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L’emigrazione italiana: storie diverse confluite in un’unica grande Storia

Una famiglia di italiani emigrati in America, primi 900

Una famiglia di italiani emigrati in America, primi 900

di Franco Pittau [*]                    

Dedicato a Mons, Silvano Ridolfi, per il suo grande impegno tra gli italiani all’estero a livello operativo e di riflessione, diventando un esempio per quanti lo hanno conosciuto    

Oltre due secoli di storia e tante fasi 

Questo capitolo a carattere storico introduce agli aspetti indispensabili per avere una visione d‘insieme della grande storia dell’emigrazione italiana e rendersi conto delle tragiche condizioni che causarono l’esodo, sulle leggi che regolarono gli espatri, sull’attenzione differenziata dedicata agli emigranti a seconda dei periodi e dei diversi ambiti, sui problemi rimasti insoluti e sulle prospettive di soluzione ipotizzate, sempre con grande attenzione ai dati statistici sottostanti.

Abbiamo cercato di sintetizzare una materia così ampia nel tentativo di offrire ai lettori., sia in Italia che all’estero, le conoscenze indispensabili per intravedere le connessioni che intercorrono tra i vari periodi e i vari aspetti con le relative conseguenze.

Questa prima fase storica, iniziata nell’Ottocento. Si svolse in due tempi, il primo dei quali segnata dalla restaurazione postnapoleonica avviata dal Congresso di Vienna, che per gli italiani si protrasse fino all’unificazione della penisola nel 1861. Questi flussi, causati da motivazioni politiche, coinvolsero numerosi patrioti risorgimentali, di estrazione nobile o borghese, e tutti beneficiari di elevata formazione intellettuali e professionale, che all’estero non ebbero difficoltà a farsi apprezzare e a ricoprire anche incarichi di elevato prestigio.

Anche in precedenza vi furono degli italiani che si spostavano in Europa e anche oltreoceano: artisti, pittori, scultori, architetti, letterati, banchieri, commercianti, persone fatte oggetto di persecuzione politica o religiosa. Si trattava, comunque, di casi non sporadici ma meno numerosi rispetto a quelli verificatisi nel periodo delle restrizioni politiche postnapoleoniche, che dai controlli serrati passavano alla pena del carcere e anche alla condanna a morte. La durezza riservata a questi patrioti fu efficacemente descritta da Silvio Pellico (1789-1854), condannato al duro regime carcerario dello Spielberg nei pressi di Vienna, nel suo racconto Le mie prigioni, pubblicato nel 1832 e diventato subito un best seller di straordinaria successo, tradotto in una decina di lingue europee

Di seguito segnaliamo alcuni tra gli esuli più famosi e i Paesi dove si recarono in esilio: Francesco Crispi (in Tunisia e in Francia), Giuseppe Garibaldi  (in Francia e in Sud America, specialmente in Brasile), Giuseppe Mazzini (in Francia e in Inghilterra),  Alessandro, Manzoni (pur non costretto all’esilio, preferì lasciare Milano e andare a vivere in Francia, collaborando con gli ambienti patriottici), Antonio Meucci (a Cuba e dopo L’Avana a New a York), Antonio Raimondi (in Francia e in Perù), diventando da scienziato una gloria del Paese), Luigi Settembrini (in Francia e in Inghilterra), Giovanni Nicotera (in Francia). Specialmente Parigi e Londra offrirono la possibilità a questi “rifugiati politici” ante litteram di adoperarsi, con molti altri esuli dalla penisola per favorire le rivoluzioni e l’unità d’Italia.

Pur numerosi, questi spostamenti per motivi politici sono del tutto lontani dalla dimensione quantitativa assunta dai flussi di massa, dei quali furono protagonisti gli umili popolani, costretti a emigrare dalle disastrose condizioni economiche del neocostituito Regno d’Italia.

La seconda fase si svolse durante il regime fascista, dapprima ancora segnato da una certa vivacità dei flussi, poi ridotti a seguito della negativa congiuntura internazionale, accentuata dalla chiusura autarchica di quel periodo dittatoriale, specialmente dopo le sanzioni comminate all’Italia dopo l’occupazione dell’Etiopia.

Il lungo periodo successivo alla Seconda guerra mondiale è stato diviso in due fasi: la prima, durata fino al 1975, contrassegnata da una fortissima emigrazione e anche da un prodigioso sviluppo interno; la seconda caratterizzata, invece, da una radicale riduzione dei flussi fino alla fine del secolo, a fronte della crescita dell’immigrazione estera in Italia.

L’ultima fase, quella degli anni ‘2000, dopo un tranquillo inizio del tutto simile a quello dei decenni precedenti, è andato poi assumendo caratteristiche del tutto innovative: e coinvolgendo maggiormente le persone laureate, con una minore propensione al rimpatrio e anche una minore propensione alla coesione comunità.

La storia migratoria dell’Italia, che rifacendoci ai suoi primi flussi protrattisi per oltre due secoli, si ripartisce in tante storie quanti sono stati i Paesi di maggiore destinazione, e costituisce un incentivo ad un più stretto collegamento tra quanti sono rimasti nella penisola e quelli che sono partiti dando luogo a una diffusa presenza italiana in tutto il mondo.

Questo volume ha cercato di spiegare la materia in termini semplici senza tuttavia snaturarne la profondità. 

24-n-623L’arretrata situazione dell’Italia nel corso dell’Ottocento 

L’Italia unificata nel 1861 non includeva il Lazio (realtà territoriale autonoma come Stato Pontificio) e il Nord Est (incluso nell’Impero austro-ungarico). La popolazione era di appena 22 milioni e l’età media era di 27 anni. Il 34,2% aveva meno di 15 anni e solo il 4% 65 anni o più. Le famiglie erano composte da almeno 5 membri.

I comuni non erano serviti da acquedotti e l’acqua si attingeva nei propri pozzi. Mancava la luce elettrica. I parti avvenivano in casa e il 25% dei neonati moriva nel primo anno a causa delle infezioni.

L’analfabetismo riguardava in media il 75% della popolazione, ma raggiungeva il livello del 95% in alcune regioni del Centro e del Sud. L’italiano era il dialetto dei toscani e di una ridotta cerchia di persone colte, mentre i più parlavano i loro dialetti locali e non sapevano scrivere.

Era minimale lo sviluppo industriale, fiorente invece nel Centro e nel Nord Europa. Il 70% dei lavoratori era impiegato in agricoltura, in mano ai latifondisti e ai loro antiquati metodi di coltivazione, per cui alla fine del secolo il settore era quasi al collasso. Per i contadini non vi era che un’esistenza stentata, di mera sopravvivenza. Il reddito era molto basso, equiparabile a quello che si riscontra attualmente nell’Africa subsahariana. Le tasse, invece, erano eccessive e la politica doganale era sbilanciata a favore del Settentrione.   

Su queste tristi condizioni, che diedero l’avvio alla Grande emigrazione della fine del secolo, si soffermò anche il politico Stefano Jacini (1826-1891), il quale, a chiusura della Commissione d’inchiesta agraria del 1877 da lui presieduta, scrisse: «Nelle valli delle Alpi e degli Appennini, ed anche nelle pianure, specialmente dell’Italia Meridionale, e perfino in alcune province fra le meglio coltivate dell’Alta Italia, sorgono tuguri ove in un’unica camera affumicata e priva di aria e di luce vivono insieme uomini, capre, maiali e pollame. E tali catapecchie si contano forse in centinaia di migliaia».

L’agricoltura era il settore prevalente anche in Lombardia, dove un gruppo di contadini così scrisse nel 1876 al ministro dell’Interno Giovanni Nicotera (1828-1894): «La nostra vita è tanto amara che poco più è morte. Coltiviamo il frumento e non sappiamo cosa sia il pane bianco. Coltiviamo viti e non beviamo vino. Alleviamo bestiame e non mangiamo mai carne. Vestiamo fustagno e ci curiamo di ovili. E con tutto ciò pretendete che non dobbiamo emigrare?».

Ma ancora peggiore era la situazione nel Centro e nel Sud Italia. La stessa Napoli, che era stata in Europa la seconda città per numero di abitanti, stava conoscendo un processo di deperimento. Il meridionalista Francesco Saverio Nitti (1868-1953), che fu Presidente del consiglio dei ministri nel 1920 e poi costretto all’esilio dal regime fascista, compendiò la triste situazione nel noto dilemma: “O emigranti o briganti”. 

muelleL’impetuosa immigrazione dal 1887 al 1914 

I flussi migratori tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento 

Fino all’unificazione del Paese gli emigrati italiani stabilitisi all’estero erano pochi. Al primo posto si collocava la Francia con 77.00 persone e, a seguire, la Germania, la Svizzera, l’Egitto, la Tunisia e, con appena 6.000 presenze, gli Stati Uniti.

 Tra la metà dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale a emigrare non erano solo gli italiani e gli abitanti del Sud Europa, ma anche quelli del Nord e del centro Europa. Le due Americhe attrassero tra il 1900 e il 1920 circa 20 milioni di europei. Gli studiosi del settore hanno stimato che, nel periodo che, tra il 1845 e il 1915, le quote di pertinenza sul totale dele persone emigrate fossero le seguenti: 40% Gran Bretagna,16% Italia (affermatasi più tardi ma con un protagonismo più duraturo), 13% Germania e, a seguire, Austria-Ungheria, Spagna, Portogallo, Polonia e Russia con percentuali tra il 5 e il 3%.

Dopo l’Unità d’Italia a stabilirsi all’estero fu una massa di individui poveri e spesso anche indebitati, privi d’istruzione, senza la conoscenza della lingua del Paese dove si trasferivano, in grado di esercitare solo i mestieri più umili. La povertà e la grave situazione occupazionale incrementavano questa emorragia, perché i posti creati nel settore industriale continuavano a essere del tutto insufficienti ad assorbire le persone espulse dalle campagne.

Si andava oltreoceano in nave (con viaggi che duravano circa 70 giorni prima dell’impiego delle navi a vapore), mentre in Europa ci si spostava in treno e anche a piedi. Gli espatri, che coinvolgevano in prevalenza i maschi e privilegiavano gli sbocchi transoceanici, conobbero un crescendo.

Questo il quadro complessivo delle partenze dall’Unità d’Italia alla Seconda guerra mondiale, con indicazione per decenni delle medie annuali degli espatri e dei rimpatri: 

  • nel 1861-1870, espatri 121 mila, non disponibili i dati sui rimpatri;
  • nel 1871-1880, espatri 117,8 mila e rimpatri 81,8 mila;
  • nel 1881-1890, espatri 187,9 mila, non disponibili i dati sui rimpatri;
  • nel 1891-1900, espatri 283,5 mila, non disponibili i dati sui rimpatri;
  • nel 1901-1910, espatri 602,6 mila, non disponibili i dati sui rimpatri;
  • nel 1911-1920, espatri 382,8 mila, non disponibili i dati sui rimpatri;
  • nel 1921-1930, espatri 255 mila e rimpatri 137,3 mila.
  • nel 1931-1940, espatri 70,3 mila e rimpatri 59,0 mila.

migrazione17-1024x633Quella denominata “la Grande emigrazione!” fu un fenomeno impressionante, superato, però, dal periodo immediatamente successivo. Tra il 1876 e il 1913, le rimesse incisero per circa il 2,7 % sul PIL dell’Italia con oscillazioni, a seconda degli anni, verso il basso ma anche in alto fino al raddoppio. Queste somme contribuirono al riequilibrio della bilancia commerciale italiana, al finanziamento delle infrastrutture e al benessere dei familiari rimasti in Italia. La funzione delle rimesse rimarrà importante fino al primo periodo successivo alla Seconda guerra mondiale.

Solo con la legge n.24 del 1901 si mise ordine nell’invio delle rimesse, contrastando l’intervento di intermediari disonesti e affidando la raccolta dei risparmi al Banco di Napoli che, attraverso accordi con il Ministero delle Poste e del Telegrafo, garantì la consegna delle somme ai destinatari. L’incarico esclusivo affidato al Banco di Napoli cessò nel 1926.

Inizialmente i maggiori protagonisti degli espatri furono i residenti del Nord con una quota dell’86,7% nel 1876 rispetto al 6,7% del Meridione, che, peggiorata la situazione in agricoltura, nel 1910 totalizzò il 46,2% degli espatri. contro il 40,2% del Nord.

A commento di questo cambiamento il politico Francesco Saverio Nitti, prima richiamato, citò l’esempio dei lucani, tra i quali nel 1910 quelli emigrati raggiunsero il numero di quelli rimasti in Italia. Dalla Sicilia nel 1876 partirono poco più di 1.000 persone, mentre tra il 1901 e il 1913 a lasciare l’Isola furono tra le 80 mila e le 100 mila persone ogni anno.

Nel 1913, quando il Paese contava 35 milioni di residenti, emigrarono poco meno di 900 mila italiani (875.000). Questi flussi si interruppero alla vigilia della Prima guerra mondiale, quando aumentarono i rimpatri.

Sui rimpatri dalla Svizzera, così annotò don Primo Mazzolari (1890-1959), osservandoli sul posto, dove si era recato nel 1914 per dare una mano d’aiuto alla Missione cattolica italiana di Arbon: «Bauli colossali, involti di dove sogghigna la miseria, un riso stridulo di pianto come una maledizione alla guerra che rigettava in patria senza pietà, senza sostegno, una turba di lavoratori che nel Paese ospitale hanno portato o s’erano creato una famiglia, una casa, una discreta tranquillità d’esilio».        

Rispetto ad alti Paesi europei i rimpatri furono più numerosi in Italia, ma non per questo più studiati: si iniziò a registrarli dal 1905 relativamente ai Paesi extraeuropei e dal 2021 anche per quelli europei. Secondo una stima essi sarebbero ammontati, tra il 1905 e il 1976 in circa i 8,6 milioni.

12791_giuseppe-prezzolini-i-trapiantati-_0Andando oltre i dati statistici conviene soffermarsi sul legame con l’Italia di questi pionieri dell’emigrazione. Lo scrittore Giuseppe Prezzolini (1882-1982), noto letterato che emigrò prima in Francia e poi nel 1825 negli Stati Uniti, dove insegnò a lungo presso il Dipartimento d’italianistica della Columbia University, nel suo saggio I trapiantati (Longanesi, Milano, 1963), ritenne che tra le persone coinvolte in questi primi flussi partirono individui legati al loro comune e a quelli che parlavano il loro dialetto, ma poi, confrontati con la diversità del Paese estero, si riconobbero appartenenti all’Italia e cercarono di impararne la lingua con l’aiuto delle Missioni Cattoliche, riuscendo così a capire gli altri italiani che vivevano lì. Anche l’arruolamento effettuato per la prima guerra mondiale favorì la consapevolezza della loro appartenenza nazionale.

Nei Paesi europei (Francia, Svizzera e Germania innanzi tutto) gli italiani si spostavano anche per svolgere impieghi stagionali. L’Argentina e il Brasile, Paesi interessati alla colonizzazione agricola, furono dapprima gli sbocchi prevalenti, superati poi dal “sogno americano” incarnato da New York, dove nei primi tre decenni del Novecento sbarcarono ben 3,5 milioni di italiani

Tra i porti, utilizzati per raggiungere le destinazioni transoceaniche, il più importante fu quello di Genova, con il 60% del totale degli imbarcati; il secondo fu quello di Napoli e il terzo fu il porto di Palermo. Nella fase iniziale dei flussi, per evitare l’assoggettamento alle restrizioni imposte dalla normativa italiana (sensibile agli interessi dei proprietari terrieri a fruire di un’ampia disponibilità di manodopera) un certo numero di emigranti preferì partire da porti stranieri (Le Havre, Marsiglia, Amburgo ed Anversa). Rispetto ai porti stranieri quelli italiani erano meno attrezzati per la sistemazione dei partenti nei giorni d’attesa, mentre in Italia solo successivamente si istituirono locande autorizzate.

In questi porti la confusione era enorme: le locande non erano sufficienti, non di rado i bagagli andavano smarriti e talvolta capitava che qualcuno venisse fatto sbarcare in un Paese diverso da quello desiderato. Anche la marina mercantile italiana si attrezzò con un certo ritardo per far fronte a questo smisurato numero di viaggiatori, traendone un considerevole supporto per il suo potenziamento.

Questi viaggi erano carichi di sofferenze e spesso alcuni morivano a bordo o subito dopo lo sbarco. Un’eco di tanti disagi è rimasta nelle vecchie canzoni: “Santa Lucia” e “Mamma mia dammi cento lire” o e anche in quelle più recenti di Ivano Fossati e Francesco De Gregori e di altri cantautori. 

L’inserimento lavorativo dei primi immigrati 

L’inserimento degli emigrati avveniva nel settore agricolo, nell’edilizia, nelle miniere e nell’industria, ma erano praticate anche numerose professioni artigianali, ora per lo più scomparse: ancora, però, si può incontrare in qualche città un arrotino/ombrellaio che offre i suoi servizi.

I minori, che non di rado erano partiti soli riuscendo a passare le frontiere grazie a un padre di comodo, quando non lavoravano in fabbrica, si arrangiavano per strada non solo chiedendo l’elemosina (come facevano anche gli adulti). ma esibendosi come artisti di strada. Nel 1883 The New York Times richiamò l’attenzione sulla presenza in città di 80.000 minori italiani, mentre un apporto del 1876 della gendarmeria parigina, sempre riferendosi agli italiani, lamentò la presenza di 12.000 artisti girovaghi, sia minori che adulti: giocolieri, suonatori di organetto, pifferai, musicanti, cantanti. spesso con cani o scimmie al seguito, venditori ambulanti. Comunque, il fenomeno non amcò di preoccupare le autorità italiane che, con La legge n. 214 del 23 dicembre 1873, n. 214 “Sulla tutela dei fanciulli mendicanti o suonatori ambulanti” proibì questi flussi, che coinvolgevano maggiormente le regioni alpine e appenniniche, comminando sanzioni a chi li procacciava.

1franc1999Insomma, gli italiani si arrangiavano e non mancò una minoranza che si mostrò sensibile alle scorciatoie offerte dalla malavita, attirando sugli italiani una pessima fama. Naturalmente vi furono anche le donne (anche in minore età) che operavano come prostitute, soggette a continue retate. Emigravano anche le modelle. Quelle ciociare della provincia di Frosinone, erano molto ricercate in Francia: una di esse fu effigiata in una moneta nell’atto di seminare (La Semeuse), un’altra si sposò con un nobile britannico e un’altra ancora, che a suo tempo gestì in bar/ritrovo degli artisti, non molti  anni fa ha avuto l’onore di essere ricordata nel quartiere di Montmartre con una lapide.

A parte la rapida affermazione, riscontrabile specialmente in diversi ambiti imprenditoriali, l’inserimento nei nuovi Paesi richiese lo sforzo di più generazioni prima che si potesse parlare di una integrazione collettiva. 

9788817108072_0_0_0_0_0L’atteggiamento emarginante nei confronti degli italiani 

Nei Paesi esteri l’accoglienza degli italiani non fu affatto amichevole, fatta eccezione per l’Argentina, il Brasile e in generale per tutti i Paesi dell’America Latina, dove i politici, gli intellettuali e il popolo consideravano italiani strettamente imparentati con i loro progenitori. Altrove, invece, l’emarginazione dei connazionali si accompagnò molto spesso a disprezzo e razzismo. Questi dolorosi aspetti, che caratterizzarono a lungo la nostra storia di emigrazione, non dovrebbero essere dimenticati da chi contrappone la nostra “buona” emigrazione con la “cattiva” immigrazione degli stranieri in Italia, come sottolineato dal giornalista Gian Antonio Stella in un famoso e ben documentato libro: L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi (Rizzoli, Milano, 2003).

Non potendo ricorrere per ragioni di spazio a un’ampia esemplificazione, abbiamo preferito riportare, riferendoci agli Stati Uniti, un ampio brano della

«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali. (…) Si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione». 

6639277611081736445-account_id1Il documento, nello stesso tempo deprimente e illuminante, non risparmia una frecciata malevola neppure ai lombardi, all’epoca costretti anch’essi a emigrare. Era inevitabile l’insorgenza di problemi sociali nell’ambito di uno spostamento così massiccio di popolazione, ma i governanti si limitarono solo a lasciarli entrare perché servivano braccia da lavoro e poco si curarono di farsi carico di misure di accompagnamento.

Situazioni simili a quella statunitense si verificarono in Europa, in Australia e in Canada: in quest’ultimo Paese solo dopo la Seconda guerra mondiale è prevalsa la corrente sociologica che ha riconosciuto negli umili lavoratori l’apporto più consistente dato dagli italiani allo sviluppo del Paese.

Ritornando a quella prima fase, è d’obbligo citare mons. Giovan Battista Scalabrini, che nella sua seconda relazione su L’Italia all’estero (Torino, per l’Esposizione Arte Sacra, 1881), dopo le esorbitanti reazioni seguite a un grave fatto di cronaca nera, raccomandò l’equilibrio necessario per non fare di tutta l’erba un fascio con queste parole: «Il nefando delitto, compiuto testé su una vittima innocente da un senza patria cresciuto in Italia, ha dato pretesto in vari paesi a minacce e persecuzioni, a cacce all’italiano, da parte di plebaglie cariche d’odio di razza e malcelate ire contro lavoratori concorrenti abili e più apprezzati». Il vescovo confidava che i più, i «buoni ed operosi», non venissero confusi con «i pochi delinquenti che si annidano tra loro come serpe tra i fiori» e che tutti, e specialmente le diverse confessioni religiose offrissero un sostegno amichevole, evitando che gli immigrati cadessero nello sconforto e nella disperazione.

Certamente il Paese di accoglienza si trovò confrontato anche con il fenomeno della criminalità organizzata di tipo mafioso, e il famoso poliziotto di origine italiana Joe Petrosino (1869-1909) si rese benemerito nel contrastarla, ma trovò la morte a Palermo, dove si era recato per investigare sui collegamenti tra la mafia isolana e quella statunitense. 

imagesLe prime due leggi generali sull’emigrazione (1888 e 1901) 

L’intensità crescente dei flussi verso l’estero generò forti preoccupazioni tra i proprietari agrari per la riduzione della manodopera disponibile e il conseguente aumento del costo del lavoro, e il governo ne tenne conto ed emanò disposizioni a tutela dei loro interessi. Di converso, le compagnie di navigazione e gli agenti di emigrazione incitavano all’esodo, spesso con false promesse. Si riscontrava già allora qualcosa di simile a quanto, sotto altre forme, si ripete ancora oggi. Gli agenti e i loro subagenti erano ben 13mila all’inizio del Novecento e avevano una commissione del 3% sul prezzo del biglietto.

Gli ultimi due decenni dell’Ottocento, quelli del boom emigratorio, rappresentarono il periodo più critico a fronte di un’emigrazione sempre più intensa, incontrollata e pressoché priva di protezione. La prima legge generale sull’emigrazione (n. 586) del 1888. nota anche come “legge Crispi” e gradita ai latifondisti, sancì la libertà d’emigrazione (che prima non era del tutto riconosciuta) a determinate condizioni, perché impose l’adempimento previo di alcuni obblighi come il servizio militare e fece anche un primo timido passo sul versante della tutela di quanti partivano, definendo il ruolo degli agenti e dei  subagenti di emigrazione ma senza prevedere rigorosi controlli statali sul rispetto dei loro doveri e lasciando, così, gli emigranti senza difesa.

Era pertanto inevitabile che si verificassero seri inconvenienti e ciò fu stigmatizzato da due vescovi molto aperti pastoralmente, quindi, vicini al popolo e ai suoi problemi. Mons. Giovani Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, già prima citato, ritenne riprovevoli le false lusinghe di quanti incitavano i contadini a emigrare, anche a costo di indebitarsi per potere pagare la traversata transoceanica, nonostante l’esplicito divieto dell’incitazione all’esodo con l’esposizione di manifesti e volantini nei pubblici esercizi. Questo vescovo condusse la sua campagna di sensibilizzazione all’insegna del motto “Liberta di emigrare e non di fare emigrare”. Egli, inoltre, fondò un istituto di missionari e un altro di suore interamente dedicati agli emigrati, dei quali si occupò anche don Giovanni Bosco (1815-1888) con i suoi missionari salesiani, come fecero anche altri ordini religiosi.

Mons. Geremia Bonomelli (1831-1914), arcivescovo di Cremona, il 7 maggio del 1898 scrisse una famosa lettera pastorale sui disagi non solo degli emigrati ma ti tutta la classe operaia: “Lettera pastorale ai fedeli della Diocesi di Cremona, in occasione delle gravi condizioni sociali e delle lotte operaie”. Egli fondò l’Opera di assistenza per gli italiani emigrati in Europa (conosciuta come “Opera Bonomelli” che coinvolse sacerdoti e laici. L’Opera fu soppressa nel 1928 dal regime fascista, interessato a occuparsi in esclusiva dell’assistenza agli emigrati.

La pressione così esercitata e la gravità dei problemi rimasti insoluti spinsero il legislatore ad intervenire nuovamente. La legge n. 23 del 1901 fu approvata sotto la spinta del governo dell’epoca, di cui era presidente Giuseppe Zamberletti, con l’importante politico Giovanni Giolitti all’interno e agli esteri Giulio Prinetti, il ministro che nel1902 vietò con decreto l’emigrazione assistita in Brasile per porre fine agli abusi dei datori di lavoro, che trattenevano alle loro dipendenze gli italiani fino al completo rimborso del biglietto navale, dando luogo alla categoria degli “schiavi bianchi”.

La nuova normativa si propose di mettere ordine nel settore, anche se la fase applicativa fu in parte carente, con le seguenti disposizioni: previsione di ispezioni nei porti e di commissari e medici a bordo, controlli affidati alle strutture amministrative, norme più precise riguardanti i vettori, abolizione degli agenti e subagenti di emigrazione e, infine, istituzione del Commissariato generale dell’emigrazione per unificare i servizi precedentemente facenti capo a diversi ministeri  L’influenza, prima esercitata dai grandi proprietari terrieri e dagli agenti e dai subagenti d’emigrazione, fu rilevato dalle compagnie di navigazione che, a fronte del crescente numero degli emigranti, si occuparono più strutturalmente di questo ambito, inizialmente trascurato.

Seguì, dopo quasi due decenni, il Testo Unico sull’Emigrazione, approvato con Regio Decreto Legislativo n. 2205 del 1919.

6L’emigrazione italiana durante il fascismo 

L’emigrazione verso le colonie nel periodo fascista 

Con l’affidamento da parte di Re Vittorio Emanuele III a Mussolini dell’incarico di formare un nuovo governo ebbe inizio una fase migratoria molto diversa, perché fu realizzato il tradizionale sogno del periodo liberale di possedere delle colonie come riserva occupazionale e anche come opportunità commerciale, tuttavia nell’ambito di un allontanamento dal tradizionale liberismo economico. Bisogna, poi, aggiungere che la congiuntura internazionale nel periodo tra le due guerre mondiali si presentò con caratteristiche piuttosto critiche e anche quella italiana fu tutt’altro che soddisfacente.

L’inizio della presenza militare italiana in Somalia, Eritrea ed Etiopia avvenne negli anni a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Nel corso della penetrazione in Etiopia l’Italia subì una dura sconfitta ad Adua nel 1905, che determinò uno freno temporaneo all’invasione del Paese, ripresa nel 1935 e conclusa nell’anno seguente con la conquista della capitale Adis Abeba.

Come accennato, già durante ili periodo liberale prefascista a un certo punto si pensò che le colonie potessero accogliere un gran numero di lavoratori: anzi, secondo le attese iniziali dei fascisti, si poteva arrivare a farne uno sbocco alternativo rispetto ai flussi transoceanici.

Ma i benefici occupazionali assicurati dalle e colonie, pur fortemente enfatizzati, furono ben lontani dal rimediare alla diffusa disoccupazione tra gli italiani, per cui il regime dovette rinunciare al proposito di ridimensionare i flussi verso l’estero (tra l’altro più consistenti rispetto a quelli diretti verso le colonie), pur controllandoli con un una impostazione più consona alla sua ideologia autoritaria.

I coloni, la cui figura era fortemente idealizzata, erano chiamati a segnalarsi per le loro doti fisiche e spirituali, come richiedeva la missione dei veri e propri portatori di civiltà sull’esempio degli antichi romani. In realtà essi ben poco si lasciarono soggiogare dalla superiorità della razza italiana e non si astennero affatto dai rapporti sessuali con le donne del posto: usualmente, celibi o sposati che fossero, convissero con queste donne in maniera stabile (pratica del cosiddetto “madamato”) ed ebbero da loro dei figli, di cui il regime vietò il riconoscimento. Nel 1937 una legge vietò il “madamato” e nel 1938 entrarono in vigore le famigerate leggi razziali, dagli esiti drammatici per gli ebrei.

Bisogna precisare che dal 1938 non si insistette più sulle partenze dei lavoratori nelle colonie, perché mancavano le risorse per accogliere i nuovi venuti, i cui arrivi, peraltro, finivano per incentivare le sommosse locali. Secondo stime governative i civili italiani residenti nell’impero coloniale (esclusi i militari, quindi), nell’agosto 1939, erano tra i 140 mila e 213 mila.

Dal 1937 in poi gli operai addetti alla costruzione delle opere pubbliche, che erano meglio pagati rispetto ai livelli retributivi praticati in Italia, furono progressivamente rimpatriati e sostituiti dai lavoratori autoctoni, i quali, a loro volta, ricevettero retribuzioni apprezzabili.

Con il senno di poi sembra fondato ritenere che, anziché pensare a una emigrazione di massa verso le colonie, sarebbe stato preferibile utilizzare fin dall’inizio la manodopera locale sotto la direzione di maestranze italiane. Adis Abeba, scelta come capitale dell’impero, sarebbe dovuta diventare, secondo Mussolini, la più bella e avveniristica città dell’Africa, il faro della nuova civiltà fascista, ma la seconda guerra mondiale pose fine ai lavori già in corso. In questa città, alla data del 24 ottobre 1939, la popolazione italiana era pari a 35.441 unità.

Quindi, i territori coloniali non diedero luogo a quella consistente presenza italiana, fatta eccezione (in una certa misura) per la Libia, dove gli italiani residenti risultarono 108 mila al censimento del 1939 (120.000 secondo altre fonti), concentrati specialmente a Tripoli. Dopo l’accesso all’indipendenza del Paese ci fu il drammatico rimpatrio degli ex coloni, prima volontario da parte di chi preferiva un futuro più tranquillo e poi imposto dal nuovo regime instaurato da Gheddafi. Va ancora puntualizzato che il fascismo ritenne anche che le colonie potessero assicurare una disponibilità di prodotti tale da soddisfare le esigenze delle colonie stesse per poi riservare la parte eccedente alla commercializzazione. Questo risultato non fu affatto raggiunto perché la maggior parte dei fondi fu destinata alle spese militari e poco si fece per migliorare le capacità produttive.

2005I flussi migratori verso l’estero nel periodo fascista 

I benefici occupazionali assicurati dalle colonie, pur fortemente enfatizzati, furono ben lontani dal rimediare alla diffusa disoccupazione, per cui il regime dovette rinunciare al proposito di ridimensionare i flussi verso l’estero (tra l’altro più consistenti rispetto a quelli diretti verso le colonie), ma volle controllarli con un una impostazione più consona alla sua ideologia autoritaria. Ad ogni modo la mobilità internazionale della manodopera andò riducendosi a livello globale e così anche in Italia sotto la spinta di differenti fattori.

Nel decennio 1921-1930 gli espatri furono nella media annuale 225 mila, mentre diminuirono nel decennio 1931-1940 diminuirono in media a  70,3 mila l’anno, e anche i rimpatri scesero da 137 mila a 59 mila. Questi flussi evidenziarono che le mete europee erano preferite dai settentrionali e che quelle americane lo erano dai meridionali. In quei due decenni emigrarono oltre tre milioni di italiani e quasi 2 milioni furono quelli che rimpatriarono.

Queste statistiche ufficiali vanno completata tenendo conto che in tutto il ventennio molto numerosi furono “anche i fuorusciti” cioè gli esuli politici. Essi erano motivati dalla volontà di non soggiacere alle imposizioni del regime e anche a contrastarle.  partivano di nascosto (quando si trattava di persone controllate dalla polizia) o, negli altri casi, accampavano altri motivi, per poter oltrepassare i confini, lavorativi o di altro tipo: per la Francia, ad esempio, si arrivò a motivare la richiesta di uscita “temporanea” dal Paese con il desiderio di fare un pellegrinaggio a Lourdes. Pur essendo difficile convenire su una definizione univoca di questi esuli, sembra fondata una stima a partire da almeno 100 mila persone.

Per quanto riguarda lo scenario generale dei flussi il Governo, nell’ambito delle “leggi fascistissime”, iniziate ad approvare nel 1925 e completate in maniera accelerata nel 1926 (anno dell’attentato al Mussolini), ottenne un potere assoluto al riparo dalle critiche dei partiti di opposizione (che furono soppressi) e così si pose fine al clamore destabilizzante suscitato dall’assassinio del parlamentare socialista Giacomo Matteotti (1885-1924). Il neoistituto Tribunale speciale, le cui sentenze erano inappellabili, riempì le carceri di migliaia di oppositori, mentre altri furono condannati al confino di polizia con semplice decisione amministrativa, come descritto da Carlo Levi nel suo indimenticabile Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato da Einaudi nel 1945, mentre le rigide maglie di controllo anche sui popolani risaltano nel capolavoro del “fuoruscito” Ignazio Silone Fontamara, pubblicato nel 1933 in terresco a Zurigo.

2560019036912_0_0_536_0_75In questo contesto fu approvata anche una legge sull’emigrazione nelle colonie (n. 1584 del 1925), di fronte all’estrema diffusione della povertà e della disoccupazione. La nuova legge incrementò la partenza per le colonie di contadini e lavoratori, occupandosi della loro formazione, dell’assistenza in loco e del ricongiungimento dei loro familiari: il tutto. Nelle intenzioni del legislatore, doveva essere unionale alla diffusione della superiore civiltà romana. Questi spostamenti, preferiti dal governo, dovettero convivere, come prima riferito, con quelli verso i Paesi esteri. resi indispensabili dall’estrema fame di lavoro.

Le partenze per l’estero continuarono nell’ambito, però, di controlli più rigorosi: acquisizione di notizie su chi chiedeva di espatriare; informazioni sul paese prescelto e sul lavoro da svolgere; disponibilità di risorse necessarie per il viaggio; obbligo di inscriversi al consolato italiano territorialmente competente; controllo delle loro attività sul posto e, naturalmente, controllo del comportamento di chi rimpatriava.

Il monopolio dell’assistenza, sostenuto all’estero dai compiacenti consoli, dai funzionari consolari e dagli agenti appositamente inviati dall’Italia, permise al regime di ridurre al minimo l’influenza di strutture non asservite al regime operanti negli ambiti associativo, culturale, editoriale, scolastico, sindacale e politico. Il Testo Unico sulle Leggi di Pubblica Sicurezza, approvato con Regio decreto n. 773 del 1931, introdusse una pena da 1 a 5 anni di carcere e in più una multa per chi istigava all’emigrazione con promesse false o avviando verso mete diverse da quelle volute dagli interessati.

Le attività assistenziali svolte a favore degli emigrati e dei loro figli (notevole fu l’insistenza sull’insegnamento dell’Italiano) e il monopolio dell’informazione assicurarono al governo fascista la simpatia di gran parte degli italiani emigrati.

In quel periodo furono diversi i motivi economici e nomativi che restrinsero la portata della mobilità internazionale. Si trattò di norme più restrittive all’ingresso, come avvenne negli Stati Uniti con Quota Act (1921 e 1924), per cui non vennero più accolte le persone prive di un certo grado di scolarizzazione, penalizzando così fortemente gli italiani.

Nel 1924 si svolse a Roma la Conferenza Internazionale dell’Emigrazione e dell’Immigrazione, con la partecipazione di 58 Stati e questo evento favorì in diversi Paesi l’aggiornamento delle rispettive normative in materia, sempre in un contesto di flussi ridimensionati a causa del debole andamento dell’economia.

In Italia, nel 1925, nel contesto delle citate “leggi fascistosissime” prima richiamate, il regime ripudiò il tradizionale liberismo e attuò un intervento statale diretto per reagire contro l’inflazione e la svalutazione della lira con l’obiettivo di conseguire l’autosufficienza in alcuni settori, come in effetti avvenne in quello cerealicolo con “la battaglia del grano”. Nel complesso, però, i risultati furono deboli e non in grado di ridimensionare sostanzialmente (neppure con gli sbocchi nelle colonie) la necessità di emigrare.

Nel mese di ottobre del 1929 vi fu il crollo della borsa di Wall Street, i cui effetti negativi si fecero sentire nei primi anni ’30 nell’economia statunitense, riducendo ulteriormente le possibilità di accoglienza di nuovi lavoratori stranieri. Nel 1930 un accordo con la Germania consentì il trasferimento in quel Paese di 500 mila lavoratori italiani. A partire dal 1935 fu giocoforza per il regime insistere sull’autarchia per rimediare in qualche modo alle sanzioni comminate dalla Società delle nazioni dopo l’invasione dell’Etiopia. 

2560557052436_0_0_464_0_75Gli spostamenti forzati degli italiani determinati dall’entrata in guerra a fianco di Hitler

Forme peculiari di migrazione furono i trasferimenti dei soldati italiani catturati durante il conflitto nei vari Paesi schierati con gli Alleati o nelle loro colonie r nei loti protettorati, come ad esempio, in Marocco, Tunisia ed Egitto, ma anche in Sudafrica e in India: qui, da un campo di concentramento, alle falde dell’Himalaya, un ufficiale dell’esercito italiano scappò insieme all’austriaco Henrich Harrer, autore dell’affascinante Sette anni in Tibet (Garzanti, Milano, 1953).

Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, sottoscritto tra il Governo Badoglio e le Forze Alleate, si attuò verso la Germania una forma di migrazioni forzate dei soldati italiani: i cosiddetti militari italiani internati (IMI), trattati peggio dei prigionieri di guerra perché la maggior parte di essi (650 mila, mentre a collaborare furono solo 100 mila) non vollero continuare a combattere né con l’esercito nazista né con quello ricostituito da Mussolini nella Repubblica di Salò. Un certo numero di essi morì durante il trasporto in Germania, altri trovarono la morte a seguito degli stenti ai quali furono sottoposti, mentre la maggior parte, pur fortemente provata, poté rimpatriare alla fine del conflitto.

Tragica fu la sorte di molti militari italiani che, catturati dai tedeschi nel Mediterraneo Orientale per essere poi avviati all’internamento in Germania, trovarono la morte perché le navi che li trasportavano furono silurate da sommergibili inglesi.

Durante la guerra anche i membri delle comunità italiane si trovarono in una penosa situazione, perché tutti erano guardati come cittadini di un Paese nemico. Inoltre, quelli che avevano aderito al fascismo in maniera più vistosa furono messi in prigione per via amministrativa (vennero denominati Enemy Aliens) o sottoposti a limiti nei loro spostamenti: questa fu la sorte anche di Maria Montessori in India) Tutti, inoltre, furono considerati fiancheggiatori del nemico nazifascista, anche se già dopo l’invasione dell’Etiopia la loro adesione al regime era andata raffreddandosi.

Dopo la chiusura del conflitto, a seguito della definizione di nuovi confini, penalizzante per l’Italia con la perdita di parte del suo territorio nel Nord-Est, si determinò lo spostamento degli istriani, molti dei quali si trasferirono all’estero, ma anche in tutta Europa furono imponenti gli spostamenti di popolazione. 

Milano, stazione, primi anni 50

Milano, stazione, primi anni 50

L’emigrazione italiana dal 1946 alla metà degli anni Settanta 

La situazione italiana negli anni dell’immediato dopoguerra era drammatica: città distrutte, rete ferroviaria pressoché impraticabile, fame generalizzata e diffusione della borsanera, alloggi precari a seguito dei bombardamenti e, infine, disoccupazione altissima. All’inizio degli anni ’50 l’agricoltura contribuiva per un quarto al Prodotto Interno Lordo e impiegava ancora il 35% dei lavoratori.

Alcide De Gasperi (1881-1954), il primo Presidente del Consiglio dei Ministri della neocostituita Repubblica Italiana (in carica dal 1945 al 1953) raccomandò agli italiani d’imparare una lingua e di andare a lavorare all’estero per fare fronte a una situazione così drammatica.

Il piano Marshall del 1947 (European Recovery Program) dispose l’erogazione degli aiuti statunitensi per la ricostruzione dei Paesi europei e, grazie a questi aiuti e un’efficace programmazione politica, l’Italia, in meno di un decennio, divenne un immenso cantiere: linee ferroviarie, strade, ponti, acquedotti, fognature, case, fabbriche industriali e aziende agricole, potenziamento delle strutture scolastiche e impegno prioritario per la lotta all’analfabetismo. Si trattava di rimediare al netto divario esistente rispetto agli altri Paesi del Centro e del Nord Europa e, anche a quello riscontrabile nel Meridione rispetto alle regioni del Centro e del Nord Italia.

Notevole fu anche l’apertura alla collaborazione europea e internazionale. Alla firma, nel 1949 del trattato istitutivo del Consiglio europeo con sede a Strasburgo seguì, nel 1950 quella del Trattato Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (risorse energetiche allora fondamentali, l’adesione alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 (ratificata alcuni anni dopo). Quindi, la firma, nel 1957, a Roma del Trattato per la costituzione della Comunità Economica Europea, che prevedeva anche la progressiva realizzazione della libera circolazione dei lavoratori e il coordinamento della loro tutela previdenziale.

In questo modo in Europa gli emigrati italiani cessarono di essere stranieri emarginati e diventarono lavoratori comunitari. Sulla libera circolazione Non senza raggirone i i lavoratori migranti sono stati considerati il simbolo della necessità di un’Europa unita, come anche agli italiani rimpatriati portatori è stata riconosciuta una più convinta mentalità europea.

Ma l’arretratezza del sistema produttivo continuava a evidenziare un surplus della forza lavoro, che non si era in grado di collocare in Italia. I registi cinematografici riuscirono a cogliere, con film memorabili, la penosa gravità della situazione, che alimentò nuovamente, fino alla metà degli anni ’70, consistenti flussi migratori, in partenza specialmente dal meridione. Le stime disponibili indicano che tra gli anni ’60 e ’70 i centri industriali di Francia, Benelux, Svizzera e Gran Bretagna attirarono circa 20-30 milioni di lavoratori, tra europei ed extraeuropei. Complessivamente, in poco più di mezzo secolo, si determinò un vero e proprio esodo biblico, che solo alla fine andò scemando.

Nel 1946-1950, la media annuale degli espatri fu pari a 225,5 mila e quella dei rimpatri a 76 mila. Successivamente gli espatri furono i: molto alti nel primo decennio, quasi allo stesso livello nel secondo e fortemente ridotti nel terzo decennio, in cui prevalsero i rimpatri.

nel 1951-11960, 293,7 mila espatri e 132,3 mila rimpatri:

nel 1961-1970, 2364,7 mila espatri e 1187,9 mila rimpatri;

nel 1971-1980, 108,2 mila espatri e 112,2 mila rimpatri.

i-picchi-per-principali-destinazioni-perNei primi trent’anni del dopoguerra (1947-1975) gli emigrati inviarono rimesse per un valore di oltre 10 miliardi di dollari, dei quali quasi 8 miliardi nel corso del decennio 1961-1970.  Nella fase iniziale i flussi si indirizzarono in prevalenza oltreoceano e poi, in misura sempre più maggioritaria, verso i Paesi europei. Il Belgio e la Francia furono tra le prime destinazioni in forza dei primi accordi bilaterali, poi la Svizzera divenne lo sbocco più importante. Fu quindi la Germania ad assumere e mantenere costantemente questo ruolo, tanto che negli anni ’’60 si diceva che nel Meridione non vi era una famiglia senza un proprio membro in questo Paese.

Dall’America Latina si incrementarono, dopo pochi anni, i flussi di ritorno, causati dalle instabilità economiche e politiche locali. Come destinazioni dei nuovi ingressi si segnalarono anche il Canada, il Venezuela nel Sud America e anche la lontana Australia. In Europa assunsero anche maggior rilievo i ricongiungimenti familiari.

In un contesto di generalizzata crescita demografica gli spostamenti riguardarono maggiormente il Centro-Sud e, nel Nord, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia. Crebbe anche il numero dei lavoratori che si spostavano al seguito delle aziende italiane immigrate all’estero per realizzare dei lavori affidati in appalto.

Tra il censimento del 1951 e quello del 1961 la popolazione crebbe di oltre 3 milioni di unità. Persistette il bisogno di emigrare nonostante gli effetti della fortissima crescita (tasso di sviluppo del 6% a cavallo tra i due decenni), per cui si parlò del “miracolo economico italiano”.

Questi due decenni, per l’alto livello dei flussi, sono paragonabili a quelli della “Grande immigrazione” di fine Ottocento ma, a differenza di essa, portarono a una inversione di rotta, come attestatolo i rimpatri in un Paese che si mostrava finalmente in grado di offrire un inserimento occupazionale a chi ritornava. Già nel 1972 i rimpatri prevalsero nel contesto europeo, diventato ormai lo sbocco prevalente nell’ultima metà del precedente decennio, mentre nel 1975 prevalsero in generale, anche rispetto ai Paesi extraeuropei.

È importante sottolineare che convenzionalmente si colloca in questo periodo il primo inizio dell’immigrazione straniera in Italia. Furono molto consistenti anche gli spostamenti interni di lavoratori dal Meridione (e anche dal Nord Est) verso il Nord Italia: tra il 1958 e il 1963 il cambio di residenza riguardò 1 milione e trecentomila persone. Il 1975, che chiuse questa prima fase migratoria del dopoguerra, fu politicamente molto significativo perché si svolse a Roma la Prima Conferenza Nazionale dell’emigrazione (3-8 novembre 1975), che permise all’associazionismo di sottolineare gli obiettivi da raggiungere dei quali indichiamo quelli più importanti:

  • istituzione dei Comitati per l’emigrazione italiana-COMITES (legge n. 205 del 1985, riformata dalla legge n.206 del 2004), con riguardo alla rappresentanza a livello territoriale;
  • istituzioni presso il Ministero degli esteri e della cooperazione internazionale del Consiglio Generale degli italiani all’estero- CGIE (legge n. 368 del 1989;
  • riforma della normativa sulla cittadinanza con la legge n. 13 del 1992;
  • elezione dei cittadini residenti all’estero come deputati e senatori (legge costituzionale n. 1 del 2001);
  • legge sul voto degli italiani residenti all’’estero (legge n.459 del 2001);
  • potenziamento della scuola italiana all’estero (legge 143 del 1950) e della promozione dell’italiano all’estero ( Decreto Legislativo n. 60’ del 2017 e della legge 158 del 2019. 

Nell’ambito della diffusione dell’italiano all’estero sono state varate due iniziative periodiche di grande portata: “La Settimana della lingua italiana nel mondo” (con cadenza annuale dal 2001) e “Gli stati generali della diffusione dell’italiano all’estero” con cadenza biennale (dal 2014). Anche se non risolutivo di tutti i problemi sul tappeto, si tratta di impegni sociolinguistici indispensabili come posto in evidenza da una recente ricerca, in due volumi, dell’Istituto di studi politici S. Pio V (L’Italia nel mondo attraverso la sua lingua, Aspes, Roma 2025).

Nonostante le riforme strutturali attuate e le iniziative di sensibilizzazione non è stato possibile ricreare quel pathos, una volta esistente, che portava gli “italiani di qua” a sentirsi più vicini a quelli che erano emigrati. Da tempo ha iniziato a farsi strada un atteggiamento di indifferenza, anche se alla drastica riduzione delle partenze ha fatto recentemente vedremo, una fase di più intensi espatri. 

emigrati-2020L’emigrazione italiana negli ultimi 25 anni del Novecento 

In continuazione con la tendenza degli ultimi anni ’70, nell’ultimo quarto del secolo gli espatri si ridussero annualmente a 69 mila l’anno negli anni ’80 e a 49.000 negli anni ’90, di poco al di sopra dei rimpatri, anch’essi ridotti numericamente, essendo iniziato il processo di insediamento stabile nei vari Paesi. Il 1988 fu l’anno in cui l’Istat interruppe la rilevazione del movimento degli espatri e dei rimpatri per basarsi, nella rilevazione dei movimenti con l’estero, sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche.

Nel corso di quel decennio le migrazioni intercontinentali si rivelarono modeste, mentre i Paesi europei continuarono a giocare un ruolo preponderante, prevalendo di gran lunga sia negli espatri che nei rimpatri. La Germania e la Svizzera furono unitamente i Paesi coinvolti nei quattro quinti sia degli arrivi che delle partenze. Il Meridione fu protagonista in oltre il 50% dei casi migratori in uscita. Si riscontrò anche sia una maggiore presenza delle donne, sia un certo pendolarismo nei flussi intraeuropei.

Negli anni ’80 le Consulte regionali dell’emigrazione, con le loro molteplici iniziative, divennero il principale riferimento delle collettività. Nello stesso periodo conobbe un potenziamento anche l’associazionismo a carattere regionale. Questo duplice protagonismo, a fronte di una presenza italiana all’estero in continuo e profondo cambiamento, era destinata a un ridimensionamento nonostante i tentativi fatti per arginarlo. Per la tutela previdenziale si adoperarono molto i patronati di assistenza sociale, una rete diffusa in tutti i Paesi dove risiedono le comunità, per seguire con competenza le pratiche previdenziali sulla base delle leggi italiane e di quelle del posto, come anche degli accordi bilaterali e i multilaterali.

Negli anni ’90 i rimpatri, ulteriormente ridotti, furono 39 mila l’anno e gli espatri (47 mila) continuarono a dirigersi verso i Paesi europei e, precisamente, per i due terzi della loro consistenza, verso quelli facenti parte dell’Unione Europea (Germania in testa) e verso la Svizzera. L’America Latina, invece, fu segnata da una netta prevalenza dei rimpatri. Negli anni ’90 il Meridione continuò a essere il grande protagonista dell’esodo con il 58% delle cancellazioni anagrafiche.

La netta diminuzione delle partenze fu influenzata da diversi fattori, tra i quali l’aumento dei salari praticati in Italia. L’economia italiana era diventata attrattiva anche per i lavoratori migranti dei Paesi del Sud del mondo e, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, anche di quelli dell’Est Europa. Per regolamentare nella penisola la presenza straniera e modificare le disposizioni degli anni ’30, furono approvate dal Parlamento la “legge Foschi” nel 1986 e la “legge Martelli” nel 1990: alla vigilia di questo secondo provvedimento gli immigrati stranieri erano circa mezzo milione per diventare 1,5 milioni all’inizio del 2000.

In questo nuovo contesto, esattamente nel 1998, le rimesse in uscita all’Italia superarono quelle che arrivavano da parte degli italiani all’estero. L’ultimo quarto di secolo, pur nella cornice di flussi quantitativamente ridimensionati, evidenziò i cambiamenti in corso.

I primi protagonisti dei flussi del secondo dopoguerra raggiunsero l’età della pensione e molti tra quanti risiedevano n Europa, per stare vicini ai figli nati o comunque cresciuti nei Paesi esteri e ai loro nipoti, non rimpatriarono e diradarono anche i ritorni in Itala, prima effettuati con cadenza anche infrannuale: se inizialmente prima si sentivano italiani all’estero, ora iniziavano a considerarsi italo-svizzeri, italo tedeschi, italo francesi e così via.

In America Latina andò potenziandosi l’interesse al riacquisto della cittadinanza italiana, resa più agevole dalla a legge 13 del 1992. Il desiderio di partecipazione politica in Italia, ancora vivo ma non con quell’intensità del periodo precedente, non fu soddisfatto perché la specifica proposta di legge non ottenne l’approvazione né nel 1993, né nel 1998., riuscendo però a passare nel 2001, anno in cui, come abbiamo visto, si arrivò anche all’elezione di italiani residenti all’estero nel Parlamento italiano. Si segnalò nel richiamare l’attenzione alle esigenze socio-politiche degli emigrati l’on, Mirko Tremaglia 1926-2011), Ministro degli italiani all’estero, che riuscì a coinvolgere un’ampia rappresentanza parlamentare.

Negli anni 2000 vi furono anche diversi altri cambiamenti e in generale si passò dalle forme tradizionali dell’emigrazione a quella attuale, che presenta delle caratteristiche molto diverse, mentre sul territorio nazionale l’attenzione maggiore andava agli immigrati stranieri in Italia e non agli italiani all’estero. 

fig-2-movimenti-migratori-con-lestero-dei-giovani-italiani-laureati-di-25-34-anni-2014-2023-1024x402L’emigrazione di tipo nuovo degli anni ‘2000 

Dai ridotti flussi nei primi quindici anni ‘2000 a quelli più intensi dell’ultimo decennio 

Nel nuovo secolo i flussi migratori (per e dall’estero), inizialmente rallentati, hanno ripreso vigore nella metà del secondo decennio, come risulta dalle rilevazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT, “Gli italiani all’estero”, Statistiche today, 23 settembre 2025). Nel primo decennio degli anni ‘2000 il livello degli espatri degli italiani (o cancellazioni anagrafiche) si è mantenuto sulle 40 mila unità, per poi diminuire a 38.000 nel 2009. I rimpatri, invece, hanno superato le 40 mila unità, diminuendo a 29 mila nel 2009.

Le cancellazioni degli stranieri sono state, come già mel periodo precedente, notevolmente inferiori a quelle effettuate dagli italiani a fronte di una forte prevalenza delle loro iscrizioni anagrafiche a seguito dei loro continui arrivi da diversi Paesi. Essi hanno svolto una funzione positiva sotto l’aspetto occupazionale e demografico. cosicché i primi due decenni degli anni ‘2000 si possono definire quelli della “Grande immigrazione straniera in Italia”, dove da 1,5 milioni sono arrivati a superare i 5 milioni, per giunta al netto degli stranieri che nel frattempo hanno ottenuto la cittadinanza italiana (1,5 milioni circa).

Nel secondo decennio, gli espatri degli italiani hanno conosciuto un andamento più vivace: prima 40.000, poi 50.000, 60.000. 80.000 e oltre 100.000 nel 2015, con un dinamismo continuato al di sopra di tale livello. Possiamo calcolarne che nei primi 25 anni del secolo siano ufficialmente emigrati dall’Italia circa 1.850.000 persone, delle quali solo circa 385.000 nel primo decennio e 1.450.000 nel 2010-2024, con il massimo aumento nell’ultimo decennio, in cui è stata registrata una media annuale di oltre 100 mila espatri (per giunta da rivalutare come di seguito verrà spiegato).

Nel 2024 i 156.000 espatri hanno riguardato per il 59,4% il Nord, il 15,7% il Centro, il 21,0% il Sud e l’11,9% le isole. La Lombardia, con un quinto degli espatri, attesta che il maggiore protagonismo migratorio spetta al Nord, che detiene anche il 49,0% dei rimpatri.

L’età media di chi è emigrato nel 2024 è di 33,8 anni e di i 32,6 anni l’età di quelli che rimpatriano.  Questo livello di espatri di giovani italiani a detta di diversi commentatori, consente, dopo una stasi trentennale, di individuare l’inizio di una nuova fase della storia migratoria italiana caratterizzata da un maggiore esodo. Inoltre, secondo studi fatti i dati ufficiali su chi annualmente emigra dovrebbero essere fortemente maggiorati (quasi fino al raddoppio) sulla base di un’attenta analisi comparativa con gli archivi statistici dei Paesi che accolgono la nostra emigrazione (Germania e Regno Unito in primis) e con le registrazioni dell’AIRE.

Del resto, anche ufficialmente è stato riconosciuto che i dati registrati sulle partenze sono stati inferiori a quelli effettivi. Secondo l’ISTAT l’inconsueto aumento annuale degli espatri registrato nel 2024 (+36,5%) in parte è dovuto alle sanzioni pecuniarie (commisurate all’entità del ritardo nelle registrazioni). Infatti, la legge 213 del 2023 ha introdotto nei confronti di chi non adempie all’obbligo della cancellazione anagrafica prima di emigrare o della iscrizione al ritorno sanzioni crescenti nell’ordine di diverse centinaia di euro. Naturalmente queste omissioni erano praticate da lungo tempo, il che avvalora la necessità di rivalutare la consistenza dei flussi migratorio degli italiani. 

I flussi e le comunità italiane all’estero nel 2024 

Esaminiamo ora come i cambiamenti intervenuti nei flussi abbiano influito anche sugli aspetti con i quali si presentano le comunità degli italiani residenti all’estero. Alla fine di dicembre 2024 gli italiani iscritti all’AIRE sono diventati 6 milioni e 38 mila per il 54,0% residenti in Europa, il 40,9% in America e il 5,1% negli altri tre continenti. Questa diffusione attesta una rilevanza numerica, che merita, più di quanto ora avvenga, una più attenta considerazione strategica (linguistica, socio-culturale e politica) non solo dalle istituzioni ma da tutte le forze sociali.

Un aspetto molto importante evidenziato dall’ISTAT è che è nato in Italia solo il 39,8% dei membri delle comunità italiane residenti all’estero, con percentuali più basse in Paesi di più antica emigrazione come l’Argentina (10%), mentre nel Regno Unito, in Canada e negli Stati Uniti è di circa il 50% la quota di chi è nato in Italia. Non può sfuggire la necessità di una maggiore raffinatezza nell’elaborazione di strategie in grado di suscitare in loro il collegamento con l’Italia la sua cultura e i suoi obiettivi, rafforzandone il senso di appartenenza.

L’aumento dei residenti italiani all’estero si è determinato, come di consueto, per l’incremento delle acquisizioni di cittadinanza (per discendenza, tramessione ai minori, matrimonio), come anche per i nuovi arrivi dalla penisola, e anche da altre comunità d’italiani. Il continente che si segnala di più per le acquisizioni di cittadinanza è l’America Latina, mentre l’Europa spicca per le nuove nascite. In generale, ma specialmente nei Paesi europei, prevale la componente maschile, mentre ni America Latina si riscontra una prevalenza delle donne seppure minima.

Colpisce la consistenza di diverse collettività: quelle in Argentina e in Germania stanno per raggiungere il milione di persone (rispettivamente 984mila e 847mila), quelle in Brasile e Svizzera hanno superato il mezzo milione (rispettivamente 671 mila e 654 mila), mentre quella in Francia ne è poco distante (483.000). Sono, inoltre, numerose le comunità con oltre 100 mila italiani o diverse decine di migliaia.   

Le destinazioni evidenziate dai dati relativi agli espatri del 2024 ribadiscono gli aspetti già messi in evidenza dai dati di stock. Il 74% degli espatriati si dirige in Europa, al secondo posto viene l’America Latina. Poco più della metà di tutti gli espatriati si reca in cinque Paesi: Germania, Spagna, Regno Unito, Svizzera e Francia. Seguono, distanziati, il Brasile e gli Stati Uniti (rispettivamente con quote del 6,9% e del 5%).

Un fenomeno di tipo nuovo, che non riguarda gli espatri dall’Italia ed è rilevabile dalle registrazioni dell’AIRE, è la cosiddetta emigrazione secondaria, attuata da italiani che, già emigrati in un Paese estero, si trasferiscono in un altro Paese estero. Questi spostamenti sono stati quantificati dall’ISTAT pari a circa 50 mila. I protagonisti dell’emigrazione secondaria solo in un quarto dei casi sono nati in Italia, principalmente sono di origine latinoamericana, il che spiega perché buona parte di questi spostamenti (circa il 25%) si sia diretta in Spagna e gli altri negli stessi Paesi dove principalmente si recano quelli che si trasferiscono dall’Italia. 

s-l1200I rischi e le opportunità della fase attuale: un intreccio tra migrazione degli italiani e l’immigrazione degli stranieri 

Attualmente è in atto, non sempre debitamente avvertita, una perdita secca di laureati, di cui l’Italia peraltro ha una percentuale più bassa rispetto alla media europea. Basti pensare alle spese pubbliche da sostenere per un titolare di laurea triennale (140 mila dollari), laurea quinquennale (150 mila dollari) e dottorato (230 mila dollari): Per giunta questo calcolo, effettuato anni fa sulla base di dati OCSE, se   aggiornato, attesterebbe una maggiore perdita di risorse umane e finanziarie (IDOS – Istituto di Studi Politici S. Pio V, Le migrazioni qualificate in Italia. Ricerche, statistiche, prospettive, Edizioni Idos, Roma, 2016).

Siamo, così, entrati nel merito della dibattuta questione della “fuga dei cervelli”, o per non essere così enfatici, dei migranti qualificati, già destinatari di un alto livello d’istruzione. Di questi nuovi flussi il Nord è maggiormente protagonista rispetto alle regioni delle altre aree. Sono laureati o diplomati circa i due terzi di quelli che attualmente emigrano. I titolari di laurea, che incidevano già nel 2012 nella misura del 30%, hanno aumentato ulteriormente la loro quota percentuale.

 È fondato preoccuparsi di questo salasso per l’Italia, come ha fatto la legge n. 78 del 2010 (e successivi complementi), che ha inteso incentivare il ritorno dall’estero di persone altamente qualificate. Bisogna, però, aggiungere che questo è un intervento in un certo senso simbolico (in effetti sembrano pochi i beneficiari), quasi per attestare la sensibilità al problema, che andrebbe completato con la riforma degli aspetti che, a livello economico, accademico e anche occupazionale favoriscono la fuga all’estero.

Tutto questo avviene mentre si continua a lamentare la mancanza di personale qualificato. Ciò impone un cenno allo scarso funzionamento dei servizi di collocamento, dove sembra carente la fantasia organizzativa e renitente la disponibilità a impegnare risorse a livello di formazione professionale, Come stigmatizzato specialmente dai giovani.

Perciò bisogna insistere nel diffondere la conoscenza della storia dell’emigrazione italiana, interpretando correttamente i segni del presente e traendo profitto da quanto avvenuto nel passato. Si potranno così riscostruire i legami tra tutti gli italiani, dando visibilità a quelli che vivono all’estero. E si riuscirà anche a comporre in un quadro unitario l’emigrazione degli italiani e l’immigrazione in Italia degli stranieri, due grandi fenomeni che segnano strutturalmente il Paese.

Chiudiamo questo breve excursus sulla storia dell’esodo dall’Italia ricordando che nell’anno 2000 si svolse a Roma la Seconda Conferenza Nazionale dell’Emigrazione, imperniata sulla richiesta di riuscire a fare considerare gli italiani all’estero una questione nazionale. Questo obiettivo, purtroppo, non è stato conseguito ed è, invece, diminuita la sensibilità al riguardo, nonostante l’azione svolta. Oltre che dalle istituzioni seppure (in maniera insufficiente come accennato), da parte della Chiesa cattolica, dell’associazionismo d’emigrazione, dei membri del Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE), dei parlamentari eletti all’estero e degli studiosi del settore. Il termine “nazione” viene sempre riferito a quelli che sono, oltre che italiani di origine, anche residenti nella penisola, mentre si dedica scarsa attenzione ai figli degli emigrati nati all’estero e ancor di meno agli oriundi. Mentre a quelli che sono fisicamente emigrati viene riservato un mero ricordo storico, la crescente fuga dei giovani finisce per essere accettata come una triste necessità. Viene così a mancare l’idea di una nazione e di una politica inclusiva, capace di valorizzare come un’opportunità questa diffusa presenza (secondo stime pari a 80 milioni di persone).

Per conferire il dovuto peso alla grande storia migratoria dell’Italia, che non ha l’uguale in Occidente, serve una muova concezione, un ésprit de finesse, che solo un’adeguata conoscenza può alimentare: questo libro, scritto in prevalenza da giovani, si muove in tale direzione. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
[*] Questo testo è parte di un volume collettaneo, Le storie degli Italiani nel mondo, di prossima pubblicazione su questa rivista.
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Franco Pittau, dottore in filosofia, è studioso del fenomeno migratorio fin dagli anni ’70 quando, per un quinquennio, condusse anche un’esperienza sul campo, in Belgio e in Germania. È stato ideatore del Dossier Statistico Immigrazione, il primo annuario del genere realizzato in Italia. Già responsabile del Centro studi e ricerche IDOS (acronimo di “Immigrazione Dossier Statistico”), attualmente ne è e presidente onorario. È membro del Comitato organizzatore del Master in Economia Diritto Intercultura (e anche docente) presso l’università di Roma Tor Vergata e scrive su riviste scientifiche sui temi dell’immigrazione, dell’emigrazione, della diffusione all’estero della lingua italiana nonché delle questioni connesse al fenomeno religioso. 

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