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Le origini medievali dell’accumulazione capitalistica agraria nella lettura di Giorgio Giorgetti

Effetti del Buon Governo in campagna di Ambrogio Lorenzetti, 1338

Effetti del Buon Governo in campagna di Ambrogio Lorenzetti, 1338

di Duccio Balestracci [*]

Nel 1974, per le edizioni Einaudi, Giorgio Giorgetti pubblica il volume (edito subito in edizione economica di piccolo formato, come si fa con i titoli dei quali si è sicuri di un significativo livello di favore di pubblico e di vendite) Contadini e proprietari nell’Italia moderna. Rapporti di produzione e contratti agrari dal secolo XVI a oggi. Nella sua corposa dimensione, alla quale  mancano giusto un paio di sedicesimi per toccare le 600 pagine stampate fitte che non ci scrivi una nota a margine e su mediocre carta economica (d’altra parte, se vuoi fare un prodotto alla portata di tutti non ti puoi permettere materiali di lusso e formati ariosi: era – almeno all’epoca – una scelta politica ben precisa), l’opera di Giorgetti si prefiggeva lo scopo di analizzare, nella sua ottica di storico dell’economia e del pensiero marxisti, i sistemi di formazione del capitale fondiario in Italia nel corso di quattro secoli.

Il lavoro si configurava come il frutto di anni di riflessione e di ricerca sulla storia rurale italiana, ma – per quanto paradossale possa sembrare – non si trattava di una scelta preordinata. Il materiale elaborato, infatti, altro non era che quello accumulato nel serbatoio al quale Giorgetti aveva attinto – sintetizzando all’inverosimile: meno di 40 pagine a stampa – per il saggio Contratti agrari e rapporti sociali nelle campagne, destinato al primo tomo del quinto volume della einaudiana Storia d’Italia, dedicato a I documenti e uscito nel 1973.

Giorgetti riserva, in questo contesto, una particolare attenzione al tema della mezzadria, argomento, questo, già frutto di riflessioni, a partire – solo per citare un paio di titoli fra i più importanti nell’albero genealogico di questo tema – dal Contributo alla storia della mezzadria pubblicato da Gino Luzzato su “Nuova Rivista Storica” del 1948, e da Mezzadria classica toscana, di Ildebrando Imberciadori, pubblicato nel 1951 con una presentazione di Arrigo Serpieri. L’opera di Imberciadori aveva avuto il merito di dissipare, finalmente con chiarezza, le fumosità che a lungo avevano gravato su questa forma di contratto, spesso confuso con la (del tutto differente) parziaria. Una volta per tutte, Imberciadori aveva dimostrato che con mezzadria di intende un patto agrario che nasce nelle campagne senesi a metà del ‘200 e che si stipula fra detentori dei fondi e contadini liberi, privi di terra, nel quale il proprietario si impegna a conferire metà delle scorte, a fronte dell’altra metà e della manodopera a carico del coltivatore. Con la clausola della divisione a metà del raccolto e del fruttato. L’aggettivo classica era funzionale a definire il perimetro dei canoni di applicabilità di questo strumento giuridico, a onta della rigidità nella quale costringeva un patto agrario che mostrava non trascurabili aspetti di flessibilità e variabili di non piccola entità. Ma  all’epoca, serviva definirlo così per sgombrare il tavolo da incrostazioni, assonanze, genericità e fraintendimenti.

efr_0223-5099_2004_act_331_1Non è questa la sede per analizzare le declinazioni storiografiche (e le relative rifrazioni politiche) del ruolo di questo istituto giuridico nel (soprattutto secondo) Novecento. Patto di irenico mutuo interesse fra proprietari e contadini; sistema di sfruttamento della forza lavoro rurale; strumento di conservazione economica, sociale e culturale, di rallentamento dello sviluppo e di repressione della coscienza di classe; agenzia di arricchimento dei ceti borghesi e quindi indirettamente costruttore di un capitale destinato a sviluppare l’economia. Chi voglia una chiara silloge di questo dibattito può trovare un eccellente navigatore nel saggio di Giacomina Nenci, La storiografia italiana, in Sociétés rurales du XXe siècle: France, Italie et Espagne, Rome, École Française de Rome, 2004: 23-51.

Noi dobbiamo limitarci a constatare che, su questo plafond, Giorgetti si inserisce leggendo con la lente marxista il rapporto fra proprietari e contadini, con una focale che si concentra sull’inizio dell’età moderna e che, per questo, mette sul tavolo anatomico i secoli XVI e XVII, senza, però, perdere di vista la lunga, non lineare, elaborazione che i contratti agrari hanno avuto, almeno a partire dal XII secolo. Un percorso storico, peraltro, quello dei contratti stessi, come è ormai solidamente acclarato, che si svolge nella cifra della razionalizzazione del rapporto fra proprietà agricola e manodopera. Solo per inciso, varrà la pena ricordare l’analisi (e la filogenesi di essa) dell’articolato passaggio From Manor to mezzadria evidenziato da Philip Jones nel 1968 e la moderna lettura dello stesso Liber Paradisus bolognese del 1256-1257, che, come è stato illustrato con chiarezza da Antonio Ivan Pini, non è lo strumento romanticamente (o cristianamente) eversivo santificato da una risalente storiografia, ma l’elaborazione negoziata fra comune, borghesia cittadina e proprietari fondiari, finalizzata, simultaneamente, all’ottimizzazione della produzione manifatturiera urbana, dello sfruttamento delle campagne, e del prelievo fiscale.

Nelle campagne del pieno Medioevo, segnate dall’attacco all’incolto e dalla crescita demografica; sollecitate dall’impennata della domanda generata dalla richiesta delle rampollanti e rampanti città, occorre elaborare strumenti che preservino la proprietà e il dominium (con un’inversione di tendenza decisiva rispetto all’antico, assenteista, strumento enfiteutico, generatore tanto di una rendita parassitaria, quanto potenziale distruttore della proprietà stessa trasferita, alla lunga, nelle mani di un nuovo ceto di coloni) e che superino il vetusto e scellerato sistema signorile delle corvée, strumento principe per un dominicum malcoltivato e un massaricium forzosamente trascurato.

Il percorso di analisi che Giorgetti svolge costituisce, al di là dei risultati, una lezione di metodo. Occorre colmare una lacuna, sostiene lo storico: quella che vede i contratti agrari (soprattutto quelli medievali) studiati nel loro aspetto prevalentemente giuridico a scapito del coté economico e sociale, con il rischio di isolare astrattamente “un” aspetto della storia rurale rispetto a tutti gli altri.

Quello che oggi è un approccio olistico metodologicamente scontato lo era assai di meno in questo scorcio di anni Settanta del Novecento, a onta della lezione delle Annales e di quel (non poi così folto) manipolo di storici che, in Italia, a questa altezza cronologica avevano fatto tesoro delle innovazioni elaborate già da alcuni decenni Oltralpe. Delle classi rustiche – scrive Giorgetti – occorre studiare anche i modi di vivere e di pensare, la coscienza che si ha dei processi in corso, gli orientamenti religiosi e ideali, i reciproci condizionamenti che si creano fra città e campagna, i riverberi sulla società contadina dei mutamenti dell’assetto politico e giuridico.

libro-1Giorgetti, per quanto usi anch’egli il concetto imberciadoriano di “classico”, mette tuttavia in guardia proprio dal rischio insito in questa aggettivazione: parlare di “tipicità” dei contratti è pericoloso. In un intervento convegnistico del 1970, significativamente, mette in guardia da un’ulteriore, improvvida, generalizzazione: «l’essere mezzadro non è in sé e per sé una collocazione di classe» (il testo – un’interlocuzione con Mario Mirri in occasione di un convegno – è reperibile nella miscellanea postuma Capitalismo e agricoltura in Italia; il concetto lo trovate, completo di motivazioni: 269).

Del resto, dopo Giorgetti, il progetto fiorentino (edito da Olschki e rimasto incompleto) sulla contrattualistica mezzadrile medievale toscana, che ha visto i lavori di Giuliano Pinto, Gabriella Piccinni, Paolo Pirillo, Oretta Muzzi e Maria Daniela Nenci, si è sviluppato proprio sulla base anche di questa direttrice. Se si vogliono evitare (come si “devono” evitare) i dogmatismi interpretativi, sostiene infatti Giorgetti, occorre tenere l’attenzione puntata su come la veste giuridica interloquisce con le pratiche consuetudinarie e come si applica “con fantasia inesauribile” alle condizioni contingenti.

Ma attenzione: questo concetto apre un vortice epistemologico.

Se si analizza quanto Giorgetti sostiene (a p. 27, per chi voglia controllare), e cioè che la consuetudo loci, quando è recepita o è riflessa in leggi e statuti, si trasforma automaticamente in più o meno ufficializzato canone, se ne deduce che nemmeno la fantasia applicata – una volta codificata – è più garanzia della fluidità dell’applicazione contrattualistica. Nessun corpo “statico e inerte” può fare da contrapposizione alla dinamica (oggi la definiremmo, abusando per l’ennesima volta del concetto di Bauman, “liquida”) dell’evoluzione contrattuale. Nella contrattualistica, sostiene Giorgetti, occorre capire come un’elaborazione sia la piattaforma sulla quale si realizza la fase successiva, e comunque deve essere ben chiaro che non avremo mai alcuna garanzia che il risultato coincida con la realtà e con le nascoste articolazioni di quest’ultima. Il rischio che si corre a leggere in modo sopravvalutativo le fonti scritte – si deduce dall’analisi di Giorgetti – è quello di considerare “tipico” ciò che, non solo non è più “tipico”, ma, anzi, presenta prepotentemente il suo destabilizzante statuto di provvisorietà.

Le considerazioni di Giorgetti ci convocano, pertanto, sulla riflessione a proposito del bilanciamento fra scrittura e oralità nel campo della contrattualistica, dal momento che ciò che è scritto diventa canone e ciò che diventa canone rispecchia, come si è detto, solo una parte della realtà. Un’aporia difficilmente superabile, ma della quale è epistemologicamente inevitabile tenere conto.

Ciò che a Giorgetti sta più a cuore, comunque, all’interno del suo atelier di lavoro sulla genesi del capitalismo nelle campagne, è capire le molteplici strade che portano a un preciso esito leggibile sotto l’ottica della conflittualità fra capitale agrario e classi rurali, e proprio il cantiere “mezzadria” gli offre un significativo materiale da analizzare.

In questo patto, che dalla forma monetaria si trasforma in strumento di coinvolgimento del contadino, il colono si configura come un piccolo produttore, mentre, a differenza di quanto si registra nella contrattualistica di tipo “feudale”, il padrone interviene direttamente nel processo di produzione fornendo le scorte. In questo modo, a onta dell’apparente “mutuo vantaggio” del patto, il colono, in realtà, perde la sua autonomia nella direzione colturale del fondo (si produce ciò che conviene al proprietario e non ciò che decide il contadino) e nella destinazione della propria quota di prodotto. L’equilibrio, apparentemente paritario, fra le due parti contraenti è, peraltro, fortemente sbilanciato dalla presenza in contratto di forme di regalia (di antico retaggio signorile) e soprattutto dall’intervento del proprietario che anticipa al colono la parte di scorte per le quali quest’ultimo è deficitario, con una conseguente alterazione nella ripartizione del raccolto (ivi: 161). Proprio le scorte sono un punto cruciale nella costruzione del rapporto contrattuale: quanto più il contadino ne ha, e ne ha di buona qualità, tanto minore risulta il processo di riduzione del suo status a quello di salariato.

libro-2Visto dal versante della proprietà, il rapporto mezzadrile, diversamente dalla vecchia rendita parassitaria signorile, presuppone un investimento sotto forma di appoderamento e quindi ha come prerequisito l’utilizzo in chiave produttiva della precedente accumulazione. Il processo di appoderamento – spiega Giorgetti – consente di superare la frammentazione dei fondi (tipica della signoria) per costruire unità stabili compatte, policolturali con quartieri destinati a produzioni non destinate esclusivamente all’autoconsumo, ma anche rivolte alla manifattura, come nel caso della coltivazione del guado, dello zafferano, del lino, ad esempio.

Siamo di fronte, insomma, argomenta lo storico ad una forma ibrida fra rendita signorile e rendita capitalistica (ma attenzione – mette in guardia nel già ricordato intervento del 1970 – a tenere la barra adeguatamente sotto controllo perché «c’è il pericolo (…) di forzare troppo, di voler vedere a ogni costo (…) la presenza di elementi capitalistici» anche quando non ci sono), della quale il contratto mezzadrile costituisce l’agenzia di transizione. E questo tipo di contratto, non solo si diffonde, nei secoli fra il basso medioevo e la prima età moderna, ben oltre il bacino d’origine della natìa Toscana, anche in altre aree della Penisola, ma, soprattutto nell’Ottocento, subisce una curvatura, per così dire, “idealizzata”, anche a seguito delle elaborazioni di una scuola economico-giuridica di impianto cattolico, trasferendo le sue origini medievali di patto fra persone, almeno formalmente, giuridicamente uguali, in un modello applicabile virtuosamente all’economia agraria del momento (si vedano i Nuovi principi di economia politica di un Sismondi che, non a caso, elabora, in altra e parallela sede, il suo macchinoso e vasto magazzino di “repubbliche medievali” anche proprio per individuare una legittimazione storica al suo modello di sviluppo del capitale fondiario).

C’è una domanda cruciale, però, che Giorgetti pone: perché, quando, almeno in Toscana, nel ‘700, si procede alle allivellazioni che formano un nuovo ceto di contadini possidenti, la mezzadria, non solo resiste, ma, dove permane, lo fa in forme arretrate? È una domanda le risposte alla quale vanno ricercate in tutta un’ulteriore serie dei suoi lavori, dei quali non è possibile, in questa sede, affrontare i contenuti.

Ma la mezzadria non è la sola chiave che Giorgetti adopera per capire la formazione della rendita capitalistica agraria. Un’economia agraria basata sull’appoderamento – argomenta nel saggio sulla Storia d’Italia (ivi: 716) – non implica necessariamente la presenza del contratto mezzadrile, e, pertanto, egli non perde mai di vista permanenze e stratificazioni (come le forme arcaiche di locatio/conductio che nessuna lettura evoluzionistica concede di mettere in ombra nelle loro sopravvivenze), così come, altrettanto, sottolinea la transizione, anche nel piccolo affitto poderale, del rustico a coltivatore diretto, cosa che ne fa un piccolissimo produttore “feudale” (come lo definisce), ma soggetto, ad ogni variazione del canone legata al rinnovo di affitto, a vedere accentuata la sua condizione di precarietà.

Non evita, Giorgetti, di entrare nella dialettica fra agricoltura e pascolo (e qui non possiamo indugiare sulla sua analisi della soccida, un contratto con significative convergenze rispetto a quello mezzadrile, dato che la piena disponibilità del bestiame è riservata solo ad un minoritario strato di mezzadri e di piccoli affittuari più agiati), particolarmente sensibile in zone come la Maremma e l’Italia del Sud; un rapporto soggetto alle variabili dipendenti del mercato e della congiuntura demografica (un quadro approfondito è costituto, in questa analisi dello studioso, dal caso Sardegna).

Proprio il Sud si dimostra, nella sua ottica, un laboratorio particolarmente dinamico e ricco di diversificazioni: per quanto in proporzione più limitata, sostiene Giorgetti, in età prenormanna si riscontrano contratti che sembrano in qualche modo precorrere certe innovazioni della contrattualistica comunale, prima che l’arrivo, appunto, dei normanni crei un livellamento in senso feudale. Qui, peraltro, si assiste ad una non lineare né semplificabile, ma ben riscontrabile, dinamica di passaggio dalla servitù delle terre agli obblighi vassallatici per chi abita in una determinata circoscrizione territoriale e, progressivamente, con l’affermarsi dei contratti agrari a breve termine, alla fine degli antichi rapporti semiservili e consuetudinari.

Il punto di approdo dell’analisi di Giorgetti (così maldestramente centonata, e me ne scuso) è quello della focalizzazione della trasformazione del rapporto di subordinazione: da quello diretto e ruvido signorile, all’utilizzo della posizione di precarietà del coltivatore per subordinarlo alle esigenze economiche della grande proprietà.

Aggiungo soltanto, come notazione a margine per sottolineare gli elementi formativi della nuova forma di soggezione contadina, che, al tempo in cui scriveva Giorgetti non era ancora entrata sotto la lente degli studiosi dell’agricoltura e dell’economia (almeno, non ancora con il riconoscimento del peso che ha poi dimostrato di avere) la questione –particolarmente evidente per l’età moderna – della gestione degli orti. L’orto, gestito dal coltivatore accanto al podere, aveva silenziosamente e consensualmente costituito a lungo una risorsa a prevalente vantaggio del contadino che da lì, soprattutto, insieme alla bassa corte, aveva tratto le sue fonti di sostentamento e di micro-commercio. Le regalie legate al contratto c’erano, certo, ma il loro peso riusciva a salvare comunque orto e pollaio per le esigenze della famiglia rurale.

libro-4Con l’età moderna, nell’ambito delle mutazioni colturali imposte dal proprietario per produzioni destinate al mercato (si veda, per non fare che un solo esempio, la canapicoltura che ben poco interessa al rustico, ma molto al padrone) e soprattutto con l’introduzione di colture provenienti dal Nuovo Mondo (caso esemplare, quello del mais) si crea un mercato che induce i padroni a inserire nella contrattualizzazione anche molti prodotti orticoli destinati, ora, al mercato e quindi, anch’essi, sottratti in gran parte alla fruizione diretta da parte del contadino. Un punto, per inciso, che confina con la storia delle trasformazioni alimentari: cantiere già acutamente affrontato in Italia da Emilio Sereni con la sua analisi (1958) dell’alimentazione dei napoletani, seguiti, con approccio fra lo storico-economico e il culturale-antropologico, nel loro percorso dietetico da “mangiafoglia” a “mangiamaccheroni”.

Il punto di approdo dell’analisi di Giorgetti di questa fase di formazione del capitalismo agrario è, insomma, la focalizzazione delle trasformazioni che si apprezzano fra Cinque e Seicento, con il passaggio da contratti tipici di una rendita precapitalistica verso forme riconoscibilmente capitalistiche, in cui numerosi elementi borghesi si mescolano a consistenti residui feudali. Un percorso che sarà pienamente individuabile nel XVIII secolo, dopo il ristagno determinato da fenomeni come la rivoluzione dei prezzi e lo spostamento dei baricentri economici e commerciali che penalizzano l’Italia. È adesso che arriva a maturazione la separazione del contadino dalla proprietà dei mezzi di produzione, ed è adesso che la classe dei proprietari dimostra un atteggiamento di cultura economica che non prevede più investimenti per ottenere profitti, ma che ricerca il massimo del guadagno a fronte di una minima spesa. È il momento in cui si riconosce ormai una rendita semifeudale, accresciuta da alcune tracce di profitto capitalistico (come Giorgetti si esprime – anche con riferimento a un saggio di Sereni del 1960 sul pensiero economico – a p. 752 del saggio sulla Storia d’Italia) da parte di padroni che sottolineano adesso il loro nuovo modo di pensare con atteggiamenti sociali sempre più marcatamente patriarcali e signorili. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 
[*] Queste annotazioni costruiscono esclusivamente il contenuto della mia succinta comunicazione in occasione della giornata commemorativa per il cinquantesimo anniversario della morte di Giorgio Giogetti, tenutasi a Siena presso l’Istituto Storico della Resistenza Senese e dell’Età Contemporanea, il 4 maggio 2026. In quell’occasione mi fu chiesto, in qualità di medievista, di ricordare Giorgio accennando brevemente all’attenzione di Giorgetti per le radici medievali della contrattualistica agraria, con particolare riferimento al contratto di mezzadria. Chi legge non si aspetti altro che questo, né cerchi, in queste rapide e scompigliate note, alcuna lettura storiograficamente approfondita. Non era ciò che mi veniva chiesto e non è ciò che ho inteso rendere. 
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Duccio Balestracci, è stato professore ordinario all’Università di Siena dove ha insegnato Storia Medievale, Civiltà Medievali, Storia della protoglobalizzazione. Si è occupato di storia dei ceti sociali, dei livelli di cultura delle classi subalterne, della guerra, della festa. Si è occupato di storia della storiografia e dell’uso del Medioevo nella costruzione della coscienza nazionale.

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