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L’incontro: terapia e ausilio. Criticità cliniche della complessità migratoria

b_copertinalibrodi Valeria Dell’Orzo

La realtà della migrazione è universo vasto, complesso, duttile e performante che coinvolge la totalità del vivere sociale. L’intento di comprenderla e di strutturare delle metodologie di approccio alle varie sfaccettature che compongono questo magma culturale, che scorre e si riformula in un continuo sobbollire, richiede il simultaneo approccio di differenti sguardi, di diverse e diversificate azioni di indagine e di intervento, capaci di legarsi tra loro e col poliedrico tessuto sociale contemporaneo.

Verso una cultura dell’incontro. Studi per una terapia transculturale (FrancoAngeli, 2017) scritto e curato da Alfredo Ancora, è un testo che si snoda lungo il binario di un approccio ampio, diversificato e parallelo, che include interventi e metodologie di incontro, ancor prima che di intervento terapeutico. Le azioni proposte o sperimentate, le ricerche, le analisi e le riflessioni si susseguono tra loro e attraverso lo sguardo di diversi studiosi e professionisti, srotolando e dipanando così tutta la complessa trama del fenomeno migratorio che include traumi e relazioni interpersonali e interculturali, scambi e arricchimenti, malintesi, incomprensioni e vuoti comunicativi, bagagli di crescita collettiva così come carichi di dolori, corali e personali, avvilenti e limitanti.

Attraverso il testo, che si dichiara rivolto agli operatori del settore sanitario della salute mentale, è però inevitabile cadere nel quotidiano comprendere e nel costante interagire che caratterizza chiunque faccia parte di un mondo sempre più globalizzato, si rivela così una ricca fonte di spunti di riflessione che esulano dalla realtà meramente clinica e sconfinano in quella più estesa che permea ciascun individuo inserito nella società del convivere.

«Nel tempo delle globalizzazioni si assiste a forti mutamenti spazio-temporali, definiti “società liquida” da Z. Bauman, “non luoghi” da M. Augé, “spazio dei flussi” da M. Castells, “compressione spazio-temporale”, da D. Harvey. […] Il processo chiamato globalizzazione, […] arriva a investire in maniera travolgente la dimensione più intima dell’esperienza personale. Oggi esseri umani con culture, religioni, valori e linguaggi diversi, sono chiamati sempre più a convivere ed interagire in luoghi, contesti e tempi sempre più ristretti. A fronte delle diverse modalità comunicative, sul piano verbale, paraverbale e non verbale, esistenti nelle diverse aree della terra, sono inevitabili incomprensioni, problemi e conflitti» sintetizza Portera (2012: 123-124) offrendoci la panoramica della realtà contemporanea che anche gli addetti al settore psicoterapico si trovano ad affrontare nel quotidiano del loro agire professionale.

Il mondo contemporaneo è un esteso piano variegato e arricchito da rapidi meticciati interculturali in continua evoluzione, scosso e attraversato da comunicazioni e spostamenti rapidi, che non lasciano tempo alla consuetudine, ma che impongono invece l’abitudine al cambiamento, alla riformulazione viva e vitale della condizione umana. In questo scenario però a muoversi con gli individui sono anche i fardelli di dolore, gli eventi traumatici, la sofferenza dello sradicamento dal luogo sentito come proprio e dello smarrimento di un nuovo inserimento, spesso osteggiato da chi dovrebbe accogliere, un dolore incrementato nella coralità di un dramma condiviso che contagia di sofferenza coloro che si trovano stretti nella stessa sacca spaziale, un ritaglio societario che troppe volte ingloba e isola i nuovi abitanti dal contesto circostante.

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Jean Michel Basquiat, 1984

Come è stato delineato dal sociologo Salvatore Palidda (2008; 2010), docente di Sociologia della devianza e del controllo sociale e di Sociologia delle migrazioni, il punto focale nell’approccio al fenomeno migratorio e quindi al profilarsi di interventi multidisciplinari e multisettoriali articolati e differenti, consiste nella necessità di comprendere che le migrazioni rappresentano una realtà da sondare non nella loro, solo presunta, riduzione al livello di un fenomeno a sé stante, ma in qualità di fatto sociale totale, come un fatto politico totale, un insieme articolato di legami, cause e effetti locali e internazionali, inscindibili e interdipendenti, che possono essere compresi in realtà solo nella loro lettura unica e complessiva e che a loro volta generano e innescano reazioni emotive e sofferenze avvilenti capaci di propagarsi grazie proprio all’humus dell’isolamento interetnico, che affligge le città di arrivo e la varietà multiculturale in esse compresa.

Le migrazioni, per essere oggetto e soggetto di interventi di ausilio, devono essere messe in relazione con il mutare degli assetti sociali, culturali, economici e politici, delle varie società coinvolte, della realtà dei Paesi di partenza e di quelli di arrivo, delle comunità d’emigrazione e d’immigrazione, in questa ottica dall’ampio taglio di osservazione si pone la poliedrica realtà degli interventi presentati tra le pagine del libro di Alfredo Ancora.

Seguendo la successione di interventi proposti e delineati nel testo, le migrazioni andrebbero considerate, nei processi dei servizi socio-assistenziali, così come nell’ottica di un arricchente convivere, non nella parzialità e frammentarietà delle loro varie  tappe isolate, ma – seguendo  il sociologo Ambrosini (2011) – attraverso  una lettura multi-causale, dotando di pari rilevanza le ragioni personali che muovono i migranti, quelle endogene e interne alla realtà di partenza nonché alle condizioni specifiche dei contesti di arrivo, siano questi solo tappe potenziali o effettivi luoghi di riformulazione del vivere personale. In un intento di intervento terapeutico e assistenziale, l’autore porre l’attenzione su questa molteplicità di fattori che, di singolo in singolo, realizzano una dimensione collettiva di disagio e di malessere, si pone come sfida irrinunciabile per il raggiungimento di apporti sempre più plastici e proficui per il benessere dell’assistito e della collettività entro la quale è inserito.

Il transculturalismo, condizione alla quale non si è ancora giunti nella sua completezza fluida e ricca, è in ogni caso una dimensione alla quale neppure i più ritrosi possono sottrarsi oggi più che in passato; intrinsechi allo scorrere umano che caratterizza il mondo contemporaneo la possibilità di decentrare sé stessi per decentrare il proprio sguardo, affinare nuovi punti di vista e dunque nuovi approcci mentali e comportamentali, si rivela un’utile, indispensabile, disposizione personale per chiunque intenda entrare in relazione con la vita che pulsa nella sua pienezza interculturale, e per coloro che per professione si trovano a fronteggiare il disagio nelle sue tante, infinite e imprevedibili declinazioni, nelle macro-distinzioni patologiche fino all’individuale malessere del singolo all’interno dei contesti sociali.

«Il lavoro con il gruppo transculturale lo avevo concepito inizialmente come la possibilità di mettere in pratica le conoscenze acquisite attraverso l’esperienza di vita, di lavoro e di studio, inserendomi in un modello operativo esistente, collaudato, caratterizzato da una cornice teorica, da tecniche e obiettivi prefissati. La plasticità del gruppo per un certo tempo è stata disorientante […]» (ivi: 165), confessa Tiziana Borgese, infermiera transculturale, una delle voci che compongono il libro curato dallo psichiatra e psicoterapeuta Alfredo Ancora.

Lo smarrimento di fronte a una realtà così densa di informazioni e stimoli, così duttile, scivolosa rispetto alla rigidità degli accademismi che ogni professionista inevitabilmente porta con sé, più come un fardello che come un bagaglio, esprime con la forza dell’impatto personale, la necessità di riformulare le proprie strategie, sciogliere quei nodi concettuali, quegli imbrigliamenti didattici tanto limitanti rispetto alla poliedrica espressione umana, rispetto agli abissi profondi dell’espressione dell’io tra i flutti delle micro-società che formano la struttura del suo vivere comunitario.

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Jean Michel Basquiat, 1981

Il filo conduttore del testo possiamo rintracciarlo nel costante riferimento al gruppo; quelli di interazione terapeutica infatti si fanno specchio di una dimensione di socialità e collettività del vivere, del dramma, del malessere e della cura. È nell’interazione del singolo col gruppo e nel gruppo che si palesa più fortemente l’intimo disagio dell’essere umano. Scissi dal nucleo sociale il dolore e l’alterazione si velano di invisibilità, ma interni a un coesistere rivelano la trama di fitti innesti del sentire; intrecciati e indissolubili come i rami di un bosco i cui elementi condividono terra, pioggia e vento, le vite dei migranti si annodano l’un l’altra, si piegano su quegli stessi nodi che danno forma a una realtà quotidiana di marginalizzazione e privazione, di ricordi e incubi, di soffocanti attese e di estenuanti burocratismi.

Alla luce di una logica di chiara compresenza, la pericolosità dell’esclusione si palesa sotto il profilo clinico così come sotto quello sociale; interessarsi alla singola problematica dell’individuo permette di strutturare degli interventi di ausilio che si rivelano forieri di una migliorata condizione comunitaria, da una comunicazione empatica affrancata dai vincoli normativi e burocratici, da una sensibilità che si sforza di «scendere un po’ dal trespolo di una cultura autocentrata che conferma la propria soggettività per andare a conoscere/costruire realtà intersoggettive (ossia sociali e culturali)» (ivi: 81).

I riferimenti agli innumerevoli studi in materia di migrazione e criticità psichica, presenti nel testo, sono molteplici e vengono intessuti con le trascrizioni di esperienze dirette, di riflessioni sulla necessità dello sviluppo di un pensiero transculturale capace di adattarsi in maniera duttile alle differenti, individuali, realtà umane coinvolte nel grande sistema delle migrazioni contemporanee.

Comprendere cosa sta dietro una condizione di malessere è con evidenza necessario a dar forma al più corretto approccio terapeutico, ma nella fenomenologia migratoria, il passato, il presente, il relazionarsi tra migranti e tra migranti e abitanti del luogo di arrivo, il riformulare sé stessi di tappa in tappa durante un cammino spesso lento e lungo fatto di inserimenti e distacchi, di legami e abbandoni, costituisce un’unica materia performante da avvicinare, sondare e comprendere immergendovisi, per trovare le risposte a un sordo corrodersi dell’individuo e del nucleo che ne condivide l’esperienza all’interno di un sistema di scambio a stretto giro che amplifica e esaspera il male del singolo attraverso il confluirvi di un male diffuso.

Il pensiero corre con facilità alla realtà alienante che vessa i migranti lasciati a stagnare sull’isola di Manus, di Nauru e su Cristmas Island, alle parole e alla testimonianza di Beherouz Boochani (2018), che da anni vive in uno dei contesti sociali dove maggiore è il perpetrarsi di atti di autolesionismo, di suicidi, solo tentati o drammaticamente realizzati, che irrompono nel quotidiano e implodono nello sconforto, coll’estrema rivolta dell’io costretto a spegnersi giorno per giorno in un’attesa avvilente. All’interno di una realtà come quella cupa e stretta di un campo recintato si avverte con maggiore chiarezza che il malessere legato alla condizione migratoria si alimenta non solo del bagaglio del vissuto personale, ma anche, molto, di quello collettivo che confluisce nel sentire del singolo, in un angosciante sistema di vasi comunicanti legati dal dolore, che si avverte e a cui si assiste, venga questo mostrato o taciuto. Nei ghetti dell’esclusione, cui troppo spesso i migranti vengono relegati, il malessere personale scorre come una corrente continua alla quale non è possibile sottrarsi, e che si trasforma in una trascinante e stordente condizione di disagio collettivo.

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Foto di S. Tarallini

Come illustrato dalle ricerche di R. Wilkinson, K. Pickett (2012), le disuguaglianze sociali rendono la società più infelice, alimentano e rinfocolano sacche di malessere, fanno leva su dolori pregressi, sul disagio del presente, sulla condivisione di uno spazio di esclusione, marchiato dall’incuria, dalla trascuratezza urbana, dalla bruttura e dalla carenza di sussidi assistenziali, dall’assenza di servizi, di infrastrutture e di possibilità di un vivere in parità e dignità. Sono questi spaccati contemporanei che rappresentano il luogo di intervento prevalente degli operatori socio-assistenziali e la complessità dell’agire mostra tutta la sua evidente problematicità.  Sotto questa luce le azioni di cura e di sostegno diventano dei percorsi che gli operatori si trovano a affrontare al fianco dei loro assistiti, dei viaggi da compiere attraverso il vissuto passato e presente, attraverso un osmotico riverbero di conoscenze, curiosità e scoperte.

Nei diversificati campi dell’intervento socio assistenziale, «l’operatore del terzo Millennio, impegnato con nuovi utenti e in nuovi contesti, come le strutture di accoglienza, luoghi “appena sfornati” senza una loro storia precedente», progetta, sviluppa e sperimenta a livello personale e sociale nuove modalità di confronto, plastiche e dunque più attinenti all’ascolto e alla comprensione della cultura dell’altro.

A fronte di questa sfida che costringe a «pensare una diversa definizione della cura», l’autore si chiede: «la psicologia e psichiatria tradizionale saranno capaci di affrontare problematiche inedite e complesse quali quelle presentate dall’intruso culturale? Rappresentato da migranti, nomadi, rifugiati, ma anche da coppie miste, ricongiungimenti familiari, famiglie ricomposte, “allargate”?» (ivi: 23). Perché, scrive ancora Ancora, «Verso la cultura dell’incontro vuol dire anche verso momenti di cambiamento di sé, ampliando la visione della propria mono-cultura» (ivi. 41). Perché è dentro questi spazi di incontro e di intervento che quanti per professione si trovano a interagire con una realtà altra, ma interna a quella avvertita come propria, è dentro queste dinamiche che «si ha l’impressione, talvolta, di un operatore allo sbaraglio, spaesato, spostato, solo. Strutture formative, alcune anche qualificate, non riescono spesso a colmare quello iato fra “un’invenzione dell’altro di turno”, “la costruzione dell’altro” e l’altro in carne e ossa» (ivi: 190). È questo dunque il perno su cui ruotano gli interventi, la vite che serra le relazioni tra gli operatori e gli assistiti, quel vuoto tra l’immagine dell’altro e la realtà dell’altro, uno spazio concettuale e dannoso che ce lo tiene lontano, che lo esclude, che ci priva, per un errato calcolo delle distanze, della possibilità di vivere e di convivere in prossimità di corpo e di spirito.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
 Riferimenti bibliografici
M. Ambrosini, Sociologia delle migrazioni, Il Mulino, Bologna, 2011.
A. Ancora, Verso una cultura dell’incontro. Studi per una terapia transculturale, Franco Angeli, Milano, 2019.
B. Boochani, No Friend But the Mountains: Writing from Manus Prison, Picador, Sydney, 2018
S. Palidda, Mobilità umane. Introduzione alla sociologia delle migrazioni. Raffaello Cortina, Milano, 2008.
S. Palidda, a cura di, Il «discorso» ambiguo sulle migrazioni, Mesogea, Messina, 2010.
A. Portera, Competenze interculturali per la società complessa, in N. Lupoli (a cura di), Liberi riflessivi pensosi. Nuovi orizzonti della Lifelong education, Franco Angeli, Milano, 2012.
R. Wilkinson, K. Pickett, La misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici, Feltrinelli, Milano, 2012.

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Valeria Dell’Orzo, antropologa culturale, laureata in Beni Demoetnoantropologici e in Antropologia culturale e Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha indirizzato le sue ricerche all’osservazione e allo studio delle società contemporanee, con particolare attenzione al fenomeno delle migrazioni e delle diaspore e alla ricognizione delle dinamiche urbane. Impegnata nello studio dei fatti sociali e culturali e interessata alla difesa dei diritti umani delle popolazioni più vessate, conduce su questi temi ricerche e contributi per riviste anche straniere.

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