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L’ironia come oggetto di psico-analisi (Freud) e strumento di psico-terapia (Frankl)

Victor Frankl e Sigmund Freud  Sigmund Freud e Victor Frankl

Sigmund Freud e Victor Frankl

di Augusto Cavadi 

Mentre il riso sembrerebbe un movimento “naturale” (nel senso che scaturisce spontaneamente dall’animo umano, sin dalla notte dei tempi, così che noi ridiamo e piangiamo ora come si è riso e si è pianto dai primordi dell’umanità sino ad oggi, i motivi e le modalità del riso sono condizionati dai «movimenti e i rinnovamenti epocali di ogni società» [1]: sono, insomma, fenomeni culturali.

«Nell’ambito della comicità vi sono diversissime specie e modi che suscitano, nell’animo umano, il senso di ciò che è risibile: vi è l’ironia, vi è la satira, vi è l’umorismo» e così via [2]; tutte manifestazioni di ilarità dai confini labili sia tra autori dello stesso settore disciplinare sia, a maggior ragione, fra autori che si pongono da prospettive epistemiche differenti (dalla teologia alle neuroscienze, dalla filosofia alla psicologia, dalla sociologia alla pedagogia e così via).

Dato l’intento modesto di questo testo – richiamare la celebre teoria freudiana del “motto di spirito” e la meno nota teoria frankliana dell’“intenzione paradossa” – mi ritengo esonerato dal compito (decisamente oltre le mie capacità) di redigere, preliminarmente, un vocabolario che sistematizzi la messe ormai notevole di proposte avanzate nella letteratura multidisciplinare e transdisciplinare sull’argomento. 

3Es, Io e Super-Io 

La cultura contemporanea sarebbe condizionata, secondo Paul Ricoeur, da tre “maestri del sospetto” [3], attivi a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, che hanno svelato le motivazioni inconfessate che si nascondono alla radice di tante nostre idee e azioni visibili: gli interessi economici (Marx); le volontà di potenza (Nietzsche); l’inconscio (Freud).

In uno dei vari modelli antropologici proposti da Freud la psiche del soggetto sarebbe rappresentabile come una sorta di iceberg: la punta emergente sarebbe la nostra dimensione cosciente, l’Io, mentre la massa di ghiaccio, sotto il livello del mare, sarebbe la nostra dimensione inconscia, costituita a sua volta da un duplice istanza. La prima per così dire innata: un fascio di pulsioni tra cui giocherebbe un ruolo dominante la pulsione sessuale (l’Es); la seconda istanza invece acquisita, introiettata dall’ambiente familiare e sociale in cui cresciamo (il Super-Io). La massa subacquea (l’Es) tenderebbe a prevalere sulla punta dell’iceberg (l’Io) se l’educazione non creasse, sin dai primi mesi di vita del soggetto, una sorta di filtro, di rete, che esercita opera di contenimento e di selezione (il Super-Io).

204728Ma se Es e Super-Io agiscono prima della, e senza la, nostra consapevolezza, come facciamo a sapere di esserne costituiti? Perché ci sono situazioni in cui la barriera censoria si allenta e alcuni output riescono ad attraversarla tra le maglie anche solo un po’ allargate. La situazione tipica di questa permeabilità è l’onirica: quando siamo addormentati l’Es si esprime attraverso i sogni in cui i nostri desideri più radicali si manifestano, sia pur in forma travestita, per ingannare la vigilanza del Super-Io. 

Lapsus e Witz 

Ma i sogni non sono le uniche spie del nostro mondo inconscio: Freud ne elenca altre, come le dimenticanze, i lapsus, le sbadataggini, gli errori, atti casuali e maldestri e – ciò che qui c’interessa in particolare – le battute umoristiche (i “motti di spirito”).

Già le dimenticanze rivelano spesso una venatura divertente: 

«Un paziente mi prega di consigliargli un luogo di cura in Riviera. Conosco un luogo adatto vicinissimo a Genova, ricordo anche il nome del collega tedesco che vi esercita, ma non riesco a nominare il luogo per quanto sia certo di conoscerlo bene. Non mi resta che chiedere al paziente di attendere e ricorrere alle donne di casa. “Come si chiama quel posto vicino a Genova dove il dottor N. ha una piccola clinica ove è stata in cura per tanto tempo la signora Tal dei Tali?” “Naturalmente proprio tu dovevi dimenticare questo nome. Si chiama Nervi”. Devo riconoscere che coi nervi ho abbastanza a che fare» [4]. 

Anche tra i lapsus ne capitano di (involontariamente) divertenti: 

«In un discordo di addio, che il nuovo amministratore delegato dottor Y. tenne in onore del vecchio presidente non rieletto, molti dei presenti furono colpiti da un ripetuto e penoso lapsus dell’oratore il quale continuava a parlare dello spirare del presidente, anziché dello spirare della presidenza. Accadde poi che il vecchio presidente non rieletto morì alcuni giorni dopo questa assemblea. Ad ogni modo, aveva già superato gli ottant’anni» [5]. 

6Un altro interstizio attraverso il quale il nostro inconscio si può esprimere quasi del tutto liberamente, evitandoci la fatica dell’auto-inibizione, è costituito dalle barzellette e dalle battute ironiche (in tedesco Witz).

A questo tema Freud dedica un noto saggio del 1905, Il motto di spirito (Witz) e la sua relazione con l’inconscio, da cui estrapolerò, solo alcune delle molteplici, analitiche, argomentazioni. In esso egli segnala (tra tante altre) una caratteristica del Witz tratta da un libro di T. Lipps verso cui si dichiara molto debitore: 

«L’arguzia dice quel che ha da dire, non sempre in poche, ma sempre in troppo poche parole, cioè con parole insufficienti a rigor di logica o secondo i comuni modi di pensare e di parlare. E può anche dire ciò che ha da dire proprio perché lo tace» [6]. 

Freud distingue, in base allo “scopo”, due grandi categorie: il “motto innocente”, puro divertimento, riconducibile alla sola tecnica verbale; il “motto tendenzioso”, fondato su una triangolazione fra mittente, destinatario e bersaglio. Come esempio della prima categoria Freud cita: «Non soltanto egli non credeva nei fantasmi; ma non ne era neanche impaurito» [7]. 

All’interno della seconda categoria Freud individua quattro tipologie di motti: 

“un motto osceno (al servizio della denudazione)” [8], spesso misogino:

«“Il tenore di vita dei coniugi X è piuttosto elevato; secondo alcuni il marito deve avere guadagnato molto ed essersi un po’ adagiato, secondo altri è invece la moglie che si è un po’ adagiata e così ha guadagnato molto») [9]; 
“un motto ostile (al servizio dell’aggressione, della satira, della difesa)” [10]:
«Sua Altezza Serenissima fa un viaggio attraverso i suoi Stati e nota tra la folla notò un uomo che, nell’aspetto imponente, gli assomiglia in modo straordinario. Gli fa cenno di accostarsi e gli domanda: “Vostra madre è stata a servizio a Palazzo, vero?”. “No Altezza – è la risposta – ma c’è stato mio padre”» [11]; 
  1. “cinico o critico” che ha per bersaglio non tanto una persona quanto un’istituzione come il matrimonio o una comunità religiosa:
«Il Gran Rabbino N. sta pregando con i suoi discepoli nel tempio di Cracovia. D’improvviso getta un grido (…): “ In questo preciso momento è morto a Leopoli il Gran Rabbino L.”. La comunità prende il lutto per il defunto. Nei giorni seguenti a chiunque arriva da Leopoli viene chiesto come il rabbino sia morto, (…) ma nessuno ne sa niente, tutti l’hanno lasciato in perfetta salute. Finalmente risulta con assoluta certezza che il rabbino L. di Leopoli non è morto nel momento in cui il rabbino N. ne aveva percepito telepaticamente la morte, dato che vive ancora. Uno straniero coglie l’occasione per prendere in giro un discepolo del rabbino di Cracovia: “Ha fatto una bella figuraccia il vostro rabbino” (..). “Non importa – ribatte il discepolo – una sbirciata simile da Cracovia a Leopoli è eccezionale!”»[12]; 
  1. “scettico” da cui è presa di mira non “una persona o una istituzione, ma la sicurezza della nostra conoscenza stessa, uno dei nostri beni speculativi” [13]:
«Due ebrei si incontrano in treno, in una stazione della Galizia. “Dove vai?” domanda il primo. “A Cracovia”, risponde l’altro. “Guarda che bugiardo” – brontola il primo. – Se dici che vai a Cracovia, vuoi farmi credere che vai a Leopoli. Ma io so che vai proprio a Cracovia. Perché menti dunque?”» [14]. 

In generale 

 «la tecnica della battuta (…) serve a provocare la liberazione, o lo scarico, di tendenze inconsce, le quali altrimenti non avrebbero avuto il permesso di esprimersi, o che, almeno, non avrebbero potuto esprimersi in maniera così completa»[15]: 

sentimenti viscerali di antipatia, di attrazione erotica, di maschilismo, di sfiducia e persino di “piacere dell’assurdo” [16]  –  sentimenti che vengono inibiti o dal timore di autorità esterne o da freni culturali interiorizzati.     

In particolare il motto “tendenzioso”, quello che fa più ridere, ottiene un risparmio sul dispendio psichico richiesto dall’auto-repressione. In esso l’essere umano, “un ricercatore instancabile di piacere” [17], sfrutta il linguaggio a fini edonistici [18]. 

21La logo-terapia di Victor  Frankl 

Sappiamo che Freud ha aperto la strada alla “psicologia del profondo”, ma che non tutti i suoi discepoli sono stati concordi nel nominare i desideri inconsci alla cui frustrazione si devono le nevrosi. Victor Frankl, ad esempio, sulla base dell’esperienza clinica, ha notato che in alcuni casi ad essere frustrata è la nostra libido; in altri (secondo la teoria di Adler) la nostra “volontà di affermazione o di potere”; ma in altri ancora la nostra “volontà di significato”. Egli riprende ed elabora un passo di Nietzsche: «Datemi un perché e sarò in grado di affrontare quasi ogni come». L’essere umano, per non perdere l’equilibrio psichico, ha bisogno di trovare un senso in ciò che gli accade. Significato, senso, sono termini moderni che traducono il greco “logos”: da qui la formula “logoterapia” che Frankl ha adottato per la sua scuola [19]. 

La tecnica della “intenzione paradossa” 

In questa visione più ampia della personalità – che, osserva egli con ironia, consente allo psicoterapeuta di distinguersi dal veterinario non soltanto per il genere di clientela – egli non si limita a osservare alcuni meccanismi del riso e del sorriso, ma prova a fare dell’umorismo una terapia. Egli apre così una strada che – anche indipendentemente da lui e in altre cornici epistemologiche – sarà successivamente percorsa da altri terapeuti, convinti che 

«un atteggiamento mentale di tipo umoristico non risulta in contrasto, ovviamente, con la serietà dei problemi presentati: può offrire semmai un’ipotesi utile, soprattutto come possibile aiuto a cambiare una determinata modalità del paziente, della famiglia o della coppia, pensata come immodificabile» [20].

In generale è stato constatato che

«l’aspetto relazionale e comunicativo del ridere è pure presente di continuo in ogni rapporto terapeutico tra cliente e analista; ovviamente tale aspetto è preponderante in tutti quei tipi di terapia (comprese quelle polimorfe che si attuano nei servizi pubblici di Salute Mentale) in cui cliente (paziente) ed operatore sono vis a vis (comprendendo in questa categoria degli ‘operatori’ anche altre figure professionali, oltre a quella dello psicologo e dello psichiatra, che, come l’assistente sociale, l’animatore e l’infermiere, partecipano comunque al processo curativo o della riabilitazione psichiatrica). Un servizio di Salute Mentale funziona meglio se le figure professionali che vi operano sono consapevoli che, specie nelle prime battute del rapporto con il paziente, l’aggancio mimico è fondamentale ed un sorriso, anche quello iniziale dell’ausiliario che apre la porta, può essere decisivo per la permanenza o meno del paziente e l’inizio del progetto di cura. Anche perché ancor oggi il ricorso, specie nel settore pubblico, ai servizi ambulatoriali od ospedalieri di psichiatria, può suscitare inizialmente imbarazzo a causa dei tanti luoghi comuni sui disturbi psichiatrici e sule malattie mentali. (…) Una buona consapevolezza dell’importanza della comunicazione mimica e una spontaneità felice, da parte dello psicoterapeuta nel vivere tale capacità espressiva del sembiante, fanno del riso e della compartecipazione mimica in genere, efficacissimi strumenti terapeutici» [21]. 

Ma Frankl non si limita a considerazione generali e teorizza in maniera più specifica il ruolo dell’ironia nella relazione terapeutica.

Sappiamo che, solitamente, «nel nevrotico ansioso l’ansia si potenzia in ansia dell’ansia» [22]. Frankl sciorina una lista impressionante di casi clinici di cui vorrei citarne almeno due.

Una giovane di 23 anni soffre da quando ne aveva 17 della «idea ossessiva di poter uccidere qualcuno, senza accorgersene. Numerose volte deve tornare indietro per assicurarsi se, per caso, non giaccia una donna morta lungo la strada percorsa» [23].

Un avvocato di 56 anni da 17 soffriva del pensiero ossessivo di aver truffato lo Stato e di dover essere presto processato: «per trovare aiuto si recò in un sanatorio dove venne trattato psicoterapeuticamente e gli vennero fatti ben 25 elettroshock. Ma tutto fu vano. Il suo stato peggiorava talmente che fu costretto a chiudere lo studio legale» [24].

Qual è allora in questi e in casi simili l’intuizione di Frankl? Di fare leva sul paradosso: 

«Cosa accadrebbe se spingessimo e guidassimo il paziente fobico a sforzarsi di desiderare appunto ciò che egli teme (non fosse che per pochi istanti)? (…) Allorquando i nostri pazienti riescono, paradossalmente, a proporsi ciò che essi temono, l’influsso (di questo proposito) si rivela di un’efficacia straordinaria. Non appena il paziente impara a far sottentrare alla paura l’intenzione paradossa, immediatamente toglie alimento alle proprie apprensioni. (…) il paziente deve oggettivare la nevrosi e distanziarsi da essa. Bisogna che il paziente impari a guardare in faccia, ed anzi a ridere in faccia all’ansia. Per far questo ci vuole un animo disposto all’umorismo. Il medico non si periti di indicare o, meglio ancora, recitare al paziente le parole che il paziente stesso dovrà ripetersi. Non c’è nulla che aiuti tanto il paziente a distanziarsi da se stesso, quanto l’umorismo» [25]. 

Alla ventitreenne, atterrita dall’idea di essere un’assassina a sua insaputa, la terapista consigliò di dirsi: 

«”Ieri ho ammazzato 30 persone, oggi 10: devo procedere più rapidamente per poter concludere nel tempo giusto il mio lavoro quotidiano”. Dopo solo 6 giorni di questa cura singolare, la paziente confessa di aver superato l’ossessione iniziale: “Se mi viene una rappresentazione ossessiva, dico a me stessa che devo procedere oltre, perché ho ancora molti da uccidere. Ma allora perciò l’ossessione scompare”» [26]. 

Non altrettanto facile fu “il trattamento logoterapico mediante l’intenzione paradossa” dell’avvocato ultracinquantenne, per il quale si resero necessarie tre sedute settimanali per quattro mesi (neppure a piede libero, ma internato in una clinica psichiatrica). Il terapeuta gli insegnò il discorsetto da ripetere ogni giorno a se stesso: 

 «Me ne infischio di tutto. Vada al diavolo il perfezionismo. Per me va tutto bene: da parte mia dovrei essere imprigionato. E quanto prima, tanto meglio! Io ho paura delle conseguenze di un errore che mi è forse sfuggito: ebbene, devo essere arrestato, e ogni giorno tre volte!». 

In questo modo, «grazie all’intenzione paradossa cominciò a desiderare di commettere molti errori e a prefiggersi di commetterne ancora di più» in modo da poter dimostrare alla sua segretaria di essere «insuperabile nel commettere errori» [27].

Per sostenere il paziente in questo processo di auto-ironia il medico stesso gli si rivolgeva a ogni incontro con un saluto del genere: 

«Ma come, lei è ancora in libertà? Ero quasi sicuro che lei fosse già da un bel pezzo dietro le sbarre di un carcere. Ho cercato già nel giornale per vedere se fosse riportata qualche notizia scandalistica che la riguardasse e di cui lei fosse la causa» [28]. 

L’avvocato di solito «scoppiava in una forte risata ed in maniera crescente acquistava un atteggiamento ironico verso se stesso, prendendo così a beffarsi di sé e della sua nevrosi». Dopo il primo anno dalla guarigione, ritorna dal medico confessando di essere attaccato da «idee ossessive, come prima; ma adesso sono preparato, conosco la tattica per circuire me stesso!». E, ridendo, conclude: «Soprattutto non c’è niente di più bello che l’essere imprigionato così giustamente, e così a modo mio…» [29]. 

29Si ride a pro di sé, si sorride a pro di altri (o di sé in quanto altro) 

Se ce ne fosse la necessità avremmo dunque, da questi rapidi accenni a Freud e a Frankl, la conferma che il riso e il sorriso sono canali preziosi per liberare molte tensioni interne (ciò vale soprattutto per la risata) e per instaurare relazioni liberanti con gli altri (e ciò vale soprattutto per il sorriso). Infatti si potrebbe affermare, approssimativamente, che il riso è tendenzialmente ego-centrico, manifesta uno “stato d’animo” individuale in maniera espansiva, “potenzialmente aggressiva” («il cui contrario è quella contrazione di sé che si manifesta nel pianto»), mentre «al sorriso si può attribuire in generale (…) il valore di una disposizione, di un modo di essere in relazione – con sé, con gli altri, con l’ambiente in senso lato» [30].

Il sorriso – quando non è ipocrita né tanto meno sfottente – «vuole veicolare univocamente una presenza riservata, una posizione altruistica o interlocutoria, l’apertura ad uno scambio relazionale positivo (il cui contrario è un atteggiamento di imbronciata severità)» [31]: «esso costituisce un rapporto di fiducioso accomodamento rispetto al mondo esterno, una benevola accettazione di esso o addirittura un’inclinazione verso di esso» [32]. Come si legge in un antico scolio a un passo dell’Iliade, «il sorridere è più austero del riso, ma più luminoso della severità» [33]. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
Note
[1] A. Spatola, L’uomo che ride. Saggio sul riso e dintorni, Edizioni Universitarie Romane, Roma 2000: 41 – 42.
[2] Ivi: 43.
[3] Cfr. P. Ricoeur, Dell’interpretazione. Saggio su Freud, Il Melangolo, Genova 1991 (ed. or. 1965).
[4] S. Freud, Psicopatologia della vita quotidiana. Dimenticanze, lapsus, sbadataggini, superstizioni ed errori, Bollati Boringhieri, Torino 1970: 21.
[5] Ivi: 81 – 82.
[6] S. Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio in Idem, Opere 1905 – 1908. Il motto di spirito e altri scritti, Paolo Boringhieri, Torino 1979: 11. Poco prima lo stesso Freud segnala che già il vecchio Polonio, nell’Amleto di Shakespeare (II, 2), aveva acutamente osservato che «la concisione è l’anima dell’arguzia» (ivi).
[7] E subito aggiunge: «L’arguzia qui consiste nella figurazione per controsenso, che pone al comparativo ciò che di solito è considerato meno importante, e usa il positivo per ciò che lo è di più. Rinunciando a questa veste spiritosa, avemmo: «è molto più facile superare con l’intelletto la paura dei fantasmi che non difendersene quando si presenta l’occasione». Quest’affermazione non ha più nulla di spiritoso, ma è un’osservazione psicologica esatta e non da tutti apprezzata quanto merita» (ivi: 82). Molte pagine dopo Freud precisa: «Propriamente parlando il motto – anche se il pensiero ch’esso racchiude non è tendenzioso, ossia anche se soddisfa soltanto un interesse intellettuale puramente teorico – non è mai imparziale, ma persegue il secondo intento: favorire, amplificandolo, il pensiero e proteggerlo dalla critica. Qui esso torna a manifestare la sua natura originaria contrapponendosi a una potenza inibitrice e limitatrice, che ora è il giudizio critico» (ivi: 119).
[8] Ivi: 86.
[9] Ivi: 28. E Freud così commenta la battuta trovata negli scritti di Daniel Spitzer: «È un motto diabolicamente riuscito, e per di più ottenuto con scarsissimi mezzi! Guadagnato molto – un po’ adagiato; un po’ adagiata – guadagnato molto: è nient’altro a ben vedere che l’inversione di due frasi a far sì che quanto si dice dell’uomo si distingue da ciò cui si allude a proposito della donna» (ivi 28-29).
[10] Ivi:.86.
[11] Ivi: 60. 
[12] Ivi: 55. «La storia della “sbirciata del rabbino”, la cui tecnica consisteva nel ragionamento erroneo che identificava fantasia e realtà (…), è un motto cinico o critico siffatto rivolto contro i taumaturghi e senza dubbio anche contro la fede nei miracoli» (ivi: 102). In proposito non resisto alla tentazione di riferire – per sottrarla all’oblio della storia – la risposta geniale che un prete, insegnante di un mio zio di Acireale, diede ai suoi alunni che, per metterlo alla prova, gli chiedevano se credesse o meno all’apparizione della Madonna a Carmelo (lo stupidotto della classe che sosteneva di avere avuto la visione soprannaturale): “Che Carmelo abbia visto la Madonna è possibile. Più difficile è credere che la Madonna abbia visto Carmelo”. Se un motto contro la filosofia può essere interpretato contro la categoria dei filosofi potrebbe inserirsi in questa sezione “la pseudodifesa maligna che Lichtenberg fa della filosofia: “Vi sono più cose in cielo e in terra di quante se ne sognano nella vostra filosofia” , aveva detto con disprezzo il principe Amleto (I, 3). (…) “Ma vi sono anche parecchie cose nella filosofia che non stanno né in cielo né in terra”» (ivi: 63).
[13] Ivi: 103.
[14] Ibidem.
[15] Ch. Brenner, Breve corso di psicoanalisi, Martinelli, Firenze 1967: 168.
[16] S. Freud, Il motto, cit.: 112.
[17] S. Freud, Il motto, cit.: 113. Chiosa Freud tra parentesi tonde: «non so più dove ho letto quest’azzeccata definizione».
[18] Cfr. L. Spagnolo, Il witz e l’inconscio, “Treccani Magazine on line” (https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/ludolinguistica/Spagnolo.html).
[19] Qui riassumo la presentazione più celebre – anche perché la narrazione autobiografica tocca punte altamente commoventi – che Frankl offre della propria interpretazione della “psicologia del profondo” (o, come egli preferisce esprimersi, della “psicologia dell’altezza”) in Uno psicologo nei lager, Ares, Milano 1975.
[20] A. Ancora, Umorismo e psicoterapia. Ne possiamo parlare?, “Dialoghi Mediterranei”, n. 49, 1 maggio 2021 (consultabile gratis in internet). L’autore cita fra gli altri G. Bateson, R. Cerritelli, J. Haley, H. Norton, A. Scarinci, P. Watzlawick.
[21] A. Spatola, Il principio interiore. Quando la psichiatria riscopre l’anima, Leonardo da Vinci, Roma 2014: 100 – 104.
[22] V. Frankl, Teoria e terapia delle nevrosi, Morcelliana, Brescia 1978: 164.
[23] Ivi: 173.
[24] Ivi: 175.
[25] Ivi: 165 – 166. E aggiunge subito dopo: «L’umorismo, si direbbe, appartiene agli exsistentialia allo stesso titolo dell’angoscia (M. Heidegger) e dell’amore (L. Binswanger)».
[26] Ivi: 173.
[27] Ivi: 175.
[28] Ivi: 176.
[29] Ibidem.
[30] A. Cozzo, Riso e sorriso e altri saggi sulla nonviolenza nella Grecia antica, Mimesis, Milano – Udine 2018: 24.
[31] Ivi: 24 – 25.
[32] Ivi: 25.
[33] Scolii antichi a Omero, Iliade 7.21 b (ed. Erbse) cit.: 25. 

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Augusto Cavadi, già docente presso vari Licei siciliani, co-dirige insieme alla moglie Adriana Saieva la “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo. Collabora stabilmente con il sito http://www.zerozeronews.it/. I suoi scritti riguardano la filosofia, la pedagogia, la politica (con particolare attenzione al fenomeno mafioso), nonché la religione. Tra le ultime sue pubblicazioni: La mafia desnuda – L’esperienza della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone” (Di Girolamo, 2017); Peppino Impastato martire civile. Contro la mafia e contro i mafiosi (Di Girolamo, 2018), Dio visto da Sud. La Sicilia crocevia di religioni e agnosticismi (Spazio Cultura Edizioni, 2020); La filosofia come terapia dell’anima. Lineamenti essenziali di spiritualità filosofica (Diogene Multimedia, 2019); Voglio una vita spregiudicata. La spiritualità di chi crede di non averne alcuna (Diogene Multimedia 2020); Tremila anni di saggezza. La spiritualità nella storia della filosofia (Diogene Multimedia 2020); O religione o ateismo? La spiritualità “laica” come fondamento comune (Algra 2021).

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