Negli anni 2000 Madonna, cantava “Don’t Tell me”. Nel ritornello esordisce: “Don’t tell me to stop / Tell the rain not to drop / Tell the wind not to blow / ’Cause you said so”. Qui, l’artista si ribella a un comando esterno – “non dirmi di fermarmi” – assicurando l’ascoltatore che è più facile comandare le forze della natura che controllare la voglia di fare della cantante. Nel film “L’amore che ho”, Paolo Licata, racconta la vita di Rosa Balistreri concentrandosi più sulle disgrazie che la cantante ha vissuto, rispetto ai suoi successi. Tuttavia, la dichiarazione di autonomia di Rosa è impossibile da non notare. La sua volontà di andare avanti, necessaria e inarrestabile.
Il regista sceglie una struttura corale, suddividendo la vita di Rosa in quattro fasi (interpretate da Anita Pomario, Tania Bambaci, Donatella Finocchiaro e Lucia Sardo). Il ritmo è discontinuo, con salti temporali che inizialmente confondono un po’ lo spettatore, ma che troveranno una vera linearità man mano che raggiungiamo la fine del film. Per fare un esempio, lo spettatore si sente esattamente come il portiere Thomas N’Kono (idolo di un giovane Gianluigi Buffon) durante la Coppa del Mondo 1982 in Spagna; quando questa grande leggenda del pallone non seppe proprio dove andare a parare i rigori decisivi.
Le quattro attrici diverse, assolutamente ben scelte, sono incaricate di rappresentare un’età e una fase cruciale della vita della cantautrice siciliana. Anita Pomario è il fantasma del passato: l’Infanzia. Le scene rurali della Sicilia, i costumi, e i personaggi raccontati non portano una narrazione nuova, ma sono scene così trite e ritrite che anche un sottofondo musicale con il marranzano avrebbe fatto la sua figura. Lo stile della piccola attrice è quello di giocare sulla fisicità fragile e sugli sguardi carichi di paura e stupore. Nella sua interpretazione di Rosa è una bambina che osserva il mondo con diffidenza, come nella scena in cui ascolta di nascosto i canti dei contadini, scoprendo la potenza della sua voce. Ma è anche una Rosa responsabile che scopre pian piano la musica per sfuggire ai traumi. Il mood, volendolo paragonare ai giorni nostri, è un po’ come quello raccontato nel video musicale di Sam Smith “Naughty Boy- La la la”. Anche lì il bambino protagonista fugge dalla realtà cantando alcune note musicali e come Rosa, da adulto rompe le barriere, liberandosi dalle paure e ritrovando la voce.
Tania Bambaci interpreta la cantautrice durante la sua giovinezza, s’incarna nei modi difficili di affrontare i traumi che l’accompagneranno per il resto della sua vita. Tale interpretazione vuole rappresentare non solo Rosa ma si propone come modello di una giovane donna che lotta per non spezzarsi. L’attrice si offre come spirito guida della rabbia trattenuta della cantante. Tutte le scene che la riguardano hanno un grande peso emotivo e non solo nella narrazione di per sé ma anche sul suo pubblico, perché segnano i diversi momenti di svolta della cantante: abusi familiari, violenza sessuale, lutto, scarsa considerazione sociale. Anche se i pugni sullo stomaco, quelli veri, li ha ricevuti la canta autrice, alla fine è sempre lei che lancia il pugno più forte usando le parole nelle sue canzoni.
Il tempo passa e Donatella Finocchiaro (abituata a ruoli complessi) regala una Rosa carismatica e ferita. La sua interpretazione unisce fierezza popolana e vulnerabilità, specialmente nelle scene in cui la musica diventa un atto politico e in cui la cantante ribadisce chi è: una attivista. Infatti, come dice lei stessa «Si può fare politica e protestare in mille modi, io canto. Ma non sono una cantante… Sono diversa, diciamo che sono un’attivista che fa comizi con la chitarra».
A fare da contrappunto drammaturgico, il Fantasma del presente (“futuro”), interpretato da Lucia Sardo con una recitazione fatta di pause, silenzi e sguardi carichi di significato. La Sardo rivolge spesso la sua attenzione a oggetti simbolici che fungono da collante narrativo ed emotivo: fotografie di ricordi, l’amata chitarra della cantante, uno scrigno e un autografo di grande valore non solo economico, ma soprattutto affettivo, conservato in un quadretto. Attraverso questi elementi, l’attrice incarna magistralmente la dualità di Rosa: una donna profondamente fragile, segnata da amori tormentati e da un rapporto conflittuale sia con la Sicilia che con la figlia, ma al tempo stesso dotata di una forza incrollabile e di una volontà ferrea di amare nonostante tutto.
La svolta arriva quando Rosa, dopo anni di lotte e incomprensioni, decide finalmente di abbracciare sé stessa: sceglie di cantare come una vera cantastorie. È in quel momento che vince, perché esprimersi nella sua autenticità diventa un atto di liberazione. E soprattutto, un atto d’amore verso sé stessa: Rosa si racconta senza filtri, cantando con orgoglio le sue vittorie e le sue ferite, aprendosi al pubblico con la stessa intimità con cui parlerebbe a un amico, senza più preoccuparsi di chi potrebbe giudicarla. Condividere le sue fragilità si rivela, infine, la chiave per riconnettersi con la figlia – un rapporto che percorre l’intero film come un filo rosso, elemento fondante dell’intera narrazione.
Quindi, il titolo del film, “L’amore che ho” – liberamente tratto dal libro “L’amuri ca v’haiu” di Luca Torregrossa – ci ricorda che l’autoaffermazione, più del successo, è un potente atto d’amore per sé stessi. Inoltre, amare non è difficile e come canta Mesa: «Poi mi devo ricordare che / È un’azione pura amare / Come mangiare, sbadigliare / Fare stretching, ritornare».
Dal punto di vista registico, spicca un’attenta ricostruzione filologica che si manifesta in diversi livelli: dai minuziosi bozzetti preparatori ai costumi di scena – riproduzioni fedeli degli abiti originali di Balistreri, documentati attraverso un meticoloso lavoro di ricerca d’archivio. Particolarmente significativa è la sequenza d’apertura: vediamo Rosa mentre si prepara al concerto e la macchina da presa cattura l’elettricità del momento: da un lato l’artista, carica di tensione; dall’altro il pubblico, trepidante e coinvolto, in un crescendo emotivo che sembra quasi elevare Rosa a figura mitica.
Queste immagini, per intensità e potenza evocativa, riecheggiano lo stesso coinvolgimento viscerale che caratterizza il film biografico su Bob Marley (2024) di Reinaldo Marcus Green, dove musica ed emozione collettiva diventano un tutt’uno.
Nonostante alcune semplificazioni narrative o concessioni allo stereotipo, il film resta un’opera importante, da vedere per scoprire (o riscoprire) una figura fondamentale della cultura popolare italiana. Perché Rosa Balistreri non fu solo una cantante, ma una voce scomoda e necessaria, e questo film – pur nelle sue lievi imperfezioni – le rende giustizia.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Bianca Navarra, giovane laureata in Scienze della Comunicazione per I Media e le Istituzioni, specialistica in comunicazione il patrimonio culturale LLO di Erasmus Student Network Palermo.
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