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Le geografie del Mediterraneo di Maurizio Maggiani

coverdi Mila Fantinelli 

Come il vento Zefiro che scavalca i crinali liguri e si distende verso la Riviera “versata all’Oriente”,La Zecca e la Rosa (Feltrinelli, 2016) di Maurizio Maggiani costruisce un itinerario che attraversa il Mediterraneo, dal Mar Ligustico al Mar Adriatico.

Un viaggio alla Ibn Battuta, il grande viaggiatore marocchino, con il fagotto sulle spalle, che parte dall’amata città natale Tangeri per dirigersi verso nuovi mondi. 

Seguendo il Libeccio 

E il naufragare per Maggiani parte proprio dal sole che tramonta, dal Libeccio che spira.  «Quel vento di raffica e di turbine che ruba e va a seminare per il mondo le cento essenze floreali dei segreti giardini di Genova» (ivi: 113). E il vento soffia tra le strade di San Lorenzo, sfiora “le fronde” delle “palme reali di Porto Antico”, tra le viette e viuzze del porto di Zena, la bella e raffinata in dialetto marocchino. Ogni racconto della raccolta è un frammento di questo viaggio. Organizzati alfabeticamente attorno a un fiore, un animale, un albero o un oggetto, i testi sembrano inizialmente seguire l’ordine rassicurante di un catalogo. In realtà, ciascuna voce diventa il punto di partenza per oltrepassare i limiti dello spazio e del tempo, intrecciando memoria personale, storia e paesaggio mediterraneo.

La Liguria, prima tappa di questo itinerario, non è soltanto il luogo d’origine dello scrittore, ma il punto da cui il Mediterraneo comincia a essere raccontato. Il mare appare al Salto della Lepre, incastonato tra le alture della Riviera, dove lo sguardo si apre sull’«ardente sbarluccicare» del Mediterraneo (ivi: 47). Non è un paesaggio da contemplare con distacco: «Di meditare neanche a parlarne, posso solo guardare». La visione precede ogni interpretazione, mentre l’alba marina trasforma progressivamente i colori dell’acqua, «rosso amaranto, e viola e cobalto e infine carminio», lungo una Riviera «versata all’Oriente». Fin dall’inizio, dunque, la Liguria è insieme radice occidentale e apertura verso Levante. Accanto alla Genova portuale e aperta ai venti, emerge una Liguria più interna e appartata: «Ma tornando alla mia patria vallata nell’ascosa costa detta Paghezzana, ho incontrato per le sue deserte piane una contadina, faccia, scarpe e verbo da contadina» (ivi: 49).

La patria assume così una forma concreta, riconoscibile nel volto di una donna ormai anziana che percorre le strade verticali della Liguria, portando la memoria del mazzetto dei dodici erbi, di un mondo contadino quasi scomparso. Come ne Il mondo dei vinti di Nuto Revelli, la memoria non passa attraverso i grandi protagonisti della storia, ma attraverso le vite di chi ne ha sopportato il peso ai margini. Anche il riferimento alle fave del Primo Maggio appartiene a questa geografia della memoria: il cibo conserva ciò che la modernizzazione ha progressivamente dissolto, la semplicità dell’inzuppare le fave nel sale ai bordi della strada mentre sfilano le parate di lavoratori in festa. La Liguria di Maggiani è dunque, prima ancora che un luogo geografico, una patria della memoria, la famiglia, e una storia tradizionale custodita nei gesti più semplici, nei visi, nelle mani scorticate dal tempo. Non è però una terra immobilizzata dalla nostalgia. È un’origine che continua ad accompagnare il movimento, un punto fermo da cui partire e a cui tornare. Proprio da questo amore incommensurabile per una patria rimasta tale nasce l’apertura verso il Mediterraneo, perché il viaggio non cancella l’appartenenza, ma la porta con sé, trasformandola nella misura attraverso cui incontrare altri luoghi, altre storie e altre sponde. 

La Riviera versata all’Oriente 

Dalla Liguria, il viaggio si sposta verso la sponda orientale, in Romagna. Qui Maggiani incontra non più soltanto ciò che è stato, ma ciò che può ancora nascere: nuovi amori, nuove appartenenze, una comunità di vicini, gatti, cavalli e campi coltivati, animata da quella coralità mediterranea che sembra uscita da un film degli anni Settanta del regista egiziano Youssef Chahine. Tra Castel Raniero e le chiuse di Errano prende così forma una trama di incontri e relazioni, distesa fra le colline, le vigne di Sangiovese e Albana e i campi di carciofo moretto. «Stanotte son fioriti gli albicocchi» (ivi: 19). Come accade nella narrativa verghiana, il tempo circolare segna la vita umana: le fioriture, i raccolti, le piene dei fiumi, le semine. Anche qui gli uomini sono contadini, ma appartengono a una geografia diversa. «Sono sempre contadini delle terre basse, sanno che seminano nella terra che era fiume e palude fino all’altro ieri» (ivi: 37).

A differenza della Liguria, le pianure della Romagna raccontano una storia di bonifiche, di argini, di acque governate e restituite all’agricoltura. Il rapporto con la terra non è soltanto eredità dunque, ma costruzione quotidiana. E così il Mediterraneo non appartiene soltanto alla costa, ma risale i fiumi, attraversa le campagne e raggiunge l’entroterra. I granchi di fiume nel fosso del Marzeno ne sono il segno più evidente, ricordando come mare e terra costituiscano un unico paesaggio. La Romagna di Maggiani è attraversata da vene d’acqua che conducono verso l’Adriatico, come vene capillari del territorio, e inseriscono la vita rurale in una geografia più ampia. È però sulla sabbia fine dell’Adriatico che il mare si rende finalmente visibile, attraverso una presenza minima e quasi indecifrabile: «Le pavarazze… da sveglie fanno le bolle, ma sono bolle così minute e rade che vallo a sapere se vogliono dire qualcosa, anche a riuscire a vedere nelle incertezze vaporose della sabbia fine fine d’Adriatico» (ivi: 104).

Il paesaggio marino affiora così nei piccoli segni, nella vita nascosta sotto quella sabbia che poco ha a che fare con i sassi liguri. Anche qui, come nelle campagne e nei fossi, Maggiani riconosce il paesaggio attraverso le sue presenze minori. Se la Liguria era il tramonto, la patria rimasta tale, la Romagna diventa la terra dell’alba, degli affetti acquisiti, di una comunità scelta e di un nuovo radicamento. È un altro Mediterraneo, non quello dell’origine, ma quello dell’incontro, capace di accogliere nuove forme di appartenenza senza cancellare quelle precedenti. 

9788806153557_0_0_0_0_0Dalle sponde all’entroterra 

Il viaggio di Maggiani non si arresta sulle rive delle due Riviere, ma si estende progressivamente verso l’interno della penisola, seguendo il corso dei fiumi, le pianure e le terre coltivate. «C’è gente per tutto il Po di Primaro, lungo i dorsi del Reno di destra fino alle bocche, e c’è gente sui cigli fino a Alberete, e lungo le valli di meridione di Comacchio» (ivi: 37). Il Po di Primaro, il Reno e le valli di Comacchio prolungano il mare nell’entroterra, così come il Marzeno e il Lamone in Romagna, seguendo i corsi d’acqua dei fiumi italiani che intagliano la penisola. Acque che uniscono la costa alle campagne, la pianura alle foci, il mondo dei pescatori a quello dei contadini. L’attenzione di Maggiani si sposta poi verso altre regioni italiane, ma senza interrompere questa continuità. «In certi campi su certe coste ben esposte della Garfagnana ora sta maturando l’antico, snello formentone primevo» (ivi: 59).

La Garfagnana, pur appartenendo a un paesaggio montano in Toscana e apparentemente distante dalle coste, entra nella stessa mappa attraverso la coltivazione, la stagionalità e la memoria delle varietà antiche. Il formentone diventa il segno di un sapere agricolo che resiste alla standardizzazione e conserva il rapporto profondo tra una comunità e la propria terra. Come le fave del Primo Maggio in Liguria e gli albicocchi fioriti della Romagna, anche il mais della Garfagnana lega il paesaggio al calendario naturale e alla continuità delle pratiche tradizionali.

Ogni territorio possiede i propri ritmi, le proprie colture e i propri gesti, ma tutti partecipano a una medesima civiltà contadina. Ne emerge un’Italia unita, ma non uniforme: una geografia plurale di paesaggi agricoli e naturali, dialetti, pratiche di coltivazione, saperi e forme diverse di abitare la terra. È quell’Italia delle differenze regionali che, secondo Carlo Dionisotti, costituisce il fondamento stesso della sua storia culturale (Dionisotti 1967), ma è anche l’Italia del paesaggio agrario descritta da Emilio Sereni, plasmata nei secoli dall’interazione tra ambiente e lavoro umano (Sereni 1961). 

9788845295010_0_0_0_0_0Il Mediterraneo oltre l’Italia 

Dopo avere attraversato la Liguria, la Romagna e l’entroterra italiano, Maggiani colloca la penisola dentro una geografia più ampia, quella del Mediterraneo come spazio storico e culturale condiviso. Da secoli il Mediterraneo rappresenta molto più di un mare: è una civiltà costruita dall’intreccio di rotte commerciali, migrazioni, guerre, incontri e continue contaminazioni tra le sue sponde (Braudel 1987). L’Italia vi si inserisce non come realtà isolata, ma come una delle tessere di questo mosaico storico, aperta tanto alla tradizione greco-romana quanto a quella araba. Se la prima ha fornito il lessico mitico, filosofico e politico su cui si è edificata la civiltà classica, la seconda ha costituito per secoli un fondamentale veicolo di trasmissione, reinterpretazione e diffusione del sapere mediterraneo, contribuendo alla circolazione di conoscenze, pratiche agricole, commerci e immaginari tra Oriente e Occidente.

È da questa lunga sedimentazione che nasce quel substrato culturale comune che ancora oggi rende riconoscibili, pur nella loro diversità, le società affacciate sul Mediterraneo. Maggiani richiama così il «mito di Era» e il «cuore teologale delle Mille e una notte» (ivi: 96), accostando due universi culturali che nel Mediterraneo non si sono semplicemente succeduti, ma hanno dialogato e si sono trasformati reciprocamente. Il melograno, presente in entrambe le tradizioni, diventa il simbolo di questa continuità: un frutto che attraversa miti, religioni, racconti e paesaggi senza lasciarsi ricondurre a un’unica appartenenza culturale. Anche il riferimento al Salento, «in mezzo al crudo grecale» (ivi: 101), colloca l’Italia meridionale dentro questa geografia di passaggio: una terra esposta ai venti orientali e naturalmente protesa verso la Grecia e il Levante.

L’interesse di Maggiani per la sponda meridionale del Mediterraneo, tuttavia, non nasce soltanto da una consapevolezza storica o letteraria. L’esperienza vissuta in Algeria negli anni successivi all’indipendenza, insieme al ruolo che il mondo arabo assume ne Il coraggio del pettirosso (1995), testimoniano un rapporto diretto con il Nord Africa, che entra a far parte della sua geografia affettiva oltre che narrativa. Per Maggiani, il Mediterraneo non separa Europa e Africa, ma le mette costantemente in relazione. Dalla Liguria al Salento, dalla Grecia al Maghreb, il viaggio restituisce così l’immagine di uno spazio condiviso, in cui le differenze culturali non cancellano un patrimonio comune, ma ne costituiscono la ricchezza, esattamente come per l’Italia stessa.

9788807814228_0_0_0_0_0Non tutto, tuttavia, può essere ricondotto a questo orizzonte. Alcuni elementi vengono percepiti come estranei, quasi incompatibili con il paesaggio mentale e materiale delineato fin qui. È il caso delle «rosse rose aliene del cingalese» (ivi: 126), provenienti dal Kenya, trasportate già surgelate nei Paesi Bassi e poi distribuite in tutta Europa. L’aggettivo «aliene» si riferisce soprattutto al sistema produttivo che le ha generate: fiori separati dalla terra, dalle stagioni e dalle comunità che li coltivano, trasformati in merci anonime destinate a percorrere migliaia di chilometri. La distanza tra il luogo della coltivazione e quello del consumo nasconde così le condizioni materiali della produzione, lo sfruttamento della manodopera e la persistente asimmetria tra Sud globale ed Europa. A differenza delle fave liguri, degli albicocchi romagnoli, del formentone della Garfagnana o del melograno mediterraneo, queste rose non sembrano custodire una memoria locale riconoscibile. Al Mediterraneo delle colture radicate e dei racconti condivisi si contrappone così uno spazio globalizzato che riproduce, in forme economiche nuove, antiche logiche di subordinazione, dove i prodotti viaggiano, ma la storia dei luoghi e dei corpi che li hanno generati viene rimossa. 

32155861520Il richiamo dell’Est 

Il Mediterraneo di Maggiani non conosce approdi definitivi. Dopo la Liguria della memoria, la Romagna degli affetti e il mare delle grandi civiltà, resta sempre una sponda ulteriore verso cui volgere lo sguardo. Il viaggio non procede per confini, ma per richiami. È il vento, ancora una volta, a indicare la direzione.

«Sento la brezza che viene dall’est, dal tramonto, dalla Pannonia, forse ancora da più in là nell’Oriente, forse dalla Cina, e vedo che è un canto. Un canto che è indicibile, non solo perché è stato già detto da tutti quei poeti e poetastri, ma perché è così vero e struggente, così chiaro e misterioso, così terrigno e così divino» (ivi: 150).

È come se il percorso raccontato fino a quel momento trovasse qui il proprio compimento e, insieme, un nuovo inizio. Come Ibn Baṭṭūṭa, spinto dal desiderio di conoscere terre sempre più lontane, Maggiani non concepisce l’approdo come conclusione del viaggio. La brezza che sale da Levante, la stessa che idealmente lo ha accompagnato dalla Liguria all’Adriatico, dalle vallate liguri alle campagne romagnole, lo chiama ora verso la Pannonia, l’Oriente e forse la Cina. Il Mediterraneo non è allora un luogo da possedere, ma una disposizione dello sguardo. È la capacità di riconoscere continuità tra rive lontane, di vedere nei fiumi il mare, nei frutti la storia delle civiltà, nelle culture non dei confini ma delle eredità condivise. Per questo il viaggio di Maggiani non termina con un ritorno. Si conclude con un ascolto. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 
Riferimenti bibliografici 
Braudel, Fernand. Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni. Milano: Bompiani, 1987.
Dionisotti, Carlo. Geografia e storia della letteratura italiana. Torino: Einaudi, 1967.
Maggiani, Maurizio. La zecca e la rosa. Vivario di un naturalista domestico. Milano: Feltrinelli, 2016. 
Sereni, Emilio. Storia del paesaggio agrario italiano. Bari: Laterza, 1961.

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Mila Fantinelli, è dottoranda presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, in Linguistica e Letteratura Araba, e research assistant presso European Youth Think Tank. Ha terminato la magistrale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore in Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali, dove ha studiato arabo, inglese e turco. Inoltre, ha ottenuto un master dall’American University del Cairo in lingua e cultura araba. Oltre a pubblicazioni in ambito giornalistico e culturale, in lingua italiana, inglese e araba, ha scritto di letteratura ar aba contemporanea. Dal 2024, lavora come mediatrice culturale per favorire la comunicazione arabo-italiano.

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