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Leonardo Sciascia, maestro “con la emme minuscola”

coverdi Mariza D’Anna 

«Sono un maestro delle scuole elementari che si è messo a scrivere libri» aveva risposto Leonardo Sciascia, nel 1957 a Danilo Dolci che gli aveva domandato chi era, ed aveva aggiunto. «Forse perché non riuscivo ad essere un buon maestro delle scuole elementari». Senza alcuna modestia, Sciascia si presentava come uno “scrittore di ripiego” a differenza di molti che oggi assurgono al ruolo sociale di scrittore solo per aver pubblicato.

Da queste parole invece emerge la considerazione che lo scrittore de Le Parrocchie di Regalpetra aveva per l’istruzione e per il compito dell’insegnante di scuola nella società della sua epoca. «Sono un maestro di scole vasce» precisava a chi lo appellava professore. Maestro per otto anni in una scuola di Racalmuto (dal 1949 al 1957), in una Sicilia interna e defilata, la Sicilia delle zolfare. Un maestro “con la emme minuscola” diceva ancora, non per svilire il titolo ma per rafforzare il suo convincimento che non ci fosse alcuna necessità di titoli o appellativi. Da quello di maestro poteva partire tutto, anche la letteratura.

L’impegno pedagogico di Leonardo Sciascia è stato indagato a fondo da Barbara Distefano in un esauriente volume edito da Carocci e pubblicato nel 2019 dal titolo Sciascia maestro di scuola Lo scrittore-insegnante, i registri di classe, l’impegno pedagogico. Distefano, insegnante di scuola secondaria, nella sua attività professionale si è impegnata a restituire visibilità ai casi degli scrittori insegnanti e a inserire la scuola come centro tematico e fondativo della letteratura italiana contemporanea. Nel libro Sciascia maestro di scuola in particolare indaga con meticolosa attenzione e accurata ricerca documentale, il lavoro e l’impegno dello scrittore siciliano nella scuola elementare “Generale Macaluso” dove insegnò per otto anni.     

476897771_1179066684220684_7949992807462516751_nI registri scolastici vergati a mano – testimoni del suo tempo – sono lontanissimi dagli aridi registri elettronici odierni e restituiscono anche visivamente un pensiero approfondito e personale a cui Sciascia si è dimostrato particolarmente e affettuosamente legato. Come d’altra parte hanno ricordato i suoi ex alunni nelle tante interviste che hanno rilasciato dopo la sua morte avvenuta il 20 novembre del 1989 a Palermo, sottolineando che il maestro fumava e scriveva, scriveva in classe.

La scrittura diventa base essenziale per indagare i molti aspetti della vita scolastica e sociale per soffermarsi sulle modalità di insegnamento, sulle personalità dei discenti, per recuperare uno stile unico che oggi si può rileggere grazie alla documentazione recuperata dall’autrice e custodita alla Fondazione Sciascia.

Lontano dallo stereotipo che per molti anni ha appellato Sciascia “maestro svogliato” e dal pregiudizio che solo gli accademici possono vantare il titolo di letterati, Distefano nel suo lavoro di ricerca invita a rileggere i registri di classe e le memorie dell’insegnamento perché sono queste che offrono una prima e autentica chiave di comprensione della sua grande opera che si svilupperà in seguito. È una sfida quella che muove l’autrice, una sfida culturale a comprendere, partendo dal principio, come la letteratura possa manifestarsi e quali sono i cardini su cui si fonda.

Dei registri, pubblicati per la prima volta in appendice al libro, si evince come il maestro non annotasse solo il programma e le attività svolte in classe, sottolineava l’incongruenza delle richieste ministeriali rispetto alle necessità e ai bisogni sociali ed economici dei bambini, facendo emergere il tema di una scuola “difficile” se non, in quel contesto, “impossibile”.

Davanti a sé, seduti sui banchi, aveva ragazzini malvestiti, in abiti abbondanti ereditati da fratelli più grandi o padri addirittura, bambini non certo ben nutriti e spensierati che pensavano più al pasto che all’apprendimento, che nel disagio sociale avevano mille motivi per allontanarsi dall’istruzione o per non comprendere cosa significasse formazione e apprendimento. La frustrazione della «lezione impossibile» riemergeva continuamente e conflittualmente nell’autore che aveva parlato di «una lingua a vocazione unificante, capace di rendere tutti uguali» (La Sicilia come metafora).

«… La classe affidatami è numerosa il che contribuisce ad accrescere il mio disagio. … l’opera educativa a cui mi ritenevo per esperienza libresca, preparato e che per ciò vagheggiavo perfetta, mi si presenta alquanto scoraggiante e difficoltosa… Il materiale umano non è assolutamente ideale: ragazzi che vengono fuori da un ambiente inconcepibile, tagliato fuori da ogni sviluppo; dove la conoscenza è soltanto superstizione o stramberia, lo studio ritenuto pressocché inutile, Senza dire dei bisogni economici che gravano su tale ambiente e di cui i bambini penosamente risentono. Qui occorrono molti anni ancora perché la scuola veramente sia scuola» (dai registri anno 49-50, classe IV, sezione C).

distefanoMa è vero anche che Sciascia, come hanno sottolineato gli studiosi della sua opera, non approva l’idea di una scuola necessariamente per tutti, al contrario, diceva che, dopo una base comune, l’istruzione dovrebbe essere dei meritevoli, di coloro che hanno capacità e volontà di apprendimento «e invece vanno avanti i peggiori».

«I registri – scrive Di Stefano – sono un raro caso di manoscritto d’autore ma anche un documento utile a smontare l’immagine dell’insegnante accidioso, un termometro per misurare le accensioni sparse e i bruschi abbassamenti del suo entusiasmo. Quei registri, effettivamente, puzzano ancora di fumo». Ma sono anche una testimonianza storica della scuola dell’epoca, anticipazioni e riflessioni delle Cronache scolastiche, che segnalarono Sciascia all’attenzione nazionale. L’archivio si rivela una tappa imprescindibile, annota Distefano, per la ricostruzione della storia interna ed esterna al testo delle Cronache, uscite per la prima volta nel gennaio del 1955 nelle pagine della rivista “Nuovi argomenti” edita da Alberto Carocci e inclusa all’interno di Le parrocchie di Regalpetra (1956).

Il volume si sofferma altresì sulle riflessioni pedagogiche sciasciane che sfociarono poi nella collaborazione con l’editore palermitano Palumbo per la realizzazione di un’antologia di letture per le scuole medie, L’età e le età (1980-1982). 

Ma quello su cui l’autrice vuole fare riflettere tocca anche un aspetto che può essere legato all’attualità attuale: quello di includere gli archivi delle scuole nelle operazioni di mappatura delle carte d’autore, «che conferma l’editoria scolastica d’autore come possibile ambito di studio letterario e che mostra l’interesse della didattica d’autore, specialmente quando lo scrittore non si limita ad arricchire la letteratura con la sua produzione, ma si preoccupa egli stesso di trasmetterla e selezionare un canone». Il caso Sciascia maestro-scrittore apre quindi le porte al rapporto tra insegnamento e scrittura con relative connessioni. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026

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Mariza D’Anna, giornalista professionista, lavora al giornale “La Sicilia”. Per anni responsabile della redazione di Trapani, coordina le pagine di cronaca e si occupa di cultura e spettacoli. Ha collaborato con la Rai e altre testate nazionali. Ha vissuto a Tripoli fino al 1970, poi a Roma e Genova dove si è laureata in Giurisprudenza e ha esercitato la professione di avvocato e di insegnante. Ha scritto i romanzi Specchi (Nulla Die), Il ricordo che se ne ha (Margana) e La casa di Shara Band Ong. Tripoli (Margana 2021), memorie familiari ambientate in Libia.

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