di Enzo Favata
Purtroppo non ho mai incontrato personalmente Sergio Atzeni, ma la sua presenza ha accompagnato in silenzio gli anni più cruciali della mia formazione, la sua voce si è insinuata nel mio cammino di giovane musicista proprio mentre lasciavo alle mie spalle il jazz tradizionale e mi preparavo a entrare in un territorio incerto, quasi inesplorato: un mondo sonoro che avrebbe finito per chiamarsi world jazz, ma che allora era semplicemente una necessità, un’urgenza che non sapevo ancora nominare.
Dall’inizio degli anni 90 attraversavo la Sardegna come si attraversa un continente sconosciuto, cercando tracce di suono, residui di memoria musicale, viaggiavo con un piccolo registratore, venivo da Alghero, dove le radici catalane erano sopravvissute nella lingua come un fiore raro, un miracolo di resistenza culturale, mentre quasi tutte le tradizioni musicali erano state disperse come polvere nel vento, così dovetti cercare altrove: nei piccoli paesi di montagna, nelle feste popolari in luoghi irraggiungibili, nei matrimoni, nelle pratiche liturgiche che sembrano tenere ancora in sé un’eco lontanissima, nelle case dove si conservavano, quasi senza saperlo, gli ultimi frammenti di un’antica geografia vocale, e più mi addentravo nell’isola, più avevo l’impressione che ogni luogo custodisse una tonalità segreta, un accordo ancestrale, un tesoro nascosto.
Fu un periodo in cui imparai ad ascoltare diversamente, cambiando il mio modo di suonare il sassofono, imparando altri strumenti e forme musicali, lasciando che la mia idea di musica venisse smantellata per poi ricostruirsi: nei canti a tenore sentivo un’armonia che veniva da un altrove arcaico, una vibrazione quasi tribale, qualcosa di rude e al tempo stesso perfetto, che non cercava l’estetica ma l’essenza, nelle launeddas scoprii un respiro che non conosce pause, una continuità che sembrava andare oltre il corpo umano, nei tamburi di Gavoi e i suoi balli, nei passi lenti e solenni delle processioni, capii che la musica popolare non è un repertorio ma una forma di vita: non esiste senza chi la abita, senza il gesto, senza la funzione sociale.
Così passai quegli anni registrando, annotando, imparando a stare in silenzio, lasciando che le voci degli altri entrassero nella mia e senza accorgermene, quelle voci cominciavano a trasformare la mia idea stessa di narrazione musicale, verso una narrazione cinematografica dove racconto e musica stanno insieme.
È in questo scenario che la scrittura di Sergio Atzeni si fece per me naturale compagna di viaggio, lessi L’apologo del giudice bandito e fu come se le parole facessero la stessa cosa che io tentavo di fare con i suoni: raccogliere i frammenti dispersi, ridare corpo alle voci mute, inventare un modo nuovo per farle vivere, Atzeni costruiva una lingua ibrida, mescolando l’oralità e la letteratura, la storia verificata e l’invenzione pura, non c’era nulla di museale nel suo modo di raccontare, che stranamente era in parallelo al mio modo di comporre: ogni sua pagina sembrava respirare, come se il tempo non fosse un confine ma una materia fluida.
Atzeni aveva un dono raro, che sentivo allora e sento molto oggi, molto vicino al mio modo di ascoltare e raccontare l’isola: sapeva unire l’arcaico e il moderno senza far prevalere l’uno sull’altro, nelle sue pagine il passato non è mai un ricordo spento e il presente non è mai del tutto nuovo, le due dimensioni convivono e si intrecciano, come se il tempo stesso fosse una materia viva che lui riusciva a modellare con naturalezza. La memoria, nei suoi racconti, non è qualcosa che si conserva: è qualcosa che continua a respirare e questa fonte di ispirazione ha modellato molte delle mie opere.
Ritornando a L’apologo del giudice bandito mi colpì soprattutto per questo, la storia si muove nel 1492, un anno di confine in cui un mondo finisce e un altro comincia, in mezzo a questa soglia, Atzeni mette una figura straordinaria: il giudice bandito, un personaggio isolato e allo stesso tempo immerso nella coralità chiassosa di una Cagliari brulicante di figure del popolo, donne e uomini che parlano forte, discutono, giudicano, tramano, pregano, soffrono, un’umanità rumorosa e viva e lui, pur essendo ai margini, appare come qualcuno capace di vedere più a fondo di tutti, come se conservasse un sapere antico, quasi magico, sulle persone e sulla loro natura.
In quel personaggio riconoscevo la Sardegna stessa: una terra dove nulla è definitivo, dove gli equilibri sono sempre fragili e la verità non ha mai un solo volto, era la stessa sensazione che provavo ascoltando la musica tradizionale, quel romanzo anticipava la stessa complessità che incontravo nel creare musica: nessuna melodia si presenta come “pura”, nessun ritmo è semplice, nessuna storia è solo storia, perché in Sardegna è allo stesso tempo passato e presente.
Leggendo Atzeni, riconoscevo qualcosa di già familiare, la sua lingua era un coro: voci sovrapposte, tempi mescolati, figure scolpite dal tempo che però parlavano una lingua ibrida lucidissima, contemporanea, ironica, perfino crudele quando serviva e mi rendevo conto che il jazz, per me stava diventando proprio questo: non un genere, ma un nuovo modo, un collante per tenere insieme ciò che è apparentemente distante, di far convivere tempi diversi, di dare valore alla frattura quanto all’armonia.
Ricordo con esattezza il pomeriggio in cui seppi della sua morte: ero a Orosei ospite di Martino Corimbi che mi aveva avvicinato alla tradizione a Cuncordu di Orosei, la casa era immersa in quella calma che precede le sere settembrine, parlavamo di musica, di futuri viaggi, di progetti ancora in forma di sogno. Poi arrivò quella telefonata, la voce di Martino si fece improvvisamente opaca; poi il suo sguardo cambiò nel dirmi che Sergio Atzeni era morto, all’improvviso nel mare di Carloforte.
Fu un momento irreale, non conoscevo Atzeni, eppure mi sembrò di perdere qualcuno che avevo, senza accorgermene, già eletto a guida, sentii che quella morte rappresentava una frattura anche per me: come se uno dei fili invisibili che stavo seguendo nel mio lavoro di ricerca musicale si fosse spezzato troppo presto.
Quando iniziai la composizione di Voyage en Sardaigne, un anno dopo, mi misi a leggere il suo Passavamo sulla Terra Leggeri, appena uscito postumo e mi confermò che molte delle intuizioni che avevo raccolto nei miei viaggi musicali erano state, senza che lo sapessi, influenzate dal modo in cui Atzeni raccontava l’isola.
Il mio storico album forse il più iconico (dicono) nacque come punto d’arrivo di una lunga esplorazione, ma anche come punto di partenza verso una nuova consapevolezza: la Sardegna non è solo un luogo, è un organismo, un’entità complessa che respira attraverso le sue storie, i suoi silenzi, i suoi miti, le sue contraddizioni. In Voyage en Sardaigne c’erano molte voci: quelle delle maschere, dei canti liturgici, delle feste notturne, del vento che corre tra i paesi, dei pastori che parlano poco ma ricordano tutto, come non poter pensare che tutti questi erano in filigrana, le voci dei personaggi popolani di Atzeni.
La sua scrittura aveva affinato il mio ascolto, mi aveva insegnato che ogni racconto, anche quello musicale, è un modo per custodire la fragilità del mondo, mi aveva indicato che il vero compito non è imitare la tradizione, ma trasformarla in un linguaggio che possa ancora parlare, un linguaggio contemporaneo e così, mentre costruivo quell’album, mentre cercavo di restituire una Sardegna vibrante, lontana dagli stereotipi, mi rendevo conto di quanto lui fosse presente, non come un riferimento consapevole, ma come una corrente sotterranea.
Cosa sarebbe successo se ci fossimo incontrati? Se avessimo parlato? Atzeni era amante della musica e aveva un senso del ritmo naturale, una sensibilità musicale che traspare da ogni sua pagina: nei suoi paesi, nelle sue feste, nei suoi personaggi, l’ascolto è fisico, quasi animale. Io, a mia volta, cercavo un modo per trasformare le narrazioni orali in suono. Forse avremmo trovato un terreno comune. Forse avremmo creato una partitura fatta di voci e strumenti… Oppure, forse, sarebbe bastato un bicchiere condiviso per riconoscere che le nostre ricerche avevano la stessa radice: dare forma, verbale o musicale, al mistero dell’Isola.
Ciò che è certo è che Sergio Atzeni, pur nella distanza, pur nella sua assenza, ha avuto un ruolo nel mio modo di raccontare la Sardegna, è stato un compagno invisibile, un fratello di ricerca. Le sue storie, come le melodie più antiche, ritornano quando meno me l’aspetto, ricordandomi che l’Isola non va rappresentata: va ascoltata e ogni volta che penso di averla capita, lei cambia forma, si sposta, si trasforma.
A volte immagino un Atzeni ancora vivo, un Atzeni che continua a scrivere e a reinventare l’Isola e immagino di suonare per lui una melodia senza titolo, un tema sospeso, e di sentirlo dire: “Questa è la Sardegna che conosco!”. Ma penso anche, che in fondo questo incontro impossibile è già avvenuto. È avvenuto nelle sue parole. È avvenuto nei miei suoni. È avvenuto nel punto in cui due ricerche, la sua e la mia, si sono sfiorate senza toccarsi, ma riconoscendosi, come due personaggi di un romanzo che passando leggeri sulla terra di un’Isola “sono stati uniti senza incontrarsi”.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Enzo Favata, nato ad Alghero, sassofonista, compositore, live electronics performer, è uno dei musicisti sardi più attivi e conosciuti nel panorama musicale italiano ed internazionale. La sua attività inizia nel 1983. Dopo essersi formato nell’ambito del jazz tradizionale, si è dedicato allo studio della musica popolare della Sardegna di cui è un profondo conoscitore. Su questi modelli, unitamente ad altre influenze, come quella latinoamericana, ha sviluppato un linguaggio ed uno stile compositivo del tutto originali. Ha al suo attivo 34 album come leader ed è presente in 5 compilation di artisti internazionali. Ha suonato con: Dino Saluzzi, Miroslav Vitous, Dave Liebman, Trilok Gurtu, Enrico Rava, Paolo Fresu, he Art Ensemble of Chicago, Trilok Gurtu, Django Bates, Mulatu Astatke, Anja Lechner, Lester Bowie, Art Ensemble of Chicago , Chico Freeman, Flavio Boltro, Roy Paci, Jan Bang, Evid Aarset , Tenores di Bitti, Metropole Orkest della Radio Nazionale Olandese, Guinga, Quinteto Violado ( Brasil) Mulatu Astake, Samuel Yirga, Melaku Belay, Orchestra nazionale di Tirana, Dave Milligan , Daniele di Bonaventura , e molti altri. È autore di colonne sonore per il cinema. È ideatore e direttore artistico del festival internazionale Musica sulle Bocche.
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