Le parole degli altri

copertina  di    Orietta Sorgi

L’esigenza di rivedere alcune questioni di metodo intorno all’uso delle fonti orali è uno degli elementi di raccordo fra questi scritti di Pietro Clemente, nati fra il 1980 e il 1995 in diverse occasioni del suo insegnamento universitario a Siena, Roma e Firenze e poi raccolti dagli allievi di seconda generazione nel volume Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita, pubblicato da Pacini editore (Pisa, 2013). Malgrado la registrazione di ricordi, racconti e testimonianze orali sia ormai una pratica del tutto consolidata nella ricerca antropologica dagli anni 70 del Novecento, è proprio il titolo a rivelare di per sè una nuova attenzione nei confronti dell’altro, considerato non tanto e non solo come ambito di conoscenza specialistica, ma produttore di senso esso stesso in un ruolo attivo e consapevole del farsi delle culture. Non più oggetto da osservare quindi, trascrivere e interpretare con quel distacco tipico di un’osservazione partecipante che si traduce nella classica monografia di malinowskiana memoria: ma occasione di incontro e di dialogo, di negoziazione di punti di vista diversi.

In questo senso l’autore condivide pienamente l’accezione di Geertz e Marcus in un approccio post-moderno e contemporaneo delle scienze sociali che tende a rivalutare la discorsività antropologica come descrizione densa di interpretazioni altrui, arte di traduzione di diversi punti di vista sul mondo. Ma deve tuttavia riconoscerne i limiti nel momento in cui anche l’antropologia interpretativa cade in una sorta di vizio ideologico o peccato originale che ha condizionato fin dal suo nascere lo statuto della disciplina: considerare il dato etnografico, “l’altrove”, come materia grezza su cui lavorare successivamente una volta rientrati all’università, che rimane comunque “il qui” dello studioso, luogo privilegiato della professione.

In effetti se si guarda indietro nella storia degli studi, tutta la disciplina demo- etnoantropologica è nata in Occidente dentro le accademie, caratterizzandosi pur sempre come sapere specialistico e settoriale. Agli antropologi di fatto è affidato il compito di descrivere e analizzare le diversità: questo è successo in Italia fin dall’Ottocento con le prime trascrizioni di canti di Tommaseo e le stenografie di fiabe di Vidossi, fino alle grandi teorie del funzionalismo e dello strutturalismo che dall’Europa e dall’America sarebbero più tardi penetrate nel nostro Paese. Malgrado il tentativo di riconoscere l’altro, sia interno alle società complesse e stratificate, sia in contesti lontani e “primitivi”, che hanno conferito senso e dignità al diverso, è rimasto sempre affidato allo scienziato il potere della conoscenza, quasi fosse autore esclusivo di analisi e interpretazione, colui che dal dato grezzo del documento etnografico registrato sul campo, avrebbe dovuto poi operare quel processo selettivo proprio della sua scrittura.

Pietro Clemente

Pietro Clemente

Dalle fonti orali bisogna adesso ripartire con Clemente spostando l’asse dell’interesse verso gli attori sociali, che diventano co-protagonisti del raccontare, autori essi stessi. Ecco perché «le storie di vita offrono uno spettacolo meraviglioso che è quello di una cultura vista dall’interno da parte di chi l’ha vissuta e può raccontarla»: ogni racconto individuale, orale o trascritto nella autobiografia, diviene una risorsa conoscitiva enorme per l’antropologo. Aggiunge qualcosa in più al dinamismo di una cultura, considerata non come totalità chiusa di significati, entità statica da analizzare, ma un corredo comune di storia e tradizioni, regole sociali, assorbite e trasmesse nel tempo, che ogni individuo attinge nel corso della sua vita, diversamente interpretandole nel proprio vissuto. In questo processo conoscitivo che viene fuori attraverso i racconti orali, i ricordi e le biografie della gente comune, l’antropologo deve necessariamente tenere conto del modo di esporre i fatti da parte di chi li ha vissuti, coglierne i legami con il contesto di riferimento e questo con ambiti territoriali più vasti, ricucirne i rapporti con la grande storia, quella ufficiale delle categorie generali, delle guerre e delle paci, dei contadini e della borghesia.

Ascoltando gli altri, si entra nelle vite degli altri, si immagina come questi abbiano esperito fenomeni anche lontani nello spazio e nel tempo, con cui ora è possibile relazionarsi nel presente. L’oralità si offre pertanto come corretto approccio e valore aggiunto sia all’analisi storiografica, affiancandosi ai documenti d’archivio su cui si è basata tradizionalmente l’attendibilità e la veridicità delle fonti; sia all’interpretazione antropologica in una nuova chiave dialogica, interrelazionale e condivisa, che solleva il ricercatore dal peso della responsabilità esclusiva della deduzione.

Tale premessa di fondo conduce gradualmente l’autore a uscire fuori dai circuiti accademici per fare appello a esperienze e modelli che sono stati parte integrante della sua formazione. Ed è significativo osservare come pian piano che ci si addentri nella lettura, Clemente ripercorra il cammino narrativo della sua stessa vicenda esistenziale: quasi che nel presentare le vite degli altri si raccontasse esso stesso,  dall’infanzia in Sardegna agli anni universitari della militanza politica fino alla formazione accademica. In questo lungo percorso l’autore non può prescindere dall’invocare i suoi maestri, Alberto Maria Cirese in primo luogo, che ha avuto il merito in Italia di aprire alle grandi stagioni strutturaliste legandole alla tradizione demologica di stampo storicista e gramsciano. Ma anche e soprattutto alla lezione demartiniana a partire dalle Note lucane, in quella stessa terra di antifascismo e resistenza che fu luogo di confine per Carlo Levi del Cristo si è fermato ad Eboli e ispirò il giovane Rocco Scotellaro nella stesura dei Contadini del Sud.

Daima, Secrets

Daima,”Secrets”

Dentro e fuori dalle università, con i movimenti politici, e con l’associa- zionismo vi è stato, dagli anni del dopoguerra agli anni Settanta dello scorso secolo, il bisogno di rivalutare il folklore come cultura delle classi subalterne, visione del mondo e della vita, talvolta in chiave oppositiva e come segno di riscatto dall’oppressione egemonica; altrove visto come battuta d’arresto dello sviluppo storico delle società occidentali, segno di una crisi della presenza delle fasce più deboli e di una destorificazione mitica del negativo per la reintegrazione del loro esserci nel presente. Clemente guarda alle esperienze di quegli anni che si concretizzano nelle campagne di documentazione del folklore: quelle della Discoteca di Stato o dell’Istituto Ernesto De Martino fondato da Gianni Bosio, che hanno custodito e valorizzato un grande patrimonio di canti, fiabe e musiche popolari attraverso cui dare finalmente voce ai dimenticati, col tentativo di farli entrare nella storia da protagonisti.

Non si è trattato solo di ricercare quei documenti canonici fissati dalla letteratura demologica, ma anche di singole storie di vita, di autobiografie locali a racconto libero, non formalizzate, come quelle raccolte nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo. Sono le storie di Egidio Mileo e del salumificio di Potenza; di Dina Mugnaini ex contadina della Toscana mezzadrile del dopoguerra o di Delia Maiettini che dal mondo rurale passa alla politica dei movimenti femminili attraverso l’adesione al Partito Comunista e all’UDI. Esempi di scritture non professionali, a metà fra documento e genere letterario, su cui è impossibile operare una netta demarcazione di confine. Tradizioni narrative locali che si intrecciano con quelle provenienti da contesti lontani come l’autobiografia di Tuono Dirompente, l’indiano winnebago registrato da Paul Radin (1926) o di Nisa,una donna che vive le proprie emozioni soggettive e sentimenti in un gruppo arcaico di caccia e raccolta del deserto del Kalahari nell’Africa sud-occidentale, intervistata dall’antropologa americana Marjorie Shostac in un lungo racconto-monografia, o la saga familiare di Oscar Lewis (1961) narrata ne I figli di Sanchez.

Diario di guerra da La spartenza di Rabito(1)

Diario da “Terra matta” di Vincenzo Rabito

Ma il pensiero ritorna alla drammatica esperienza di guerra riportata con uno spirito letterario fra parlato e scrittura da Vincenzo Rabito in Terramatta, o alla triste condizione di quell’umile contadino di Bolognetta, Tommaso Bordonaro, costretto ad emigrare negli Stati Uniti e che ora racconta ne la Spartenza, rinnovando con quel termine il dolore della separazione. Narrazioni auto- biografiche vive e dirette che implicano un coinvolgimento emotivo sia da parte del locutore che da chi ascolta, illustrando condizioni di vita e contesti vissuti che illustrano gerarchie sociali e rapporti di produzione, relazioni parentali e di vicinato: diversi modi di intendere il senso dell’esserci nel mondo.

A Pietro Clemente va tutto il merito e il riconoscimento di avere operato in questo libro un intervento sistematico, fornendo a museografi e documentaristi un corretto approccio metodologico nei confronti delle storie orali. Una materia che in Italia si fa strada stentatamente in un dibattito ancora aperto: mentre in America la Oral History ha già raggiunto da tempo lo statuto di disciplina, qui certa storiografia ufficiale mostra ancora qualche cenno di diffidenza. Ma su questi temi converrà ritornare.

Dialoghi Mediterranei, n.10, novembre 2014
Riferimenti bibliografici
Bordonaro Tommaso, La Spartenza, introduzione di Goffredo Fofi, n.e. Navarra Editore, Palermo 2013.
Buttitta Ignazio Emanuele, Le vite degli altri. La storia come racconto, in Alessia Lo Porto (a cura di), Millenovecento. Storie di siciliani, Edizioni di passaggio, Palermo 2010.
Cirese Alberto M., Cultura egemonica e culture subalterne, Palumbo editore, Palermo 1973
Clifford J, Marcus, G., Scrivere le culture. Poetiche e politiche dell’etnografia, trad. it. Meltemi, Roma 1997
De Martino Ernesto, Morte e pianto rituale nel mondo antico, Einaudi, Torino 1958
De Martino Ernesto, La terra del rimorso, Il Saggiatore, Milano 1961
De Martino Ernesto, Note lucane, in Furore, simbolo, valore, Il Saggiatore, Milano 1962
Geertz C., Interpretazione di culture, trad. it. Il Mulino, Bologna 1987
Gramsci, Antonio, Letteratura e vita nazionale, Einaudi, Torino 1950
Havelock  E.A., Civiltà orale e civiltà della scrittura, trad. it. Laterza, Bari 1971
Lombardi Satriani Luigi M., Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Guaraldi Firenze 1974
Levi Carlo, Cristo si è fermato ad Eboli, Einaudi, Torino 1945
Lewis Oscar, I figli di Sanchez, trad. it. Mondadori, Milano 1966
Malinowski Bronislaw, Gli Argonauti del pacifico occidentale. Riti magici e vita quotidiana nella società primitiva, trad. it. Bollati Boringhieri, n.e. Torino, 2004
Mileo Egidio, Il salumificio, Giunti, Milano 1992
Rabito Vincenzo, Terra matta, Einaudi, Torino 2007
Radin Paul, Crashing Thunder, The autobiography oh an American Indian, University of Michingan Press, 1926
Scotellaro Rocco, Contadini del Sud, Laterza, Bari 1954
Shostac M., Nisa. La vita e le parole di una donna !kung, Meltemi, Roma 2002

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Orietta Sorgi, etnoantropologa, lavora presso il Centro Regionale per il catalogo e la documentazione dei beni culturali, dove è responsabile degli archivi sonori, audiovisivi, cartografici e fotogrammetrici. Dal 2003 al 2011 ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Tra le sue recenti pubblicazioni la cura dei volumi: Mercati storici siciliani (2006) e Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino (2011).

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