L’ha detto lei stessa: a volte ho la sensazione di avere generato io la Sicilia.
Con quest’Isola ognuno di noi ha un conto in sospeso. Questo conto lo decliniamo in maniera personale con una lingua diversa, da cui deriva un vantaggio per chi fa arte da siciliano, da siciliana.
Il vantaggio deriva dalla materia sempre calda, bollente di contraddizioni, di interrogazioni e di antica instabilità, dell’insopportabile convivenza della bellezza con il suo opposto, da cui scaturisce ancora oggi tanta letteratura, tanto cinema.
Ma con Marilena si stava agli albori di una contemporaneità che portava le istanze di un femminile fuori sede che sarebbe oggi tutto da raccontare.
Mi riferisco agli anni universitari, a quegli anni settanta in cui tra di noi, allegra comunità tenuta insieme dalla maieutica di lei cantante-scrittrice, nasceva una nuova idea di Palermo ed una spinta del femminile verso una nuova visione del mondo.
Fu un laboratorio di amicizia, di un modo di vivere, di fare arte che la conclusione degli studi avrebbe sciolto, ma con l’imprimatur di una esperienza che avrebbe segnato in maniera profonda il cammino individuale.
Li si presentava a noi quella Sicilia “generata” da Marilena che in maniera segreta coniugava spasimo e denuncia, canto d’amore e protesta, ferita e cura. Era una creatura diversa questa Sicilia anche tragicomica per la sua natura traboccante. Un corpo-scuola. Da educazione sentimentale.
Per chi navigava, allora, nel terreno nebuloso della ricerca di un posto nell’orizzonte della creazione, la sua presenza era come un canto all’alba di una giornata tutta da inventare e di un “profumo” da contagiare.
Lei era già cosciente di potere disporre di pratica poetica e di una attitudine alla militanza come coerenza, come discorso sempre pronto a captare l’interlocutore.
Oggi che lei non c’è più e il mio unico appoggio per parlarne è il passato palermitano, o la rilettura oggi di suoi testi e canzoni, mi viene da dire che la strategia della sua ispirazione era quella di “insulare”, fare diventare verbo l’Isola.
Per cui prima ancora della parola o della nota musicale bisognava che lei attivasse il sospiro, animasse l’inerzia dell’isola e fare vibrare piuttosto lo spartito segreto della figlia dell’Isola, quella della dolcezza arrangiata a nuova formula chimica.
Parlando di lei possiamo ancora discutere di noi. Insuliamo anche noi seppure su piani diversi di esperienza, tenerci allenate alla lotta nel posto insulare che occupiamo.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Lina Prosa, drammaturga e regista, vive a Palermo, di cui è cittadina onoraria e dove dirige lo spazio di ricerca teatrale MigraTeatro nell’ambito del Progetto Amazzone. Prima autrice e regista donna, italiana, ad entrare nel repertorio de la Comédie-Française con la “Trilogia del Naufragio” (Lampedusa Beach-Lampedusa Snow-Lampedusa Way, 2013), è “Chevalier des Arts et des Lettres” di Francia. È Premio della Critica Teatrale Italiana per la “Drammaturgia 2015”, “Prize Kopanong Arts and Social Justice” (Pretoria-Sudafrica). I suoi testi sono tradotti in francese, inglese, catalano, serbo, croato, portoghese, tedesco, bretone, sloveno, spagnolo e studiati in molte Università internazionali, tra cui l’Università Cattolica del Perù, di Lima. In Francia oltre che da “Presses Universitaires des Strasbourg” è pubblicata da Edizioni “Les Solitaires Intempestifs”. In Italia da “Editoria&Spettacolo” e CuePress.
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