di Giuseppe Modica [*]
Sappiamo da tempo che Leonardo Sciascia aveva una grande implicazione con le arti visive: pittura, scultura, incisione, fotografia, cinema. Si può dire, a mio avviso, che nella sua scrittura c’è una messa a punto e strutturazione rigorosa che ha una classicità simile ai linguaggi visivi del disegno, della pittura e della scultura. Una scrittura che ha ritmo, plasticità, tattilità e leggerezza. Una scrittura che ha uno sguardo trasparente, con alternanza di luce e ombra. E forse ciò spiega la sua passione per l’arte ed il continuo dialogo che egli ha cercato con gli autori artisti, che poi diventavano amici, e con i quali instaurava un dialogo profondo, affiancandoli in un lavoro a quattro mani che ha visto un parallelismo fra scrittura e immagine. E del resto la rivista Galleria da lui diretta, come dirò più avanti, era concepita con questo spirito che metteva in continuo dialogo i letterati e gli artisti.
Io non sono un critico, e per questo il mio intervento sarà un’impressione, la testimonianza emozionata di un pittore ed incisore che ha avuto la ventura di incontrare Leonardo Sciascia nel 1986, a 33 anni, quando il suo lavoro approdava ad una prima maturità espressiva.
Avevo in corso una mostra alla galleria La Tavolozza di Palermo, presentata da Bruno Caruso. Sciascia la vide e ne rimase colpito, tanto che scrisse una recensione per il Corriere della Sera e comprò, a mia insaputa, un quadro, Strutture emerse, che ha sempre tenuto nel suo studio di fronte alla sua scrivania.
Volle conoscermi di persona ed io, che allora abitavo a Firenze, onorato di tale invito presi un aereo e lo raggiunsi in galleria a Palermo. Era accompagnato da Ferdinando Scianna e visitammo insieme la mostra. Erano esposte visioni del Mediterraneo e dal mare emergevano strutture architettoniche, muraglie, fortezze, incise e segnate dal tempo e dilaniate da accadimenti che facevano pensare ad una sorta di catastrofe.
Scriveva in catalogo Bruno Caruso: «…Ma più di tutti par di riconoscervi quel muro di Hiroshima, sul quale si poteva intravedere la traccia indistinta di un essere umano, spiaccicata, scaraventata dalla furia omicida della bomba; un’ombra che si è impressa indelebilmente nella coscienza del genere umano».
Sciascia mi disse che era rimasto fortemente colpito da quelle visioni archeologiche che portavano in sé, oltre ai segni del tempo cronologico, i segni di un tempo marcato dalle tracce di tragici accadimenti civili. Mi disse che trovava nella mia pittura una sorta di surrealismo civile.
Un altro aspetto che aveva attratto la sua attenzione, mi disse, era la memoria del mio luogo di provenienza, la Sicilia, evocato da cupole rosse su alcune strutture emergenti, tracce di architettura islamica. Lo facevano pensare a Michele Amari e alla sua Storia dei Musulmani in Sicilia, come scrisse nell’articolo sul Corriere. Con la sua grande sensibilità Sciascia colse altri importanti elementi del mio lavoro: la sedimentazione e slittamento del tempo e la qualità della luce. E lo descrisse puntualmente nell’articolo del Corriere: «I tempi slittano, si intersecano, trovano rispondenze, trasparenze, fusioni. In uno stesso quadro la luce dà l’illusione di mutare, di star mutando: e che ne ricevano la vicenda i colori e le forme».
Sono grato a Leonardo Sciascia per aver contribuito a farmi meglio focalizzare, con i suoi consigli e suggerimenti, quelli che sarebbero divenuti nel tempo gli aspetti fondanti della mia pittura, cosa che, alcuni anni dopo, Maurizio Fagiolo dell’Arco confermò dicendo che lo scrittore di Racalmuto aveva visto giusto, e tutto in anticipo rispetto ad altri critici, laddove aveva individuato come la luce nella sua intrigante variazione e gli slittamenti di tempi fossero già allora il vero soggetto della mia arte.
Sciascia mi chiese di tenerlo informato sugli sviluppi della mia attività. Nell’estate andai a trovarlo alla sua residenza, la Noce, dopo una corrispondenza via telegramma per concordare l’incontro (là non aveva telefono), ed un avventuroso viaggio nelle campagne di Racalmuto. Ebbi altre occasioni di rivederlo; l’ultima a Milano nel giugno del 1989, poco prima che venisse a mancare, all’hotel Manzoni dove di giorno riceveva gli amici a lui più intimamente legati come Ferdinando Scianna, Franco Sciardelli, e Domenico Porzio.
Gli portai un’incisione intitolata La terrazza di Pessoa che gli piacque molto e suggerì a me e all’editore Sciardelli di fare una cartella di tre incisioni in omaggio a Pessoa con un suo testo di presentazione.
Purtroppo, morì prima di poter realizzare questo progetto, che in suo onore Sciardelli ed io abbiamo invece portato a termine, con un racconto, Le vacanze di Bernardo Soares, appositamente scritto da Antonio Tabucchi, massimo esperto di Pessoa e suo traduttore in Italia, con sua moglie Maria Josè de Lancastre.
Quella sera, Ferdinando Scianna e Franco Sciardelli andarono via e anch’io mi stavo congedando quando Sciascia mi disse di fermarmi a cena con il critico Domenico Porzio, che sarebbe arrivato a breve, e la signora Maria sempre presente. Durante la cena, sfogliando il catalogo della mia mostra in corso alla galleria Antonia Jannone, Sciascia mostrava a Porzio, commentandole, le riproduzioni dei quadri e lo esortava ad andare a vedere la mostra. Rimasi colpito che in un momento così difficile per la sua salute avesse per me un gesto di grande generosità e apprezzamento.
Visitando qualche anno fa la casa studio di Leonardo Sciascia a Palermo, in via Scaduto, rimasta com’era secondo la sua volontà, ho visto che lo scrittore lavorava circondato da incisioni e quadri, come se fossero ognuno una piccola finestra immaginaria. Ho avuto la sensazione che Leonardo si beasse di quelle presenze che lo confortavano e lo consigliavano. Quella stanza, con quelle finestre immaginarie che lui si era scelto e lo mettevano in sintonia con una visione circolare mitteleuropea, diventava un osservatorio sul mondo. Per citare solo qualcuno, quelle finestre portano i nomi di Picasso, Goya, Dürer, de Chirico, Savinio, Clerici, Delvaux, Vallotton, Klinger, Greco, Guttuso, Bartolini, Viviani, Janich, Caruso, Guccione, Zancanaro, Modica, Salvo e molti altri ancora. Da queste scelte si evince la predilezione per un’arte che restituisce la realtà in forma di visione attraverso il filtro della memoria e dell’immaginazione. Una visione poetica che ha in sé un’armonia interna, una qualità formale che trova ascendenza nell’antica Grecia. E che mette in accordo, come diceva Cartier Bresson, l’occhio, la mente ed il cuore.
Lo scrittore non era un critico d’arte, ma la curiosità e l’attenzione per essa è presente in maniera concreta e costante nella sua vita di letterato. Alla domanda “Perché colleziona opere d’arte?” Sciascia rispondeva con disarmante semplicità “Perché mi aiutano a vivere meglio”. Nella vita quotidiana amava, oltre all’impegno della scrittura, frequentare gli artisti e vedere mostre. Trascorreva i pomeriggi a Palermo, dalle 17 in poi, alla casa editrice di Elvira Sellerio o alla galleria La Tavolozza di Vivi Caruso, o da Maurilio Catalano ad Arte al borgo. E in questi pomeriggi, accompagnato spesso da amici come Nino De Vita o Ferdinando Scianna, si intratteneva con artisti, letterati, studiosi d’arte e appassionati collezionisti.
A Roma era solito frequentare la Calcografia Nazionale, la galleria Don Chisciotte di Giuliano de Marsanich specializzata in incisioni e grafica internazionale, così come gli studi di Bruno Caruso, Renato Guttuso, Fabrizio Clerici e Mino Maccari. Con Giuseppe Appella frequentava L’Arco, Studio Internazionale d’arte grafica in via Mario dei Fiori. Nello Studio c’erano tutti i francesi che lui amava, e vi ha visto, mi dice Appella, «per la prima volta le acqueforti di Nicolas De Staël fatte ispirandosi ai disegni eseguiti in Sicilia nell’estate del 1953, con una adesione alla realtà che verrà analizzata nella sua essenza quando affronterà il paesaggio».
A Milano frequentava lo studio di Ferdinando Scianna, la stamperia d’arte dell’amico editore Franco Sciardelli e la Galleria 32 di Alfredo Paglione; a Firenze la stamperia d’arte Il Bisonte e la Libreria antiquaria Gonnelli; a Reggio Emilia la Libreria antiquaria Prandi. A Parigi entrava nelle librerie e nelle gallerie del quartiere latino dove, accompagnato da Ferdinando Scianna e Dominique Fernandez, ha trovato, negli anni, i 200 ritratti di scrittori, da Voltaire a Diderot a Stendhal, stampe d’arte che oggi si possono ammirare esposti in permanenza presso la Fondazione Sciascia a Racalmuto. Ha scritto Fernandez che Sciascia aveva una predilezione per i quadri di Claude Lorrain per la magia della luce e per la trasparenza e profondità delle atmosfere, che anticipano la leggerezza di Turner; e quando era a Parigi andavano insieme a vederli al Louvre.
Molto si è scritto in questi anni sul rapporto tra Leonardo Sciascia e le arti visive. E in relazione all’arte incisoria, in onore e in memoria di questa passione dello scrittore, l’associazione Amici di Leonardo Sciascia ha istituito il Premio biennale Leonardo Sciascia amateur d’estampes che è giunto ormai alla undicesima edizione. E in questo contesto sono onorato di essere stato coinvolto sia come giurato che come autore sostenitore, con il mio lavoro, del premio.
Questa attenzione di Sciascia per l’incisione trova alimento nella suggestione che questo mezzo di espressione è anacronistico, richiede una pazienza ed un tempo lungo di elaborazione ed un isolamento quasi monacale. Tutte caratteristiche che sono antitetiche alla contemporaneità che tende a privilegiare i tempi veloci e l’evidenza del colore, inteso nella sua dimensione ornamentale. L’acquaforte è una tecnica che ha un procedimento alchemico e speculare, sia per lo spazio, sia per la resa luministica. L’immagine si ribalta nella stampa come fosse vista allo specchio e i segni luminosi, che brillano una volta scoperta e graffiata la cera sulla lastra, non sono segni di luce, ma segni d’ombra che definiscono i toni scuri e la profondità. La luce invece è la carta bianca, la parte non incisa.
Credo che dell’incisione Sciascia apprezzasse il fatto che è un’arte nel contempo semplice e complessa, un’arte severa che richiede al suo autore un’abnegazione assoluta; un’arte da eremiti, in sintonia profonda con l’interiorità, un’arte meditativa e riflessiva che insegue tempi lunghi per raggiungere risultati convincenti. E forse anche in questo carattere peculiare si trova un’affinità con la scrittura.
La passione per l’arte affianca sempre il suo cammino di scrittore e letterato e trova riscontro nella rivista Galleria da Lui diretta dall’inizio degli anni 50 fino agli anni 80. È stato, quello, in Italia per la cultura un periodo veramente felice, che ha visto una fertile sintonia e collaborazione fra poeti e artisti: si pensi a Vanni Scheiwiller con le sue edizioni All’insegna del pesce d’oro. È il fondamentale rapporto tra parola e segno, tra letteratura, poesia e arte che diventa concreto attraverso il libro d’artista. Emergono quindi le relazioni di Libero De Libero e Giuseppe Appella con la Galleria della Cometa, il legame di Leo Longanesi con il Selvaggio, le collezioni d’arte del poeta Tito Balestra, i libri d’arte di Forma Uno, il potente legame di Pasolini con l’immagine e di Leonardo Sinisgalli con la rivista Italia letteraria. Altri punti di riferimento furono la rivista Paragone di Roberto Longhi e Nuovi Argomenti fondata da Alberto Carocci e Alberto Moravia, rivista che, nel 1990, con una copertina di Mario Schifano rende omaggio a Leonardo Sciascia appena scomparso.
Nel corso degli anni entrano in dialogo con Galleria i maggiori studiosi e storici dell’arte, come Roberto Longhi e Cesare Brandi, Giulio Carlo Argan, Giuliano Briganti, Federico Zeri e Carlo Ludovico Ragghianti, Maurizio Fagiolo e Luigi Carluccio. Agli artisti che lo scrittore ama vengono dedicati numeri monografici: fra gli altri Emilio Greco, Giuseppe Mazzullo, Renato Guttuso, Alberto Savinio, Giuseppe Migneco, Fabrizio Clerici, Bruno Caruso, Ugo Attardi, Piero Guccione e per quanto riguarda la fotografia Enzo Sellerio, Ferdinando Scianna e Giuseppe Leone.
I suoi interessi per l’arte si indirizzano verso quegli artisti che coniugano realtà, memoria ed immaginazione, restituendo il dato della realtà sensibile in visione e così si spiega meglio il suo interesse per autori come Alberto Savinio e Fabrizio Clerici che ama per la leggerezza, libertà e ironia, e nei quali trova un’ascendenza letteraria in Stendhal. Il concetto di leggerezza in Savinio si sposa con la trasparenza e la superficie. Di entrambi gli artisti ama la memoria legata all’archeologia e al mito. Non è una memoria intimista come quella di Proust, che Sciascia non amava e sul quale concordava con Savinio nel dire che è uno scrittore dalla frase lunga e dal pensiero corto. È una memoria antropologica che genera una visione immaginaria che porta i segni degli accadimenti tragici della storia.
Non è una visione che nasce dall’inconscio individuale e dal sogno dei Surrealisti, ma è una visione metafisica che investe la collettività: è la storia che appartiene a tutti. Questo, è uno dei motivi che hanno diviso Savinio e de Chirico dai Surrealisti di Breton. I due fratelli, a Parigi, vengono acclamati e riconosciuti da Breton come precursori ed antesignani del movimento surrealista, ma specialmente Giorgio de Chirico rifiuta tale ascendenza e prende le distanze dall’avanguardia surrealista. Arriverà presto una sorta di punizione-vendetta da parte di Breton, che dichiarerà pubblicamente che l’opera di de Chirico dopo il 1918 non esiste più, perde ogni valore e qualità creativa. Questa affermazione condizionerà in maniera pesante il giudizio critico sulla qualità poetica della pittura di de Chirico, che sarà poi rivalutato attraverso gli studi di Maurizio Fagiolo.
Sciascia condivide le posizioni dei Dioscuri nei confronti del surrealismo di Breton e rimane, invece, affascinato dall’opera dei surrealisti belgi René Magritte e Paul Delvaux: un surrealismo più oggettivo e con una concettualità più prossima agli straniamenti della metafisica. Sciascia ha una grande passione per i simbolisti Odilon Redon, Max Klinger e Arnold Böcklin, nel lavoro dei quali l’inconscio ha una valenza collettiva e antropologica ed una consonanza con la metafisica. De Chirico considerava gli ultimi due antesignani della sua metafisica.
Sciascia prende invece le distanze dalla psicanalisi, dall’inconscio individuale di un’artista come Dalì e da tutti quegli autori che si abbandonano all’inconscio turbolento ed incontrollabile dell’automatismo psichico. Ricordo che una volta, in un’intervista, incalzato su una domanda sulla psicanalisi e l’inconscio, ebbe a dire “io non ho inconscio” e chiuse il discorso.
La struttura della visione del mondo di Sciascia è lucida e razionale, senza processi altri. La realtà va vista senza alterazioni, riconoscendo gli aspetti che identificano l’opaca corruzione del potere e gli accadimenti e le dinamiche del mondo, per consolidare il valore del diritto e della giustizia.
Il suo repertorio di interessi nell’arte è variegato e trova riscontro nell’uso delle opere nelle copertine dei suoi libri. Non hanno mai una funzione decorativa o casuale ma, come spiega bene Roberto Calasso nel suo volume L’impronta dell’editore, ogni scelta è misurata ed è in relazione al senso del libro stesso. Troviamo, per fare qualche esempio, un latifondo di Guttuso su Il giorno della civetta, la xilografia La paresse di Felix Vallotton su Cruciverba; su Il cavaliere e la morte c’è l’omonima incisione di Durer, su Todo Modo c’è Le tentazioni di sant’Antonio di Rutilio Manetti, su L’Affaire Moro c’è l’incisione L’uomo solo di Fabrizio Clerici, in Nero su Nero c’è l’incisione Lo specchio di Jindrich Pilicek, un paesaggio di Piero Guccione su Le Parrocchie di Regalpetra. Mi onoro di far parte anch’io di questa folta schiera, mie opere si trovano sulle copertine di Il fuoco nel mare (Adelphi), Candido. Ovvero un sogno fatto in Sicilia (Adelphi), Il quarantotto (Adelphi), Leonardo Sciascia e la tradizione dei siciliani (Salvatore Sciascia Ed), Leonardo Sciascia-Mario dell’Arco-Carteggio 1949-1974 (Gangemi), Cent’anni di sicilitudine (Salvatore Sciascia Ed), Potere e memoria-Federico Campbell e Leonardo Sciascia (Rubettino).
Sciascia si definisce un dilettante nel campo delle arti ed un incompetente e ciò potrebbe essere vero per quanto riguarda la passione disinteressata e la gioia che prova nella fruizione, ma certamente non ha l’ingenuità del dilettante e la mancanza di acume critico dell’incompetente. Credo che questi termini siano da intendersi nel senso figurato di libertà fuori dall’ortodossia del sistema e delle regole della critica militante, che è spesso inquadrata dentro una griglia di interessi ideologici di gruppi e fazioni di potere. Nei tempi in cui trionfava una pittura mimetica che vantava un virtuosismo tecnico della rappresentazione in gara con la fotografia, lo scrittore senza mezzi termini affermava che «un dipinto che sembra una fotografia non è mai un bel quadro e la stessa cosa vale per la fotografia quando sembra un dipinto». Aveva un’idea molto chiara e precisa di qual è l’ambito linguistico specifico della pittura e quale quello della fotografia.
Credo che Sciascia privilegiasse quella parte delle arti visive che è relativa all’immagine che lui considerava sorgente primaria di ogni linguaggio e visione artistica: anche quando viene elaborata e trasformata in visione ha a che vedere con l’immaginazione e la memoria personale ed autobiografica, in relazione con un contesto collettivo, sociale e antropologico ed ha una sintonia con la letteratura. Attraverso questo osservatorio particolare Sciascia identifica l’origine, il luogo di provenienza, il suolo (per usare un termine caro a Jean Claire) e la memoria personale e collettiva dell’artista, dando contributi originali ed inaspettati.
Ne La corda pazza, accostandosi alle sculture di Emilio Greco, Sciascia ci dice di immagini luminose, di eros e vita che si sono bloccate per un attimo o per sempre. Di Emilio Greco apprezza la fusione linguistica che mette insieme tradizione e modernità: una sintesi e semplificazione formale che fa i conti con l’arte astratta e nel contempo mantiene un’antica misura ed armonia, che trova la sua linfa nella scultura dell’antica Grecia. Ed in questa sensibilità plastica riscontra una sorta di saggezza erotica che coniuga gli aspetti fisici e psichici dell’amore, di un amore antico, primigenio, di quando era legato al gioco e non alla guerra, alla morte e al male.
Emilio Greco si unisce a pieno titolo a quella schiera di scultori che da Arturo Martini a Marino Marini ad Augusto Perez hanno dato vita ad una continuità con l’antico, un collegamento vitale che in Greco si configura in un linguaggio che mette insieme forma-ritmo e misura del mondo. Sciascia parla di accordo con se stessi e con il mondo e ciò avviene in maniera magica attraverso il corpo femminile, che accoglie e genera la vita ed è anche all’origine del mito nel mondo mediterraneo. Ma, dice Sciascia, per Emilio Greco, catanese, il discorso si fa più complesso, entra in gioco, anche Catania Gran Teatro dell’eros, dove i sogni, la mente, i discorsi, il sangue stesso sono perpetuamente abitati dalla donna… e su questo Brancati ha scritto pagine memorabili in Paolo il caldo.
Dice Sciascia ne La corda pazza: «Di statue di donne modellate nell’aria, Catania è popolata; e Greco ne realizza la sublimazione, le riscopre nell’antica purezza e saggezza».
Se in Emilio Greco Sciascia esalta la forma che è vita, in Renato Guttuso sono disegno e colore ad emergere. In Cruciverba, Sciascia fa alcune importanti osservazioni sul disegno in accordo con le considerazioni di Baudelaire condividendone la distinzione fra disegnatori puri e disegnatori coloristi, cioè tra chi insegue la linea che delimita la forma nella sua variegata articolazione ed intensità incisiva e lieve leggerezza e chi, invece, disegna in sintonia con la natura, indaga la luce e l’ombra cogliendo l’aria e la sospensione atmosferica. I disegnatori puri sono più cerebrali e razionali, più filosofi, concettuali, “distillatori di quintessenze” dice Sciascia. I coloristi si abbandonano alle sensazioni e alla vertigine del colore e risultano più lirici e sono come poeti epici. Si abbandonano all’istinto e all’immaginazione travolti dall’ebbrezza del colore e dalla sensualità della natura.
Guttuso è un disegnatore colorista anche quando disegna in bianco e nero, la sua indole lo porta a fare come fa la natura e ad inseguire l’emozione della vita stessa. In lui l’arte e la vita si coniugano in maniera indissolubile. Sciascia accosta il mondo figurativo di Guttuso al mondo che Verga racconta ne I Malavoglia, nella tragica e travagliata vita dei pescatori di Acitrezza. Guttuso interpreta l’antica povertà del mondo che Verga esplora: una povertà che negli anni giovanili egli ha sperimentato e vissuto sulla propria pelle. Dice Sciascia che sia in Guttuso che in Verga c’è un mondo in comune che è il sistema della sofferenza. E quel grande quadro di Guttuso, Fuga dall’Etna, per la tragica realtà che rappresenta, è per il pittore una fuga dalla Sicilia, per lo scrittore invece è la poetica che prende avvio da un ritorno.
Bruno Caruso è un esempio emblematico di disegnatore puro, che quando unisce linea e colore assume una connotazione dolorosa, amara e controversa. Il suo segno tagliente e, a tratti, velenoso entra e scava nel vivo della vicenda umana e ne coglie anche aspetti paradossali. Nel 1953 Bruno Caruso ha la possibilità di frequentare, per quattro anni, il manicomio di Palermo disegnando i malati e creando con loro una profonda solidarietà umana che strutturerà il suo mondo poetico di disegnatore e pittore civile. La condizione umana e l’agghiacciante follia di quelle figure doloranti saranno motivo di riferimento per disegni di straziante verità e bellezza, senza estetismi edulcoranti, ma con una pungente satira, inclemente affondo critico di tagliente esattezza ed impietosa verità.
Leonardo Sciascia e Bruno Caruso hanno avuto una lunga e assidua frequentazione e amicizia, iniziata sin da quando Caruso aveva lo studio in via Mario dei Fiori a Roma. Sciascia ne affianca la vicenda e l’avventura creativa nella quale trova una profonda sintonia. Nel 1968 lo scrittore recensisce su L’Ora di Palermo il libro Manoscritto sulle meraviglie della natura, composto da fogli sciolti con tavole a stampa litografica. Segue la presentazione della cartella Vietnam-Libertà, con incisioni di Attardi, Caruso, Guttuso, Levi e Vespignani. Poi nei primi anni Settanta, presenta, con Giulio Carlo Argan, il volume Anatomia della società civile con cinquanta disegni.
Sono di questo periodo i grandi Ficus di Piazza Marina. Osserva Sciascia, ne La corda pazza, che si potrebbe dire che il giardino di piazza Marina, con i suoi profumi e i suoi rigogliosi alberi, annulli il ricordo dei roghi che in passato vi furono eretti, e la memoria «di spietate esecuzioni di giustizie e di rappresaglie. … Caruso coglie – dice Sciascia – e comunica quest’aria sinistra, questo sentore di cenere e di sangue…Nelle piante che egli dipinge ed incide c’è sempre un che di demoniaco e di carnivoro».
A fare da contrappunto l’uso del colore che crea sospese visioni magico-surreali realizzate con un neopuntinismo vibrante e brulicante di stupefatti bagliori e rifrangenze. Parallelamente a questi lavori si fa strada un percorso che ha una dimensione magica ed incantata: le serre dell’orto botanico, le farfalle, le conchiglie, i marmi antichi, i teschi: un inventario di meraviglie che rimanda alle collezioni di oggetti straordinari delle Wunderkammer e che trova il suo punto di origine nello studio di Caruso al Colosseo. Per Caruso il disegno è legato ad una grande curiosità intellettuale, in dialogo con gli autori con i quali si è trovato più in sintonia, da Michelangelo a Caravaggio, da Vermeer a Tiziano, da Rembrandt a Goya, e con i quali ha dialogato ne Le giornate della pittura, presentato da Sciascia all’inizio degli anni Ottanta, con una divertita reinvenzione storica in anticipo rispetto alle tematiche della Pittura Colta, del Citazionismo e degli Anacronisti, movimenti artistici che si affacciano e sviluppano in quel periodo.
In questo breve intervento sulle forme d’arte amate da Leonardo Sciascia non posso dimenticare la fotografia, una passione praticata con una certa assiduità sin dalla metà degli anni Quaranta. Nel saggio Verismo e Fotografia pubblicato in Cruciverba, definisce la fotografia “verità momentanea”, in accordo con la definizione di Paul Valery che la fotografia è come la danza: «l’istante genera la forma, e la forma genera l’istante».
Diego Mormorio nel volume Leonardo Sciascia. Sulla fotografia, del 2020, presenta una selezione delle fotografie fatte da Sciascia in questo lungo arco di tempo raccolte, insieme a suoi brevi saggi sull’argomento. Mormorio ci porta alla memoria un testo di Sciascia scritto per una cartella di fotografie di Enzo Sellerio, testo in cui Sciascia scrive: «la fotografia è la forma per eccellenza: colta in un attimo del suo fluido significare, del suo non consistere, la vita improvvisamente e per sempre si ferma, si raggela, assume consistenza, identità, significato. È una forma che dice il passato, conferisce significato al presente, predice l’avvenire».
Straordinariamente interessanti queste ultime riflessioni, soprattutto se collegate con le considerazioni che Sciascia fa sul ritratto nel saggio Il ritratto fotografico come entelechia. Antiche memorie scolastiche ci ricordano che l’entelechia è per Aristotele, la realtà compiuta o in atto, in contrapposizione al potenziale di essere. Sciascia trasporta questo significato al ritratto fotografico nel quale legge una sorta di premonizione di ciò che la persona sarà, in riferimento alla quartina di Paul Valery, che ha dato il titolo alla mostra, su idea di Sciascia, allestita a Torino nel 1987, Ignoto a me stesso. «Se mi trovassi davanti a questa effige/ Ignoto a me stesso, ignaro dei miei lineamenti/ In tante orrende pieghe d’angoscia ed energia/ Leggerei i miei tormenti e mi riconoscerei». Cioè, in un ritratto fotografico è contenuto in nuce il destino di ognuno, la storia dell’anima come dice Roland Bartes.
Se Diego Mormorio è il giovane critico che appena laureato portò a Sciascia la sua tesi sulla fotografia, Ferdinando Scianna è il giovane fotografo che a vent’anni mostrò allo scrittore le sue fotografie sulle feste religiose in Sicilia, dando corpo ad un libro con il testo di Sciascia e dando principio ad un’amicizia profonda, che durerà più di vent’anni, fino alla morte dello scrittore. E Scianna dirà in un’intervista a Roberto Andò: «Un padre, in effetti, un maestro, un amico irripetibile. Quello che mi ha lasciato, dopo ventisei anni di amicizia, è la parte migliore di quello che sono, soprattutto quello che lui era».
Leonardo Sciascia e Ferdinando Scianna hanno lavorato in varie occasioni a quattro mani, uno con i testi e l’altro con le sue fotografie in bianco e nero. Oltre al già citato Feste religiose in Sicilia del 1965, volume emozionante ora introvabile, le fotografie di Scianna si affiancano ad un testo di Sciascia nel libro su Villa Palagonia, La villa dei Mostri, e in un testo sui Siciliani, dove insieme a Dominique Fernandez si racconta della Sicilia da vari punti di vista.
A Sciascia si deve una delle definizioni di Scianna fotografo più lucide e pregnanti: «È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisse proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e – in definitiva – al suo stile». Non si può non pensare a Paul Valery e alla fotografia come danza.
Nel 1988, esce Ore di Spagna: dieci racconti, con foto di Ferdinando Scianna, annotazioni di viaggio che lo scrittore siciliano dedicò alla Spagna negli anni tra il 1980 e il 1985, una terra che, come lui stesso dice, «è per un siciliano, un continuo insorgere della memoria storica, un continuo affiorare di legami, di corrispondenze, di cristallizzazioni». È il legame con il suolo, quella memoria che ci portiamo dentro dalla prima infanzia e che ci caratterizza l’immaginario, che lo vogliamo o no. Quel legame profondo con la sua terra che pervade tutta l’opera di Sciascia e che fa della Sicilia il centro del mondo, portandola a metafora di una realtà universale. Perché, come lo stesso Sciascia dice in un’intervista del 1979: «la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno».
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
[*] Dialoghi Mediterranei ringrazia il Maestro Giuseppe Modica, autore del saggio, e la Fondazione Sciascia per aver concesso l’opportunità di pubblicare un estratto dell’intervento presentato al convegno Leonardo Sciascia e l’arte dello sguardo, i cui Atti – con il saggio completo – verranno pubblicati a cura di Lavinia Spalanca dell’Università di Palermo.
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Giuseppe Modica, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Firenze, nel 1986 si è trasferito a Roma, dove attualmente vive e lavora; è stato titolare della cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti e Direttore del Dipartimento di Arti visive. Autore “metafisicamente nuovo”, occupa un posto ben preciso e di primo piano nella cultura pittorica contemporanea. Ha esposto in Italia e all’estero in prestigiose retrospettive e rassegne museali, apprezzato da critici come Fagiolo Dell’Arco, Strinati, Janus, Giuffrè, Sgarbi e da letterati come Sciascia, Tabucchi, Soavi, Onofri, Calasso. Si segnalano le mostre: nel 2004 “Riflessione” come metafora della pittura a cura di Claudio Strinati; nel 2008 Roma e la città riflessa a cura dello stesso Strinati; nel 2015 Luce di Roma, a cura di Roberto Gramiccia, e La melancolie onirique de Giuseppe Modica, a cura di Giovanni Lista alla Galleria Sifrein di Parigi: nel 2016 a cura di Donatella Cannova e Sasha Grishin una mostra a Melbourne, in Australia, promossa dall’Istituto di cultura di Sidney. Sue opere sono state esposte nel 2017 in una mostra personale Phoenix Art Exhibitionhe a Fenghuang, nel sud-est della Cina, e nel 2018 a Pechino, Light of memory, organizzata a cura di Giorgio Agamben e Zhang Xiaoling, con il patrocinio dell’Accademia Nazionale Cinese di Pittura. Nel 2021 il Museo Hendrik Christian Andersen di Roma ospita la retrospettiva Atelier. Opere 1990-2021 a cura di Gabriele Simongini e Maria Giuseppina Di Monte e nel 2022 è allestita nel Zhejang Museum di Hang Zhou la personale Schema and Trascendence a cura di Ying Jinfei. Nel 2022-23 vincendo il concorso nazionale della Direzione Generale Creatività Contemporanea vengono acquisite per il Museo H.C. Andersen di Roma due opere significative della sua ricerca con la produzione nel 2024 della mostra nel Museo: Rotte Mediterranee e Visione circolare.
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