
C. Moulin, Scena pastorale ambientata nelle Mainarde molisane (Archivio iconografico/collezione privata Roberto Fiocca)
di Gianni Palumbo
La parabola esistenziale e creativa di Charles Lucien Moulin [1] si configura come una delle testimonianze più radicali di ascesi artistica del Novecento, trovando un’affinità elettiva quasi speculare nella filosofia trascendalista di Henry David Thoreau. Sebbene Moulin si fosse formato nel rigore accademico dell’École des Beaux-Arts di Parigi sotto la guida di Bouguereau, condividendo la giovinezza artistica con figure del calibro di Henri Matisse, la sua decisione di abbandonare i circuiti istituzionali dopo aver frequentato il prestigioso Prix de Rome, tra il 1896 e il 1900, a Villa Medici a Roma, non fu una rinuncia, bensì l’adempimento di un imperativo etico superiore. Egli scelse di incarnare quel vivere con saggezza che Thoreau teorizzò tra i boschi di Walden, decidendo di affrontare «solo i fatti essenziali della vita per non scoprire, in punto di morte, di non aver mai vissuto».
Tuttavia, se per il pensatore di Concord il bosco rappresentava lo spazio della disobbedienza civile e del ritorno all’origine, per Moulin le Mainarde molisane divennero il teatro di una scelta ancora più estrema, dove la geografia fisica del massiccio si fuse indissolubilmente con una complessa geografia morale di respiro europeo.
L’approdo di Moulin nell’alto Volturno nel 1919, dopo il trauma della Grande Guerra e una presunta delusione sentimentale, segnò il passaggio definitivo da una pittura di accademia a una simbiosi mistica con l’ambiente. Sulle vette che superano i 1800 metri, l’artista edificò manualmente il proprio rifugio sul Monte Marrone, compiendo un gesto che rappresenta il cuore del parallelismo con Thoreau: l’architettura intesa come spoliazione e riappropriazione del sé. La capanna di Walden e il rifugio delle Mainarde non vanno interpretati come edifici nel senso convenzionale del termine, ma come estensioni architettoniche di un pensiero ridotto all’osso, capanne. Essi sono meri ripari, soglie minime tra l’intimità dell’animo e l’immensità del cosmo, che rifuggono ogni forma di «bardatura» sociale o difensiva volta a isolare l’uomo dal battito del mondo selvatico.

C. Moulin, Veduta di Monte Marrone sulle Mainarde, pastello su tavola, anni 40 (Archivio iconografico /Collezione privata Roberto Fiocca)
Moulin scelse per il suo eremo la pietra calcarea del luogo, quella materia chiara e silente che costituisce la memoria minerale di mari primordiali, un tempo sommersi e oggi innalzati verso il cielo. Questa ossatura carbonatica del massiccio agiva come un diapason luminoso: il calcare marnoso, con il suo candore d’avorio o grigiastro e la sua capacità di riverberare ogni minima variazione atmosferica, fungeva da membrana osmotica tra la roccia e l’etere. Il rifugio diventava così un dispositivo di ascolto, una struttura permeabile che permetteva il passaggio incessante di luce, vento e silenzio, annullando la distanza tra il soggetto che osserva e l’oggetto osservato. In questa prospettiva, la pietra incastrata a mano cessava di essere barriera per farsi organo di senso, un guscio sottile in cui l’artista assorbiva la vibrazione della montagna.
In questa ricerca di assoluta compenetrazione, la scelta del pastello come medium d’elezione non fu una questione di mera praticità, ma una necessità ontologica. Per Moulin, il pastello rappresentava la via verso il «chiaro», quella luminosità totale che conduce direttamente all’Assoluto. A differenza dell’olio, che con la sua densità materica rischia di appesantire il reale, il pastello è pura polvere di luce, un pigmento che permette di sfumare i contorni della materia fino a renderli trascendenti. Inseguendo le tonalità grigio-perla del calcare al crepuscolo o le vibrazioni azzurrine delle vette innevate, Moulin aspirava a quell’ascesi che la Natura offre spontaneamente a chi sa guardare oltre il velo delle apparenze. Ogni tratto sulla carta non era un semplice esercizio descrittivo, ma un atto di ascesa spirituale, un modo per abitare quella chiarezza metafisica che trasforma il paesaggio in una preghiera visiva.

Moulin mentre dipinge al Colle Rosso, 1938 (Archivio Iconografico/Collezione privata Roberto Fiocca)
Il parallelo con la visione di Thoreau si fa ancora più stringente nell’osservazione del rapporto tra l’individuo e la comunità. Moulin, ribattezzato affettuosamente «M’ssiù Mulà» e venerato come il «Professore», incarnava un paradosso vivente agli occhi degli abitanti di Castelnuovo al Volturno: da una parte l’apparenza del folle dalla barba incolta e il passo lieve di un corpo minuto e fragile; dall’altra l’autorità del dotto. Egli divenne un profondo conoscitore delle specie officinali appenniniche, trasformandosi in un medico-taumaturgo per la popolazione locale. L’uso sapiente di erbe come la bardana, la genziana e la borragine – di cui ho raccolto testimonianza diretta dal racconto di un’anziana del borgo, guarita in gioventù da una pervicace alopecia proprio grazie ai suoi impacchi – testimonia una comprensione del mondo naturale che univa il rigore scientifico alla sensibilità dell’eremita. Curando gratuitamente i pastori e i contadini, egli opponeva alla logica del profitto un’economia circolare del dono: sovente, in cambio di un semplice piatto caldo, offriva l’immortalità del pastello ritraendo i volti dei compaesani. Quei quadri, che ancora oggi abitano le case di Castelnuovo a distanza di decenni, restano la prova tangibile del suo celebre assunto: «L’arte non si paga».

C. Moulin, Gli amanti, pastello su carta, anni 30 (Archivio iconografico/Collezione privata Roberto Fiocca)
Tuttavia, la biografia di Moulin si arricchisce di una densità storica che trascende l’idillio naturale. Il Monte Marrone divenne durante il secondo conflitto mondiale un nodo cruciale della Linea Gustav, trasformando l’orizzonte di Moulin in un fronte di trincee e sangue. In questo scenario, la natura che l’artista ritraeva con dedizione mistica divenne il muto testimone del sacrificio di Giaime Pintor [2], che nel dicembre del 1943 trovò la morte ai piedi di quel massiccio. Questo evento conferisce alla montagna una sacralità laica: il rifugio dell’artista, quel riparo essenziale nato per il «chiaro» e la contemplazione, sorgeva a pochi passi dai sentieri dove si decidevano le sorti della libertà italiana. Moulin, avendo edificato il suo eremo venticinque anni prima dello scoppio del conflitto (ed avendolo abbandonato poco prima del conflitto, tanto che le pietre del suo eremo furono utilizzate per la costruzione della Linea Gustav e poi il rifugio fu ricostruito molti anni dopo, in maniera fedele all’originale, grazie alle indicazioni e ai disegni dello stesso pittore), operò una sorta di trasfigurazione retroattiva del luogo, consacrando al silenzio e alla cura un territorio che la storia avrebbe poi destinato alla logica della devastazione bellica.

C. Moulin, Autoritratto, 1959, pastello su carta (Archivio iconografico/ Collezione privata Roberto Fiocca)
In ultima analisi, Moulin ha vissuto il proprio esilio volontario come una forma di resistenza suprema contro quella che egli definiva «la pittura di sbandati», quella delle avanguardie vocate agli interessi del mercato, un’arte che riteneva incapace di colmare il vuoto spirituale dell’uomo moderno. Egli ha operato una «restaurazione dello spirito» in una terra divenuta trincea, dimostrando idealmente che la bellezza continua a nascere sopra il ricordo delle battaglie, in un ciclo di perenne rinascita. La sua eredità, oggi cristallizzata nell’Area Wilderness che porta il suo nome, resta quella di un eretico indipendente che, al pari dei grandi trascendalisti, ha dimostrato come la verità non abiti nei salotti della cultura ufficiale, ma nella nudità delle vette. La vita di Charles Lucien Moulin rimane un’opera d’arte totale, un balsamo persistente per l’umanità, che ci insegna come la natura non sia un mero sfondo estetico, bensì il fondamento etico su cui ricostruire l’essenza dell’essere attraverso una costante e umile osmosi con l’Assoluto.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Charles Lucien Moulin nasce a Lille, in Francia, il 6 gennaio 1869. Il padre, Gustave, è sarto, la madre, Sophie Salambier è casalinga. Da piccolo farà l’apprendista in una falegnameria. Sarà il figlio del proprietario di quell’opificio del legno a notare le sue particolari doti, mentre disegna un mobile, proponendo ai genitori di fargli frequentare l’Istituto d’Arte di Lille dove otterrà, a 19 anni, l’abilitazione all’insegnamento. Nel 1890 entrerà nell’Accademia delle Belle Arti di Parigi superando la complessa prova di ammissione. Durante gli studi in Accademia conoscerà, tra gli altri, Henry Matisse col quale nascerà una frequentazione di lunghissimo corso. Sarà sempre durante gli anni dell’Accademia che conoscerà degli zampognari e uno di questi divenne suo modello, ritratto in una delle sue opere più famose. Sarà proprio questo zampognaro uno degli agganci di Moulin per il territorio di Castelnuovo al Volturno. A Parigi Moluin ebbe tra i propri professori anche il decano William Adolphe Bouguerau, massimo esponente della pittura “pompier”. In quegli anni a dirigere l’atelier all’Ecole de Beaux-Arts di Parigi, presso il quale aveva fatto apprendistato Matisse, vi era Gustave Moreau. Tra questi giganti Moulin si formò ed ebbe modo di esprimere il proprio genio tanto da vincere l’ambitissimo Prix de Rome, che prevedeva la possibilità di trascorrere quattro anni presso la sede romana dell’Accademia parigina, Villa Medici, dove effettivamente si trasferì il 29 dicembre 1896. Da Roma ebbe modo di viaggiare nei dintorni, per esempio ad Anticoli Corrado, dove aprì un proprio Atelier. È probabile che Moulin, con un carattere incline ad eludere il successo e la visibilità in società, ebbe un significativo influsso da parte di Moreau, atteso che il simbolismo si era formato quale ramo della cultura decadentista tra quegli intellettuali che furono contrari alla superficialità imposta dal materialismo borghese dominante nella seconda metà dell’Ottocento. I simbolisti abbandoneranno la cultura materiale a favore di una ricerca appassionata nei meandri più profondi dell’animo umano, talvolta rifuggendo l’ortodossia delle masse. D’altronde lo stesso Moulin amava frequentemente ripetere che “l’arte non si paga”, “io non vivo di arte, vivo per l’arte”. Un’affermazione che riassume, meglio di ogni dato biografico, il senso della sua scelta di vita e l’essenza del suo essere artista.
Viaggerà molto tra Roma, Parigi, New York e il Molise, dove si trasferirà definitivamente dopo il 1919, costruendo con le proprie mani il suo eremo su Monte Marrone e il suo atelier/rifugio al Collerosso, in territorio di Castelnuovo al Volturno, oggi frazione di Rocchetta al Volturno. Moulin sui monti molisani vive, più di altrove, una relazione in un rapporto uno a uno tra vita e arte. La sua vita in Molise diventa gradualmente sempre più isolata, sempre più distaccata dal resto del mondo, si dirada anche la corrispondenza con Matisse e la costante esperienza nella Natura delle Mainarde diviene ispirazione prioritaria per una ulteriore evoluzione artistica, spirituale e umana. Abbandona del tutto la “pittura di storia”, così come l’olio e la tempera che l’accompagnavano, per dedicarsi unicamente al pastello. Si dedica costantemente allo studio realistico dei paesaggi con particolare dedizione e perseveranza: “Le cose devono essere studiate per degli anni per cogliere la luce”, affermava, “Se così facendo le vediamo come difficilmente si lasciano vedere, cioè senza confini troppo precisi, la nostra allora non è più una semplice rappresentazione della natura, bensì la nostra pittura”.
Sarà nel 1943, durante il ritiro dei Tedeschi dietro la spinta alleata e partigiana, che gli abitanti dei paesi dell’Alta Valle del Volturno furono costretti a lasciare le proprie abitazioni per piegare nel Lazio, prima verso la Valle del Liri, poi verso Ferentino. Nella concitazione di quel drammatico momento, Moulin nascose le sue tele, auspicando di ritrovarle se fossero sopravvissuti alla fine del conflitto armato. Ma, dalle testimonianze orali, pare che un ufficiale francese si imbatté nelle opere e al ritorno di Moulin, non furono più ritrovate!
Da poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il pittore non si mosse più da Castelnuovo e, ormai anziano, fu costretto anche a lasciare la sua modesta dimora a Collerosso e fu ospitato da un’umile famiglia del paese, quella dello spazzino Francesco Di Silvestro. Con l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, negli ultimi mesi di vita, fu ricoverato alla clinica Pansini di Isernia nella quale si spense, il 21 marzo del 1960, all’età di 91 anni, mentre ritraeva Suor Pia che lo ha assistito fino a quando decise di lasciare il corpo nel primo giorno di primavera. Al funerale, celebrato nella chiesa di Santa Maria Assunta di Castelnuovo al Volturno, partecipò, tra gli altri, anche il Console francese a Napoli. Il corpo riposa nel cimitero di Castelnuovo nella cappella di Pasquale Rufo.
[2] Giaime Pintor rappresenta la parabola più fulgida e tragica dell’intellettualità italiana di fronte al fascismo. Nato a Roma da un’illustre famiglia sarda, si distinse giovanissimo come critico letterario e raffinato germanista, traducendo autori del calibro di Rilke e Trakl per la casa editrice Einaudi. La sua fu un’adolescenza nutrita di alta cultura europea, ma l’urto della Seconda guerra mondiale trasformò radicalmente la sua visione del mondo: Pintor comprese che la letteratura, da sola, non bastava più a difendere la dignità dell’uomo. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, rifiutò ogni attendismo e si arruolò volontario nel nascente esercito di liberazione. Il suo obiettivo era superare le linee nemiche per unirsi alla Resistenza romana e coordinare la lotta partigiana. La sua vita si spezzò a soli 24 anni, il 1° dicembre 1943, dilaniata da una mina tedesca sulle pendici del Monte Marrone, nel settore della Linea Gustav che sovrasta Castelnuovo al Volturno. La sua celebre “Lettera al fratello Luigi”, scritta poco prima di morire, rimane il testamento morale di una generazione che scelse di abbandonare i libri per imbracciare il fucile, convinta che – come scrisse Pintor stesso – «a un certo punto i poeti devono cedere il passo ai combattenti».
Riferimenti bibliografici
Calabri Maria Cecilia, Il costante piacere di vivere. Vita di Giaime Pintor, Utet, Torino 2007.
Henry David Thoreau, Walden ovvero vita nei boschi, BUR 2018.
Palumbo G., Orlando E., “La vita ai margini di Charles Moulin, artista anarchico e spiritualista, sulla via di un trascendentalismo europeo” in CISAV-APS (a cura di), Saperi territorializzati. Studi critici sul margine e i suoi patrimoni, Centro Indipendente Studi Alta Valle del Volturno, Colli a Volturno, 2021, pp. 37-40.
Palumbo G. e Ranieri Tomeo E. (a cura di), Il solitario di Monte Marrone. Atti del I Convegno di Studi su Charles Moulin – 9-10 settembre 2023, edizioni CISAV, Roma 2024.
Palumbo G., Charles Moulin, in https://www.raiplaysound.it/audio/2023/01/Wikiradio-del-06012023-2e8ac565-6aee-4ff8-96ce-b4216e27ef72.html (ultima consultazione gennaio 2026).
Palumbo G., Tracce di Luce. Alla scoperta di Charles Lucien Moulin, CISAV Edizioni, Roma 2003.
Palumbo G., Tracce di Luce. Alla scoperta di Charles Lucien Moulin, Marotta&Cafiero Editori, Napoli 2026.
Pintor Giaime, Il sangue d’Europa. Scritti politici e letterari (1939-1943), a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1950.
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Gianni Palumbo, scrittore per vocazione, saggista per rigore e voce di Wikiradio su Radio3 RAI, dove narra le vite degli altri con la complicità di chi le ha studiate troppo a lungo. Naviga da anni tra la storia della fauna e la botanica poetica, presiedendo BioPhilia Group – probabilmente per giustificare formalmente il proprio amore viscerale per tutto ciò che respira – e l’Associazione «Giuseppe Camillo Giordano». Ha passato oltre dieci anni a setacciare gli archivi di mezza Europa per ricostruire il tragico naufragio del piroscafo Utopia del 1891, trasformando un cumulo di documenti dispersi in un saggio storico fondamentale. Alternando la scrittura per l’etere alla rigorosità della saggistica, ha esercitato le funzioni di Ispettore archivistico onorario, dimostrando che si può essere riconosciuti dal Ministero anche mentre si insegue un artista eremita come Charles Lucien Moulin tra le rocce delle Mainarde. Membro del CISAV e della Società Italiana per la Storia della Fauna, ha dedicato libri a falchi, santi e botanici romantici, convinto che la verità si nasconda sempre nell’ultima cartella in fondo allo scaffale. Oggi continua a promuovere la cultura degli archivi con la stessa ostinazione del suo eremita preferito: con un occhio rivolto alle vette e l’altro immerso nelle carte, per salvare dall’oblio le utopie che ancora attendono di essere raccontate.
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