di Amelio Pezzetta [*]
Introduzione
Con il presente lavoro si descrivono le fontane, le acque e le sorgenti sacre e terapeutiche che sono presenti nei vari Comuni della valle dell’Aventino, per tentare di analizzare il loro significato culturale, non disperdere la memoria e proporre il recupero anche in funzione della loro valorizzazione turistica.
In tale sede sono state considerate sacre e/o terapeutiche tutte le fontane, acque correnti e sorgenti che scorgano nelle immediate vicinanze di luoghi considerati a loro volta sacri e/o a cui sono associabili leggende, riferimenti spirituali, tipici eventi festivi, culti religiosi, credenze varie nonché proprietà curative.
Non si riportano e descrivono le sorgenti, le fontane monumentali e quelle utilizzate in passato esclusivamente per il prelievo di acqua potabile, l’irrigazione, il lavaggio dei panni e per abbeverare gli animali, anche se ora ad esse si associano importanti simbolismi identitari.
L’ambito geografico in considerazione appartiene alla Provincia di Chieti e comprende i Comuni di Casoli, Civitella Messer Raimondo, Colledimacine, Fara San Martino, Gessopalena, Lama dei Peligni, Lettopalena, Montenerodomo, Palena, Taranta Peligna e Torricella Peligna.
La ricerca si è svolta utilizzando le conoscenze dirette dello scrivente, le informazioni fornite da alcuni soggetti intervistati e varie fonti bibliografiche partendo dagli studi di Gennaro Finamore, Antonio De Nino e Giovanni Pansa che furono pubblicati tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del XX secolo.
La geologia e le precipitazioni nella valle dell’Aventino
Alla particolare geomorfologia territoriale, all’andamento delle precipitazioni e alle modalità di circolazione idrica è legata la presenza dei corsi d’acqua e degli affioramenti sorgentiferi. Di conseguenza in tale sede si forniranno alcune informazioni sintetiche sulle caratteristiche che tali fattori ambientali assumono nell’ambito di studio.
Dal punto di vista geografico la valle del fiume Aventino occupa un’area collinare-montana di circa 430 km², è lunga oltre 35 km ed è delimitata a nord dalla linea di cresta del massiccio della Majella, a sud dallo spartiacque con la valle del Sangro, ad ovest da vari rilievi montuosi e ad est da altri collinari che degradano verso il mare Adriatico. Dal punto di vista geologico il territorio locale è molto eterogeneo ed è essenzialmente costituito da vari tipi di rocce sedimentarie che iniziarono a depositarsi circa 60 milioni di anni fa e continuarono nelle ere successive. Nel complesso i principali litotipi che lo costituiscono sono: rocce e detriti calcarei, arenarie, marne, argille, sabbie, depositi alluvionali ghiaioso-sabbiosi e conglomeratici.
Il versante destro della valle e in particolare la fascia montana appartenente al massiccio della Majella è costituita da vari tipi di rocce calcaree. La fascia inferiore è costituita da terreni argillosi, detriti di falda, suoli a scheletro calcareo, marne, sabbia, flysch, ecc. Nel versante sinistro invece si osservano rocce calcaree e depositi marini Mio-Pliocenici costituiti da localizzati affioramenti gessosi, formazioni argillose e arenacee.
È interessante notare che il Fiume Aventino, in alcune sue parti scorre su una linea di faglia che separa una fascia con argille grigio-azzurre, da un’altra con formazioni miste a base di sabbia, arenaria, argilla, marna e flysch. Il suo letto è poi circondato dai depositi di origine alluvionale trasportati dalle piene.
Per quanto riguarda le precipitazioni si osserva che le piogge nel complesso sono ben distribuite in tutti i Comuni della valle, con i valori medi annui che oscillano da quello minimo di 737 mm registrato a Casoli a quello massimo di circa 987 mm di Palena [1]. I valori stagionali minimi di precipitazioni si registrano dappertutto durante l’estate, mentre quelli massimi cambiano da località a località e si osservano durante l’autunno o l’inverno.
In un passato non molto lontano, nell’ambito in esame gli eccessi di precipitazioni e la loro assenza erano motivi d’ansia e preoccupazioni. Di conseguenza per invocarle o farle cessare si esponevano le statue di alcuni santi fuori dalle chiese e si organizzavano processioni e pubbliche preghiere.
Sui terreni e rocce calcaree di natura permeabile non si osservano corsi d’acqua superficiali poiché le acque stesse s’infiltrano nel sottosuolo, scorrono sopra gli strati impermeabili e le poche sorgenti presenti affiorano solo tra alcune fessure dei vari strati rocciosi. Invece nel resto del territorio con diversa litologia vi sono torrenti e torrentelli che scorrono sui terreni argillosi e marnoso-arenacei di natura impermeabile e le cui portate seguono l’andamento stagionale delle precipitazioni e sorgenti di vario tipo che emergono in superfice negli ambiti di contatto tra i terreni argillosi e le rocce e terreni calcarei, alcune delle quali erogano acqua solo in coincidenza dei periodi di scioglimento delle nevi e del massimo di precipitazioni, rimangono a secco nel resto dell’anno e che, come vedremo in seguito, hanno acquisito particolari valori e simboli culturali.
Le acque sacre e il loro culto in alcune antiche civiltà e con il cristianesimo
L’acqua è la sostanza naturale più diffusa sulla terra ed è indispensabile per qualsiasi forma di vita sia animale che vegetale. Per questi motivi, gli uomini di diverse civiltà ed epoche storiche le hanno associato oltre ai suoi importanti significati vitali, credenze varie, rituali, poteri curativi, divinità, entità fantastiche, sacralità e altri pregnanti valori e simbolismi culturali e religiosi.
Alle acque sono associati anche fenomeni e valori negativi poiché vi si può trovare la morte; hanno origine alcune malattie infettive e febbri violente; nascono e risiedono organismi patogeni, animali pericolosi e mostri terribili e orripilanti.
Giroir ha fatto presente che n quasi tutte le religioni, l’acqua «ospita, se non lo è lei stessa, una o più divinità, ninfe, spiriti, demoni e altre figure soprannaturali in modo da assumere poteri e virtù: è purificatrice, terapeutica e iniziatica» [2]. In generale alle acque considerate sacre si possono assegnare i seguenti significati e simbologie: vitali di nascita, crescita e sviluppo fisico; religiosi e per questo motivo esse si utilizzano in vari rituali (benedizioni, consacrazioni, esorcismi, etc.) con funzioni iniziatiche, purificatorie, di fecondazione, rinascita e guarigione sia fisica che spirituale; inoltre si associano a luoghi, di residenza di entità soprannaturali (divinità varie, santi, esseri fantastici), di culto, di delimitazione degli spazi sacri e privilegiati per le apparizioni e i miracoli; infine terapeutici in quanto in vari contesti culturali alle acque si associano proprietà e poteri curativi.
Il legame tra l’acqua e la sacralità non è assoluto ma varia da cultura a cultura e da individuo a individuo. Infatti, le acque considerate sacre per alcuni soggetti e gli appartenenti a qualche comunità religiosa, possono essere anonime, prive di significati e valori per coloro che professano altre fedi. Alle acque iniziarono ad essere attribuiti valori sacri con le civiltà antiche. Nella mitologia dell’antico Egitto l’acqua era considerata un dono degli dèi, il Nilo era venerato come un fiume sacro, esistevano diverse divinità acquatiche e un “Oceano Primordiale” da cui si originò il creato.
Nella mitologia dell’antica Grecia si conferma l’esistenza di divinità acquatiche e la credenza che le sorgenti e corsi d’acqua erano un dono degli dèi; tutte le acque discendevano da Oceano, il figlio maggiore di Urano e Gea; le fontane spesso erano assimilate a divinità femminili con varie funzioni protettive; la dea Afrodite nacque dal mare; Poseidone presiede le acque del mare; le ninfe erano poste a guardia delle acque; l’acqua era una via da percorrere per accedere al regno dei morti e simboleggiava i misteri della vita dove nascita, morte, passato, presente e futuro s’intrecciano tra loro.
Nell’antica Roma furono accolti diversi modelli mitologici greci; si venerarono le sorgenti termali e dei grandi fiumi tra cui il Tevere che fu considerato un fiume divino; si costruirono ingegnose opere idrauliche; si associarono ad alcune fonti idriche eventi festivi, divinità, ninfe, numi protettivi e la credenza che esse potessero avere delle proprietà terapeutiche.
Alcune credenze pagane legate alla sacralità delle acque, agli spiriti che vi risiedono e ai suoi poteri terapeutici sono persistiti per secoli nelle tradizioni popolari. In alcuni casi il cristianesimo li ha combattuti e in altri, con un processo di sincretismo religioso, li ha assorbiti e inseriti in una nuova prospettiva di salvezza. Nella religione cristiana l’acqua ha conservato la sua sacralità e si è arricchita di altri valori e funzioni. In particolare con il rito del battesimo, l’acqua ha acquisito un valore iniziatico ed è diventata un simbolo di purificazione spirituale che libera dal peccato originale e introduce a una nuova vita. Oltre a questo si può dire che in generale nel cristianesimo: l’acqua è un elemento che purifica, santifica e contribuisce a far rinascere come uomini nuovi liberi dal male; con l’acqua santa si benedicono cose e persone; il culto pagano delle acque curative e termali è stato tollerato; sono stati attribuiti ai santi cristiani diverse caratteristiche delle divinità pagane legate al liquido in esame; molti rituali e manifestazioni sacre tra cui le apparizioni soprannaturali, sono stati associati a fonti idriche e/o avvengono nelle loro prossimità; spesso vicino ai conventi, i monasteri e le chiese campestri sono state costruite fontane e abbeveratoi che, essendo situati nelle vicinanze di luoghi considerati sacri, si utilizzano per riti religiosi, magici e quindi si sacralizzano.
Il culto delle acque sacre e terapeutiche in Abruzzo
In Abruzzo, le fonti d’acqua considerate sacre e terapeutiche sono abbastanza comuni e si rinvengono negli ambiti più disparati: negli ambienti naturali, all’interno dei centri abitati, presso gli edifici di culto, lungo le piste tratturali, i sentieri, etc. La loro diffusione è dovuta essenzialmente ai diversi fattori fisici che regolano la circolazione idrica e gli affioramenti sorgentiferi. Essi uniti ai bisogni esistenziali della popolazione hanno contribuito a creare le condizioni per assegnare alle stesse tipiche credenze, valori sacri ed a farne l’elemento cardine di varie tradizioni e culti religiosi.
In particolare anche in Abruzzo, il culto delle acque ha antiche origini poiché era diffuso e praticato dalle civiltà italiche, continuò a professarsi con la successiva occupazione romana e l’avvento del cristianesimo, trasferendo in quest’ultimo caso a vari santi cristiani (la Madonna, San Michele Arcangelo, Sant’Ippolito, Sant’Agata, San Cataldo, San Venanzio ed altri) gli attributi di antiche divinità pagane regionali legate alle fonti idriche tra cui Ercole e la dea Bona. Nei secoli passati caratterizzati da inefficaci conoscenze e cure mediche, l’affidamento soprannaturale alle entità suddette costituiva l’unico ed estremo rimedio per sperare di ottenere la guarigione da qualche malanno fisico.
Ancora oggi in cui le conoscenze scientifiche hanno sostituito gli antichi e tradizionali rimedi curativi regionali, l’acqua non ha perso tutti i suoi significati sacri e terapeutici e rimane al centro di vari rituali salutari di purificazione fisica e spirituale. Infatti, nel rispetto di antiche credenze, in Abruzzo alcune fonti idriche acquisiscono particolari proprietà e poteri taumaturgici se prelevate o utilizzate durante prestabiliti periodi dell’anno e nel rispetto di tradizionali rituali. Uno di essi è l’alba o il primo mattino del 24 giugno, il giorno in cui ricorre la festa di San Giovanni Battista che in diversi Comuni è ancora caratterizzato da tradizioni tipiche, talvolta recuperate e rifunzionalizzate.
In un passato non molto lontano, era abbastanza diffusa in tutta la Regione la tradizione di utilizzare per varie finalità terapeutiche la rugiada caduta durante la notte tra il 23 e il 24 giugno, come dimostra Gennaro Finamore che negli ultimi decenni del XIX secolo scrisse: «la rugiada che cade nella notte di San Giovanni è qualcosa di divino; ha benefico effetto sopra tutto ciò che la riceve; alle acque, a’ fiori, al corpo umano comunica la sua virtù: li purifica e ne esalta le proprietà naturali» [3].
Quest’usanza riflette la credenza in cui si ammette che durante la notte tra il 23 e il 24 giugno le acque si coprivano di motivi leggendari e pertanto acquisivano proprietà benefiche per gli uomini. In particolare la rugiada caduta durante tale notte si riteneva che avesse un’origine divina, raccogliesse le energie della natura e si caricasse di poteri magici e valenze positive. Di conseguenza si praticava il rito del bagno di varie parti del corpo umano con detta sostanza poiché si accoglievano i significati magici che assumeva l’acqua caduta in tale occasione. Il rituale aveva anche il significato di una purificazione simbolica che si eseguiva all’inizio di un nuovo ciclo stagionale.
In base ad altre credenze del passato si può dire che esistesse una tipica mitologia abruzzese di derivazione pagana persistita nel tempo che ammetteva la presenza nei vari tipi di corpi idrici di creature fantastiche tra cui le fate, le sirene, i draghi, spiriti vari, i lupi mannari e i mazzamurelli. Secondo un’altra antica credenza regionale, alcuni corsi d’acqua segnavano il confine con l’aldilà e dovevano essere attraversati da altre creature immaginarie: le anime erranti che non riposavano in pace. Come si vedrà in seguito, essa è documentata ed è continuata a persistere sino agli anni cinquanta del secolo scorso anche in un Comune della valle dell’Aventino.
Altre credenze dell’immaginario popolare del passato ammettevano l’esistenza di fontane e sorgenti considerate “galattogene” poiché l’assunzione delle loro acque avrebbe favorito la secrezione di latte materno. Il largo ricorso a tali acque da parte delle gestanti era conseguente al grande timore che suscitava la carenza di latte materno, poiché in un passato non molto lontano non erano diffusi idonei sussidi alimentari per i neonati e normalmente l’allattamento dei bambini talvolta si prolungava oltre il primo anno di vita. L’abbeveraggio alle fonti galattogene di solito era caratterizzato dal rispetto di un rituale che variava dà luogo a luogo e prescriveva come fare le abluzioni e le offerte votive da donare ai santi. Alla base di questa tradizione ora abbandonata c’è il concetto che l’acqua è un simbolo di vita e fecondità e di conseguenza dona fertilità e latte.
La sacralità del fiume Aventino: leggende e racconti mitici
Alcune leggende del passato e un racconto mitico dimostrano che il fiume Aventino era stato investito da vari miti religiosi poiché si era originato da un’entità soprannaturale ed era popolato da varie creature fantastiche tra cui le fate, le sirene e i mazzamurelli. In particolare in una leggenda si narra che il fiume Aventino ha un’origine sacra poiché nacque da un’abbondante minzione di Sansone, il mitico eroe biblico. Il fatto che Sansone fece nascere il fiume è un esempio di mito religioso, tematico-interpretativo che attribuisce alle entità soprannaturali le origini dei fenomeni naturali.
In una seconda leggenda regionale si narra che in un ambito imprecisato del fiume risiedeva una sirena che toccò il cuore di un pastore generando un amore impossibile. In un’altra leggenda ancora si narra che lungo il letto del fiume abitavano delle fate che un giorno soccorsero una giovane sposa che era stata travolta dai vortici della corrente.
Questi racconti dimostrano che alcuni elementi dell’antica spiritualità pagana sono persistiti per secoli nell’area in esame. Ora che hanno perso i significati e valori del passato e stanno per essere completamente dimenticati, è in atto un loro parziale recupero ai fini di assicurare una migliore offerta turistica.
Le fontane e le acque sacre nei Comuni della valle dell’Aventino
Colledimacine
Il Comune di Colledimacine si trova sul versante destro del fiume Aventino. Il suo territorio copre la superfice totale di 11,39 km², è posto tra le quote di 374 e 1050 metri e per la quasi totalità è costituito da terreni argilloso-arenacei sui quali ogni tanto emergono intercalazioni di roccia compatta di varia natura. Il suo centro abitato è costituito da un unico nucleo compatto che si trova sulla spianata di un colle. La popolazione locale è scesa dal valore massimo di 1657 abitanti del 1901 a circa 150 attuali.
Nel suo territorio scorrono i torrenti Cupo e Vallone Torbido che sono affluenti del fiume Aventino e si rinvengono diverse fontane e sorgenti d’acqua dolce molto utilizzate in passato per varie finalità. Tra esse le sorgenti denominate “Acqua reale” che si trovano in aperta campagna, un tempo si impiegavano per vari fini e ora sono captate per l’alimentazione di un acquedotto pubblico.
L’associazione tra Colledimacine, fontane e acque sacre deriva da antiche tradizioni e da un evento festivo recente che è celebrativo dell’identità locale.
Alle antiche tradizioni appartiene una consuetudine abbandonata che consisteva nel fare il bagno nelle acque del Vallone Torbido, detto anche Vallone di Colledimacine. Ciò generalmente avveniva nell’area di confine con il Comune di Lama dei Peligni in cui sono presenti pozze d’acqua sulfuree con temperatura più alta delle acque del fiume Aventino e che un tempo la popolazione locale riteneva efficaci per combattere le affezioni artritiche. La prima testimonianza che le acque del le acque del Vallone si utilizzavano per bagni salutari risale agli ultimi decenni del XIX ed è fornita da Finamore che a tal proposito scrisse quanto segue: «Presso Colledimacine è un vallone la cui acqua dopo il solstizio estivo a volte sente di zolfo e credono allora che contenga del mercurio, ond’è molto ricercata per bagni» [4].
La consuetudine di fare i bagni nel Vallone è persistita sino alla prima metà del XX secolo. Ad antiche tradizioni risale anche una piccola fontana posta in un incrocio tra una strada provinciale e l’inizio di quella comunale che porta al paese. Il nome della contrada in cui si trova è Santa Maria della Tomba e in un lontano passato vi fu edificata una chiesa. La presenza della fontana vicino a un antico luogo sacro contribuisce a conferirle un valore di sacralità. Inoltre alcuni abitanti hanno riferito che le sue acque siano salutari poiché fresche, “più leggere” e favoriscano le funzioni digestive. La fontana di Santa Maria della Tomba poiché è posta all’ingresso del paese è un simbolo identitario del Comune, Recente è l’uso che si è fatto della Fonte Comunale dall’aspetto monumentale nel centro del paese. Costruita nel 1893, ha il corpo con cinque cannelle e un vano lavatoio. Ha acquisito notorietà e rilevanza regionale per un tipico evento festivo in cui le sue cannelle al posto dell’acqua hanno erogato per un giorno vino biologico rosso, bianco e rosato. L’evento in questione è consistito in una festa popolare organizzata per la prima volta il 6 settembre 2023 al fine di celebrare il 130° anniversario della costruzione della fontana stessa ed è nato dalla collaborazione dell’amministrazione comunale, la Pro Loco di Colledimacine e una cantina biologica che ha fornito il vino e tra le sue funzioni annovera il recupero degli antichi vitigni abruzzesi autoctoni. La manifestazione si è rinnovata negli anni successivi e in particolare nel 2025 si è organizzato il 12 agosto, in coincidenza con il periodo in cui di solito il paese si anima per il ritorno di molti emigranti.
In quest’occasione i festaioli hanno potuto gustare il vino biologico erogato dalle cannelle, mentre la fontana si è trasformata in un simbolo materiale di gioia festiva, accoglienza, attrazione turistica e socializzazione che ha portato alla riscoperta di antiche radici comunitarie e nello stesso tempo a vivere allegramente un momento di trasgressione della stagione estiva. I suoi dintorni a loro volta si sono animati da abitanti locali, emigranti, curiosi e semplici visitatori che ascoltavano musica, chiacchieravano e scherzavano gustando il vino e i vari prodotti alimentari della tradizione abruzzese preparati per l’occasione.
Fara San Martino
Il Comune di Fara San Martino si trova allo sbocco di un profondo vallone del versante orientale della Majella. Il suo territorio copre la superfice totale di 44,69 km² e si estende da un’area collinare con la quota minima di circa 250 metri d’altitudine ad una montana che raggiunge 2796 metri, la cima del massiccio della Majella. La popolazione locale è scesa dal valore massimo di 3027 abitanti registrati nel 1871 a quello minimo di 1254 dell’attualità.La fascia collinare è costituita da detriti di falda e depositi argilloso-sabbiosi, mentre quella montana da vari tipi di rocce calcaree.
Nel suo territorio si rinvengono varie fontane artificiali, alcune sorgenti montane che affiorano tra gli strati di roccia carbonatica e, in un ambito di contatto tra le rocce calcare e le argille marnose posto a quota 410 metri della zona basale, le sorgenti del Fiume Verde, un affluente dell’Aventino che ha la portata media di circa. 2500 l/s, alimenta un acquedotto e alcuni stabilimenti industriali.
La popolazione locale attribuiva alle acque del Verde proprietà terapeutiche contro l’emorroide. Infatti in passato esisteva la credenza che una prolungata immersione nelle sue acque correnti e fresche delle parti infiammate contribuisse alla loro guarigione [5].
Una fontana del territorio farese che è importante ai fini del presente lavoro è la Fonte di San Pietro che si trova presso la chiesa omonima e anche in questo caso alle sue acque, in passato, furono attribuite varie virtù terapeutiche. Di tale fontana parlò Gennaro Finamore in suo saggio della fine del XIX secolo in cui scrisse che: l’acqua della sorgente iniziava a scaturire dal primo giorno della novena del santo e poi, fatta la festa si perdeva; chi soffre la tigna, il 29 giugno andava a lavarsi nella fontana di San Pietro; quell’acqua si poteva portare in casa e conservarla ad uso degli infermi [6].
Anche Francesco Verlengia si occupò della Fonte di San Pietro e scrisse che il 29 giugno, i fedeli che partecipavano alla festa farese dedicata al pescatore galileo, per devozione bevevano l’acqua della fontana [7]. Le presunte virtù terapeutiche della Fonte di San Pietro erano conosciute anche nei Comuni vicini a Fara San Martino e di conseguenza i loro abitanti, talvolta organizzavano visite e pellegrinaggi individuali per assaporarne le grazie.
I rituali descritti hanno insito un simbolismo arcaico, dimostrano che l’acqua della fonte in oggetto era considerata sacra ed utile per ottenere una grazia, avvicinarsi al divino e portano a ipotizzare che nel culto pietrino siano state assorbite forme di religiosità pagane di tipo idronimico.
Secondo un informatore, nella parte bassa della Majella farese esisterebbe una piccola sorgente denominata Fonte di San Nicolano alle cui acque in passato si attribuivano proprietà galattogene. Questa testimonianza non è stata confermata da altri intervistati. Un’altra tradizione locale dimostrativa che all’acqua (in particolare alla rugiada) si associavano significati sacri di purificazione e rinnovamento, si praticava all’alba del 24 giugno, durante la festa di San Giovanni Battista. In questo caso il rituale messo in atto fu descritto da Antonio De Nino che in un suo saggio degli ultimi decenni del XIX secolo scrisse che durante la festa di San Giovanni Battista a Fara San Martino e in un altro Comune abruzzese: «Si va con cuore allegro nelle vicine praterie e si scuote l’erba con le mani: la rugiada bagna le mani e le mani lavano il viso. Le foresette scalze si lavano i piedi anche non volendo. Poi uomini e donne, si cingono i fianchi e il capo con fiorite vitalbe. Sempre l’erbe e i fiori, la vegetazione insomma, simbolo della vita e la rugiada mattutina che agevola il nascimento quotidiano del sole» [8]. Oltre che a Fara San Martino il rito suddetto era attestato anche in altri Comuni della valle dell’Aventino seguendo schemi più o meno analoghi.
Gessopalena
Il territorio del Comune di Gessopalena copre la superfice totale di 31,47 km² e occupa un’area collinare posta tra 232 e 850 metri d’altitudine, il versante destro del fiume Aventino e quello sinistro della valle del Sangro. La popolazione locale è scesa dal valore massimo di 3588 abitanti osservati nel 1936 a quello minimo di 1134 dell’attualità. Nel suo ambito si osservano: varie formazioni sedimentarie con argille, arenarie, gessi, rocce calcaree, etc., nonché diverse sorgenti naturali, fontane artificiali e corsi d’acqua, tra cui il fiume Aventino e i torrenti Rio Secco, Mazzetta, Cesa e San Giusto.
È da presumere che l’assegnazione del nome San Giusto a un torrente sia riconducibile a qualche credenza o evento sacro legato alle sue acque. Un’importante fontana del paese con caratteri monumentali, a cui sono attribuiti vari riferimenti mitologici, simbolismi identitari e generiche virtù terapeutiche, è denominata “La Fontana dell’Italia” e si trova nella piazza centrale del paese. La sua costruzione si completò nel 1921 e fu voluta dagli emigranti locali nelle Americhe che avevano nostalgia per la loro terra natia e volevano fare qualcosa per abbellirla. A perenne ricordo della loro generosità, al centro della fontana è scolpita la scritta: “HUNC FONTEM AMERICA PEREGRINANTES PATRIAE OBTULERUNT – MCMXX” (Gli emigrati in America offrirono questa fonte alla Patria nel 1920). La fontana è costituita da una vasca a forma di conchiglia in cui al centro è collocata una statua della dea della Vittoria che con una mano guida il timone di una nave al dominio del mondo e con l’altra tiene un ramoscello d’olivo, a voler simboleggiare contemporaneamente la volontà di pace e di potenza. Sulla prua della nave sono scolpiti i seguenti versi di Gabriele D’Annunzio: “Sacro alla novella aurora, con l’aratro e con la prora”.
Nel territorio comunale di Gessopalena si trova una piccola sorgente chiamata “Fonte degli occhi” alle cui acque sono stati attribuiti poteri terapeutici poiché in base ad antiche credenze esse erano ritenute efficaci per la cura di alcuni disturbi dell’apparato visivo. Oltre a questo in passato la popolazione locale attribuiva particolari proprietà terapeutiche alla rugiada che cadeva durante la notte della festa di San Giovanni Battista. A tal proposito verso la fine del XIX secolo Gennaro Finamore scrisse che a Gessopalena la mattina del 24 giugno coloro che soffrivano d’emorroidi, nella speranza di ottenere la guarigione, bagnavano il sedere nudo sull’erba cosparsa di rugiada [9].
Lama Dei Peligni
Il territorio del Comune di Lama dei Peligni si estende tra i due versanti del fiume Aventino e il massiccio della Maiella, dall’altitudine minima di 286 metri sino a quella massima di 2690 e copre la superfice di 31,37 km². La popolazione comunale è scesa dal valore massimo di 3958 individui registrato nel 1921 a quello minimo di 1019 dell’attualità.
In modo schematico si può dire che dal punto di vista geologico il territorio locale è costituito da vari tipi di rocce sedimentarie. In particolare: la fascia montana posta oltre 750 metri d’altitudine è costituita da rocce calcaree; la fascia inferiore è costituita da terreni argillosi, detriti di falda, suoli a scheletro calcareo, marne, arenaria, sabbia ed altro; il letto dell’Aventino, a sua volta è circondato dai depositi alluvionali trasportati dalle piene. In molti ambiti del luogo in cui si ha il contatto tra i terreni argillosi e quelli con rocce e detriti calcarei affiorano sorgenti di vario tipo.
Una fontana che un tempo era considerata sacra e terapeutica è dedicata a Sant’Agata ed è posta a sud-est, lungo la strada statale che da Lama va a Casoli e Fara San Martino e a qualche centinaio di metri prima dell’ingresso nel centro abitato. In passato gli abitanti del luogo attribuivano alle acque della fontana proprietà galattogene e per questo motivo le puerpere al fine di avere latte abbondante compivano il rituale di bagnarvi il seno.
Le acque di Sant’Agata non erano le uniche con virtù terapeutiche presenti a Lama dei Peligni. Infatti, Macario (1899) scrisse che nella contrada di Lami Cupi esisteva una sorgente da cui scaturiva acqua che sottoposta nel 1842 ad analisi chimiche certificarono la loro utilità nella cura delle affezioni reumatiche, urinarie, del sistema linfatico e dell’apparato digerente [10].
In passato anche alla fontana monumentale denominata Fonte Cannella e alle sue acque si attribuivano particolari virtù, poteri magici e significati simbolici. Essa si trova lungo la strada statale, poco prima dell’ingresso del paese e a circa 100 metri dalla Fonte di Sant’Agata. Le acque della fontana scorrendo a qualche metro di profondità, hanno la temperatura generalmente costante che non risente in modo significativo delle variazioni termiche stagionali. Poiché durante la stagione invernale sembrano calde e in quell’estiva fredde, per l’immaginario popolare del passato ciò si traduceva in qualcosa di magico e misterioso. Inoltre la popolazione locale attribuiva alla fontana le seguenti credenze: essa segnava il confine tra il mondo abitato e il regno del non umano popolato da anime errabonde; le bare dei defunti che si trasportavano in cimitero quando passavano nelle sue vicinanze si appesantivano poiché le anime vaganti vi si posavano sopra; il piccolo ruscello che formano le sue acque simboleggiava il fiume che le anime errabonde dovevano attraversare per raggiungere la pace dell’aldilà; nelle notti di luna piena i lupi mannari si lavavano nelle sue vasche.
Anche a Lama dei Peligni era diffusa la credenza che durante la notte tra il 23 e il 24 giugno l’acqua acquisiva virtù magiche e terapeutiche. Per questo motivo, all’alba del 24 giugno, le ragazze locali per rinvigorire i loro capelli si recavano nei campi per bagnarli con la rugiada caduta sui canneti.
Altre antiche credenze locali ammettevano la presenza delle sirene lungo il Fiume Aventino e dei draghi nei fossati, nel fango e nelle acque melmose. Sino a circa sessanta anni fa anche i lamesi frequentavano il Vallone di Colledimacine. Tancredi Madonna scrisse che negli anni 20 del secolo scorso, si attribuivano alle sue acque, generiche virtù terapeutiche e se ne parlava come se fosse un importante stabilimento balneare [11]. Un abitante intervistato, a sua volta, ha riferito che le donne locali senza prole si immergevano nelle acque del Vallone nella speranza di guarire dai malanni fisici che impedivano di avere figli. Questo rituale dimostra che anche l’immaginario locale attribuiva alle acque poteri fecondativi.
Silvia Scorrano, in un saggio sulle acque sacre in Abruzzo cita la Grotta di Sant’Angelo di Lama dei Peligni [12]. L’anfratto di per sé è molto umido, nei secoli passati fu utilizzato da vari eremiti, è caratterizzato da resti di antiche costruzioni e da una sorgente d’acqua dolce che si può considerare sacra poiché è presente all’interno di un luogo sacro. Probabilmente in un lontano passato all’acqua della sorgente e delle pareti umide della grotta erano attribuiti altri poteri sacri.
Montenerodomo
Il territorio comunale di Montenerodomo copre la superfice di circa 30 km², si sviluppa in un ambito collinare e montuoso compreso tra 436 e 1595 metri d’altitudine, è posto tra il versante destro della valle dell’Aventino e quello sinistro della valle del Sangro ed è costituito da marne, rocce e detriti calcarei e, formazioni sabbiose-pelitiche con alternanze di sabbie e argille a volte cementate. La popolazione locale è scesa dal valore massimo di 2211 abitanti del 1901 a 564 attuali.
Nel suo territorio esistono vari torrenti tra cui quelli di San Giusto e San Leo, fontane, abbeveratoi, affioramenti sorgentiferi e una contrada denominata Fonticelle. Il fatto che a due torrenti siano stati attribuiti nomi di santi dimostra che in passato ad essi si assegnarono particolari valori di sacralità o che fossero legati ad antiche vicende, luoghi e narrazioni sacre che ora sono sconosciute. Inoltre, come visto con l’appellativo di San Giusto si indica anche un torrente che scorre a Gessopalena, un fatto che porta ad ipotizzare che in passato il santo fosse legato a un locale culto delle acque.
Il Comune di Montenerodomo è associato a un percorso turistico denominato “Sentiero delle acque sacre” che unisce tra loro diverse località abruzzesi caratterizzate da riti legati all’acqua e al culto delle grotte. Probabilmente questa scelta è stata effettuata tenendo conto che nel territorio comunale sorgeva un santuario italico posto vicino a una sorgente che dalle iscrizioni rinvenute, sembra fosse dedicato a Diana, Ercole, Minerva e Vittoria; all’ingresso di un parco archeologico si trova una fontana che è denominata “Fonte Madonna del Palazzo” o anche “Fonte della Madonna”; si trovava una sorgente d’acque sulfuree denominata “Fonte Tre Colori” che sino alla fine degli anni 40 del secolo scorso ha favorito il turismo termale.
Palena
Il Comune di Palena ha un territorio che copre la superfice di 91,61 km² e si estende lungo l’asse NE-SO dei due versanti della valle dell’Aventino, dalla quota minima di 603 metri sino a quella massima di 2565 metri del massiccio della Majella e a Sud-Ovest ha termine in un altopiano denominato Quarto di Santa Chiara. La popolazione comunale in questo caso è scesa dal valore massimo di 4446 individui registrati nel 1921 a circa 1200 attuali.
Dal punto di vista geologico il territorio palenese è molto eterogeneo. La parte a ridosso del massiccio della Majella è costituita in prevalenza da rocce calcaree del Meso-Cenozoico. Nella parte meridionale prevalgono i depositi marini Mio-Pliocenici costituiti da formazioni argillose e arenacee. L’altipiano sud-occidentale di Quarto di Santa Chiara, a sua volta è formato da depositi fluvio-lacustri plio-pleistocenici: argille, sabbie, ghiaie e conglomerati poco cementati intercalati a livelli torbosi.
Nel territorio di Palena si rinvengono le sorgenti dell’Aventino, un lago temporaneo, varie fontane, torrenti e altri affioramenti idrici. In base ad antiche credenze locali, in alcuni tratti in cui il Fiume Aventino attraversa il territorio palenese era possibile incontrare i “mazzamurelli”, particolari creature fantastiche considerate dei messaggeri tra il mondo terreno e l’aldilà e che producevano forti rumori nelle abitazioni al fine di manifestare la loro presenza.
Anche il pubblico lavatoio comunale situato al centro del paese è circondato da antiche credenze riguardanti la presenza di creature fantastiche. Infatti, secondo l’immaginario locale del passato, durante le notti di luna piena nel suo ambito era possibile osservare i lupi mannari che si lavavano e rinfrescavano.
Una fontana del luogo considerata sacra è la Fonte di San Cataldo che si trova a sud-ovest del centro abitato, lungo la strada statale e prima di arrivare alle sorgenti dell’Aventino. La sua costruzione si concluse nel 1830 durante la dominazione borbonica. La popolazione locale utilizzava l’acqua della fontana per curare varie malattie febbrili tra cui la malaria. Inoltre il 10 maggio di ogni anno, il giorno della festa di San Cataldo, la chiesa dedicata al Santo e la fontana stessa diventano le mete preferite di un importante pellegrinaggio in cui, come ha scritto Mario Como, «una folla di fedeli si riversa con devozione su questo colle, per rivolgere ferventi preghiere al Santo e ristorarsi anche con l’acqua salutare dopo il lungo cammino» [13].
Un’altra fontana a cui si attribuiscono proprietà sacre è collocata sul piazzale d’ingresso della chiesa rupestre della Madonna dell’Altare che fu fondata nel XIV secolo. In base a una leggenda, l’acqua della fontana iniziò a sgorgare in seguito a un gesto del futuro papa Celestino V che prima dell’elezione al trono pontificio, visse da eremita nelle sue vicinanze. Inoltre in base alle credenze locali, alle acque in considerazione sono associate proprietà antidolorifiche; le persone devote che la bevono e recitano varie preghiere religiose hanno maggiori speranze di essere ascoltate se invocano la Madonna dell’Altare.
In due occasioni (2 luglio e 12 settembre) a Palena si festeggia la Madonna dell’Altare e si organizzano pellegrinaggi a piedi lungo strade rupestri di oltre 4 km di lunghezza. In questi due casi i pellegrini quando raggiungono l’eremo generalmente compiono il rito di rinfrescarsi e ristorarsi con le sue acque, ricevendo in cambio benefici effetti salutari e spirituali.
Nel territorio locale si rinvengono anche sei sorgenti di acque sulfuree a cui si associano generiche proprietà magiche e curative. Tre di esse (la Fonte del Breccio, la Fonte del Tocchito e la Fonte di Acqua Solfa), da alcuni anni sono inserite in un particolare percorso escursionistico denominato “La Via dell’Acqua” che porta alla riscoperta e valorizzazione turistica del luogo.
Taranta Peligna
Il Comune di Taranta Peligna si estende per 21,65 km² dal versante destro della valle dell’Aventino a quello sinistro e dalla quota minima di 378 metri sino a quella massima di 2646 del massiccio della Majella. La popolazione locale è scesa dal valore massimo di 1948 individui registrati nel 1861 al valore minimo di circa 300 dell’attualità.
Nel suo complesso il territorio comunale è costituito dai seguenti litotipi: rocce calcaree, detriti di falda, marne, arenarie, argille, sabbie, depositi alluvionali ghiaioso-sabbiosi e conglomeratici. Si rinvengono fontane artificiali, alcune sorgenti montane che affiorano tra gli strati di roccia carbonatica e varie risorgive tra cui le sorgenti delle Acque Vive che con un omonimo parco fluviale e varie infrastrutture ricettive ora sono valorizzate a fini turistici.
Un’altra risorgiva presente nel territorio tarantolese è denominata “Le Fonticelle”. Le sue acque sono temporanee poiché iniziano a sgorgare attorno al 3 maggio e terminano nel mese di agosto con la siccità estiva. Ad avviso di Antonio Madonna, a tale sorgente, la popolazione locale in passato attribuiva un’importanza sacra per i seguenti motivi: era considerato un buon auspicio se il giorno in cui l’acqua iniziava a scorrere era il tre maggio; si assegnavano all’acqua sorgiva significati simbolici di purificazione, appagamento spirituale, grazia divina e importanza vitale per l’’esistenza; il 3 maggio, giorno delle Rogazioni, i partecipanti alla processione si fermavano presso le Fonticelle per recitare varie preghiere; il ritardo nella fuoriuscita d’acqua era considerato quasi un castigo divino e durante l’attesa era proibito il super consumo di provviste; in base all’immaginario popolare locale i dintorni della sorgente erano il punto di ritrovo di streghe, orchi maligni, folletti e lupi mannari; la frequenza della fontana era interdetta ai bambini [14].
Le Fonticelle di Taranta Peligna erano oggetto anche di altre tradizioni. Infatti, la mattina del 24 giugno, coloro che volevano iniziare un indissolubile rapporto di comparatico le raggiungevano, si bagnavano le mani con le sue acque sorgive e se le stringevano calorosamente. Questo rituale simbolizza la purificazione necessaria per il rispetto della sacralità del vincolo comparatico e la volontà di mantenere sempre vivi i buoni rapporti sociali tra le famiglie che lo contraevano [15].
Torricella Peligna
Il territorio del Comune di Torricella Peligna si estende per 36,11 km² in un ambito collinare-montano compreso tra le altitudini minima di 221 metri e massima di 1320 ed è posto tra il versante orografico destro della valle dell’Aventino e quello sinistro della valle del Sangro. La sua costituzione geologica è molto simile a quella dei paesi confinanti poiché è dovuta al concorso di argille, sabbie, marne, rocce calcaree, etc. La popolazione locale è scesa dal valore massimo di 4794 individui registrati nel 1881 a poco meno di 1100 dell’epoca attuale.
Il territorio torricellano è abbastanza ricco di affioramenti sorgentiferi e fontane, alcune delle quali monumentali che in passato furono realizzate per disporre dell’acqua per usi potabili e l’irrigazione.
Ai fini del presente lavoro assume una notevole importanza la Fonte Sant’Agata che si trova nella contrada di Colle Zingaro, presso una chiesa omonima e un antico tratturo. La sua costruzione nella forma attuale avvenne nel corso del XIX secolo. Con molta probabilità, in una forma più rudimentale esisteva anche durante l’epoca medioevale e moderna, quando insieme alla vicina chiesa doveva essere un punto di sosta e ristoro per i pastori e greggi in transumanza. È inoltre ipotizzabile che la Fonte sia anche un antico luogo di culto legato a una spiritualità naturale e a qualche divinità pagana dell’acqua che in epoca cristiana fu sostituita da Sant’Agata.
La fontana è detta anche “Fonte delle Sese”, ovvero “Fonte del Seno Femminile” poiché in un passato non molto lontano si credeva che le sue acque avessero proprietà galattogene e per questo motivo era molto frequentata dalle giovani donne di vari Comuni delle valli del Sangro e Aventino che avevano carenza di latte materno. In particolare le neo-mamme partivano a piedi percorrendo spesso diverse decine di chilometri tra andata e ritorno e frequentavano la fonte per bagnarsi i seni, sperando di aumentare la secrezione di latte.
Le testimonianze scritte di questa tradizione e dei suoi rituali iniziarono verso la fine del XIX secolo e sono continuate sino agli ultimi decenni di quello successivo. Il primo ad occuparsene fu Gennaro Finamore il quale scrisse che ogni puerpera del Comune di Roccascalegna, distante circa 10 km da Colle Zingaro, quando si recava a bere l’acqua della fontana seguiva il seguente rituale: «Per via, o lì presso, deve dare a qualche povero un pane o un soldo. Giunta alla fonte, deve mettere nell’acqua dei chicchi di nove specie di legumi e una monetina. Nel tornare indietro deve battere una via diversa da quella fatta nell’andare, e arrivata nel paese prima di rientrare in casa, deve accattare un po’ di farina in nove case diverse; farne lasagne, e queste, senza condimento di sorta, far mangiare ai poveri o anche ad altre persone, che passassero davanti all’uscio di casa sua, riserbando per sé il solo brodo» [16].
La seconda testimonianza risale agli anni 60 del XX secolo l’ha fornita Paoletti che scrisse: «Qui vengono le donne che non hanno latte, perché questa è la fontana di S. Agata che è “padrona” del latte. Prendono l’acqua e la portano a casa per bere e per fare lavaggi al petto e il latte subito ritorna. Però nel tornare devono fare una strada diversa da quella che hanno fatto quando sono venute e non devono fermarsi con nessuno. Una volta bisognava pure che mettessero nella fontana dei fagioli o dei ceci quando prendevano l’acqua, ma ora non è più “necessario» [17].
Un’altra documentazione scritta l’ha fornita infine Emiliano Giancristofaro che in diversi suoi saggi ha descritto e riportato un rituale riferito da una donna del Comune di Villa Santa Maria che dista circa 20 km da Colle Zingaro [18]. Oggi la Fonte in oggetto ha assunto altri significati poiché ha un’importanza storica, culturale ed è un simbolo di riferimento comunitario e territoriale.
Ad avviso di Paoletti, a Torricella Peligna era presente una fontana detta “Fonte della Trizia” le cui acque si utilizzavano per curare le malattie del fegato [19]. Un’altra fontana del luogo circondata da vari attributi sacri è quella della Madonna delle Rose costruita, nel 1862 a circa 3 km dal paese, convogliando l’acqua di una sorgente che si trova sulla collina in cui sorge un santuario omonimo. L’acqua che scorga dalla fontana è chiamata “L’acqua della Madonna” e un tempo era fatta bere a chi genericamente diceva di non sentirsi bene. Quali particolari proprietà terapeutiche possedesse è completamente ignoto. Ad accentuare la sua sacralità concorre una leggenda locale in cui si narra che nelle sue vicinanze fu ritrovata casualmente un’immagine della Madre di Dio [20].
La Fontana delle Rose sino a circa 60-70 anni fa era anche un importante luogo di ristoro, incontri e aggregazione per gli abitanti dell’omonima contrada, le persone che bevevano l’acqua con devozione e per ristorarsi quando partecipavano ai pellegrinaggi diretti al santuario e a una festa mariana.
Anche a Torricella Peligna era diffusa la credenza che la rugiada caduta durante la notte della festa di San Giovanni assumeva qualità terapeutiche. A tal proposito Finamore scrisse che in questa località si credeva che la rugiada stessa contribuisse alla guarigione di qualsiasi malattia della pelle e chi ne soffriva, la mattina del 24 giugno, si rotolava sull’erba in cui era caduta [21].
Osservazioni conclusive
Le notizie riportate innanzitutto allargano la geografia delle acque considerate sacre e terapeutiche del territorio abruzzese poiché considera diverse fonti e sorgenti in precedenza trascurate. Inoltre dimostrano che anche nella valle dell’Aventino l’acqua è stata caricata di vari valori e significati simbolici e materiali poiché da semplice risorsa naturale si è trasformata in un bene culturale immateriale che caratterizza vari rituali e credenze. Infatti, come visto, è considerata benefica per curare varie malattie, favorire la secrezione di latte materno, rilassarsi, purificarsi, etc.
Il bisogno dell’acqua e i suoi usi hanno portato alla realizzazione di fontane, abbeveratoi, canalizzazioni di sorgenti, pozzi e luoghi di culto che ora contrassegnano il territorio locale e gli conferiscono particolari connotazioni simboliche identitarie e di memoria storica.
Nella situazione attuale e tenendo conto delle nuove esigenze della vita contemporanea, le presenze idrauliche suddette, sia naturali che artificiali, possono essere trasformate in importanti fattori di promozione territoriale capaci di accrescere l’interesse turistico e culturale per un territorio con Comuni decimati dall’emigrazione e a rischio di totale spopolamento. Con Silvia Scorrano possiamo affermare che la memoria storica dovuta ai fatti riportati «può essere trasformata in un fattore innovativo, un fattore di sviluppo, come dire un futuro dal passato» [23].
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
[*] Ringraziamenti
Per le informazioni fornite si ringraziano Diana D’Ulisse, Ugo Falcone, Adriana Gandolfi, Saverio Madonna, Aurelio Manzi, Gianna Masciarelli, Pietro Ottobrini, Mario Pellegrini, Gianna Rosato e Gerardo Ventura.
Note
[1] Pezzetta A., Variazioni climatiche lungo il versante orientale della Majella, Bollettino della Società Geografica Italiana, n. 1-2, 2001: 224.
[2] Giroir G., Introduzione, in Scorrano S., Le acque sacre in Abruzzo. Dal culto allo sviluppo territoriale, Edizioni Menabò, Ortona (Ch), 2013: 8.
[3] Finamore G., Usi e costumi abruzzesi, Clausen, Palermo, 1890: 156.
[4] Finamore G., Tradizioni popolari abruzzesi, Clausen, Palermo 1894: 123.
[5] Di Cecco G., Farantìca, Carabba Ed., Lanciano (Ch), 2004: 232.
[6] Finamore G., Usi e costumi abruzzesi, op. cit: 171.
[7] Verlengia F., La chiesa di San Pietro Apostolo a Fara San Martino, in Tradizioni e leggende sacre abruzzesi, Ed. Attraverso l’Abruzzo, Pescara, 1958: 29. Verlengia F., La chiesa di San Pietro Apostolo a Fara San Martino, in Tradizioni e leggende sacre abruzzesi, Ed. Attraverso l’Abruzzo, Pescara, 1958: 29.
[8] De Nino A., Usi abruzzesi. Volume I, Tipografia di G. Barbère, Firenze, 1879:104.
[9] Finamore G., Usi e costumi abruzzesi, op. cit.: 157.
[10] Macario G.L., Memorie storiche di Lama dei Peligni, in Del Pizzo G., Lama dei Peligni. Microcosmo a misura d’uomo nel Parco della Majella tra passato e presente, Arte grafica Ianieri, Casoli (Ch). 1999: 53.
[11] Madonna T., Lungo le nostre valli, Tipografia Mario Ianieri, Casoli (Ch),1993: 42.
[12] Scorrano S., Le acque sacre in Abruzzo. Dal culto allo sviluppo territoriale, Ed. Menabò, Ortona (Ch), 2012: 190-191.
[13] Como M., Palena nel corso dei secoli, Tipografia La Moderna, Sulmona, 1977: 306-307.
[14] Madonna A., Da matutine a dope hundenore e’vemmarie. Folklore di Taranta Peligna, Litografia Brandolini, Sambuceto (Ch), 1999: 100-103.
[15] Madonna A., Da matutine a dope hundenore e’vemmarie, op. cit: 148.
[16] Finamore G., Tradizioni popolari abruzzesi, Clausen, Palermo, 1894:165
Lanciano, 1963, n. 4: 7.
[17] Paoletti I., Documenti e tradizioni di medicina popolare in Abruzzo (2ª parte), Rivista Abruzzese n. 2-3, Lanciano (Ch), 1963: 11.
[18] Emiliano Giancristofaro ha citato il rituale suddetto nei seguenti saggi: Totemájje. Viaggio nella cultura popolare abruzzese, Lanciano, Rocco Carabba Editore, 1978: 186; Le superstizioni degli abruzzesi, in Rivista abruzzese, Lanciano (Ch), 2003: 46-47; Totemàjje due. Cultura popolare abruzzese, GEO s.r.l., Fossacesia (Ch), 2012: 29.
[19] Paoletti I., Documenti e tradizioni di medicina popolare in Abruzzo (1ª parte), Rivista Abruzzese n. 2-3, Lanciano (Ch), 1963: 11.
[20] Verlengia F., La Madonna delle Rose, in Tradizioni e leggende sacre abruzzesi, vol I., Edizioni Attraverso l’Abruzzo, Pescara, 1958: 7.
[21] Finamore G., Usi e costumi abruzzesi, op. cit: 157.
[22] Scorrano S., Il culto delle acque in Abruzzo. Percorsi di ricerca e strumenti di valorizzazione, Mem. Descr. Carta Geol. d’It. n. 107, 2020: 209.
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Amelio Pezzetta, laureato in filosofia all’Università di Trieste, è insegnante di Scuola Media in quiescenza. I suoi interessi principali sono la storia locale e le tradizioni popolari dei Comuni della Valle dell’Aventino (Prov. di Chieti, Abruzzo). Ha collaborato con varie riviste del settore tra cui: Aequa, Dada, L’Universo, Palaver, Rivista di Etnografia, Rivista Abruzzese, Utriculus e Valle del Sagittario.
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