alle migrazioni temporanee e per motivi politici di alcuni esuli risorgimentali che ripararono proprio in Tunisia per sfuggire alla repressione politica (tra questi lo stesso Garibaldi), affrontando infine le vicende che portarono alla nascita della comunità siciliana de La Goulette all’indomani dell’Unità d’Italia (Gianturco, Zaccai, 2004).

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Aula Magna, Università di Gabès (ph. Venezia)

Una lezione di questa materia è dedicata al case study della comunità tunisina di Mazara del Vallo in Sicilia, per lo più sconosciuto agli studenti con cui entro in relazione in quanto provenienti dalle regioni meridionali del Paese che praticamente non sono mai state interessate da questo scambio migratorio (eccetto la citta di Zarzis in forme molto marginali). Quest’ultimo argomento permette di sviluppare analogie e diversità tra l’ormai defunta comunità dei siciliani a La Goulette e quella ancora esistente dei tunisini di Mazara del Vallo entrando appieno nel dibattito attuale dei movimenti migratori tra sponda Sud e sponda Nord del Mediterraneo, di cui gli studenti stessi spesso saranno candidati, a divenirne cioè soggetti in prima persona.

In generale questa materia nel suo complesso fa scoprire agli studenti italianisti in Tunisia qualcosa di cui non erano a conoscenza in precedenza nel 99% dei casi: i popoli abitanti nei nostri due Paesi (ancor prima che nascessero come entità statuali), nei secoli hanno avuto numerosi punti di contatto che ne hanno influenzato lo sviluppo non solo economico ma anche culturale, sociale e linguistico.

La mia esperienza è stata è continua ad essere molto positiva e stimolante da diversi punti di vista. Innanzitutto il rapporto con gli studenti, dai quali ho imparato molto di questo Paese, ha contribuito a modificare pregiudizi e stereotipi che sono sempre presenti, volente o nolente, in uno straniero occidentale, nonostante la predisposizione allo scambio culturale guidata dalle migliori intenzioni. A ciò si aggiunge l’interesse degli allievi verso gli insegnanti madrelingua rappresentanti un “mezzo” per approfondire la lingua e la cultura italiana, così da rimuovere rappresentazioni convenzionali, aspettative fuorvianti, immagini idealizzanti. Spesso infatti molti studenti contrappongono i due Paesi: all’idea del proprio Paese associato essenzialmente ad una negazione del proprio futuro (a causa della larghissima disoccupazione e delle scarsissime opportunità in generale) si oppone quella dell’Italia come Paese in cui è possibile migliorare la propria condizione sia sotto l’aspetto economico che sotto il profilo della qualità della vita.

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Attività in classe, Gabès (ph. Venezia)

Molti studenti, finiti gli studi e non trovando lavoro, sono condannati a rientrare nel paese e nella casa familiare. Per chi abita nella “Tunisia interna” questo significa stare rinchiusi letteralmente tra le mura dell’abitazione, stante l’assenza di servizi e di svago, ad eccezione dei caffè. Per una ragazza è un doppio problema, in quanto in queste regioni neanche esistono i caffè promiscui, con accesso consentito anche alle donne, venendo così a mancare l’unico luogo di socialità presente in queste regioni dell’entroterra.  Questo è il motivo per il quale anche molti laureati disoccupati decidono di fare “il salto nel buio” e prendere la via del mare, quasi sempre all’insaputa di familiari e amici, bruciando il proprio passato alle spalle: condizione e stato d’animo ben sintetizzati nel termine arabo-tunisino harraga.

Gli anni di studio post-liceo rappresentano uno strumento di evasione e svago, un’esperienza che incide positivamente su molti giovani tunisini. Purtroppo però ho costatato che le attività extracurriculari sono limitate, salvo alcune eccezioni, circoscritte a conferenze organizzate una tantum durante l’anno. Credo che questo sia un limite per lo sviluppo globale dell’apprendimento della lingua da parte degli studenti, anche se sovente il docente con spirito d’iniziativa e attenzione per i bisogni degli allievi mette a disposizione il suo tempo libero, risorse materiali e intellettuali.

In tal senso mi sono impegnato in prima persona per dare un contributo allo sviluppo di questo tipo di attività, oltre ad essere stato parte dei comitati organizzativi delle conferenze degli ultimi tre anni. Ho organizzato ogni anno proiezioni e/o dibattiti in occasione della Giornata Internazionale della Donna e per la Festa della Liberazione dal nazifascismo in Italia approfondendo il ruolo che ebbero gli antifascisti italiani in Tunisia nel contrastare le rivendicazioni imperialiste del fascismo italiano e al contempo unendosi ai lavoratori tunisini, sia musulmani che ebrei, oppressi dal colonialismo francese [vedi El Houssi 2014 e 1980]. In collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura mi sono occupato di allestire la mostra in occasione del 500esimo anniversario dell’Orlando Furioso. Ogni anno promuovo delle gite in altre regioni del Paese di due-tre giorni: nell’isola di Djerba ospiti dei dipartimenti statali del turismo e dell’artigianato dell’isola, nell’area di Kebili-Douz-Jemna dove abbiamo incontrato i contadini dell’Associazione per la Difesa dell’Oasi di Jemna e infine, cogliendo l’occasione del Campus Italia tenutosi nel novembre 2017 a Tunisi, abbiamo portato un gruppo  di nostri allievi (anche in questo caso grazie alla collaborazione e aiuto dell’Istituto Italiano di Cultura) a partecipare al festival del cinema di Cartagine e ad assistere alla proiezione dell’unico film italiano in competizione. Al termine del Campus abbiamo visitato la Medina di Tunisi, l’Avenue Bourguiba in cui prezioso è stato il contributo generoso del collega Raimondo Fassa.

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Viaggio d’istruzione a Djerba (ph. Venezia)

Si può comprendere quanto siano gratificanti per gli studenti queste occasioni di incontro culturale e queste esperienze di viaggio e di visite se si considera che la perifericità dei luoghi e delle sedi di apprendimento non offre loro le stesse opportunità a cui accedono più facilmente i colleghi e coetanei delle città di Tunisi e Sfax, anche con il sostegno di borse di studio.

I miei colleghi italianisti tunisini mi confermano che nella loro formazione è stato fondamentale un soggiorno per motivi di studio in Italia così da praticare direttamente la lingua sia all’università che nell’ambito della vita quotidiana. Queste possibilità si restringono sempre più ogni anno a causa delle politiche restrittive nella concessione di visti d’ingresso in Italia (anche per motivi di studio) ai cittadini tunisini. Inoltre per la concessione del visto è stata introdotta anche una clausola restrittiva legata alla disponibilità finanziaria del beneficiario, così che i pochi “fortunati” che riescono a usufruire di queste borse di studio vengono di fatto selezionati non per il merito ma in base al “censo” escludendo pertanto molti studenti brillanti ma provenienti da famiglie povere o della piccola borghesia, impossibilitati ad offrire una qualche garanzia finanziaria.

Basti pensare che qui uno stipendio medio ammonta a circa 400 dt (poco più di 130€) e per ottenere un visto per motivi di studio è necessario avere un conto bancario con circa 3.000 dt “bloccati”. Evidentemente la responsabilità politica di questa situazione generale è dei governi italiani che, nonostante la retorica ridondante del “Mediterraneo come ponte tra le culture”, ben poco fanno in questa direzione. Al contrario si militarizzano le frontiere alimentando la “cultura” del razzismo, l’islamofobia e la paura verso lo straniero.

Tutto ciò, in particolare le politiche restrittive sui visti d’ingresso, sta contribuendo a sfatare il mito dell’Italia come Paese del “bengodi” e a ridimensionare l’immagine che molti studenti italianisti hanno prima di intraprendere gli studi universitari. La pulsione di tentare la fortuna e scappare dal Paese in assenza di prospettive, rimane tuttavia forte e diffusa tra i giovani tunisini, costretti ad affrontare un contesto economico in cui la disoccupazione reale si aggira intorno al 30% con punte del 40% tra i giovani (che sono la maggioranza della popolazione). A ciò si aggiunge l’inflazione galoppante che contribuisce al caro-vita.

Uno spiraglio positivo è rappresentato da alcuni accordi bilaterali tra università italiane e tunisine che, utilizzando i fondi europei destinati al programma di mobilità per studenti europei ed extraeuropei nel quadro del programma Erasmus+, permettono ad alcuni studenti tunisini di fruire di borse di studio per permanenze di breve periodo in Italia (mediamente 6 mesi) e allo stesso tempo ottenere con relativa facilità il visto di ingresso per motivi di studio. Un esempio su tutti è rappresentato dalla convenzione tra l’Università degli Studi di Palermo e l’Università di Tunisi el Manar, attiva ormai da alcuni anni che contribuisce positivamente allo scambio culturale e alla conoscenza reciproca tra gli studenti appartenenti alle rispettive regioni transfrontaliere dei due Paesi. Altri progetti di scambio sono in corso tra altre università italiane e quelle tunisine di Manouba, Cartagine e Sfax. Sarebbe auspicabile che anche le altre università site nella periferia del Paese sfruttassero queste opportunità a beneficio dei propri studenti i quali subiscono anche in questo caso la disparità geografica tra Centro e Periferia.

Dialoghi Mediterranei, n. 39, settembre 2019
Riferimenti bibliografici
El Houssi Leila, L’urlo contro il regime. Gli antifascisti italiani in Tunisia tra le due guerre. Roma, Carrocci Editore, 2014.
Gianturco Giovanna, Zaccai Claudia, Italiani in Tunisia. Passato e presente di un’emigrazione, Milano, Edizioni Angelo Guerini e Associati SpA, 2004.
Tlili Bechir, L’antifascisme en Tunisie (1939), Tunis, Societé Tunisienne des arts Geographiques, 1980.

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Emanuele Venezia, laureato nel Corso di Laurea Magistrale in Cooperazione e Sviluppo presso l’Università di Palermo, dottorando presso l’Università di Manouba (Tunisi) in Civiltà contemporanea con una ricerca comparativa diacronica inerente la comunità siciliana di Petite Sicile (La Goulette, Tunisi XIX e inizio XX sec.) e la comunità tunisina di Mazara del Vallo. Attualmente insegna italiano applicato all’economia in Tunisia.

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