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Liquilab: verso un inventario partecipativo dei Patrimoni Viventi del Capo di Leuca

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Centro storico di Tricase, piazzetta Dell’Abate (ph. Maria Conte, 2019)

di Ornella Ricchiuto

Le radici di Liquilab

O viandante che passi da questa via… Se non sai dove stai andando, voltati indietro a vedere da dove sei venuto…

Perché viviamo in una società priva di memoria? Una società che non riesce a narrarsi e a riflettere su se stessa.Una società che non è in grado di ri-costruire delle basi identitarie solide e che di conseguenza manca di progettualità. Persone che ricordano il passato più remoto ma che ignorano totalmente il passato più prossimo: perché questo vuoto di memoria? Da tali interrogativi ha origine il progetto “Laboratori liquidi sui gap di memorie, ricordi e identità giovanili” – vincitore del Bando “Principi Attivi” della Regione Puglia nel 2008 – e che, a sua volta, ha portato alla nascita di Liquilab, un’organizzazione no-profit che lavora sull’intreccio tra ricerca antropologica, arte e turismo, nel cuore del Capo di Leuca con sede operativa a Tricase.

Occhi ricercatori penetrano nei colori della vita quotidiana, nelle sfumature, nei muri, nelle vite della gente e, come per incanto, tutto diviene poesia. Bianche casette sparse nell’amara terra, arsa dal sole radiante. Vento di scirocco schiaffeggia uliveti ombrati. Scivola il cielo blu terso sulle rocce infuocate dal mare in collera. Romanzo di cicalecci e di voci umane in pace. Ritratto poetico di Tricase, ove la natura selvaggia si mescola all’artificio umano, il vecchio si intreccia al moderno, l’abbandono coesiste col vivo, anziani e giovani, passato e presente. Alla visione pare un miraggio che ti attira sempre più verso di sé e ti risucchia in una spirale dove il brandello di vita apparentemente insignificante è intriso di storia, memoria, tradizioni, cultura, arte…

Così, tra miraggio e realtà, camminando tra le chianche del centro antico tricasino, dinnanzi a quella che era soprannominata l’antica piazza del mercato, l’Amministrazione Comunale di Tricase affidò a Liquilab nel 2010 una stanza dell’ex-Convento dei Domenicani, fino a quel momento in stato di abbandono, e successivamente ci diede in gestione anche altre stanze: luoghi fascinosi che hanno subìto innumerevoli trasformazioni (falegnameria, bottega di calzolaio, macelleria, mercato del pesce, vigili urbani, centro di informatica). Oggi questo luogo, oltre ad essere colmo di memorie, ospita appunto Liquilab, un cantiere di sperimentazione che valorizza i soggetti e i luoghi, e così la microstoria della gente comune diviene la chiave giusta per le giovani generazioni che possono costruire la loro identità, osservando chi sono stati i propri genitori, i nonni, i bisnonni, e così via.

Le storie della gente comune di ogni singola comunità, i ricordi di vissuti, di luoghi, i vecchi mestieri, i giochi e i valori di una volta, costituiscono un trampolino di lancio per la crescita delle comunità, ponte tra le generazioni e, al tempo stesso, patrimonio per i turisti, quelli che ci piace chiamare “esploratori”.

La storia della nostra associazione è la storia della gente del sud che si è riscattata e ha deciso di vivere nel proprio paese affrontando le sfide di un’economia difficile e precaria, così come oggi noi abbiamo deciso di rimanere ancorati alle nostre origini, combattendo nel territorio la sfida di ricucire le fratture tra diverse generazioni, realizzando un catalizzatore socio-culturale dove ogni passante può scoprire le radici della comunità locale e riusarle in chiave educativa, sociale, artistica, turistica, imprenditoriale, o ancora potrebbe usarlo per ritornare ad emozionarsi guardandosi alle spalle, per poi riprendere il cammino con occhi più meravigliati.

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Tricase, borgo antico “Puzzu”, 2019 (ph. Maria Conte)

La sede, denominata “Bottega di Memorie e Identità Giovanili”, è una fabbrica creativa del Capo di Leuca, un cantiere spettacolare che intreccia la ricerca socio-antropologica, la cinematografia e le arti figurative del Teatro, della Danza e della Musica. Sede permanente di giovani, adulti e anziani del Capo di Leuca, nonché luogo di interesse storico-antropologico, di ricerca socio-artistica e di cinematografia etnografica.

A questo punto occorre fare una precisazione: la denominazione legale della nostra associazione è “O.R.S. – Osservatorio Ricerca Sociale. Centro Studi, Politiche e Ricerche Sociali” ma la gente sin dal principio ci ha identificati come Liquilab (una denominazione che deriva dal titolo del primo progetto) e da allora abbiamo acquisito questo nome popolare. Obiettivo dell’organizzazione è l’identificazione, il recupero, la salvaguardia, la diffusione del patrimonio culturale immateriale del sud Salento.

Le storie di vita «sono fonte, documento metodo e genere che ben rappresentano le proprietà del sapere antropologico» (Clemente, 2013: 15), rappresentano l’oggetto cruciale per la ricostruzione della memoria e Liquilab ne propone la raccolta, lo studio, la collocazione in un archivio dedicato, assumendosi la responsabilità di ricordare in una società dove l’accelerazione della storia da un lato porta all’eliminazione della tradizione, e dall’altro lato risulta la causa principale della rinuncia della memoria. Le numerose cause che determinano questa accelerazione – quali la globalizzazione, il processo di democratizzazione, la cultura di massa – erodono il legame tra la società e il passato. Per Liquilab, la memoria è deposito della tradizione, rappresenta la ricerca del significato delle esperienze di vita e delle soggettività. Essa, dunque, è un flusso continuo di pensieri e sicuramente segnata da confini incerti e irregolari.

Per noi risulta fondamentale il punto di vista dei soggetti perché gli attori sociali sono educati a percepire la realtà in un determinato modo sin dall’infanzia; dunque, l’associazione promuove l’utilizzo dell’antropologia visuale quale primario strumento di analisi e documentazione delle storie di vita. Ciò viene svolto attraverso le attività di studio, ricerca, formazione, produzione cinematografica e artistica, promozione territoriale e turistica; infatti, la ricerca antropologica viene connessa all’arte (teatro, musica, danza, cinematografia…) realizzando numerosi eventi partecipati sul territorio locale.

Dopo il primo progetto, abbiamo sviluppato numerose ricerche di antropologia visuale nel territorio salentino unendole alle arti e al turismo, ne citiamo tre esempi:

1) “Nc’era na fiata a puteca. Interno. Giorno. Bottega”, vincitore del bando per il “Sostegno alla gestione di spazi pubblici” di Bollenti Spiriti della Regione Puglia che ci ha permesso di divenire un Laboratorio Urbano Giovanile. Un progetto che possiede l’A.C.A.I.T. (ex manifattura di tabacco) come tematica cruciale in quanto fortemente sentita e impressa nell’immaginario collettivo dei tricasini. Il progetto ha previsto inizialmente una ricerca antropologica (raccolta di storie di vita di cittadini che hanno lavorato nella manifattura), focalizzandosi non soltanto sull’aspetto lavorativo, ma sull’intera vita (ricordi di infanzia, adolescenza, ecc…), da cui è nata una pubblicazione Oltre il tabacco. Storie di donne a Tricase. Una ricerca antropologica (Liquilab editore); successivamente abbiamo realizzato un bando pubblico di idee rivolto a gruppi informali, associazioni giovanili e giovani del territorio; tra i beneficiari sono state finanziante dieci idee più creative in ambito artistico (danza, teatro, musica);

2) “Centrifuga menti”, vincitore dell’Avviso Pubblico “Giovani per il sociale” della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale per la promozione ed il sostegno di azioni volte al rafforzamento della coesione sociale ed economica dei territori delle Regioni Obiettivo Convergenza, tese al potenziamento degli interventi diretti ai giovani e finalizzate all’inclusione sociale ed alla crescita personale.

Il contesto urbano e sociale in cui si è sviluppato il progetto ha coinvolto quattro comunità del Sud Salento di dimensioni medio-piccole, ovvero i Comuni di Tricase, Castrignano del Capo, Corsano e Tiggiano, accomunate da un territorio ricco di patrimoni materiali e immateriali, di ambienti e bellezze naturali, di tradizioni popolari, di storie, identità e culture locali. Il fine del progetto era di dar valore ai giovani, ai luoghi e alle risorse ambientali lavorando – con specifici interventi socio-educativi, artistici, antropologici e di sperimentazione di nuove forme innovative e partecipate di rigenerazione urbana – sui concetti di Legalità Ambientale e Cultura della Bellezza dei Luoghi. Beneficiari diretti del progetto sono stati 80 giovani di età compresa tra i 16 e i 35 anni. Gli 80 giovani sono stati suddivisi in quattro gruppi, ognuno dei quali ha seguito un percorso laboratoriale di stampo antropologico, ambientale e artistico (teatro, musica, cinema, cultura popolare) previsto in ciascuno dei quattro comuni. Le aree d’intervento sono state Borgo Puzzu e Centro storico di Tricase, Anfiteatro di Corsano, Piazza San Giovanni – Centro Storico di Giuliano (fraz. di Castrignano del Capo), Piazza Cuti di Tiggiano.

Risultati ottenuti: “Tricase dai cent’occhi”, uno spettacolo teatrale che univa le vecchie memorie del centro storico con le visioni dei giovani (Tricase); “Taglia corto” un documentario etnografico che intreccia le testimonianze di anziani e i giovani videomaker (Giuliano di Lecce); “CantiCunti. Una ricerca antropologica a Tiggiano nel Salento” (Liquilab editore), una pubblicazione sulla comunità di Tiggiano; “L’antiteatro”, un documentario etnografico che raccolta l’anfiteatro di Corsano dal punto di vista di vari musicisti intervistati;

3) “Cu tenda” – stories, images and sounds on the move [Living memory of southeastern Europe], un progetto di cooperazione su piccola scala nell’ambito del Programma Europa Creativa, Sottoprogramma Cultura. Il progetto, della durata di cinque anni (2014-2019), si concluderà a settembre 2019 a livello europeo e ha coinvolto, oltre Liquilab in qualità di partner italiano, i seguenti soggetti: Museo Nazionale del contadino rumeno (project leader), l’associazione macedone Center for Intercultural Dialogue (partner), Università di Plovdiv in Bulgaria (partner). Il titolo Cu tenda significa “viaggiano con la tenda” ed è legato all’idea di strada/viaggio come testimonianza della memoria vivente. Il movimento è da intendersi sia come fattore geografico e territoriale, sia come passaggio simbolico delle culture attraverso il tempo (le dinamiche intergenerazionali), dove la memoria vivente è un fattore di continuità. Il progetto ha esplorato la memoria vivente di gruppi culturali ed etnici dei Balcani e del Sud Italia, seguendo una strada simbolica attraverso il tempo e lo spazio. Una priorità del progetto è stata l’interazione tra le seguenti comunità: Arumeni (di tutti i Paesi Balcani), Sarakatsani (della Bulgaria e della Grecia), gruppi etnici rumeni e albanesi (della Macedonia) e la comunità Mito di Tricase.

L’obiettivo del progetto è stato il recupero del patrimonio immateriale attraverso un approccio interdisciplinare (antropologia/etnografia, museografia, fotografia, arti visive, arti performative, artigianato, musica, ecc). Sulla base di questa visione di interdisciplinarietà come strumento essenziale che aiuta la comprensione e l’incontro con l’altro, il progetto ha sostenuto la mobilità e la circolazione delle conoscenze e del capitale creativo (artisti, professionisti della cultura e dello spettacolo cooperanti trasporto a livello nazionale).

Le attività che abbiamo sviluppato come team italiano sono state la ricerca bibliografica dell’area Mito (che attualmente comprende i comuni di Tricase e Andrano); la raccolta di interviste di abitanti nell’area Mito o di persone che un tempo l’hanno abitata o che lì hanno/avevano la campagna; il recupero di riti, miti, feste popolari, vecchi canti, usi, costumi, detti, aneddoti, proverbi, attrezzi di lavoro, del mondo contadino del Mito; lo studio della relazione tra la campagna Mito e il mare. Al termine della ricerca antropologica, abbiamo realizzato un documentario di etnografia visuale A via du Mitu, una performance, Quella materna e quella naturale, legata alla ricerca antropologica e un archivio contenente tutto il materiale raccolto.

In questo estremo lembo di terra, nel Capo di Leuca, «abbiamo cercato di scuotere il mondo, tirando da sotto i piedi i tappeti, rovesciando tavolini da tè, facendo esplodere petardi. Compito di altri è stato quello di rassicurare, il nostro quello di destabilizzare. (…) noi siamo insomma venditori ambulanti di anomalie, spacciatori di stranezze, mercanti di stupore» (Geertz 2001: 81).

L’ingente quantità di patrimoni immateriali raccolti ha portato l’associazione a creare “LiquiMag: Magazzino delle Memorie”, un archivio digitale che inaugureremo all’inizio dell’estate 2020, strutturato in tre macro cassetti (Memoria antica, Memoria moderna e Memoria interculturale) e che comprende documenti, storie di vita, fotografie, video e tracce audio. Questo “magazzino” sarà un servizio pubblico permanente per la comunità, i viaggiatori e gli studiosi. «La trasformazione dalla prima forma immediata di memoria all’indiretta memoria di archivio, ci lascia con ricordi che non sono più vivi ma neanche ancora del tutto morti, sono simili a conchiglie che hanno lasciato le coste nel momento in cui il mare della memoria si è ritirato» (Misztal, 2003: 131). Oltre all’archivio, Liquilab ha creato una propria casa editoriale “Liquilab editore” con una collana scientifica “La zattera di pietra” diretta da Eugenio Imbriani, docente di Antropolgia Culturale dell’Università del Salento, e un comitato scientifico internazionale.

Liquilab ha attivato una rete nel sud Salento e dispone di una sede legale e una sede operativa in spazio pubblico a Tricase. Opera a livello locale (Tricase, Capo di Leuca, sud Salento), regionale (Puglia), nazionale e internazionale. Al suo interno è attiva un’organizzazione di ricerca antropologica, sociale, artistica e tecnico-operativa ad hoc.

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Tricase, piazza Pisanelli. Tenore Murales di Orgosolo (ph. Maria Conte, 2019)

La Scuola Estiva di Storia delle Tradizioni Popolari

Cantastorie nel Capo di Leuca. Viaggiando tra Mediterraneo Balcani, Africa.

IV edizione – dal 14 al 21 luglio 2019 a Tricase (Lecce)

L’idea della Scuola nasce per valorizzare il Capo di Leuca, terra emarginata dove assistiamo a tre peculiari processi: l’invecchiamento della popolazione, l’emigrazione dei giovani liceali e laureati, l’immigrazione da parte di rumeni, cinesi, africani, albanesi, ecc. Oggi così come in passato il Capo di Leuca è una terra di approdi e di partenze, rappresenta un trait-d’union degli scambi che sono intercorsi tra civiltà di Oriente e Occidente, un ponte ideale nella dinamica delle rotte mediterranee. Un territorio bagnato da due mari, Adriatico e Ionio, dove il mare è sintomo di unione e non di separazione. Gli aspetti ambientali, architettonici, colturali e culturali del luogo riflettono la lunga plurimillenaria consuetudine di contatti con genti della più varia provenienza che in questo territorio si sono insediate o che lo hanno attraversato. La grande storia e le storie molteplici si intrecciano e si inseguono in una mescolanza di narrazioni e documenti che è interessante esplorare.

Dunque, la Scuola Estiva valorizza il Capo di Leuca non come identità chiusa ma aperta e di confronto con altre culture dal punto di vista antropologico e artistico. Perciò per una settimana ci sono stati scambi tra diverse comunità, esperti, competenze, condivisione di cibi salentini e non, e tra arti. Quest’anno la tematica è stata “il cantastorie”, una tematica scelta in quanto nel Capo di Leuca mai indagata eppure presente fino ad anni recenti. A tal proposito Liquilab ha avviato un lavoro di ricerca etnografica raccogliendo delle testimonianze in vari comuni che ne hanno confermato la presenza fino all’avvento della televisione.

Si tratta di un progress di ricerca e, come già scritto in precedenza, il nostro intento è stato quello di confrontarsi con altre realtà sulla stessa tematica:

- il Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino di Palermo e l’Opera dei Pupi Siciliani;

- la Fondazione Maria Carta di Siligo (Sassari) insieme ai Canti a Tenore dell’Associazione “Murales” di Orgosolo (Nuoro);

- la tradizione dell’Arpa di Viggiano (Potenza) con la presenza di uno studioso e una musicista;

- i cantastorie provenienti dai Balcani con la partecipazione di un etnomusicologo del Museo Nazionale del Contadino di Bucarest e il Gruppo musicale “Trei Parale” di Bucarest;

- due griot, del Mali e del Senegal, insieme alla Fondazione Sylla Caap.

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Tricase, piazzetta Dell’Abate. Zam Moustapha Dembélé, Griot del Mali (ph. Maria Conte, 2019)

La Scuola Estiva è strutturata nel modo seguente:

- residenza etno-antropologica e artistica sulla figura del Cantastorie (la mattina);

- light lunch con pietanze del Capo di Leuca;

- workshop in cui ogni realtà si presenta attraverso uno scambio interattivo con il pubblico caratterizzato da ricerche e documenti visivi (il pomeriggio);

- cena con narrazione e scambio di cibi tra il Capo di Leuca e le realtà coinvolte;

- spettacoli di ogni realtà (sera).

L’ultimo giorno è stato dedicato alla presentazione di un piano strategico su “Patrimoni viventi del Capo di Leuca. Verso un inventario partecipativo del patrimonio immateriale nel Capo di Leuca. Un progetto pilota per la regione Puglia”.

Si tratta di ampliare un processo dal basso, già iniziato anni fa da Liquilab che ha attivato una rete di collaborazioni con vari attori locali, unendo: abitanti/depositari di saperi, capacità e pratiche, tradizioni; associazioni locali; proloco; realtà locali e gruppi informali; gruppi di azione locale; produttori/agricoltori e artigiani; unione dei comuni e comuni del capo di Leuca; musei/ecomusei; scuole e insegnanti; centri di ricerca/Università; Regione Puglia. Attualmente abbiamo siglato due rilevanti convenzioni:

- con il Dipartimento di Storia e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento per la realizzazione di attività scientifiche, di ricerca, di formazione e diffusione dei risultati, con l’obiettivo di determinare un interscambio continuo ed efficace;

- con l’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia del MIBAC per la realizzazione di ricerche nel settore del Patrimonio Culturale, alla raccolta di documentazione etnografica ed etnomusicologica.
Il piano strategico mira al riconoscimento da parte dell’UNESCO dei patrimoni immateriali del Capo di Leuca e implica un lavoro di ricerca, documentazione, sistematicità, scientificità e divulgazione al fine di valorizzare le specificità dell’area in questione in chiave sia culturale che turistica.

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Tricase, Tina Baglivo, custode di antichi saperi (ph. Maria Conte, 2019)

Ricerca etnografica e visuale su “Cantastorie nel Capo di Leuca”

La ricerca etnografica visuale è iniziata nel 2019 in nove paesi del Capo di Leuca ed è ancora in progress. I testimoni privilegiati della ricerca fino ad oggi sono tredici: Luigi Accogli (Andrano); Vittorio Buccarello, Luigi Vitali, Mario Battagliero, Vincenzo Graziani (Castrignano del Capo); Loreta De Francesco e Vito De Francesco (Corsano); Luigi Giorgiani (Castiglione D’Otranto); Lucia Cacciatore (Miggiano); Mario Margarito (Santa Maria di Leuca); Anna Rita Tasco (Salve); Pasquale Giuseppe Quaranta (Poggiardo); Cosimo De Santis (Tuglie).

La maggior parte dei testimoni possiede una fascia d’età tra i 68 e gli 85 anni. Si discostano da questo arco d’età due case-study: il cantacunti Pasquale Giuseppe Quaranta di 42 anni e il cantautore Cosimo De Santis di 53 anni. Entrambi appartenenti alla macrocategoria dei cantastorie in cui possiamo far rientrare anche i rapper odierni, che verranno intervistati prossimamente all’interno della ricerca.

La tecnica di rilevazione impiegata è l’intervista in profondità, attraverso cui è stato chiesto inizialmente a ciascun testimone di presentarsi in maniera concisa. Successivamente le domande hanno riguardato i ricordi legati ai cantastorie, il periodo di riferimento della loro presenza nel sud Salento, particolari luoghi di permanenza dei cantastorie, l’aspetto fisico e l’abbigliamento, canti o cenni di strofe.

Rispetto ai ricordi, sono state delineate tre tipologie di cantastorie:

1- quelli siciliani che si posizionavano in un determinato luogo e illustravano la storia cantata con dei cartelloni; riportiamo di seguito alcune testimonianze.

Luigi Giorgiani di Castiglione d’Otranto: Giorgiani di Castiglione d’Otranto:

 «Il cantastorie, fine anni ‘40 – inizi anni ‘50, non c’era la televisione, pochissimi avevano la radio, non c’era la stampa e quindi noi le notizie le sapevamo dopo tanto tempo, qualche notizia! () non c’era il telefono e non c’erano strumenti veloci come c’erano adesso e noi, così, ci aspettavamo di tanto in tanto l’arrivo dei cantastorie per conoscere qualche storia successa lontano da noi. E quindi dopo ho capito che quelle storie venivano rappresentate sulla Domenica del Corriere alla prima pagina mettevano queste scene brutte, orrende di cronaca nera oppure di incidenti oppure di omicidi».

Anna Rita Tasco di Salve:

«Io ricordo che a Salve negli anni ‘50 più o meno, metà degli anni ‘50, perché io potevo avere 9, 10 anni e siccome mia madre era proprio patita di questo tipo di spettacolo, diciamo così, era lei che mi portava in Piazza Concordia a Salve dove venivano i cantastorie. Si fermavano proprio vicino ad un bar, avevano un’intelaiatura in compensato, penso che era, quadrato, rettangolare dove c’erano esposte, attaccate, delle vignette illustrate che raccontavano la storia che poi loro andavano cantando».

 Mario Battagliero di Castrignano del Capo:

 «Ricordo dei particolari di tipo che così all’insaputa arrivava in paese… questi cantastorie, chiamati così, cantastorie veri e propri. () quando partiva a suonare, prima della storia, spiegava in qualche modo quello che fosse il contenuto della storia stessa, no? (). E c’è da dire che questi cantastorie provenivano esclusivamente dalla Sicilia, non vi era un locale che cantasse queste storie ()».

2- quelli di provenienza rom che giravano in coppia portando la cosiddetta “fortuna”; uno cantava e suonava la fisarmonica mentre l’altro/a aveva un gabbietta al cui interno vi era un pappagallo che beccava dei bigliettini in cui erano scritte le sorti delle persone:

Loreta De Francesco li ricorda così nel proprio comune natìo di Corsano:

«A tutte parti andavano, sì… e passavane cu lla fisarmonica, uno con la fisarmonica e l’altro col pappagallo dentro a nna gabbia, no? e poi davanti tenevano tante fortune, dicimu fortune, paginette, no? poi gridava: ‘Chi vuole a fortunaaa?! Chi vuole fortuna?!’ e noi tutte andavamo perché santìane fortuna e poi u pappagallo ziccava nna paginetta di quelle e nna davane, no? e noi tutti contenti ca sentìane a fortuna. Pe nui sì ca ci vadivine! Dicìa le cose ca hannu passare, per esempio sì ricca, sei povera, ti arrivavane tutte ste spiegazioni, no? così era…».

Vincenzo Graziani, a Castrignano del Capo, conferma la presenza di questi cantastorie:

«Ricordo quando ero bambino che passava sta fisarmonica che suonava, no? padre e figlio e il papà aveva la gabbia cu lu pappagallo dentro, no? e diceva u papà allu pappagallo: ‘Signorina’ e u pappagallo prendeva per la signorina. ‘Giovanotto!’e prendeva dall’altra parte per il giovanotto. Il pappagallo capiva. E su questa fortuna, su questo biglietto c’era scritto tutti i versetti…’la fortuna’ la chiamavane. E io seguivo loro perché mi piaceva la fisarmonica».

Luigi Giorgiani di Castiglione d’Otranto racconta:

«L’utilizzo della fortuna che si prendeva, si comprava, allorché dal paese fine anni ‘40, inizi anni ‘50 passava una fisarmonica che suonava, richiamava l’attenzione, si fermava ad un crocicchio e c’era chi suonava la fisarmonica, molte volte era un cieco, che cantava in maniera forte perché doveva farsi sentire dagli altri, far uscire le persone. Le persone uscivano un po’ perché volevano ascoltare la storia e un po’ perché poi c’era un’altra persona, una donna, che aveva una gabbia col pappagallo e con un tiretto, tirando il quale, c’erano tanti scompartimenti e il pappagallo in qualche maniera, guidato dal dito del portatore o della portatrice, beccava una fortuna».

3- quelli paesani dipinti come improvvisatori di stornelli che li eseguivano durante le festività del Carnevale su personaggi popolari. I contenuti delle storie cantate e le immagini rappresentate erano drammatiche e legate a omicidi, tragedie, incidenti stradali ecc.:

Anna Rita Tasco rammenta:

 «Me ne ricordo uno in particolare, qualche strofa in particolare perché mia madre me la cantava spesso anche durante gli anni e la storia trattava di due fidanzati che dovevano sposarsi quindi all’inizio la storia la cantava il cantastorie come se la cantasse il fidanzato che stava morendo, era stato ferito gravemente e stava per morire. E quindi all’inizio il fidanzato dice alla ragazza di essere allegra, di ridere perché poi si sarebbero sposati. Ad un certo punto diceva, cantavano in dialetto, che si erano incontrati il giorno prima di sposarsi e lui diceva ‘tanto per la bellezza la baciai/ mo me vitte uno dei suoi frati/ la vita di Ninello è già finita’. E poi conclude dicendo ‘Piangi, piangi, bella mia piangi davvero/ se vuoi Ninello lo trovi al cimitero’. Questo è il sunto della storia».

Luigi Giorgiani ricorda la strofa di una canzone:

« Per esempio ricordo uno spezzone, no? Era un pullman pieno di ragazzi che sbanda e finisce nel fiume e allora le persone a piangere… perché raccontava tanti bambini, genitori, e mi ricordo queste parole: ‘Per la strada che porta a Merano/ Costeggiavo un azzurro laghetto’. Poi c’è stato uno sbandamento, dovuto non sappiamo a che cosa, il pullman finì lì dentro e sulla Domenica del Corriere c’erano tutti sti bambini che cercavano di aiutarsi, di arrampicarsi per non morire e naturalmente quella scena la rappresentava con il canto che era molto commovente, era straziante».

Mario Battagliero elabora una descrizione dettagliata dell’abbigliamento dei cantastorie:

«Normale, giacca, gilet possibilmente, camicia e giacca. Basta. Anzi io la giacca me la ricordo fino a settembre con addosso la giacca, più il gilet, non andavano (che io ricordi), allora si vestiva come si vestiva. Anni un po’ bui perché vestirsi era un lusso, eh. Vestirsi era un lusso».

Un ultimo accenno ai due testimoni a cui è stato chiesto di raccontarsi come cantastorie professionisti del sud Salento, il loro percorso, se si sono ispirati o hanno conosciuto dei cantastorie; una domanda peculiare è legata anche alla tematica che avrebbero trattato se oggi avessero dovuto scrivere una canzone ed entrambi si sono soffermati sulla tematica ambientale.

Pasquale Quaranta si focalizza sul problema dei rifiuti e del divieto di discarica, titolo di una canzone da lui composta e che interpreta durante l’intervista.

Mino De Santis afferma:

 «La difesa del territorio senza dubbio. E la difesa anche della cultura popolare che vedo svenduta, che vedo usata come clichè, praticamente tutto si monetizza ormai però ci sono cose che non possono essere monetizzate, non possono essere oggetto di commercio. Poi basta guardarsi un attimo intorno, il territorio che si sta snaturando, per esempio il fatto degli ulivi che non ce ne stanno più».

Attualmente la ricerca è ancora attiva e continuerà nella raccolta di testimonianze di giovani rapper che simboleggiano i cantastorie dell’epoca odierna e i risultati verranno restituiti alle comunità coinvolte.

Dialoghi Mediterranei, n. 39, settembre 2019
Riferimenti bibliografici
P. Clemente, Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita, Pacini Editore, Pisa, 2013.
C. Geertz, Antropologia e filosofia. Frammenti di una biografia intellettuale, Il Mulino, Bologna, 2001.
 B. A. Misztal, Sociologia della memoria, McGraw-Hill Companies, Milano, 2003.

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Ornella Ricchiuto, sociologa e ricercatrice in Antropologia Culturale. Si occupa di ricerca antropologica finalizzata all’identificazione, salvaguardia e diffusione del patrimonio culturale immateriale nel sud Salento. Collabora con la Cattedra di Antropologia Culturale dell’Università del Salento. È presidente e fondatrice di Liquilab. Tra i suoi lavori: Oltre il tabacco. Storie di donne a Tricase. Una ricerca antropologica, Liquilab editore, 2015; CantiCunti. Una ricerca antropologica a Tiggiano nel Salento, Liquilab editore, 2017; “La comunità del Mito. Prime annotazioni per la ricerca”, in Palaver, vol. 7, Università del Salento, 2018; Beni intangibili. Ricerche etnografiche nel sud Salento Liquilab editore, 2018.

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