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L’Italia come un mattatoio nelle pagine di un racconto distopico

Layout 1di Costantino Cossu 

Quando si arriva alla fine delle 85 pagine di cui si compone il nuovo libro di Alberto Capitta [1] è difficile non provare un senso profondo di angoscia. La Pastora (Edizioni Il Maestrale, 2025) punta lo sguardo sull’orrore del mondo. È, come dice il sottotitolo, una “fiaba di anime nere” che prendono il sopravvento sopra ogni cosa e diventano arbitre assolute dei destini dell’umanità e del Pianeta. Della fiaba il racconto di Capitta ha la brevità ma anche la struttura: crisi di un ordine stabilito, alterne vicende di un personaggio che quella crisi prova a risolvere attraverso una prova che sembra impossibile, soluzione del problema. Manca solo un elemento: il lieto fine. O meglio: l’ordine ricomposto al termine del racconto va bene per tutti, certo, ma è un ordine di morte. Dal tunnel si esce per entrare in un tunnel ancora più buio.

Sveleremo il plot del libro di Capitta nella sua interezza. Dello spoiler ci interessa niente. I testi letterari non sono serie Netflix. Impossibile capirli (e scriverne) senza parlare della fine.

Siamo nell’Italia dei nostri giorni, ma con le licenze che le fiabe, genere antirealistico per eccellenza, possono permettersi. Il Paese attraversa un periodo di crisi drammatica dovuto al fatto che il mercato, per motivi insondabili, non riesce più a fornire un’offerta di carne sufficiente a soddisfare la domanda. Sembra che la gente voglia divorare braciole, bistecche e ossibuchi in quantità enormi, oltre ogni capacità produttiva immaginabile e soprattutto realizzabile. I macelli funzionano a pieno ritmo, ma non basta. Quando lo scontento popolare raggiunge il culmine e si rischia la rivolta di piazza, a qualcuno nel Palazzo viene in mente che per risolvere il problema una figura adatta potrebbe essere chi con l’allevamento delle bestie, e insieme con la loro macellazione, ha confidenza e pratica per motivi professionali. Un pastore, ad esempio. E così infatti avviene. Solo che il pastore è una pastora. Anzi la Pastora. A lei, donna della Provvidenza, sarà affidato il compito di risolvere una crisi che rischia di minare in maniera irreparabile l’ordine sociale e la tenuta delle istituzioni. Non si sa bene da dove viene la Pastora. «C’è chi dice provenga dal Supramonte sardo, chi dall’Appennino calabro, chi ancora dall’Argimusco siciliano. Di sicuro si sa che è avvezza ai mattatoi e alle greggi». Nei mattatoi la carne si produce, sui pascoli, quali essi siano, si impara a tenere insieme un gregge e se funziona con gli animali forse funziona anche con gli esseri umani.

La Pastora viene chiamata a Roma dalle più alte cariche dello Stato e viene nominata presidente del Consiglio. Le viene affidato il gregge-Nazione, con l’obiettivo preminente di procurare carne abbondante per tutti. E lei ci dà sotto, si mette al lavoro con entusiasmo. Ma riesce a combinare poco. La frenano le regole che la democrazia parlamentare, ancora vigente in Italia per Costituzione, le impone. La Pastora saprebbe bene come fare: 

«La situazione richiederebbe ben altra visione del mondo, ben altra statura che non questo fastidioso strepitare di favorevoli e contrari dentro un’aula a cui lei porrebbe volentieri rimedio facendola finita con quel teatrino della democrazia parlamentare e con tutto quell’inutile perdere tempo in chiacchiere. Saprebbe lei come intervenire. Saprebbe lei cosa ci vorrebbe. Ma gliel’hanno mai chiesto? Qualcuno si è mai preoccupato di domandarglielo? Un governo a viva voce ci vorrebbe, di cos’altro c’è bisogno? Un governo che indichi cosa fare e come farlo, senza moine, senza troppe discussioni e interrogazioni, ma con un semplice movimento della mano, con un gesto, un’occhiata, tu taci, tu alzati, tu muoviti, che poi a volte basta così poco, basta spegnere la parola in bocca ai dissidenti, disperdere gli scontenti, se è necessario incarcerare, oppure fucilare, chiudere e incendiare sedi di oppositori e sindacati, stroncare, schiacciare, castrare, non c’è bisogno d’altro e tutto si sistema, sarebbe la maniera giusta per far tornare le cose a posto, per riprendere a guardare avanti e riaccendere l’entusiasmo, per ridare slancio alla Nazione e mettere fine a quell’idiozia dell’inclusione e dell’uguaglianza». 

115210296-b1a8bc5f-0945-4513-98a9-e349f13fa303Sarebbe tutto così facile se le lasciassero fare così. E invece niente: regole, limiti, paletti, pastoie di tutti i generi.

La Pastora è frustrata e per consolarsi si rifugia nel ricordo dell’uomo, ormai morto, che è stato il suo maestro, «più che un maestro, un buon padre». Lo ha conosciuto quand’era poco più che una ragazzina. Era un vecchio che viveva in un casolare isolato nei pascoli, non lontano dall’ovile della Pastora, e alla giovane donna narrava della sua giovinezza: 

«Erano racconti di gesta, di conquiste, di colonie oltremare e onori militari. Quando iniziò a parlare, lei ne ebbe una vertigine. Quando lui iniziò a parlare, la casa con tutte le sue mura scomparve. Era la visione dell’Impero. Lei ne era abbagliata. Non aveva mai visto né sentito niente del genere. Lui la condusse nelle profondità più oscure della Patria, tra i visceri della Storia, tra le milizie di Salò, le mostrò i vessilli di guerra e le rune, la sua voce sorvolava i boschi, scendeva alle valli, arrivava sino al mare e tornava. La sua voce era avvolgente. Gli occhi di lei si erano riempiti di lacrime nell’ascoltarla. Incapace di reggere l’emozione si era premuta una mano sulla bocca perché tutto era così incredibile, tutto così drammatico ed eccitante, perché nell’udirla era stata attraversata da un brivido mentre le si rivelava il compiersi di un’iniziazione. Sì, un’iniziazione, il vecchio la iniziava all’amore per quelle terre, per le brigate nere, per l’impresa dei quadrumviri, le parlò di madamato e di Arditi, di stelle al petto e marcette. Le parlò di viaggi in Africa, in Eritrea, in Etiopia, di massacri e deportazioni, di Addis Abeba e Debrà Libanòs, di colpi di grazia, di villaggi incendiati, di leggi razziali, le parlò e le parlò e le raccontò e le spiegò di quanta e quale brutalità sia necessaria a volte bambina mia per mettere a posto le cose, perché così è la vita che ci sono persone a questo mondo, dei miserabili, che hanno bisogno di essere fucilate alla schiena per essere raddrizzate».

È il vecchio ad avere forgiato la donna della Provvidenza. E lei a lui ritorna nei momenti difficili.

Ma il ricordo del maestro non serve a superare l’impasse. Passati due anni di governo, l’esperta in macelli e in greggi non ha combinato granché. Soprattutto, non ha risolto il problema della carne, pietanza che continua ad arrivare nelle macellerie in quantità assolutamente irrilevanti rispetto all’enorme, incontenibile voracità degli italiani. Il Palazzo è deluso, ugualmente la gente. E la credibilità della Pastora crolla sino a ridursi allo zero. Anche lei, la Pastora, è delusa. Non ne può più di una classe dirigente incapace di capire che per risolvere i problemi ci vuole ben altro che sedute di commissioni parlamentari e dibattiti tra ministri primedonne. Medita di dimettersi.

Ed effettivamente, durante un viaggio di rappresentanza in Sicilia, prende la decisione: basta, tornerà al suo ovile. Sennonché, durante una passeggiata su una spiaggia siciliana la sera prima di partire per Roma dove manderà tutti al diavolo, trova, inaspettata, la soluzione che sbloccherà, brillantemente, la situazione. Vede dei pescatori che raccolgono sulla riva i corpi smembrati di un gruppo di migranti naufragati poco al largo («li porta la corrente ad ogni naufragio, ora un braccio, ora una mano, ora un torso che indossa una maglietta») e scopre, parlando con gli stessi pescatori, che quei corpi saranno poi venduti, per essere cucinati e mangiati, sul mercato clandestino della carne che, ormai da tempo, prospera fiorente non solo, a quanto pare, sulle coste siciliane, ma anche su quelle calabresi e sarde. Eccola, dunque, la soluzione alla crisi della carne: legalizzare quel mercato e possibilmente allargarlo.

Alberto Capitta

Alberto Capitta

Tornata a Roma, la Pastora convoca le Camere in seduta congiunta e proclama: «Oggi sono qui per annunciare che non solo in riva al mare c’è carne, ma che la carne è ovunque, ovunque la si sappia cercare. E chi ha orecchie per intendere mi avrà già inteso. […] Abbiamo individuato nuovi settori. Abbiamo individuato nuove aree di reperimento per soddisfare la domanda di carne […] Andate e servitevi alla mensa che vi viene offerta». Deputati e senatori sono entusiasti: «Froci! Dateci froci! urlano dagli scranni più in alto dell’emiciclo. Si ride, si applaude, si canta, si lanciano berretti in aria, si usa un linguaggio senza più freni». A suo modo, la Pastora ce l’ha fatta. E ora può tornare ai suoi pascoli: 

«Contempla l’assemblea con un ultimo sguardo, osserva tutti quelli che si abbracciano, che brindano, che ballano e un po’ ne ha compassione. Facciano ciò che vogliono, ora, non è più affar suo, la sua opera è giunta al termine, che divorino i finocchi, che aprano le porte delle galere e facciano scempio, che si sfondino lo stomaco col sangue ancora caldo dei suicidi in attesa di giudizio, a lei più nulla importa ora che ha concluso il suo compito ed è deciso, tornerà all’ovile».

Di chi parla la fiaba, è facile capire. Ciascun lettore può agevolmente dare ai personaggi della Pastora e del suo vecchio maestro volti reali. Ma «anime nere» non sono solo loro due. Sono i milioni di spietati e insaziabili divoratori di vite (animali e umane) che alla Pastora si sono affidati. Nelle pagine di Capitta, sostenute da una scrittura tersa e implacabile che da sola merita la lettura del libro, si specchia la livida Italia di oggi, si riflette l’orrore di un mondo in cui ogni pietà è svanita e riemerge la possibilità di una distruzione totale. E se certamente è necessario riflettere sul come e sul perché ciò sia avvenuto e quali e di chi siano le responsabilità, è vero anche che questo non spetta alle fiabe. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025 
Note
[1] Alberto Capitta (Sassari 1954) è scrittore, drammaturgo, regista. Autore di sei romanzi per Il Maestrale: Creaturine (2004, Finalista Premio Strega nel 2005 e Premio Lo Straniero 2006); Il cielo nevica (2007); Il giardino non esiste (2008); Alberi erranti e naufraghi (2013, Premio Brancati e Libro dell’anno del programma di Rai Radio3 “Fahrenheit”); L’ultima trasfigurazione di Ferdinand (2016); La tesina di S.V. (2024, concorrente al Premio Strega). È anche autore di storie per ragazzi, illustrate da Elda Broccardo: Quel mangione di Renato (Angelica Editore, 2020); Il cacciatore (ImagoEdizioni, 2021).

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Costantino Cossu, giornalista, ha studiato a Sassari al Liceo Azuni e a Urbino alla Scuola di giornalismo e alla facoltà di Sociologia dell’Università “Carlo Bo”. Dal 1993 al marzo del 2022 ha curato le pagine di Cultura del quotidiano La Nuova Sardegna. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Manifesto. Ha collaborato con il settimanale Diario diretto da Enrico Deaglio e con la rivista Lo Straniero diretta da Goffredo Fofi e collabora con le riviste Gli Asini e Doppiozero. È stato docente a contratto nel corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Sassari. Per la casa editrice Cuec ha curato il libro Sardegna, la fine dell’innocenza; e per le Edizioni degli Asini il libro Gramsci serve ancora?

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