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L’intervista impossibile

Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2018 @ 00:27 In Migrazioni,Società | No Comments

-Adrian-Ghenie-Pie-Fight-Study-2012

Adrian Ghenie, Pie Fight Study, 2012

di Giuseppe Sorce

Lo ammetto, anch’io volevo intervistare un migrante per raccontare la sua storia. Quella mattina arrivai all’incontro con A. carico di energie, emozionato, con un inedito sorriso di supponente imbarazzo. Avete capito sì, il buon colono. Io come voi, faccio parte di quelli, come voi avrei sicuramente fatto, se fossi stato al posto, in quegli anni, mi sarei comportato in modo che, mai avrei, mai di certo, d’accordo, connivente neanche per sogno.

È facile essere amici di A., una persona di rara sensibilità ed educazione, profonda nell’affrontare qualsiasi tipo di dibattito. Non può che arricchire l’interlocutore con idee e punti di vista descritti sempre con sincerità e precisione nonostante le piccole imperfezioni linguistica. Viene dalla Guinea, ha qualche anno meno di me, il mio stesso grado di istruzione, proviene da una buona famiglia. Una cosa è certa, l’abito dell’intervista vis-à-vis non mi sta proprio bene addosso. Siamo in una sorta di aula studio molto grande, i tetti a volta bianchi così come le pareti. Un lato della stanza è una grande veranda che dà su un piccolo cortile, poi le inferriate e la strada. Ci sono due grandi scrivanie, ci sediamo, questa insopportabile retorica da taccuino, uno di fronte l’altro. Eppure ero pronto. Volevo intervistare A. l’ho detto, volevo restituire la sua storia attraverso un racconto-intervista scritto ad hoc. Avrebbe agito subito, una pillola ad azione rapida, chiudi gli occhi, ingoi un po’ d’acqua, un bel lavaggio di coscienza. Non ci sono controindicazioni, meraviglioso. Magari la prendo anche domani.

Non ci credo, no, non è possibile. Che ti prende, perché quella faccia? Guarda, ti giuro, ho avuto un’impressione assurda. Dimmi che c’è?! – la luce del bar è bianca, ossessivamente bianca, come quella degli ospedali. Della musica volgare con della clientela volgare, sempre. Il pavimento è nero invece, un finto marmo nero con sbrilluccicante. Tutto il resto è bianco e assordante – guarda il bancone, dietro il vetro, li vedi i pezzi di rosticceria tutti accanto all’altro? Eh, e quindi? Sempre là stanno di solito.  Non so ma mi son sembrati tutti delle mani mozzate. Mani scure e imputridite. Son saltato in aria un momento, credimi.

 Questo ci serve, un lenitivo a ph neutro per l’imbarazzo culturale, per il senso di colpa. Che bell’odore di pulito. Volevo, sì e sarebbe stato un successo, ma non ci sono riuscito.

Adrian-Ghenie-Self-portrait-as-Vincent-Van-gogh-2016

Adrian Ghenie, Self portrait as Vincent Van-Gogh, 2016

Appena A. ha iniziato a raccontare sul serio, appena siamo partiti insieme da casa verso l’ignoto ho lasciato la penna. Nera, sinuosa, lucida, immobile su quei fogli bianchi di un quadernetto in finta pelle hipster raccattato a Bruxelles. Immobile ancora e lucida, con le mani che sentivo sanguinare, non riuscivo a prenderla. Era diventata un macigno all’improvviso. Guardavo la sua rotondità artefatta, perfetta. Era come una piccola nuvola di magma nero su di un letto di latte. Non riuscivo a non guardarla nella sua pietrificata lucentezza. La pagina rimaneva intonsa, scorrevo le dita su quel bianco poroso, tipico di quel tipo di carta per appunti, e tra le sottili righe azzurre del foglio la penna rimaneva lì nella sua leggiadra immanenza, nel suo terribile silenzio – alzando gli occhi fuggevolmente, scorgendo il volto di A. che mi guardava con fermezza. Una normale penna da taschino, di importazione e scadente, eppure un oggetto così ammaliante. Così estraneo ecco, un corpo estraneo. Certe parole di A.. Ci provavo di tanto in tanto a prendere qualche appunto, ma che atto vile! Io ero vile. Io sono vile mentre scappavo con lui che aveva coraggio.

Ma come si può fare un corso di scrittura creativa? Ma sul serio veramente c’è chi pensa che si può insegnare la creatività? Soltanto con poca immaginazione si può arrivare a una conclusione affermativa a questa domanda. A poca sensualità di pensiero corrisponde poca immaginazione nella scrittura e viceversa. Ma che scrivi?! Perché le narrazioni utopiche sono così noiose scusa? Pensaci, non ci sono serie tv di successo che raccontano un mondo utopico. L’utopia neutralizza la parola perché il nostro immaginario è incapace oggi di partorire un’articolazione di immagini, sogni, fantasmagorie che funzionano da stimolo nel fare politico. Capisci? In positivo. Perché le frontiere del linguaggio, che a sua volta si nutre e alimenta la formulazione di immagini, indietreggiano progressivamente verso il deserto. Un deserto interno, un deserto tutto interiore. Dici che il pensiero utopico è stato stigmatizzato, bollato come figlio obbligato di un becero fideismo qualunque. E infatti, il prodotto finzionale per eccellenza di un mondo tecnocratico è un mondo post-apocalittico dove, che so, la gente non sa più scrivere, o non vede più, o parla una lingua irrigidita e censurata, i libri vengono bruciati al rogo, alte mura circondano omologatissime città…[1]

No, non riporterò le parole di A.. Non scriverò neanche  quelle poche frasi che ho appuntato, quelle che proprio mi hanno scosso per sempre. Quelle che al bancone del bar, più tardi a pranzo, mi hanno portato a vedere mani mozzate al posto dei calzoni cotti al forno, quelle che mi hanno zittito per tutto il giorno, quelle marchiate con un fuoco gelido sulla pelle forte di A.. No, non le scrivo, perché io stesso le ho dimenticate, sono lì sul quel quadernetto. Le ho volute dimenticare. Non volontariamente certo, o meglio, non con totale inconsapevolezza, o meglio ancora, non le ho dimenticate in modo sistematico. Dapprima ho avuto coscienza che le avrei dimenticate, questo perché ho pensato che avrei sperato di dimenticarle e così facendo già speravo di dimenticarle.

Adrian Ghenie, Pie Fight Study, 2012

Adrian Ghenie, Pie Fight Study, 2012

Ho percepito che quelle immagini si erano per sempre impresse nella mia memoria e ho deciso, con una sorta di patto tacito fra il mio conscio e il mio inconscio, che avrebbero potuto popolarla in silenzio, dagli angoli più remoti. Poi il mio cervello, attraverso uno di quei meccanismi autonomi che hanno luogo durante il sonno, ha “rimosso” il rimbombo di tutte quelle parole che avevo avuto nella testa per tutto il giorno dell’intervista. Con la voce soave di A., cariche di dramma e di sostanza umana che noi no, non possiamo immaginare, ho come dimenticato il passaggio di quelle immagini che dalla sua vita sono arrivate alla mia immaginazione –  lo ascoltavo (non ascoltavo un Racconto da tantissimo tempo) e, come se lette in un romanzo, le ricreavo a mio piacimento, con gli strumenti immaginari che possiedo: frame di film di guerra, inchieste giornalistiche, documentari, videogame sparatutto ecc..

Adrian Ghenie, Charles-Darwin as a Young Man, 2013

Adrian Ghenie, Charles Darwin as a Young Man, 2013

Ho dimenticato quindi il loro avvenuto passaggio, la registrazione in cui si vede il tizio che passa il confine. Ma è rimasta l’impronta di quelle parole, sono rimasti dei segni grafici, quasi illeggibili a matita con la mia grafia, scritti su quel quadernetto che non ho avuto ancora il coraggio di riaprire. Per questo mi sono definito vile, perché io il quadernetto non lo apro, neanche per scriverci un bell’articolo. Mentre A. è coraggioso. A. non ha esitato a riaprire i suoi ricordi e a dargli voce. A., che quando gli ho chiesto se avessi potuto intervistarlo, mi ha risposto con un sorriso che non dimenticherò più.

Perfetto, il finale ad effetto l’abbiamo scritto. Questo è il brutto delle interviste, che il principale afflato umano rimane fuori, oltre i bordi del foglio, inconoscibile in quanto deontologizzato. Privato di un valore informazionale (l’unica ontologia possibile oggi per cui se scrivi un pezzo è sempre troppo o troppo poco difficile per il target di lettori) poiché fuori mercato. A chi importa dei detti africani, e della loro strabiliante sottigliezza, di cui io e A. abbiamo parlato per ore dopo “l’intervista”. A chi importa se A. è riuscito a restituirmi con grazia poetica il delicato atto del lavarsi le braccia e come questo, nella diffusione del rituale e conseguente volgarizzazione, possa assumere configurazioni diverse in altre regioni. A chi importa della melensa, narcisistica, vergognosa e insopportabilmente psicologica matassa di elucubrazioni che questa intervista ha generato in me invece –  A. è un omone, t’immagini se quello che ha passato lui l’avessi passato io, così magro e decisamente poco allenato. Penso sarei morto alla prima tappa. A chi importa se “chiunque di noi immigrato dall’Africa non riesce più a guardare un truck” senza provare l’orrore. 

Dialoghi Mediterranei, n.34, novembre 2018
Note

[1] «La rinuncia a un pensiero utopico e l’impoverimento fino alla sterilità dell’immaginario politico hanno lasciato terreno a una retorica che se ne infischia totalmente delle decostruzioni, delle raffinate disamine intellettuali, di fonti, documenti e prove. Perché le ideologie radicali sono sistemi chiusi. […] Non abbiamo più a che fare con la verità, ma con la credenza. Ero in treno l’altro giorno e Simone Ghiaroni, da antropologo, me lo confermava: nessuna religione teme la razionalità o l’empatia, quello che teme è un’altra religione, con nuovi simboli, nuovi miti, nuovi riti. Non si combatte la credenza fascista con la ragione. Bisogna cercare un immaginario vergine da contrapporre a quello egemonico. Ma dove? Lontano? Non è che il lontano, quello dell’altro e dell’altrove, è forse già qui? Pensiamo ad esempio all’Africa. Un immaginario smisurato e ignoto che sta arrivando in Italia sui barconi. Non quello dell’islam o dell’animismo o del cristianesimo sincretico, ma un immaginario quotidiano, a noi praticamente sconosciuto, lontano anni luce dallo stereotipo di povertà e sottosviluppo che incolliamo all’Africa». Questo scrive Meschiari “Dal cuore del caos” (così si intitola l’articolo pubblicato su ” Doppiozero” 14 settembre 2018).
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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Attualmente studia Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna.
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