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Le ragioni dei musei etnografici locali. A proposito del saggio di Grimaldi e Porporato

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Museo delle Genti dell’Appenino, di Rivoreta

di Claudio Rosati

Piercarlo Grimaldi e Davide Porporato contribuiscono a far luce su «un progetto culturale per molti versi intraducibile o comunque letto in modo superficiale» e, allo stesso tempo, aggiornano una visione del «museo etnografico locale». I risultati dell’indagine, nonostante che risalga al 2012,   restano attuali perché riguardano un campo dove ancora molto è da conoscere.

A lungo è prevalsa l’idea di una filiazione monogenetica dei musei etnografici. Alberto Mario Cirese, nel 1975, evidenziava la diversità della «collocazione socio-culturale dei gruppi» che muovevano o dirigevano «le già tante varie esperienze» di quella nuova stagione di museografia etnografica che proprio a Bentivoglio – dove Cirese interveniva – aveva dato vita nel 1968 a un’esperienza originale con l’incontro tra ex contadini e professori universitari.

Cammin facendo la diversità richiamata da Cirese si è persa e ha preso il sopravvento l’idea di una filiazione diretta con la fine dell’agricoltura come l’avevamo conosciuta fino alla prima metà del ‘900.  La Fiat ‘600 entrava nell’aia, accanto al carro, e falci e zappe avrebbero preso la via del museo.

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Museo delle Genti dell’Appenino, di Rivoreta

Se analizziamo i periodi della nascita di questi musei vediamo che l’idea non regge nella sua assolutezza. Lo dicono i dati della Basilicata, della Calabria, della Toscana e del Veneto (le regioni che ho potuto considerare), ai quali si aggiungono ora questi del Piemonte dove dai 28 musei degli anni ’70 siamo passati ai 328 del 2009. Un’espansione che si concilia male con la derivazione esclusiva dalla trasformazione dell’agricoltura, come si è ritenuto per molto tempo. Se prendiamo la Toscana, una delle terre della mezzadria storica, si rileva che la punta della nascita dei musei etnografici si ha nel decennio che apre il 2000, a quaranta anni di distanza, quindi, dalla fine del contratto agrario. Ammessa anche l’esistenza di una lunga durata mentale che avrebbe fermentato fino a produrre l’operazione del museo, è difficile pensare che questa possa giustificare l’intero fenomeno.

39468295_1968180799870921_9065719098977026048_nGrimaldi e Porporato vedono il motore dell’impresa museale soprattutto nella necessità di un luogo che sia, allo stesso tempo, di memoria e di aggregazione in paesi che hanno progressivamente perso ogni spazio pubblico. Il museo, quindi, come «memoria e pratica viva della vita sociale della comunità». È il destino, a esempio, di Rivoreta nell’Appennino Pistoiese dove, dopo la chiusura della scuola elementare e di tre esercizi commerciali, il museo è con la chiesa, con cui a volte condivide lo spazio, l’unico luogo pubblico. Peraltro è uno dei due dei 57 musei toscani Dea ubicati sopra gli 800 metri.

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Museo delle Genti dell’Appenino, di Rivoreta

Credo che a questa ragione di “sopravvivenza comunitaria” se ne possano aggiungere altre. Senza una ricerca mirata e raffinata – come questa di Grimaldi e Porporato – si possono fare solo alcune ipotesi sulla base di una frequentazione sul campo. Possono essere, se non altro, tracce di lavoro. A partire da quella classica che vuole il museo come un tentativo di occupare il tempo. Si può poi pensare all’influenza del riconoscimento del valore della memoria sociale nell’era del testimone e alla nuova retorica del luogo nel policentrismo riscoperto dal turismo come altrettanti moventi dell’iniziativa museale. Il ruolo delle pro loco, che promuovono o gestiscono musei ci porterebbe, a esempio, nel campo del turismo diffuso.

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Museo delle Genti dell’Appenino, di Rivoreta

Per Krzystof Poniam la comparsa delle collezioni, alla base del museo, sarebbe stata determinata dalla gerarchia sociale. Non so se gli insegnanti e i preti, che troviamo spesso tra i protagonisti dell’impresa e che appaiono come promotori di una memoria che viene attivata come enzima di una comunità da immaginare o da difendere, si possano inscrivere in questo quadro.

Quello che li unisce tutti, al di là delle origini è l’acquisizione – anche questa poco riflettuta – dell’idea di museo. Il fenomeno può apparire in linea con la straordinaria espansione che il museo conosce nel secondo dopoguerra (Settis la definisce “drammatica”), ma la presenza dei musei Dea aggiunge all’ondata museale un colore particolare. A lungo il museo è stato uno strumento di iniziazione di classe alla cultura. Se accettiamo con Paul B. Preciado, filosofo che collabora con il Centre Pompidou, che il museo, per due secoli, ha fatto parte dell’istituzione dominante, l’acquisizione della sua idea da parte di non specialisti, di operatori “scalzi” del patrimonio, significa un allargamento della democrazia culturale.

Una riprova indiretta della diversità di origini e di fini è negli esiti di pratiche che parlano di una museologia che ha un’idea precisa di museo al di là della stretta necessità memoriale. Sottolineo tre aspetti ricorrenti. L’afasia espositiva delle collezioni si trasforma in una costrizione felice a una pedagogia della parola che, in alcuni casi, esprime la scelta di mettere al centro la cosa con il suo vissuto e non più come “oggetto documento di se stesso”.

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Museo delle Genti dell’Appenino, di Rivoreta

Musei del lavoro, della vita attiva, propongono in un quadro generale marcato dall’interazione digitale e dalla cultura di Google, un “fare con le mani” rivolto a un pubblico più ampio di quello della fascia scolastica. Si può dire che il deficit digitale – il «modello espositivo povero», di cui parlano Grimaldi e Porporato – sia spesso compensato da pratiche attive recentemente messe in evidenza come positive in un documento sul ruolo dei musei nello sviluppo locale dell’International Council of Museum e dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo.

msueo-vivente-34-edizioneSono poi attori di una tutela attiva che si pone in coerenza letterale con l’articolo 9 della Costituzione. Si tratta di una tutela che si manifesta nella conoscenza e nella patrimonializzazione del bene con azioni di manutenzione e acquisizione. È un campo che si avvicina – come è stato detto – a quelle politiche ambientali in grado di ampliare il riconoscimento sociale del patrimonio. È soprattutto una tutela orientata, come afferma Giovanni Maria Flick, alla fruizione e al riconoscimento del rapporto tra diritti fondamentali. Si sono recuperate così case coloniche di pianura e di montagna, borghi, granai, forni, ferriere, malghe, stalle, cantine, colonie, frantoi.

Spesso sono musei che hanno limiti tali da metterne in dubbio, per qualcuno, il senso stesso della denominazione. Ma costruiscono, pur operando in spazi che difficilmente musei istituzionali e professionali possono coprire, forme di autoconoscenza della realtà, esperienze di pratica sociale della memoria, luoghi che promuovono socialità e reciprocità.

Dialoghi Mediterranei, n. 41, gennaio 2020

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Claudio Rosati, autore di musei, saggista e docente di Antropologia museale e Comunicazione dei Beni Culturali in corsi universitari. Presiede il collegio dei probiviri dell’International Concil of Museum-Comitato italiano ed è socio fondatore della Società Italiana per la museografia e i Beni Demoetnoantropologici. Ha diretto il settore Musei della Regione Toscana. Ha pubblicato recentemente presso i tipi di Edifir, Amico Museo. Per una museologia dell’accoglienza.

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