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“Le guerre in ottava rima”: violenza e potere di un genere letterario del Cinquecento

copertinadi Meriem Dhouib

La figura del nemico sullo sfondo delle guerre del XVI secolo, fu caratterizzata da una violenza prima sconosciuta. Se infatti nel Quattrocento l’atto bellico è fase non definitiva e mortale di uno scontro poi risolto prevalentemente sul piano diplomatico, nel Cinquecento esso assume una aggressività inaudita, tale da mettere in discussione la sopravvivenza stessa della comunità e dello Stato autonomo. Il nuovo e micidiale volto della guerra è rispecchiato dalla letteratura in modi diversi.

E in questa sede verrà affrontata la tematica della guerra attraverso un corpus di poemi pubblicati in ottava rima tra Quattro-Cinquecento. In un primo momento si farà un breve excursus dell’ottava, in seguito verrà presentato il contesto storico, o meglio lo sfondo di questi testi ed infine si focalizzerà sul lessico bellico di questi poemi: la violenza, il conflitto …

1L’ottava rima un genere indipendente

L’ottava rima (o semplicemente ottava) costituisce la forma ‘discorsiva’ (cioè non lirica) più diffusa della tradizione italiana, tipica in particolare della poesia narrativa [1]. In ottave sono composti, tra l’altro, i grandi poemi della tradizione cavalleresca. Metro di carattere prevalentemente narrativo, fu usato da Boccaccio in alcuni suoi poemi narrativi. Nel Quattrocento l’Ottava ebbe grande successo fra i letterati: Pulci, Boiardo, Poliziano e successivamente Ariosto e Tasso. L’ottava è composta di otto endecasillabi, i primi sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata. Metro di elezione dei cantari, fu apprezzato e adottato nella letteratura Quattro-cinquecentesca per traslatare al meglio l’idea dell’intreccio “entrelacement” e l’intrigo. Questa tecnica ha l’effetto di esaltare la multiformità e meravigliosità del mondo rappresentato.

Dalla funzione di metro ha acquisito mano a mano la funzione di genere letterario autonomo, seppur risulta difficile considerare un genere letterario un organismo autonomo, chiuso in sé, ma si struttura in rapporto agli altri generi mutando nelle sue caratteristiche per diventare o meglio rimanere come lo definisce il concetto della poetica aristotelica dell’imitazione. Sta di fatto che l’ottava tra la metà del Quattrocento e la fine del Cinquecento dà nascita a una serie di testi o meglio poemi legati tra loro nella forma e anche nella tematica che è la Guerra: ecco perché furono chiamate “Guerre in ottava rima” [2]

2Il contesto storico

Francesco I e Carlo V si scontrarono in modi diversi e con strategie. Il Re di Francia, infatti, inaugurò una politica di “equilibrio di poteri”, mettendosi a capo di una lega antiasburgica, comprendente il Re d’Inghilterra, il Papa, i Principi luterani e i Turchi, e facendo pressioni soprattutto su questi ultimi affinché aprissero contro l’Imperatore un secondo fronte bellico nel Mediterraneo. La qual cosa ebbe un certo esito positivo, tant’è che Carlo V diede avvio alla spedizione che lo portò alla conquista di Tunisi nel 1535.

Dalla fine del Quattrocento, e per tutto il secolo successivo, la natura degli scontri bellici muta rispetto all’epoca precedente in due caratteristiche fondamentali: sono introdotte armi più potenti, e gli eserciti modificano la propria struttura interna. Nel sedicesimo secolo l’Italia è travagliata da numerose invasioni straniere, e gli Stati della penisola vanno perdendo la loro indipendenza. È sufficiente ricordare solo qualcuno degli scontri avvenuti tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, per significare come le guerre si succedessero rapide, e con esiti contrapposti.

3Un corpus di testi sul conflitto e la guerra contro l’altro, la minaccia turca

I protagonisti delle guerre sono imperatori e sovrani, prìncipi e condottieri, prelati e pontefici ma anche un esercito – alla lettera – di soldati e lettori. Questi sono spesso destinatari di storie minori, forse minime od irrilevanti, forse con l’interferenza del romanzo. Molte di queste storie (con una certa parentela con i romanzi cavallereschi) sono in ottava rima. L’esemplificazione che intendiamo documentare riguarda proprio questo mondo di racconti di guerra. Di tutto questo corpus di più di trecento (in tutto 365) presentiamo tre testi che descriveremo e di cui faremo l’analisi linguistica per circoscrivere la lingua della violenza. I testi presentati in questa sede fanno parte di un progetto pubblicato negli anni ottanta. Il corpus dal quale noi sono estratti, presentati in versione anastatica quindi non trascritta, è suddiviso in periodi storici distinti in concomitanza con le battaglie dell’epoca: Guerre di consolidamento (1452-1481, Guerre contro Venezia (1499-1500), Il regno di Selim (1512-1520), L’espansione dell’impero di Solimano il Magnifico verso Occidente (1521-1534), La controffensiva spagnola (1535-1541), Gli anni della guerra corsara (1542-1550) e infine Fino a Lepanto (1550-1570) [3].

Questi poemi accomunati dal genere e dal metro, cioè in ottava rima e in versi, sono medesimamente legati dalla tematica bellica e di conseguenza anche da un topos che diremo della violenza. Infatti il Cinquecento è anche il secolo dell’avanzata ottomana e dei vari squilibri in Europa. Le coste sono quasi tutte minacciate dai corsari. Si parla spesso di guerra corsara, cioè dei mercenari dei sultani che catturano bottini e ammazzano cristiani. Stando ai fatti storici la civiltà cristiana e quella musulmana sono state protagoniste di tanta materia letteraria, in cui l’altro era rappresentato come infedele, barbaresco, etc.. Termini usati per designare colui che è protagonista di un conflitto iniziato con le crociate e continuato con lo spettacolo conflittuale tra ottomani e occidentali.

Ma torniamo alla nostra tematica cioè quella della violenza e della guerra che ha chiaramente un filo conduttore cioè il gioco di potere. I testi che verranno esposti riguardano un periodo storico ben preciso cioè la guerra corsara, che è una delle forme assunte dalla guerra. Si tratta di una pratica universalmente diffusa là dove si svolgono scambi marittimi. Nella storia del Mediterraneo, la guerra corsara ha assunto, a partire dal Medio Evo, una connotazione particolare data dal fatto che cristiani e musulmani l’hanno integrata all’interno di un confronto/scontro politico-religioso di più vecchia data. Da un canto la corsa è divenuta una delle forme della guerra santa e dall’altro una delle pratiche delle Crociate.

Il primo testo, pubblicato nel 1535, è intitolato: Stanze composte per la vittoria africana di Ludovico Dolce. Il testo si trova a Venezia alla Biblioteca nazionale marciana, stampato da Bellone Giovanni Antonio.

4La motivazione della scelta è legata chiaramente alla preziosità del testo da un punto di vista letterario. Poema tipicamente cinquecentesco corredato da tutti i criteri dell’epoca e inoltre da certa crudeltà realistica nell’immagine letteraria della guerra sanguinosa. Il testo è notevole da un punto di vista linguistico, visto che risponde a dei criteri puramente bembiani; si ricordi a questo proposito che lo stesso Dolce autore del testo oltre ad essere poligrafo e drammaturgo fu un assiduo linguista. Il poema composto da 147 ottave mette in risalto la salita al potere di Carlo V e la sua vittoria contro i turchi. L’opera passa da momenti di confessione individuale a un vero proprio ritratto dell’altro, cioè il nemico [4]. Il testo è ricco di aggettivazioni negative e di sintagmi particolarmente bellici…..

La tecnica narrativa dell’ottava che racconta segue quell’entrelacement in modo naturale e immediato. Infatti parlando di Carlo V dice (ottava 8):

«[...] Per suo proprio valor s’aprì il camino, / Fermò l’antico suo saggio pensiero/ ditor di man del popol saracino/ La terra, ov’el Fattor d’ogni Hemisfero/ Nacque, e vi sparse il suo sangue divino; E spaventa di Macon la legge atroce/ Far da tutti uan sol Croce».

Infatti dall’incipit l’autore introduce il protagonista imperatore come un eroe classico. Dall’ottava 10 fino a 94 il poema diventerà un vero proprio spettacolo di violenza e di guerra. Ottava 11

«[...] E però non devem fedeli amici/ Volger in noi per gara l’arme nostre, / Non depredar d’Italia i liti aprici/ Già stanca e afflitta in così spesse giostre/ Ma sol contra i crudeli aspri nemici/ di noi, di Christo, e de le paci vostre / Che pur’hora cacciati dal desire/ Vener sopra vienna a sfogar pire»

Il testo è contaminato dal lessico seguente: danni, inganni, sangue, Barbaro, ladron feroce, indegno turco, morte orror, affanni terror, mori feroci. La parola guerra è ripetuta più di trenta volte. Riporto per conoscenza senza troppo dilungarmi lo scenario dell’entrata a Tunisi di Carlo V: ottava 30:

«Dentro più assai, dov’l terren si serra/ Tunigi è posta Verso il Mezzogiorno; Forse più forte e bellicosa terra/ Di quante che vi son lunge e d’intorno:/ V’per resister saldo ad ogni guerra/ Facea ripari il Barbaro ogni giorno./ Intanto mesti in punto e apparecchiati/ Haveva molti legni, e ben’ aramati».

In parole povere Tunisi sembra un covo dei pirati e un terreno favorevole alla guerra perché sempre protagonista di scontri. Seguiranno le ottave dello scontro armato tra le truppe barbariche ingrate e infedelissime per riprendere le parole dell’autore. L’ottava è protagonista ed è una telecamera che riporta con una rapidità narrativa eccezionale le immagini di sangue (ottava 49)

«Fur i feriti al numero di cento...[...] Mani lassano e teste e gambe e mani/ E la sovente gia tinta campagna / De l’innocente sangue de Christiani/ Hor ben di par, ben aragion si bagana/ Del sangue iniquo e vil di questi cani/ Facendo la terra e l’herba rossa/ Che non copre lor carne e meno l’ossa».

Sono testi di particolare violenza che non lasciano luogo alla pace e procedono con un ritmo serrato e incalzante.

5Il secondo testo, pubblicato nel 1536, è intitolato: Carlo Cesare V Africano di Pompeo Bilintano. L’autore ha lavorato al servizio di Andrea Doria, il testo a stampa è conservato a Monaco, Staatsbibliothek: P.O.Ital.164, stampato a Napoli da Matthias Cancer. Il poema è diviso in 10 canti,  ciascuno dei quali a sua volta in una quarantina di ottave. Il testo è molto prezioso dal punto di vista filologico perché non ancora oggetto di studi più approfonditi. Si presenta come i testi precedenti carico di note belliche relative all’immagine dell’altro. Qui si narrano con la stessa tecnica le gesta gloriose di Carlo V all’entrata a Tunisi. Questo testo del poeta veneto ha una particolarità dovuta allo schema del poema costruito allo stesso modo delle opere epiche che narrano le crociate. Il testo si apre con un proemio di particolare lunghezza e ha il merito di presentare dettagli di crudele realismo. Le ottave sono spesso testimoni di intertestualità ariostesca: come l’ottava 48 del Canto I:

«Arme cavalli padiglioni e tende/Se vedeno imbarcar in ogni lato/Ogni buon cavallier primiero attende/ A feroci destier far bon steccato/ A ternta poi di maggio Carlo scende/ Al lito e dala terra tel comiato/ Entra in la quadrireme sua divina/ Delle qual non solco meglior marina».

Bisognerà aspettare l’avvio del canto II del poema per vedere il testo trasformarsi con un lessico particolarmente carico di note belliche: Con acerbi sospir lacrime e affanni. Il termine arma è ripetuto in una escalation di violenza più di una sessantina di volte. Seguono: foco, spade feroci, tumulti, gridi, pianti gemiti... La macchina della guerra è in atto, i due campi sono l’uno davanti all’altro: il campo saracino fiero fugge e gira le spalle (Canto III, ottave 30-35). La goletta è diventata un terreno rosso di grida, di sangue e di ferocia.

«Qui comincia una crudel battaglia/ [...] Lo sentier sanguinoso ed forte di scudi [...] Ogni buon capitan con suoi guerrieri/ con rabbia con furor presto si desta/ [...] Nemici si trovor senza testa [...] lance dardi saette archi…Con scimitarre lucidi e taglienti» (Canto III, ottave 40-49).

 Il testo è carico di numeri Dodecimila scuti, quattromila, cinquecento…Il poeta ritraccia tutti i dettagli della battaglia fino a giungere al canto VII e nella ottave 34-39 alla descrizione dei ricatti dei bottini della guerra, dando un’immagine quasi realistica se non espressionistica della tratta degli schiavi dell’epoca: I bagni della Goletta

«Miracol fu veder nel golfo sparte/ Le navi e le galee fuor di ogni stima [...] Maraviglia a vedere le vele e farte/ Ch’ornavan quelle da’l basso alla cima/ E tra navi galee fuste non mento/ Eran in numer più di quattrocento/ Li poveri Christian che fur cattivi/ Fur compatiti alle emmeinente navi/ Li turchi mori che fur presi vivi/ occupan vele sarte fuste e travi/ Comincian qui li padri a restar privi/ E madre afflitte de figliol soavi/ Chi fu venduto a principi e marchesi/ E chi mandato ne’lontan paesi. Cominciano a imbarca le ricche spoglie/ Cavalli tende padiglioni e prede…»

Come è stato già detto, il poema è carico di forti accenti propri delle crociate; infatti Bilintano usa più di una volta il sintagma la guerra santa, già dall’epistola che fa da proemio al testo. Il poema si chiude con un’ottava piena di malinconia e sotto forma di una confessione omaggio a Andrea Doria e all’imperatore Carlo V nella terra degli infedeli:

«Perho Signor de le civil contese/ che cittadin ci fa la fede nostra/ volgi il pensier alhonorate imprese/ Che benigna fortuna ti dimostra/ Et le voglie christiane a guerre accese/ Volta benigno a più lodato giostra/ O se mai questo avvien le basse rime/ De la mia penna allhor sia tra le prime FINIS».

6Il terzo testo è databile tra il 1535 e il 1536 ed è intitolato Il crudelissimo pianto di Barbarossa, di autore sconosciuto o meglio anonimo, conservato a Londra nella British Library 1071.g.22/6. È diviso in due grandi parti: nella prima contiamo 19 ottave e nella seconda 4. Il poema s’inserisce in linea con gli altri nel campo lessicale della guerra. Si discosta tuttavia dagli altri nell’impostazione narrativa. L’incipit è un’esortazione del lettore a non aver pietà di Barbarossa inteso il corsaro, ammiraglio della flotta ottomana diventato dopo Dey di Algeri, dopo esser stato sconfitto da Andrea Doria. Come abbiamo già accennato le tematiche sono le medesime: la corsa nel Mediterraneo, i corsari, i pirati e gli scontri tra cristiani e musulmani. La voce narrante è Barbarossa che, guardando il cielo, dice: «maledico il giorno in cui sono nato e la strada che ho seguito». Questa volta la violenza si traduce nelle parole maledetto, ingrato, traditore, mente cruda, falso, traditore, falso…. Il testo è un crescendo musicale del lamento, del rammarico e del dolore di un uomo sconfitto: ritroviamo la parola angoscia almeno una decina di volte, lacrimando, lachrimoso, lagrime sono usate ogni due ottave. Esiste infatti una serie di testi di autori anonimi intitolati “Lamento”, “pianto”…volti a descrivere secondo una traccia di finzione il rammarico di questi eroi nemici del Cristianesimo che hanno in qualche modo alimentato l’immaginario collettivo occidentale. Sono personaggi come Barbarossa o Darghouth o Aluj Ali suo fratello, corsari o pirati perché i termini cambiano a seconda dell’esigenza bellica.

7La violenza fa rima con guerra e quindi con potere. Risulta difficile ripercorrere tutta la tradizione testuale dei poemi in ottava rima simili al corpus che è stato individuato. L’esito di tale indagine ha portato all’individuazione di una serie di testi dai forti accenti lirici e dalla preziosissima qualità semantica (l’atto della violenza) in linea con il tema delle “le guerre in ottava rima”, cioè di quei poemi che narrano vicende belliche relative allo scontro delle truppe cristiane con quelle musulmane nel bacino mediterraneo tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento ed essenzialmente il successo di Tunisi nel 1535. Si tratta per alcuni come Pujeau di «croisades tradives». I testi sono accomunati dallo stesso scenario storico e dal campo lessicale ove si ritrovano gli stessi termini. Il metro è quello medesimo che crea un’armonia peculiare. I testi si discostano l’uno dall’altro invece per la lingua che usano, a volte toscana secondo i canoni bembiani e altre toscana con alcune digressioni venete.

Il filo conduttore cha ha portato a questi esiti è stato frutto di analisi di un centinaio di testi a stampa  legati alla tradizione della mimesis. Vengono tutti inclusi nella cosiddetta “guerra di corsa” prerogativa nell’assalire e depredare le navi nemiche e quindi quelle cristiane. Non bisogna dimenticare che questo fu valido anche per i musulmani che erano minacciati a loro volta da pirati cristiani. In linea di massima questo corpus ricco di spunti potrebbe essere intitolato non “le guerre in ottava rima” ma i “poemi contro l’altro” o i versi contro l’altro [5]. Questi testi accanto ad altri – come la famosa raccolta di poesie e detti scritti in dialetto veneto “Lepanto” o ancora la Tunisiade – fanno parte di quella materia testuale apodittica che ha voluto incentivare i sovrani dell’epoca a contrastare le forze ottomane. Ecco perché alcuni studiosi più recentemente li hanno catalogati nel mondo delle cosiddette crociate tardive.

Dialoghi Mediterranei. n. 35, gennaio 2019
Note
[1] Mirko Tavoni, Il Quattrocento, Bologna, Il Mulino, 1992
[2] Guerre in Ottava rima, a cura di Marina Beer e Cristina Ivaldi, Istituto di studi rinascimentali, Ferrara, Modena, Panini, 1988.
[3] Salvatore Bono, Corsari nel Mediterraneo. Cristiani e musulmani fra guerra, schiavitù e commercio, Milano, Mondadori, 1993.
[4] Tzvetan Todorov, Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, traduzione di Attilio Chitarin, Torino, Einaudi, 1991.
[5] Federico Faloppa, Lessico e alterità. La formulazione del “diverso”, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2000.
Riferimenti bibliografici
Salvatore Bono, Corsari nel Mediterraneo. Cristiani e musulmani fra guerra, schiavitù e commercio, Milano, Mondadori, 1993.
Marina Beer, Cristina Ivaldi, Guerre in Ottava rima, Istituto di studi rinascimentali, Ferrara, Modena, Panini, 1988.
Federico Faloppa, Lessico e alterità. La formulazione del “diverso”, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2000.
Mirko Tavoni, Il Quattrocento, Bologna, Il Mulino, 1992
Tzvetan Todorov, Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, traduzione di Attilio Chitarin, Torino, Einaudi, 1991.
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Meriem Dhouib, nata a Tunisi, è professore associato di lingua, letteratura e civiltà italiana presso il dipartimento di lingue della Facoltà di Lettere e di Scienze Umanistiche della Manouba. Si occupa essenzialmente del periodo Quattro-Cinquecentesco, ha pubblicato nel 2009 I volgarizzamenti di Liber peregrinationis di Riccoldo da Montecroce (éditions Orient-Occident, Université de Strasbourg).
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