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Le parole della pandemia

 

dante-1280x720per l’italiano

di Sonia Giusti

«Sono molti che per ritrarre cose poste in altrui lingua e commendare quella, credono più essere ammirati che ritraendo quelle della sua.

E sanza dubio non è sanza loda d’ingegno apprendere bene la lingua strana; ma biasimevole è commendare quella oltre la verità, per farsi glorioso di tale acquisto» (Dante, Convivio I, XI).

Come fecero i dieci giovani fiorentini che, per superare l’angoscia, scelsero di raccontare novelle durante la peste del 1348, così il Presidente dell’Accademia della Crusca, sceglie di intrattenerci con riflessioni linguistiche aiutandoci a prendere coscienza dei fatti che ci hanno coinvolti, spesso in maniera tragica.                                                                               

Il 4 novembre del 2020 il Presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, ha inviato a Gaetano Manfredi, Ministro dell’Università e della Ricerca, una lettera in cui si faceva presente la situazione della lingua italiana che, in occasione del bando PRIN (Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale) e nelle modalità richieste per il Bando, era svilita al punto da risultare “ancillare” rispetto all’inglese. Alla richiesta della Crusca di usare le due lingue per il bando – italiano e inglese – non c’è stata risposta.

Rimane la riforma Madia del 2017 che obbliga la conoscenza della lingua inglese per i concorsi pubblici riducendo, in concreto, il numero dei partecipanti. Intanto nelle Università italiane sono in molti ad aver accettato la soluzione del MIUR di usare l’inglese anche nella didattica, tanto da prevedere il pericolo che, nel contesto internazionale, la lingua italiana potrebbe avviarsi a diventare un dialetto.            

123358-mdNel frattempo l’alluvione di termini inglesi, – nelle forme di anglicismi istituzionali, scelte lessicali di uso comune, espressioni della tecnologia avanzata – fa riflettere sul fatto che l’inglese non è stato mai una lingua neutra, ma una lingua tipica dei Paesi dominanti e che il suo uso segnerà anche un’ulteriore frattura fra i ceti alti e i ceti bassi.  

Tra gli anglismi più frequenti l’espressione coronavirus, che non è un latinismo e, come è noto, significa “virus a forma di corona”, è una composizione della lingua inglese e sappiamo che è stata occasione di “linciaggio” del ministro Di Maio quando la pronunciò all’inglese, “coronavairus”, come del resto si sente spesso dire “mass midia”, invece di “mass media”. Il fatto è che la lingua, a differenza della parola, è un prodotto della collettività, si rafforza con l’uso e risponde al piacere del gregge. È sicuro che, nella crisi di proporzioni planetarie e nell’incertezza in cui siamo immersi, con le scuole chiuse e la diffusione di Internet solo tra gli studenti che possono permetterselo, l’accesso all’informazione è facilitato, come avvenne con la stampa nel Seicento, anche se, questa volta, c’è il pericolo di inevitabili fraintendimenti da parte di chi non sa orientarsi e, anziché usare indicatori appropriati per riflettere, sceglie indicatori alla moda, che  non arricchiscono la sua conoscenza, ma la intorbidano.               

L’emergenza della pandemia ha messo a dura prova il sistema scolastico e universitario nel quale presidi, docenti e studenti hanno fatto la loro parte, dando il meglio di sé. L’insegnamento a distanza è stato problematico e ha pesato negativamente sull’intero processo educativo. Soprattutto nella didattica a distanza è venuto a mancare il momento di socializzazione, lo scambio di idee, le occasioni di confronto, le cordiali e allegre vicinanze, l’arricchimento reciproco tra i compagni di classe e i professori. La scuola, infatti, non ha il ruolo di riversare informazioni nelle menti dei ragazzi, ma si propone come gioco di squadra in cui sono tutti protagonisti, non ultimo il gioco della seduzione intellettuale con la quale un buon maestro riesce a gestire i suoi giovani apprendisti, facendoli appassionare alle ricerche, sperimentando emozioni, incrementando il piacere della conoscenza.

Purtroppo gli svantaggiati sociali sono esclusi da queste occasioni di crescita e si perderanno, perché senza libri, senza computer, spesso lasciati soli in casa per intere giornate, quando i genitori sono a lavoro. La dispersione scolastica, quindi, aumenterà insieme con la disuguaglianza.

Star fermi davanti ad uno schermo per delle ore è una tortura, è il contrario che si prova nell’attenzione che si sveglia, nell’insegnamento in presenza, quando la partecipazione si colora di empatia con i compagni e con il professore per imparare a crescere, e per diventare i nuovi cittadini dello Stato. Siamo di fronte ad un problema grave di sopravvivenza biologica, già presentatosi altre volte nella storia, ma questa volta più profondo che mai; anche se oggi potremmo essere aiutati da una tecnologia avanzata, purché ben usata. Nella sensazione di spaesamento e di rischio per un pericolo di fronte al quale ci sentiamo fragili, si può, anzi si deve, immaginare un mondo diverso nel quale però potrebbero perdurare pericolosi rigurgiti di egoismo, e gli effetti della propaganda dei mass media e dei social network che indulgono alla diffusione delle mode, anche linguistiche.

2020070218552603192È possibile uscire dalla crisi se riusciamo a contenere e ricomporre le disuguaglianze, a costruire un progetto di convivenza che tenga conto di quelli che sono i nostri valori di inclusione e di solidarietà e non sulla paura della situazione pandemica o sulla reazione disastrosa che questa provoca e che può attanagliarci; dovremo combattere contro le disuguaglianze che non sono solo economiche, ma anche di accesso all’istruzione per cui per molti non c’è più l’ascensore sociale. Dovremo orientarci verso una coesione sociale senza sbagliare, evitando che dal diritto ad avere diritti si cada nella carità dell’elemosina per gli ultimi, immaginando un mondo diverso, che è possibile, che si può realizzare. In questa situazione così difficile è un sollievo constatare, che, accanto a frequenti esplosioni virali di rabbia o di odio, si intravedono atteggiamenti di solidarietà, qualche volta di tenerezza verso i più deboli [1].

Il compito è arduo: si tratta di superare la forte concentrazione della ricchezza in mani di pochi e l’inferno della povertà dei molti che sopravvivono con un dollaro al giorno, lottando contro forme di economia neoliberista secondo le quali il mercato dovrebbe risolvere tutti i problemi [2]. Si tratta di immaginare un mondo diverso che non abbia solo il PIL per misurare il benessere della gente. Tra gli ultimi annunci pubblicitari sul web è apparso anche un altro modo per far soldi: “Se hai un vestito vecchio che non metti più, non lo buttare, mettilo in vendita”; al suggerimento segue l’indicazione del sito commerciale.         

La possibilità di vivere in un Paese civile è garantita da noi stessi, dal nostro senso di responsabilità, ristabilendo la connessione tra politici, persone, territorio, nella tensione verso il bene comune e non in dipendenza degli interessi personali. In questo ci aiuta l’art. 3 della nostra Costituzione che, dopo aver dichiarato: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge…», conclude:

«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» [3].

solferino-libri-giuseppe-antonelli-l-influenza-delle-paroleGiuseppe Antonelli riflette sulle parole della pandemia e sull’affastellarsi di parole straniere e tecniche in una nebbia linguistica, dove i significati si perdono e la realtà appare confusa, proprio in un momento in cui avremmo più bisogno di chiarezza; opportunamente, il linguista italiano cita Galilei secondo il quale «parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi», e viene in mente che l’uso frequente e spesso a sproposito di parole inglesi, invece di parole italiane dal significato chiaro e ricche di storia, nasconda una povertà di conoscenza mista al desiderio di apparire informati e alla moda [4]. Ad evitare questo ci vuole una mente che lavori bene, «una mente che, come il paracadute, funziona bene quando è aperta» come diceva Albert Einstein.      

Tra le parole più frequenti, anzi, tra quelle ormai diventate insostituibili, c’è il termine computer e la sua storia: dopo la costruzione del “calcolatore” di Adriano Olivetti, in America lo si usò indicandolo appunto come computer; gli spagnoli lo usarono come ordinador e i francesi ordinateur; in Italia si rinunciò a “calcolatore” preferendo computer. Pensiamo a web che sostituisce la parola rete e che indica la rete telematica nella quale opera Internet come rete di collegamento informatico; oppure a smartphone, telefonino intelligente che ingloba le funzioni del computer. La parola tablet è la tavoletta che funziona come un personal computer portatile; o whatsapp, espressione colloquiale che gli inglesi usano per “come stai, come va?”. 

Ormai non si può far a meno di dire smart working per indicare il lavoro agile, il lavoro a distanza da svolgersi a casa; visto che i lavoratori dipendenti di imprese e di pubblica amministrazione nel 2020 sono stati circa 5 milioni. Ma di test se ne potrebbe fare a meno, visto che con questo termine si indica la prova d’esame in cui il candidato deve rispondere a domande con risposte plurime. Il termine feedback indica una risposta o un commento richiesto a un partecipante a una discussione o impegnato in un rapporto di lavoro e brain-storming, che significa assalto mentale, tempesta di cervelli, è usato pomposamente per indicare le riunioni di lavoro creativo di gruppo. Nel dilagare della pandemia il termine inglese droplet ha sostituito gocciolina; e lockdown (blocco, chiusura) è la parola terribile che tutti usiamo, temendola e che indica le restrizioni imposte alla libera circolazione delle persone e dei commerci.              

C’è poi l’espressione inglese Corona virus che sostituisce quella italiana, virus a forma di corona. La parola latina virus significa succo nocivo, veleno portatore di malattie contagiose ed è rimasto misterioso fino alla scoperta dei batteri nell’Ottocento. Solo col microscopio elettronico si riuscì a scoprire anche i virus definiti parassiti, perché per vivere hanno bisogno di entrare nella cellula di un organismo. Il fatto che oggi si usi il termine virus, non solo per indicare, giustamente, il contagio pandemico del covid, ma anche i programmi che infettano il computer, o le esperienze particolari e pericolosamente contagiose, per esempio “odio virale”, sta a significare che l’antico termine latino ha acquistato una forte potenzialità evocativa. Il significato di virus, come “umore maligno”, evidentemente, si presta anche ad essere usato in contesti non sanitari.

Dal Settecento, in Europa, cresce l’ammirazione per i Paesi di lingua inglese; Gran Bretagna e Stati Uniti sono ammirati per le loro istituzioni parlamentari, per la rivoluzione industriale, per la traduzione di romanzi come Robinson Crusoe di Daniel Defoe, Ivanhoe di Water Scott, Oliver Twist di Charles Dickens, fino all’esplosione degli anglicismi che coincide con la globalizzazione e specialmente con l’omologazione informatica (chattare, marketing, haker, e-mail, online, cybernetics) [5]. Ma ci sono poi goffi e inutili anglicismi, scrive Beppe Severgnini (Corriere.it del 20 aprile, 2020) di cui si potrebbe fare a meno, aggiungendo che meno male qualche volta si resiste e si continua a dire tampone invece di swab, mentre ormai bambinaia è tramontata e sostituita da baby-sitter e l’ultima definizione di Renzi usata dal «Financial Time» come demolition man, quasi certamente sostituirà il nostro bel motto rottamatore.

no-smoking-3Molti termini inglesi sono entrati nell’uso e non ci si fa più caso (block-notes, slip, jeans, shampoo) anche se parecchi di questi sono vere e proprie invenzioni, come smoking che, a Londra, è espressione usata per un divieto, no smoking, e non per un abito da sera.                   

Come ultima considerazione, pensiamo ai canali di informazione telematica, twitter, instagram, facebook, e all’effetto di cassa di risonanza sui comportamenti sociali indotti dalle loro cariche di diffamazione così devastanti per il destinatario. In questo caso le parole inglesi ci hanno portato anche il degrado dei rapporti sociali. Perseguibile da un punto di vista giuridico, il reato di diffamazione comporta l’individuazione dell’autore del reato e l’avvio di un procedimento penale, oppure la tutela civile allo scopo di ottenere il risarcimento dei danni. Certamente gli effetti di queste, di per sé neutrali, tecniche di informazione, si sono prestate a diffondere abitudini triviali che hanno peggiorato i rapporti interpersonali e abbassato il livello del costume.           

Ancora una volta, ascoltiamo l’appello della Crusca: “Basta anglicismi, dobbiamo aver fiducia nella nostra lingua…”. Purtroppo, la scuola che potrebbe, concretamente, sostenere questo appello, è chiusa.

 Dialoghi Mediterranei, n. 48, marzo 2021
Note
[1] Aa.Vv., Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale (a cura di F. Barca e P. Luongo), Il Mulino, Bologna, 2020.
[2] F. Barca e E. Giovannini, Quel mondo diverso, Laterza, Bari, 2020.
[3] A. Sen, L’idea di giustizia, Mondadori, Milano, 2010.
[4] G. Antonelli, L’influenza delle parole, Solferino ed., Milano, 2020.
[5] A. Benedetti, Le traduzioni italiane da Walter Scott e i loro anglicismi, Olschki, Firenze, 1974.

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Sonia Giusti, già docente di Antropologia culturale e antropologia storica presso l’Università degli Studi di Cassino e Presidente del Corso di laurea in Servizio sociale. Ha lavorato sui temi trattati da Ernesto De Martino e Raffaele Pettazzoni e sullo storicismo inglese di Robin George Collingwood, oltre alle ricerche sui Diritti Umani e sulla storicità della conoscenza. Ha svolto seminari presso le Università di Roma, Urbino, Palermo e Oxford, presso la Bodleian Libraries. È autrice di diversi studi. Tra le più recenti pubblicazioni si segnalano i seguenti titoli: Forme e significati della storia (2000); Antropologia storica (2001); Percorsi di antropologia storica (2005).

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