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L’Islam: “l’Occidente dell’Oriente”. Le radici comuni delle civiltà negli oggetti e nelle parole d’uso comune

9791255431114_0_0_536_0_75di Paolo Branca 

Franco Cardini, l’autore del libro dal titolo intenzionalmente provocatorio, Grazie Islam! Quelle poche, piccole cose che l’Occidente moderno deve al mondo musulmano (PaperFirst by Il Fatto Quotidiano, Roma 2025), non ha bisogno di presentazioni.

Conosciuto soprattutto come medievista ha infatti spesso proposto svariati e preziosi contributi su fenomeni e periodi storici differenti, divenendo così un punto di riferimento per numerosissimi e appassionati lettori in cerca di una visione unitaria, per quanto articolata, delle vicende umane.

In un periodo nel quale in nome di “identità” autoreferenziali e presunte omogenee se non monolitiche, a giustificazione di ipotetici “scontri di civiltà” e di assai più concreti e dolorosi conflitti, si tratta di un apporto quanto mai appropriato ed auspicabilmente utile per chi non voglia arrendersi a un destino fatto di antichi e reciproci pregiudizi, alimentati da più recenti incomprensioni, omissioni, fraintendimenti e affrettate conclusioni dalle perniciose conseguenze. Non si tratta, naturalmente, di negare peculiarità e differenze che hanno portato anche a duri confronti, che uno specialista delle Crociate certo non può trascurare, quanto di valorizzare quelle non “poche, piccole cose” – di cui si fa cenno nel sottotitolo – che nonostante tutto sono circolate a lungo fra le civiltà del Mediterraneo, influenzandone profondamente l’evoluzione.

L’espansione araba avvenuta con sorprendente rapidità dopo l’affermazione dell’Islam, non può infatti essere paragonata per modalità e conseguenze alle invasioni barbariche, ricordate soprattutto per gli effetti di frantumazione e di devastazione che determinarono nei territori che erano stati quelli dell’Impero Romano. Ciò non significa ovviamente negare che si trattò anche di conquiste militari che in meno di un secolo interessarono un’area che si estendeva dai Pirenei all’Asia Centrale, con la loro inevitabile parte di battaglie, assedi e distruzioni. Per gli antichi nomadi del deserto, fino ad allora abituati a rapide scorrerie nelle aree circostanti specie durante periodi di siccità e carestie, l’unificazione delle litigiose tribù nel segno di un nuovo credo monoteista strettamente collegato ai precedenti giudaico e cristiano, aprì una prospettiva del tutto nuova. Già i primi Califfi di pura schiatta araba, posarono le fondamentali pietre di un ordinamento proto-statale accentrato sulle quali sarebbero presto state edificate le istituzioni tipiche di un grande impero.

Beato Angelico, Incontro tra il Sultano e san Francesco.  secolo XII

Beato Angelico, San Francesco davanti a Sultano, Lindenau Museum, Altenburg

Proprio gli episodici razziatori disorganizzati e frammentati di poco prima dilagarono nelle aree limitrofe, soprattutto bizantine e persiane, con il nuovo intento di impiantarvisi stabilmente. Posero le loro basi in centri urbani che non avevano paragoni con le oasi/villaggi in cui facevano tappa le loro carovane cariche di merci dirette dallo Yemen alle coste del Mediterraneo e viceversa, ma soprattutto vennero a contatto con civiltà idrauliche plurisecolari – quali quelle della valle del Nilo e della Mesopotamia – per governare le quali non avevano alcuna capacità. Si ebbe così l’incontro fra i nuovi dominatori e i funzionari locali, non arabofoni né musulmani, che non ebbero difficoltà a sviluppare presto un modus vivendi utile a entrambi.

Conversioni coatte furono l’eccezione piuttosto che la regola, anche per lo spirito di tolleranza verso gli altri due monoteismi che il Corano conosceva e rispettava e non fu raro che la preferenza nelle funzioni amministrative e di corte fossero affidate proprio ad ebrei e cristiani, che offrivano maggiori garanzie rispetto a membri delle fazioni beduine ancora influenzate da antiche rivalità reciproche e più facilmente coinvolte in eventuali congiure di palazzo. Se la civiltà islamica ebbe così nei suoi primi secoli il proprio Rinascimento, seguito dalla lunga decadenza provocata dalle invasioni mongoliche del XIII secolo, fu appunto per la necessità ma anche per la saggezza con cui le due prime dinastie califfali, Omayyade ed Abbaside (rispettivamente centrate l’una a Damasco e l’altra a Baghdad), riconobbero il bisogno di acquisire dagli altri conoscenze e abilità di cui non disponevano. I contadini tassati e tartassati dai satrapi persiani, dal canto loro, così come i seguaci delle varie correnti dottrinali cristiane in mutua, perenne ed aspra contesa, colsero, nello spirito egualitario degli arabi e nel loro disinteresse nell’impicciarsi di dispute dogmatiche, un’occasione per superare le proprie insoddisfacenti condizioni e una possibilità di ascesa sociale, agevolata per quanti apprendevano l’idioma dei nuovi governanti o addirittura ne abbracciavano il credo.

Migrazioni del caffè

Migrazioni del caffè

Dinamiche certamente sorprendenti per chi finora si fosse accontentato dell’irrealistica narrazione secondo la quale i popoli conquistati sarebbero stati messi di fronte alla drastica alternativa fra la conversione o la morte! Specialmente ai poli estremi del califfato – Iraq e Andalusia – si ebbe anzi una sorprendente attività di traduzione di opere dell’antichità classica: anzitutto per finalità pratiche, ma con una concomitante estensione anche alle discipline teoriche e filosofiche. Appositi funzionari e coloro che venivano incaricati dell’educazione dei futuri principi, attinsero abbondantemente ai precedenti storici degli imperi limitrofi compilando trattati sull’arte del governo sia in tempi di pace che a fini di guerra. In queste raffinate opere non mancavano regole di galateo e indicazioni sui protocolli degli eventi di corte che non dovevano sfigurare rispetto a quelli altrui.

Ogni tipo di conoscenza con utili applicazioni venne conservata, applicata e arricchita: agronomia e zoologia, geometria e matematica, sistemi di conservazione delle acque e tecnologie per l’irrigazione… senza trascurare l’astronomia, utile tra l’altro alla misurazione del tempo e quindi anche alla determinazione delle festività religiose e degli orari della preghiera canonica. La necessità di abluzioni minori o maggiori per acquisire lo stato richiesto di purità indispensabile ai riti diede impulso alla diffusione dei celebri hammam, utili anche per l’igiene e il benessere fisico.

Conservatesi in siriaco, molte opere greche divenute rare in Occidente, mediante la loro versione araba si preparavano a ritornarvi soprattutto attraverso la Penisola iberica nella quale si ipotizza anche una tappa decisiva per lo sviluppo sia tematico che stilistico dell’amor cortese, già in uso nel Medio Oriente ingentilito e raffinato dal confluire anche d’altri apporti di differente origine: basti pensare ai numeri che noi diciamo arabi, ma che hanno in realtà origine indiana e all’arrivo del the e della carta dalla Cina, talvolta con l’intermediazione del persiano, idioma di fondamentale importanza negli interscambi fra Oriente e Occidente.

Oltre agli ambiti del sapere, l’Oriente è stato anche all’origine di prodotti tipici quali anzitutto i profumi, le essenze e tipiche bevande; basti pensare al caffè, originario forse dell’Etiopia ma passato presto al prospiciente Yemen e al porto di Mokha, che Pellegrino Artusi indica come il migliore che ci sia. Anche abiti, copricapi e acconciature intrapresero in luoghi e tempi diversi le medesime traiettorie, per non parlare di giardini e fontane ispirati dalle visioni coraniche dell’Eden, ma anche a ben più prosaici luoghi come i fondachi (dall’arabo funduq=albergo) e i caravanserragli, indispensabili ai commerci.

unnamedNon è possibile, né sarebbe giusto, riassumere anche per sommi capi tutto ciò che Cardini elenca con dovizia di dettagli in questa lunga lista di ‘poche, piccole cose’… Lasciando ai lettori il gusto di scoprirle ci limitiamo a elencare molti termini d’uso comune in italiano che attingono alle tre lingue principali dell’ecumene islamico: l’arabo, il persiano e il turco. Alfiere vien dall’arabo al-fàris (cavaliere), algebra dal titolo di un’opera del sommo al-Khawàrizmi (da cui algoritmo, cui si deve anche sifr=zero poi adottato per qualsiasi ‘cifra’), almanacco dall’arabo ‘clima’, assassino sempre dall’arabo ‘fumatore di hashish’ (attribuito ai seguaci della setta estremista nota come quella del ‘Vecchio della montagna’), baita semplicemente da bayt (casa), bazar dal persiano mercato, baillamme dal turco bayram (festa affollata), darsena dall’arabo dàr al-sinà’a (arsenale), bizzeffe dal marocchino ‘a iosa’, fardello dall’arabo fard (dovere o precetto, specie religioso), guado da ogni araba vallata e quindi letto di un corso d’acqua, macabro dai cimiteri (maqàbir) arabi dei poveri (‘meschini’) defunti, sciroppo, sorbetto e affini dal verbo arabo bere (shariba), scirocco dall’oriente (in arabo sharq), per non dire di safari e salamelecchi, ma concludendo con il forse meno noto scaccomatto, unione del persiano shah (re) e dell’arabo màt (è morto).

Ci auguriamo che queste brevi note sollecitino la lettura di un volume che si segnala per l’erudizione dell’Autore, l’originalità del tema, ma soprattutto per l’attualità della riscoperta di radici comuni forse inattese, ma proprio per questo di sorprendente e benefica utilità. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026

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Paolo Branca è docente di Lingua e letteratura araba all’Università Cattolica di Milano. Oltre a numerosi articoli su riviste specializzate è autore di varie monografie tra cui Voci dell’Islam moderno, Marietti, Genova 1991; Introduzione all’Islam, San Paolo, Milano 1995; Moschee Inquiete, Il Mulino, Bologna 2003; Guerra e Pace nel Corano, EMP, Padova 2009; Islam al plurale. Voci diverse dal mondo musulmano (con P. Nicelli e F. Zannini), Guida, Napoli 2016; I musulmani, Il Mulino, Bologna 2016; Il Corano, Il Mulino, Bologna 2016.

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