L’eredità letteraria e la lezione civile di Carlo Cassola

copertina di    Lorenzo Greco

Il 18 ottobre 2014 a Volterra alla memoria di Antonio Tabucchi, è stato conferito il Premio letterario Ultima frontiera, dedicato alla figura di Carlo Cassola.  La madre di Cassola era originaria di Volterra mentre il padre era lombardo, ma anch’egli aveva vissuto a lungo nella cittadina toscana. E infatti proprio la Toscana, in particolare la Maremma, diventerà la patria poetica e spirituale dello scrittore, che vi si trasferirà nel 1940, partecipando in quei territori alla lotta di Resistenza.

La sua attività letteraria era già cominciata negli anni ’30: tra il ’37 e il ’40 Cassola aveva composto una serie di brevi racconti, in parte pubblicati sulle riviste “Meridiano di Roma” e “Letteratura” e poi raccolti in un volume dal titolo La visita. Dopo la guerra, Cassola si dedica con continuità alla narrativa, affiancata all’insegnamento di filosofia in un liceo di Grosseto. Pubblicò i racconti lunghi Baba (1946), I vecchi compagni (1953), Fausto e Anna (1952), tutti di argomento partigiano e ambientati in quel particolare paesaggio letterario che per Cassola fu la zona compresa nel triangolo Volterra-Marina di Cecina-Grosseto: una terra almeno in quel tempo arida, avara, crudele, che nelle pagine dei suoi romanzi diventa un simbolo della condizione umana, quasi un “correlativo oggettivo” della fatica di vivere. Lo ha detto in modo efficace il poeta Mario Luzi quando, riferendosi allo sfondo geografico dell’opera di Cassola, ha affermato: «Per affetto e per organica intelligenza di poesia, Cassola ne ha fatto non una provincia, e sia pure la sua provincia, ma un luogo, anzi il luogo dell’anima».

1Con il racconto lungo Il taglio del bosco, scritto tra il 1948 e il 49, ma pubblicato nel 1954, la sua prosa si allontana dalle tematiche storiche per assumere un tono più dimesso e intimistico, che rimarrà tipico dell’autore anche nella sua produzione successiva. Cassola mette a punto la sua poetica del «realismo subliminare», ossia uno sguardo letterario attento a cogliere le vibrazioni più sottili e umbratili della realtà, spesso nascoste dalle apparenze banali del quotidiano, relegate «sotto la soglia della coscienza pratica» ma che vogliono racchiudere il significato più vero e profondo della vita umana. In questa sua ricerca, Cassola tende però ad isolarsi dal panorama letterario italiano, riconoscendo il suo unico maestro in Joyce, particolarmente nel Joyce di Gente di Dublino. «In Joyce – scrive – scoprii il primo scrittore che concentrasse la sua attenzione su quegli aspetti della vita che per me erano sempre stati i più importanti e di cui gli altri sembravano non accorgersi nemmeno» .

Questo netto distacco dal naturalismo tradizionale segnerà d’ora in poi tutte le opere dello scrittore, determinando anche una nuova visione della storia, considerata sempre meno come il teatro di grandi eventi e di ideali alti, ma piuttosto sempre proiettata nella dimensione interiore e privata dei soggetti che in essa si trovano a vivere, spesso loro malgrado. Così, se Il soldato (con cui Cassola vince il Premio Salento nel 1958) tratta il tema della solitudine e dell’elegia amorosa, nella raccolta di racconti La casa di Via Valadier (1956) il motivo politico si colora di forti implicazioni esistenziali, in un quadro che all’elemento storico contingente – si tratti della condizione operaia (come nel racconto Esiliati) o della caduta degli ideali della Resistenza (come nel racconto eponimo dell’intera raccolta) – viene anteposto lo stato d’animo che ne scaturisce, spesso segnato da un senso di inerzia ed abbandono dinanzi all’ineluttabilità degli eventi. In questa scia viene a collocarsi anche il romanzo La ragazza di Bube, forse il suo più noto, pubblicato nel 1960 ed insignito del Premio Strega.

2Le scelte poetiche di Cassola finirono col suscitare numerose ed accese polemiche, e si attirarono a più riprese l’accusa di sfuggire all’impegno letterario e civile rifugiandosi nel lirismo e in un facile realismo, idilliaco, che non rispecchia i conflitti storici e sociali. Rimangono emblematiche le parole particolarmente caustiche a cui ricorse Italo Calvino per rispondere ad alcuni interventi di poetica pubblicati da Cassola sul “Corriere della Sera”: «La poetica dell’ineffabilità dell’esistenza è e resterà legata a esperienze individuali rare, a particolari congiunture storiche. Cassola dice che ha trionfato: non si rende conto che questo trionfo è una sconfitta? Cosa può voler dire questo trionfo, oggi? Romanzi sbiaditi come l’acqua della rigovernatura dei piatti, in cui nuota l’unto dei sentimenti ricucinati».

Nonostante l’animosità a volte carica di acrimonia evocata nella cultura nazionale dalla sua opera, il lavoro di Cassola si mantenne fedele alla propria poetica chiusa, minimale e volutamente astorica, anche nella produzione più matura che, tra romanzi e racconti, si mantenne regolare e costante: fra questi Un cuore arido (1961), Il cacciatore (1964); Ferrovia locale (1968); L’uomo e il cane (1977); L’antagonista (1978); Il ribelle (1980).  Negli ultimi anni di vita tuttavia la scrittura di Cassola conosce una terza stagione: benchè colpito da una grave malattia che pur condannandolo all’immobilità non ne ha sminuito il fervore, egli si è dedicato con passione all’attività antimilitarista ed ecologista, mantenendosi sempre autonomo dai gruppi politici ufficiali, contro il militarismo e in favore della pace.

3Numerosi i suoi scritti contro gli eserciti e gli armamenti: di grande rilevanza – per il mondo del pacifismo italiano – il suo contributo sfociato nella nascita, nel 1977, della “Lega per il disarmo dell’Italia” che due anni più tardi sarebbe diventata – con la prima manifestazione contro gli euromissili e l’unione con la Lega socialista per il disarmo unilaterale dell’Italia – la Lega per il disarmo unilaterale. Quest’ultima sarà uno dei principali movimenti promotori della campagna di obiezione fiscale alle spese militari.

Carlo Cassola riteneva fermamente che per l’umanità intera ci fosse un rischio totale direttamente connesso alla sua organizzazione militarista e per questo metteva in cima alla scala delle priorità la battaglia per la demilitarizzazione. «Noi disarmisti – scriveva – siamo accusati di essere sognatori fuori della realtà. Invece siamo i soli realisti. Gli altri, i sedicenti realisti, sono solo struzzi che hanno nascosto la testa sotto la sabbia per non vedere le conseguenze scellerate della loro politica: l’imminente fine del mondo e l’attuale miseria del mondo».

La sua non era una utopica proposta diretta di società nuova, era piuttosto il grido disperato dell’uomo che vede la comunità sull’orlo del baratro. Era un grido per invertire la rotta, evitare il disastro e da lì creare le condizioni per ragionare sull’utopia “eco-pacifista”. Insomma, uno strappo, il disarmo unilaterale, per creare le condizioni del cammino umano.

4 Scrive Cassola nel suo saggio La rivoluzione disarmista (1983): «L’utopia può diventare realtà solo mediante la rivoluzione. Un’evoluzione graduale e pacifica è impensabile: come può il male evolvere verso il bene?». E ancora: «Sono queste vecchie, stupide e malvagie istituzioni che ci portano alla rovina. Dobbiamo distruggerle prima che sia troppo tardi. Non bisogna distruggerle gradualmente (non ne avremmo il tempo) ma tutte d’un colpo. Occorre un taglio netto col passato. Questo taglio netto è appunto ciò che chiamiamo rivoluzione».

In altre parole, la prima utopia è la pace e da qui si potrà costruire il resto del percorso utopico. Vengono in mente – per contrasto – i discorsi moralisti che su vari temi (povertà, razzismo, pace, memoria) politici e pseudo-intellettuali ci propinano sorvolando sulla questione di fondo: mettere in discussione le istituzioni che nel loro grembo serbano l’embrione del mostro. Non basta, per esempio, denunciare l’Olocausto e ripetere «mai più»; bisogna piuttosto sforzarsi di vivisezionare il magma istituzionale (i meccanismi di delega politica; di manipolazione sociale; di  deresponsabilizzazione a catena, individuale e di gruppo; di annullamento burocratico dei sentimenti umani eccetera) che ha reso possibile questo orrore e che può ancora partorire altre vergogne, altra sofferenza, altra oscurità.

Dialoghi Mediterranei, n. 10, Novembre 2014
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Lorenzo Greco, ha insegnato presso la Facoltà di Lettere di Pisa dal 1975 al 2003, occupandosi di teoria e critica letteraria e di sociologia della comunicazione. Dal 2004 insegna all’Accademia navale di Livorno. Ha collaborato con quotidiani come “Il Giorno”, “Italia oggi”, “La Repubblica”. È autore di saggi critici su Montale, Caproni e altri scrittori del Novecento e ha pubblicato numerose opere di poesia e narrativa. Il suo recente romanzo Il confessore di Cavour è entrato nel 2011 nella rosa dei finalisti del Premio Strega.
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