L’improvvisa morte di Sergio Atzeni, nella tarda estate del 1995, interruppe il suo lavoro letterario in una fase matura ma in evoluzione. I suoi ultimi lavori, Passavamo sulla terra leggeri e Bellas mariposas, stabilivano un salto stilistico e un nuovo orizzonte narrativo, i cui sviluppi possiamo solo immaginare. Le stesse interpretazioni date alle sue opere soffrono inevitabilmente della mancata dialettica con l’autore. Anche per questo è faticoso tracciare un consuntivo netto della portata e del significato del lascito di Atzeni. La brusca interruzione della sua parabola letteraria ne complica la valutazione.
Non c’è solo questo, tuttavia. L’opera di Atzeni, di per sé, da sempre costituisce un dilemma critico. La sua attività di scrittura, esercitatasi fin da presto in scritti eterogenei, prevalentemente giornalistici, si materializza in forma letteraria a partire dagli anni Ottanta, per un decennio. Un periodo in cui un militante di sinistra com’egli era vede scorrere sotto i suoi occhi, sulla sua stessa pelle, la fine di un’epoca. Agli anni delle conquiste sociali e della lotta armata, emersa in forme peculiari anche in Sardegna, erano seguiti gli anni del “riflusso”, del ritorno al privato, dell’edonismo consumista.
La Cagliari di quegli anni somigliava poco alla città-cartolina o allo sfondo per selfie di turisti occasionali in cui si sta trasformando – per precise scelte politiche della sua classe dirigente – in questi anni. Dilagava l’eroina, si restringevano gli spazi di impegno politico, sembravano prevalere definitivamente la rapacità affaristica e il degrado urbano. Allontanarsi da quella Cagliari e da quella Sardegna, allora, per Atzeni non era solo o tanto una fuga da una condizione personale insoddisfacente, ma anche una necessaria presa di distanza da un contesto socio-culturale in cui non riusciva a ritrovarsi.
Di lì a poco, la fine della Guerra fredda avrebbe sancito un cambio di fase storica ulteriore e profondo. La scomparsa dei partiti di massa, la guerra che tornava come elemento ordinario delle relazioni internazionali (nel Golfo, nell’ex Jugoslavia, oltre che in luoghi più distanti e meno raccontati) si sommavano a cambiamenti in corso anche nell’isola.
La Sardegna vedeva la fine della stagione fallimentare della Rinascita industriale, ma al contempo continuava apparentemente a barcamenarsi nei problemi ereditati dai decenni precedenti. Crisi economica, sequestri di persona, carenze infrastrutturali, servitù militari, conflitti culturali profondi. La relazione asimmetrica con lo Stato centrale, giustificata dallo stereotipo dell’arretratezza e dell’insufficienza dell’isola a se stessa, emergeva come sempre meno accettabile.
Ridimensionata la rilevanza dell’attivismo politico e contro-culturale di matrice marxista, che pure nell’isola aveva avuto caratteristiche peculiari, emergeva un movimento indipendentista vivace, capace di rinnovarsi nonostante l’opera repressiva degli apparati di sicurezza statali (come il processo contro il “complotto separatista” di quegli stessi anni Ottanta).
Atzeni visse questa fase in gran parte lontano dall’isola, girovagando per l’Europa e immerso nel suo lavoro letterario. La crisi di orizzonti politici e di valori dentro la quale Sergio Atzeni cercò la sua strada, sia in termini esistenziali sia letterari, a cui si deve anche il suo avvicinamento al cattolicesimo, si riflette nella sua opera. È evidente la ricerca di un senso profondo delle cose, ma al di fuori dei canoni stabiliti dalla dialettica culturale dei due decenni precedenti. Atzeni si ritrova negli anni Novanta del XX secolo nelle vesti di ex militante del PCI travolto dagli eventi, in un’Italia che subiva lo sconquasso della crisi finanziaria, di Mani Pulite, del crollo delle organizzazioni che avevano governato e animato il secondo dopoguerra, senza un’idea chiara di quale fosse il posto della Sardegna in tutto questo. Una Sardegna a cui, pure, il distacco volontario lo aveva riavvicinato in termini sentimentali. Un fenomeno questo pressoché fisiologico, nella diaspora sarda.
Il suo senso di identificazione con l’isola, in un momento in cui era difficile comprendere a cosa essa stesse andando incontro, lo spinse a rileggerne in chiave mitica il passato. Va detto che L’apologo del giudice bandito e più ancora Passavamo sulla terra leggeri, per quanto opere bellissime, e pur avendo le sembianze di un tentativo di riscatto morale e storico, hanno in realtà dentro di sé i sintomi di una sorta di resa.
Rifacendosi, almeno allusivamente, alla tesi della “costante resistenziale” di Giovanni Lilliu (eminente archeologo, accademico dei Lincei), Atzeni reinventava un passato di cui poter essere fiero, in cui cercare buoni motivi per non arrendersi a un presente deficitario e agli stereotipi degradanti a cui era ridotta l’identità sarda.
Per inciso, alla riflessione sui luoghi comuni e le categorizzazioni dal folkloristico al razzista con cui la Sardegna era stata descritta soprattutto dai viaggiatori forestieri nel corso dell’Ottocento Atzeni dedicò il suo Raccontar fole. Un testo sottovalutato nella ricostruzione del suo percorso intellettuale.
La sua rilettura epica del passato dell’isola è stata motivo di fraintendimenti a più livelli. Qualcuno l’ha scambiata per una contro-storia, ma in realtà non ne ha le caratteristiche né l’ambizione. Non c’è molto di “storico” nel passato sardo reinventato da Atzeni. Caso mai è una contro-mitologia.
In ogni caso, subito dopo la sua morte, la scoperta repentina dei suoi libri da parte di un pubblico molto più ampio ne ha fatto una figura di riferimento non solo letterario, ma addirittura ideologico, soprattutto per le nuove generazioni di indipendentisti. Questo, a dispetto della contrarietà non tanto della critica – che ignora o elude del tutto questo aspetto – bensì soprattutto di molta parte dell’intellighenzia sarda progressista.
Non deve sorprendere questo aspetto dell’acquisizione di Atzeni nella cultura di massa (o della massa di chi legge). La Sardegna ha sofferto e ancora in larga misura soffre di una drammatica minorizzazione culturale, storica, linguistica, che genera ignoranza di sé, spaesamento culturale, ed espone molte persone sarde alla costante oscillazione tra depressione auto-colonizzata e megalomania ento-centrica. È un fenomeno non prettamente sardo, come sa chiunque si occupi di studi postcoloniali.
In proposito, per ridimensionare le pretese di lettura contro-storica e politica di Passavamo sulla terra leggeri, si cita spesso, e spesso decontestualizzata, la frase di Atzeni in cui egli affermava di sentirsi “sardo, italiano, europeo”. Tuttavia, come pezza d’appoggio è piuttosto debole. La frase in questione non va presa per un manifesto politico: è una obiettiva descrizione del proprio retroterra culturale, degli elementi della propria formazione.
Dopo tutto, a voler entrare nel dibattito, si potrebbe sottolineare che il deus ex machina di Bellas Mariposas è pur sempre una figura del mito epico riformulato da Atzeni, ossia la Coga de Arbarè, una sorta di nume tutelare che richiama i tempi gloriosi raccontati in Passavamo sulla terra leggeri.
C’è anche un altro aspetto decisivo, e a sua volta in certo senso politico, dell’opera di Atzeni, che è forse quello di più difficile catalogazione. Gli studi postcoloniali non hanno mai avuto grande spazio nell’organizzazione del sapere e nel dibattito culturale italiano. Ancor meno in Sardegna (almeno fino a tempi recentissimi). Eppure in Atzeni era emersa precocemente la consapevolezza o forse solo l’intuizione della fecondità prodotta da quello spazio “intermedio”, da quella commistione di codici e di visuali tipici dell’incontro/scontro tra cultura dominante e cultura dominata.
Inevitabile, a questo proposito, evocare soprattutto le elaborazioni di Homi K. Bhabha, di cui Sergio Atzeni si fece in qualche modo interprete concreto, sul piano narrativo. La letteratura di Atzeni è una letteratura meticcia, che si fa forte e si impreziosisce nella commistione tra codici e tra appartenenze, traendo dal loro conflitto esiti estetici e contenutistici originali. Il lavoro di traduzione, specialmente quello di Patrick Chamoiseau, autore martinicano, ha avuto con tutta evidenza un ruolo decisivo nella conquista di questo spazio di azione immaginativa.
Ecco svelato il senso vero della sua affermazione sulla propria stratificazione culturale multipla. Che non nega l’attrito tra le diverse appartenenze, ma lo trasforma in fonte di energia creativa, a partire dalla propria appartenenza di base, dalla propria “nazione”, come a un certo punto Atzeni stesso si riferisce alla Sardegna.
Il risultato di questa ricerca è affascinante per un pubblico diversificato, anche se magari spiazzante per chi si aspetta dalla narrativa sarda o cloni fuori tempo massimo di Grazia Deledda o comunque folklore, banditi, vendette, cupezza e ancestralità a dosi tossiche. Risulta per altro di difficile lettura anche per la critica italiana.
Per l’organizzazione del sapere italiana, per la natura stessa della nebulosa culturale in cui si è condensato il senso comune del mondo intellettuale italiano contemporaneo, la Sardegna è da sempre un oggetto misconosciuto. La sua letteratura, da secoli plurilingue, ma con una forte produzione in sardo, non si incastra nel canone culturale nazionale italiano. Ed è inevitabile. È difficile, in Italia, comprendere una figura come quella di Sergio Atzeni, così come a suo tempo è stato difficile (e ancora in larga misura è) accogliere un’autrice come Grazia Deledda. La definizione che se ne dà spesso è quella di scrittore “etnico”, che suona un po’ come una diminutio, o una forma di disinnesco degli aspetti più problematici della sua opera.
Atzeni era figlio di una Sardegna urbana ma senza timore per quella “di dentro”. Era cresciuto nella città meticcia per eccellenza, la Cagliari dove da sempre si incontrano culture, lingue, gusti, mode provenienti dal grande “fuori” e dal non piccolo “dentro” dell’isola. Collocarlo dentro un canone letterario “nazionale”, così come succede per Grazia Deledda, è complicatissimo, data le caratteristiche del mito nazionalista italiano medesimo. Mito nazionalista che nega le diversità interne oppure, quando non riesce a integrarle e normalizzarle, le relega dentro cornici riduttive, marginali e accessorie.
Conciliare la rappresentazione egemonica dell’isola – nei mass media, nel dibattito pubblico, nelle decisioni politiche – con la sua realtà concreta, specie quella artistica, letteraria, musicale, è sempre stato complicato. La pressoché totale esclusione della storia della Sardegna dalla conoscenza di base, scolastica e mediatica (da un certo punto in poi, soprattutto televisiva), con cui si sono formate le generazioni di italiani – e di sardi – da che esiste lo Stato italiano, non aiuta ad accettare, tanto meno ad accogliere, una diversità che resta dunque inspiegabile e per certi versi perturbante.
Recenti indagini demoscopiche – per quel che valgono – hanno mostrato che l’accento sardo e/o la lingua sarda sono particolarmente indigesti a una non piccola percentuale della cittadinanza. Ha un ruolo in questo caso la percezione, a volte irriflessa, di una separatezza non facilmente colmabile, di un’alienità difficile da digerire. O essa viene veicolata dentro le consuete cornici stereotipate, che la rendono digeribile, o produce un effetto di repulsione.
Atzeni voleva superare questa impasse sterile, conscio che la diversità non è solo e sempre conflittuale. La mescolanza e l’attrito non sono necessariamente un problema, come detto, bensì anche una fonte di ispirazione. Consentono una visuale obliqua, ma non per questo meno feconda e rivelatrice, per guardare il mondo.
La forza del margine – indagata anch’essa negli studi culturali e postcoloniali ma in Italia pochissimo esplorata o sfruttata, se non da pochi autori (mi vengono in mente i Wu Ming) – è molto grande e non manca mai di produrre risultati notevoli. Ma va riconosciuta e non stigmatizzata né temuta.
Nelle letture che si danno di solito dell’opera di Atzeni c’è dunque sempre un rimosso, un non detto. Si enfatizza questo o quell’aspetto della sua produzione letteraria, delle sue scelte stilistiche, del suo universo narrativo, ma è come se si restasse in superficie o si aggirasse un nucleo incandescente con cui non ci si vuole scottare. Eppure è da lì che emana la forza indubitabile della sua scrittura.
L’accettazione dell’ibridazione è appunto, a sua volta, un messaggio politico. Il linguaggio meticcio di Bellas mariposas (il vero capolavoro atzeniano, a giudizio di chi scrive) ha di suo una forza e un senso che, in ambito italiano, si ritrovano forse solo in Gadda e in Andrea Camilleri, ma che in Atzeni hanno connotazioni ulteriori.
Se cercare nel passato mitico reinventato una fonte di consolazione suona come una resa, questo aspetto profondo della scrittura di Atzeni dà però a essa anche uno slancio verso il superamento della propria condizione storica che non sia meramente rivendicativo, bensì proattivo.
Gli sconfitti di ieri non è detto che accettino il loro destino senza combattere e che restino sconfitti per sempre. La vita delle persone umili, socialmente penalizzate o marginalizzate, ovvero appartenenti a comunità, a culture e sotto-culture periferiche, non è meno interessante e avventurosa della vita delle classi dominanti. C’è modo per perseguire il proprio riscatto e per difendere la propria dignità in qualsiasi condizione e contesto, e comunque ci si può/deve sempre battere per essi.
In questo senso, benché sia spesso accostato ad altri autori di poco precedenti o successivi, come Giulio Angioni, Salvatore Mannuzzu e lo stesso Marcello Fois, in quella che è stata definita la nouvelle vague letteraria sarda, le opere di Atzeni attingono a un immaginario e costruiscono un universo narrativo alquanto diversi dai suoi contemporanei più vicini.
Più che agli autori citati, un parallelo – se non un collegamento – si potrebbe istituire, facendo le debite distinzioni, con autori di un’altra generazione, come il Cicitu Masala di Quelli dalle labbra bianche e Il parroco di Arasolè, il Giuseppe Dessì di Paese d’ombre e di Il Disertore e il Salvatore Cambosu di Miele Amaro. D’altra parte, echi atzeniani si possono rinvenire in autori e autrici che gli sono sopravvissuti o affermatisi dopo la sua scomparsa.
E tuttavia è difficile trovare in campo letterario veri e propri tentativi di emulazione o di appropriazione dell’eredità narrativa di Atzeni, a parte l’ispirazione che ne hanno tratto altre forme artistiche, dal teatro, alla musica al cinema. Il che forse va ascritto a merito della letteratura sarda di questi ultimi trent’anni, abbastanza robusta e eterogenea da non dover ricorrere a riproposizioni manieristiche. Ma è forse anche il segno di una difficile riproducibilità, di una irripetibilità che sarebbe stato bello vedere in azione ancora a lungo, dentro il contesto della Sardegna italiana, europea e mediterranea del ventunesimo secolo.
Se questo non è possibile, ci resta però la possibilità di rileggere Atzeni, anche il molto che è stato recuperato a posteriori, non solo per cercare un senso al nostro tempo o strumenti di orientamento politico, ma prima di tutto per godere di un’opera complessiva così affascinante, piena di stratificazioni e di rimandi, a tratti evocativa e straniante, ma sempre potente e coinvolgente.
In fondo, per chi scrive, il desiderio più grande è quello di lasciare dietro di sé dei bei libri, che valga sempre la pena leggere. E questo desiderio, nel caso di Sergio Atzeni, a dispetto della sua fine prematura, è stato esaudito.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Omar Onnis,, scrittore e saggista, divulgatore storico, traduttore in e dal sardo. Oltre ad aver pubblicato, a partire dal 2013, una dozzina di libri, tra cui due romanzi (La vincita, Arkadia, 2018, e L’estate dei segreti, Catartica, 2025), ha collaborato e pubblicato articoli con varie riviste, sarde, italiane, internazionali. Dal 2007 cura il blog personale SardegnaMondo (sardegnamondo.eu). Tiene corsi e conferenze e svolge laboratori didattici. Fa parte dei gruppi di lavoro e di studio “Filosofia de Logu” (studi post-coloniali, ricerca interdisciplinare), con cui ha pubblicato, insieme ad altre autrici e autori, due libri (Filosofia de Logu. Decolonizzare la ricerca e il pensiero in Sardegna, Meltemi, 2021, e Logu e Logos. Questione sarda e discorso decoloniale, Meltemi, 2024) e “La Storia sarda nella Scuola italiana” (lastoriasarda.com, realizzazione e diffusione gratuita di testi didattici).
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