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Le fate nella valle dell’Aventino tra le antiche tradizioni, le riscoperte e le rifunzionalizzazioni

Ingresso della grotta del Cavallone (ph. Mario Pellegrini)

Ingresso della grotta del Cavallone (ph. Mario Pellegrini)

di Amelio Pezzetta 

Introduzione

Con il presente lavoro si riportano le tradizioni, credenze, favole e leggende sulle fate che sono state raccolte nei vari centri abitati della valle dell’Aventino, un ambito geografico della Regione Abruzzo che appartiene alla Provincia di Chieti e comprende i Comuni di Casoli, Civitella Messer Raimondo, Colledimacine, Fara San Martino, Gessopalena, Lama dei Peligni, Lettopalena, Montenerodomo, Palena, Taranta Peligna e Torricella Peligna.

La scelta di trattare l’argomento è nata in seguito a recenti letture di testi stampati e navigazioni in rete che nel loro insieme hanno consentito di venire a conoscenza che le fate con le loro leggende, in diversi casi sono state rivalutate, riproposte all’attenzione dell’opinione pubblica e utilizzate a vari fini attraverso l’attribuzione di nuove funzioni, significati e simbolismi. 

Palena

Palena

Cosa sono le fate

Il termine “fata” attualmente indica alcune figure femminili immaginarie con particolari caratteristiche estetiche, dotate di poteri magici e presenti in molte leggende, fiabe, miti e tradizioni popolari.  Alla base delle credenze in queste figure di fantasia, in passato c’è stato il bisogno dell’uomo di interpretare e spiegare i fatti del mondo che lo circonda ammettendo l’esistenza di entità soprannaturali capaci di affrontare e indirizzare i suoi fenomeni naturali, proteggere e modificare l’andamento del destino umano. 

I luoghi prescelti dalle fate per rivelare la loro presenza, generalmente, sono gli ambiti naturali più disparati tra cui quelli sotterranei, le valli, i fiumi, i ruscelli, le sorgenti, i laghi, i pozzi, i boschi di montagna, i prati ove svolazzano tra i fiori, gli anfratti rocciosi, le onde del mare, le scogliere, le insenature, etc. In base a una credenza che affonda le radici negli antichi spiriti guardiani della terra e al luogo preferito da tali entità per la loro vita quotidiana, può essere fatta la distinzione tra fate dell’acqua, dell’aria, del fuoco e della terra.

Le fate moderne hanno una storia che trova la corrispondenza in varie figure femminili soprannaturali ravvisabili nella mitologia di antiche civiltà. Tra le prime entità soprannaturali della storia mitologica dell’uomo che sono collegabili alle fate troviamo le grandi madri, le divinità delle civiltà italiche preromane a cui si assegnarono particolari poteri e caratteristiche simili a quelli delle fate stesse.

Nella civiltà classica greco-romana tra gli antecedenti delle fate troviamo: le ninfe greche, particolari figure femminili leggiadre e bellissime che erano in grado di volare e abitavano nelle vicinanze dei corsi d’acqua; le compagne dei Fauni, le figure della mitologia romana a cui erano associati i poteri di tessere il filo della vita e predire il futuro; le parche, altre tipiche figure della mitologia romana che avevano le sembianze di giovani donne ed erano in grado di governare l’andamento del destino umano.

Durante il periodo medievale iniziò ad essere utilizzato il termine ‘fata’ per indicare le creature femminili di fantasia e bell’aspetto simili alle ninfe pagane che vivevano nei luoghi selvaggi, erano dedite all’amore e dotate sia di poteri benefici che malefici [1].

Ad avviso di Valerio Petrarca e Silvia Vacca: 

«Le fate dei racconti medievali sono il risultato di un incontro tra una tradizione scritta che dalla cultura greco-romana arriva fino a quella clericale medievale (la fata come parca) e una tradizione fondamentalmente orale che unifica, in virtù anche di sostrati culturali specifici come quello bretone, la figura della donna soprannaturale legata al destino e quella della donna soprannaturale legata ai culti della fertilità» [2].

Durante il Medio Evo, il cristianesimo con i suoi precetti portò ad una reinterpretazione della figura della fata seguendo due concezioni che tra loro sono diametralmente opposte. Infatti, da un lato queste creature insieme ad altre figure immaginarie pagane si assimilarono all’universo diabolico da combattere ed eliminare e dall’altro a quello benefico da non trascurare nei percorsi di fede.

La nuova fede religiosa inserì nella categoria delle fate i seguenti soggetti spirituali che erano destinati a vagare per la terra poiché a loro era negato l’accesso sia al paradiso che all’inferno: gli angeli che erano stati scacciati dal paradiso stesso; le anime dei bimbi non battezzati; le anime vaganti appartenenti alle persone generalmente di fede pagana che non avevano acquisito i meriti per accedere in paradiso, né, d’altra parte, erano gravate da particolari colpe da scontare all’inferno [3].

Tra il XII e il XIII secolo, le fate, insieme ad altre creature folkloriche. persero i loro attributi positivi poiché furono assimilate alle streghe malefiche, demonizzate e condannate al rogo. Verso la fine del periodo medioevale, le fate iniziarono ad essere disegnate con gli abiti tipici delle dame dell’epoca e in questo modo, per i ceti popolari, esse diventarono le mitiche esponenti dei ceti dominanti che vivevano felici e anche espressione di un mondo immaginario basato sul rovesciamento di molti valori e regole che imponevano le differenze di status sociale e di benessere quotidiano.

Nelle tradizioni contemporanee, le fate continuano a persistere e ad essere viste come leggiadre figure femminili positive di magia e fantasia che alimentano vari generi letterari (fumetti, fiabe, etc.), sceneggiati televisivi, cartoni animati, brani musicali, videogiochi e film di successo. Inoltre i recenti stereotipi assegnano alle fate le sembianze di giovani donne esili con la pelle molto chiara e dotate di notevole bellezza. Esse generalmente indossano gonne variopinte molto lunghe, tengono in mano una bacchetta con cui esercitano i loro poteri magici, talvolta non hanno le calzature, camminano a piedi nudi e sono in grado di volare poiché dotate di ali simili a quelle delle farfalle o altri insetti più o meno leggiadri. 

Valle dell'Aventino

Valle dell’Aventino

Le fate in Abruzzo

Le fate occupano un ruolo molto importante nella cultura e nelle tradizioni popolari abruzzesi poiché in quasi tutti i Comuni sono diffusi credenze, leggende, favole ed altri fatti che le riguardano. Esse sono state oggetto di vari studi e uno dei primi personaggi che si occupò della loro presenza nella cultura regionale fu il folklorista Gennaro Finamore che verso la fine del XIX secolo ha scritto: «Le fate sono spiriti buoni e gioviali; ma, donne, fanno del bene a chi garba, e a coloro che non hanno a verso danno de’ brutti ricordi» [4].

A questa iniziale affermazione, Finamore aggiunse: 

«Le fate sono esseri benefici. Senonchè, hanno pure, come tutte le donne, capricci, simpatie e antipatie. Si fìngono dotate di grande bellezza e di magico potere; onde, di donna bellissima, e più spesso, espertissima in un dato genere di lavoro, suol dirsi: È, pare ‘na fate! A loro genio, assumono tante forme; talora si rendono invisibili, e, a guisa di spiriti, si muovono nello spazio rapide come il pensiero» [5]. 

Chi erano gli esseri umani che secondo l’immaginario popolare abruzzese diventavano delle fate o nascevano come tali? Anche questa domanda trova la risposta in Gennaro Finamore che riguardo l’origine delle fate e di altre creature fantastiche pubblicò la seguente testimonianza raccolta a Ortona a Mare (Ch): 

«Tutti coloro che nascono a mezza notte in punto (a lu fiore de la mezza notte), cioè a 7 ore precise, quando nacque G. Cristo, non sono uomini come gli altri: hanno, per destino, qualcosa di straordinario; a volte, buono; ma, più spesso, cattivo. In qualunque altra ora della stessa notte, è come d’ordinario. Le Fate, li ‘Mazzemarjìelle (i folletti), le Stréhe, li Lupe menare, li Canelupe, le Pandàfeche (fantasmi=incubi), li Scijjune (i sifoni), etc, sono precisamente quelli che nascono al punto della mezzanotte di Natale» [6].

Circa 100 anni dopo, nel descrivere le caratteristiche delle fate abruzzesi, Emiliano Giancristofaro aggiunse: «Le fate sono donne molto belle che praticano il passatempo del canto e della danza, dimorano in fontane, laghi, palazzi di cristallo, boschi incantati o nel paese delle fate» [7].

In generale si può dire che gli stereotipi abruzzesi non si discostano da quelli nazionali ed assegnano a queste creature fantastiche le seguenti caratteristiche abbastanza generalizzate in tutta la regione: sono delle creature dalle sembianze umane, misteriose e dotate di grande bellezza che frequentano i luoghi naturali disabitati; sono in grado di condizionare il destino dell’uomo; apparterrebbero al cosiddetto “Regno di Mezzo”, in cui hanno sede le anime e gli spiriti vaganti che non hanno i requisiti per accedere al paradiso ma non meritano neanche l’inferno; in genere manifestano il loro grande interesse per il canto, la danza e la musica; sono considerate entità benevoli e positive capaci di offrire il loro aiuto alle persone in difficoltà ma che non devono essere offese per evitare i rischi di possibili ritorsioni negative; organizzano serate festive con danze e giochi; si possono osservare mentre sono impegnate in un rituale detto “il banchetto delle fate” a cui si associano varie funzioni protettive per la vita e il raccolto nei campi; in diversi boschi abruzzesi che sono considerati incantati, la loro presenza è rivelata dal “cerchio delle fate” costituito da un insieme di funghi disposti in modo da formare una circonferenza chiusa, interdetto agli esseri umani e al suo interno queste creature sono impegnate in danze rituali liberatorie e propiziatrici di benessere [8].

La presenza immaginaria delle fate in certi ambiti naturali (grotte, boschi, etc.) li arricchisce di suggestioni culturali e offre dei validi motivi che in tempi recenti, in vari casi, sono stati utilizzati per incentivare il turismo. In Abruzzo, al pari di altre regioni italiane, alle fate sono dedicati esercizi commerciali vari, imprese turistiche, strade, piazze, boschi, sorgenti, sentieri, grotte ed altri ambiti naturali [9].

Nel Comune di Roccacasale (Aq) le fate sono diventate un emblema comunitario attorno al quale ruotano: il nome di un colle e di un bed & breakfast; l’organizzazione di diverse escursioni; l’evento festivo “La notte magica di Borgo di Fate” che prevede spettacoli vari e racconti con le favole e leggende locali. 

Le indicazioni toponomastiche spesso derivano da antiche leggende e credenze locali che considerano certi ambiti territoriali i luoghi d’incontro o di vita delle fate stesse. Tenendo conto di questo aspetto si può dire che la toponomastica regionale abruzzese recepisce anche fatti contenuti nelle credenze popolari. 

Grotta del Cavallone (ph. Mario Pelliegrini)

Grotta del Cavallone (ph. Mario Pelliegrini)

Le tradizioni sulle fate nei Comuni della valle dell’Aventino

I Comuni della valle dell’Aventino, nonostante la loro marginalità e isolamento geografico, non sono stati esclusi dai movimenti culturali che in passato hanno portato ad ammettere la credenza nelle fate e in altre creature fantastiche tipiche del folklore e della mitologia abruzzese.

La prima palese dimostrazione della loro esistenza è fornita dai diversi ambiti del territorio locale in cui si ammette la presenza di tali entità. Il primo di essi è il fiume stesso. Infatti, in base a un’antica credenza il fiume Aventino con il suo letto era un luogo in cui queste creature fantastiche abitavano o facevano le loro abluzioni quotidiane.

Il secondo luogo di residenza delle fate è costituito dalla Grotta del Cavallone o della Figlia di Iorio, il cui ingresso è posto in un ambito della valle di Taranta Peligna (versante orientale del massiccio della Majella) con l’altitudine di 1475 metri [10]. Il suo sviluppo planimetrico è di 1036 metri, mentre la profondità totale è di 59 metri (Martellotta 2020). La credenza sulle fate ha influenzato anche la toponomastica della grotta. Infatti, al suo interno è presente un vasto antro allungato che è denominato “La Sala delle Fate”. Le fate avrebbero avuto la dimora anche in un’altra fenditura posta in un luogo imprecisato del massiccio della Majella [11]. Una leggenda narra che esse con le loro libere iniziative irritarono San Martino che per fermarle fece chiudere l’accesso al rifugio fiabesco con grandi pietre che si staccarono dalla montagna.

Secondo un informatore queste creature di fantasia abitavano anche in un anfratto roccioso posto nel territorio di Palena e a ridosso del massiccio della Majella. Con molta probabilità le fate della Majella potrebbero discendere dalla credenza in alcune mitiche, gigantesche e bellissime creature denominate “Maiellane” che ad avviso di Brelich vissero a lungo nelle grotte della montagna, custodendo tesori, parlando con i morti e tessendo interminabili tele» [12].

La Morgia (ph. Mario Pellegrino)

La Morgia (ph. Mario Pellegrino)

Il quinto luogo di residenza delle fate nella valle dell’Aventino è un masso calcareo denominato La Morgia che si trova nel territorio di Gessopalena e attorno al quale si sono accumulate varie leggende e vicende storiche. In base ad una credenza, nel complesso roccioso si trova la porta d’accesso al mondo delle fate, un fantasioso regno incantato con abitazioni lussuose e suoni melodiosi [13]. Esso è abitato dalle fate e da altri soggetti con sembianze umane che condividono la bellezza, la magia, la forza, il grande legame con la natura, l’immortalità e condizioni di benessere abbastanza generalizzate.

Nei dintorni della Morgia aleggerebbero anche le anime dei monaci di un’antica abbazia medioevale sita nelle sue vicinanze, un fatto che potrebbe dimostrare un collegamento passato esistente a Gessopalena tra fate e spiriti vaganti. Secondo un informatore a Gessopalena, in un passato non molto lontano, era diffusa la credenza sull’esistenza di creature fantastiche dette “Le Fatine”. Esse erano assimilabili a streghe benevoli e positive che avevano il potere di liberare gli uomini dagli incantesimi, i sortilegi e gli influssi maligni.

Il sesto luogo di residenza delle fate nella valle dell’Aventino è posto nel Comune di Lama dei Peligni e in particolare nella chiesa della Madonna dell’Arco ora sconsacrata e adibita a sala conferenze, quasi a metà strada tra il cimitero e le prime case del paese. In base all’immaginario locale del passato, la chiesa in considerazione era un luogo di ritrovo in cui le fate danzavano e organizzavano delle feste a cui partecipavano solo loro. Un’informatrice ha riferito che, una volta, un passante si accorse che all’interno della chiesa si era organizzata una festa, domandò di esservi ammesso ma non fu accettato poiché era un comune mortale.

La chiesa della madonna dell'Arco

La chiesa della Madonna dell’Arco

In base a un’altra credenza locale, durante la notte tra il primo e il 2 novembre, dalla chiesa della Madonna dell’Arco usciva una processione dei morti durante la quale i partecipanti giravano in corteo attorno al colle circostante e poi rientravano dentro l’edificio religioso. Anche in questo caso, una donna che di notte passò nei dintorni della chiesa notò che si stava celebrando la funzione religiosa, chiese di assistervi, ma ottenne un secco rifiuto poiché il sacerdote celebrante e le altre persone erano dei defunti. Le due vicende leggendarie narrate portano a ipotizzare che in passato a Lama dei Peligni, in analogia con Gessopalena ed altri luoghi, potesse esistere qualche legame tra le anime dei defunti e le fate.

Il settimo luogo di residenza delle fate è posto nel Comune di Torricella Peligna. In questo caso si narra che durante una notte, un uomo che attraversava un tratturo posto nel territorio torricellano, notò che vicino a un casolare c’erano delle figure evanescenti assimilabili a delle fate che danzavano in cerchio.

In un’altra credenza diffusa a Torricella Peligna si fa presente che nei pressi della frazione di Monte Moresco esisteva un bosco di querce, ovvero degli alberi che le fate consideravano sacri. Sotto uno di essi era sepolta una zappa d’oro che apparteneva a un presunto tesoro di queste creature magiche [14].

L’ottavo luogo di presenza delle fate nella valle dell’Aventino è posto nel Comune di Casoli. Anche in questa località esiste il legame tra fate e misteriosi tesori nascosti. Infatti si narra che un contadino rinvenne dentro il tronco cavo di una quercia, un forziere contenente monete d’oro che si presume costituissero una parte di un tesoro appartenente alle fate della Majella [15]. In seguito il contadino tagliò l’albero e lo utilizzò come ceppo natalizio. L’oro che era al suo interno divenne liquido e le fate maledissero il contadino e la sua famiglia.

Nei vari Comuni della valle le credenze sulle fate hanno influenzato anche altre consuetudini e tradizioni popolari. La prima riguarda il cognome “Fata” che è abbastanza diffuso a Lama dei Peligni e in modo più secondario anche in altri Comuni. Le ipotesi sulle sue origini sono tre. Nella prima si ammette che potrebbe essere di origine matronimica ed era legato all’attività di guaritrice svolta dalla madre del capostipite. Nel secondo caso si ipotizza che potrebbe essersi originato dal soprannome “fata” che fu dato al capostipite. Nel terzo caso si presume che il cognome sia stato assegnato per indicare un particolare andamento del destino che favorì la nascita del capostipite.

Un’altra tipica consuetudine riguarda l’assegnazione dell’appellativo “Liquore delle Fate” a una bevanda alcoolica che qualche anno fa si produceva nel Comune di Fara San Martino. È molto probabile che in questo caso il produttore abbia assegnato tale nome alla bevanda per enfatizzare alcune sue virtù che lui considerava magiche.

Il termine fata è utilizzato in vari detti ed espressioni metaforiche diffuse in tutti i Comuni della valle che di solito si utilizzano per esprimere ammirazione per qualcosa, enfatizzare le qualità femminili o fare un complimento a qualche ragazza. Alcuni detti molto diffusi che in diversi casi presentano delle piccole varianti fonetiche tipiche dei dialetti locali, sono i seguenti: “Simbre na fate” (sembri una fata); “Si gnè na fate” (sei come una fata); “È na fate” (è una fata); “è na casa fatate” (è una casa fatata) che si usa per dire che è un’abitazione ammirevole, di elevate qualità estetiche e comfort materiali.

In tutti i Comuni della valle dell’Aventino è diffusissima la tradizione della befana, una figura fantastica che secondo le credenze nazionali standardizzate valide anche per il contesto geografico in esame viaggia su una scopa, entra nelle case attraverso i camini, dispensa regali ai bambini e segnala le loro devianze accumulate durante l’anno appena trascorso. Essa può essere considerata una fata benevola di età avanzata e di conseguenza la sua immagine popolare contrasta con quella stereotipata delle fate giovani e belle, dimostrando che anche queste figure fantastiche possono invecchiare.

Nella sua funzione di “fata benevola”, anche nella valle dell’Aventino la befana s’inquadra in una logica pedagogica che rinforza l’apprendimento di alcuni valori dominanti della cultura locale tra cui il rispetto formale delle regole comunitarie, dell’autorità dei genitori e il principio che le azioni individuali possono essere caratterizzate sia dai premi che dalle punizioni. Recentemente in tutti i Comuni la sua figura è scavalcata da Babbo Natale.

Un altro evento calendariale in cui si manifestano i richiami alle fate è il Carnevale. In questo caso è da premettere che a partire dagli anni 50 del secolo scorso, in tutta la valle dell’Aventino, il Carnevale iniziò a trasformarsi da festa per gli adulti in quella per l’infanzia e molte bambine durante la sua ricorrenza iniziarono a travestirsi in vari personaggi tipici delle favole tra cui le dolci fatine incantate munite di lunghi cappelli conici, bacchette magiche e gonne trapunte di stelle che lasciavano intravvedere solo le scarpe. Questa tradizione continua a sussistere. 

11Le favole sulle fate raccolte nei Comuni della valle dell’Aventino

Tra le tradizioni sulle fate vanno annoverati anche diversi racconti fantastici che le citano e di solito, in passato, si narravano durante i momenti conviviali tra cui le lunghe serate invernali in cui le famiglie si riunivano attorno al focolare domestico.  Quelli che si riportano in tale sede sono stati raccolti dalla bibliografia consultata, le navigazioni in rete e/o sono state riferiti da alcuni soggetti intervistati.

La prima favola di cui si riassumono gli aspetti principali ha per titolo Nerone, si narrava a Palena e fu pubblicata da Antonio De Nino [16]. Essa racconta che c’era un padre con tredici figli piccoli che aveva notevoli difficoltà per allevarli. Un giorno informò la consorte di voler vendere il figlio più piccolo che si chiamava Nerone poiché a differenza degli altri non arrecava vantaggi alla vita famigliare. Di conseguenza, prese il bambino dalla culla e lo portò a vendere. Un signore a cui lo offrì gli disse che l’avrebbe acquistato per il prezzo di mille ducati, ma prima doveva posarlo su una pietra quadrata e poi gli avrebbe consegnato i soldi. Il padre di Nerone ubbidì, posò il bambino sulla pietra ma lui vi sprofondò. Sotto la pietra vivevano le figure magiche delle “faterelle” da cui Nerone fu prelevato, stette in loro compagnia per molto tempo, divenne un adulto e si sposò con una di esse. Un giorno gli venne la voglia di rivedere la famiglia d’origine.

Di conseguenza, ne parlò con la moglie che l’accontentò in questo desiderio ma gli chiese di non farsi riconoscere dai parenti. La moglie gli consegnò un piccolo cavallo e un bastone magico di cui doveva seguire sempre la strada indicata dalla punta. Nerone così fece, montò a cavallo e camminò per tre giorni e tre notti seguendo la direzione indicata dal bastone. Dopo questo periodo di tempo giunse al suo paese nativo, cercò la casa paterna e notò che i suoi famigliari vivevano in condizioni misere. I parenti furono onorati di riceverlo credendo che fosse un gran signore. Nerone, senza farsi riconoscere, la sera baciò i genitori e i fratelli che man mano rientravano in casa. Il mattino, consegnò ai genitori una somma di denaro e se ne andò. Mentre girava per il paese fu notato dalla figlia del re che s’innamorò di lui. Il re lo invitò a pranzo nel suo palazzo e Nerone durante una discussione disse di avere una moglie bellissima provocando l’invidia di tutti gli uomini presenti. Il re ordinò a Nerone di portare sua moglie nel Regno per paragonarla alle altre mogli. Nerone ubbidì, spedì il cavalluccio col bastone per chiedere a sua moglie di venire a farsi vedere. La moglie invece inviò una bellissima serva che fu molto ammirata e Nerone continuò a vantarsi. Il re ordinò di nuovo a Nerone di far venire la moglie. Questa volta la moglie fata inviò una bellissima cameriera che fu anch’essa molto ammirata. Il re rinnovò l’ordine e questa volta si presentò direttamente la moglie fata. Nerone riuscì a dimostrare che essa era bellissima ma in seguito la moglie lo lasciò poiché non aveva seguito i suoi consigli e lui rimase solo come un cane sino alla vecchiaia. Un giorno la moglie fata si pentì di averlo lasciato e inviò in giro il cavalluccio con il bastone per ritrovarlo. Nerone fu ritrovato, montò a cavallo, giunse alla casa delle fate ove, toccato con una bacchetta magica, riacquisì un aspetto giovanile e riabbracciò la moglie da cui in seguito ebbe molti figli.

Il racconto considerato è caratterizzato dal seguente tema, tipico di molte fiabe europee: una entità soprannaturale sposa un essere umano e lo porta in un mondo diverso; il ritorno al mondo normale è legato a un divieto che se non rispettato è severamente punito.

La torretta di Casoli e il massiccio della Majella (ph. Mario Pellegrini)

La torretta di Casoli e il massiccio della Majella (ph. Mario Pellegrini)

La seconda novella che si riporta è intitolata “Il mondo dove non si muore mai”, fu raccolta e pubblicata da Antonio De Nino e a suo avviso era conosciuta a Lama dei Peligni, Palena e Torricella Peligna [17].

In essa si narra che un giovane brutto, un giorno, fu baciato da una fata, divenne molto bello e si mise a cercare il mondo dove non si muore mai senza riuscire a trovarlo. Dopo un lungo peregrinare incontrò un vecchio che arava la terra al quale disse: “Dov’è il mondo dove non si muore mai?”. Il vecchio rispose: “Cammina ancora un po’ che forse mio nonno te lo potrà dire”. Cammina ancora un po’ ed il giovane incontra un altro individuo ancora più anziano al quale ripeté la domanda ottenendo la seguente risposta: “Ihh! E chi lo sa, forse mio nonno che lavora la terra più avanti potrebbe dirtelo”. Il giovane avvicinò quello ed altri vecchi ottenendo sempre la stessa risposta finché uno di loro gli disse: “Questo è il mondo dove non si muore mai. Se vuoi restare con noi ti devi guadagnare il pane col sudore della fronte. Adesso vai su quella casa sopra la montagna e dì a mia nonna che prepari due piatti di minestra e una gallina cotta”. Il ragazzo felice per aver trovato il mondo dove non si muore mai, ubbidì e lungo la strada tra sé pensò: “Due piatti di minestra e una sola gallina per sette vecchi che lavorano da mattina a sera e chissà quanti altri figli, nipoti e pronipoti, di sicuro non bastano!”. Così quando arrivò alla meta bussò alla porta e disse alla vecchia che l’accolse all’uscio: “Vostro nipote vi fa sapere che stasera ci vogliono quattro piatti di minestra con due galline”. La vecchia per meraviglia si fece il segno di croce con la mano sinistra e poi cominciò a preparare i pasti. Quando venne la sera e tutti rientrarono in casa il settimo vecchione disse alla donna: “Chi ti ha ordinato tutta questa cucina?”. “Il bel giovane”: rispose la donna. Ed allora il vecchio disse al giovane in segno di scherno per l’ingordigia manifestata: “Bravo! Hai cominciato bene!”. E così il giovane riprese la strada percorsa per far ritorno nel mondo normale.

In questo caso si osserva che l’accesso al mondo diverso dove non si muore mai è possibile se si osserva e rispetta una regola. Come scritto in precedenza, secondo un’antica credenza, lungo il corso del fiume Aventino c’erano le fate che in un’occasione soccorsero una giovane donna che era stata travolta dai vortici della corrente. A riferire il fatto fu Antonio De Nino che in una fiaba dal titolo “La verginella abbandonata” scrisse: 

«Il fiume era grosso, e trascinava macigni e tronchi di alberi. Il cavaliere spronò il cavallo; a, poco dopo, cavallo, cavaliere e sposa furono travolti dalla corrente. A stento si salvò lo sposo. La sposa, in un rigurgito del fiume, ma molto distante dal luogo della disgrazia, anch’essa toccò la sponda. In quel rigurgito, le fate si erano andate a bagnare. Videro la deforme sposa, ed ebbero compassione. Perciò le furono attorno con tante carezze; e la vestirono di ricchi abiti. Insomma, tutte fecero a gara per darle qualche virtù. Le diedero la bellezza, la bontà, la modestia; le donarono un cavallo; la rimessero per una via sicura e sparirono» [18]. 

61wcwuvjhel-_ac_uf10001000_ql80_La quarta favola che si riporta è intitolata “Ju Melagranate” (il melograno)”, si narrava a Palena e fu pubblicata da Gennaro Finamore [19].

Nel racconto fantastico si narra che una fata portò in un giardino una ragazza che aveva adottato e le disse che poteva mangiare tutti i frutti tranne i melograni. La ragazza che era golosa, un giorno presa dalla voglia, trasgredì l’ordine ricevuto e mangiò un frutto di melograno. Quando la fata tornò in giardino, si accorse che un melograno mancava, chiese alla ragazza più volte se l’avesse mangiato e lei rispose sempre di no. La fata che sapeva tutto, si arrabbiò con la ragazza, decise di rinchiuderla in una stanza buia, le diede da mangiare solo pane ed acqua e le tagliò la lingua che avvolse in un foglio di carta. La ragazza subì la punizione per diversi anni e quando divenne una donna adulta fu chiesta in sposa dal figlio del re. La fata acconsentì, restituì la lingua alla giovane donna e in poco tempo il matrimonio fu celebrato. Dopo nove mesi nacque un bambino e in quest’occasione la fata ripeté alla donna che aveva adottato la domanda se avesse mangiato il frutto di melagrano ma lei ribadì il suo no. La fata le tagliò di nuovo la lingua e si prese il bambino. Il figlio del re, vedendo la moglie che sanguinava e senza il figlio, pensò che 1’avesse mangiato e le diede molte bastonate. Quando nacquero altri due figli si ripeterono gli stessi fatti con la fata e il marito. Dopo l’ultima nascita, il marito convinto che la moglie si mangiasse i piccoli, la fece rinchiudere in una stanza alimentandola ogni giorno solo con una fetta di pane e un bicchiere d’acqua. Quando nacque il quarto figlio si ripresentò la fata, ripeté la domanda alla donna se avesse mangiato il frutto di melograno e in questo caso ottenne una risposta confermativa. La fata ne prese atto e le promise che avrebbe riportato tutti i figli e riferito i fatti accaduti al marito per ottenere anche il suo perdono. Il giorno dopo, la fata mantenne fede alle sue promesse, riconsegnò i tre bambini alla madre e parlò con il marito della donna che inizialmente si mostrò scettico ma poi si convinse che i tre bambini erano figli suoi. In seguito la fata donò alla donna tutti i suoi beni e visse per sempre con lei. Anche in questa fiaba si osserva che il mancato rispetto di un tabù è severamente punito.

La quarta novella che si riporta è intitolata “Lu fatte de le trè ffate”, (il fatto delle tre fate), si narrava a Gessopalena e fu pubblicata anch’essa da Gennaro Finamore [20]. In tale racconto si narra che un giovane molto semplice, mentre attraversava una strada vide tre ragazze nude che dormivano sotto il sole cocente, provocò un po’ di frescura per non farle scottare e se ne andò. Le tre ragazze che erano delle fate, quando si svegliarono si chiesero chi avesse provocato il fresco al fine di ringraziarlo. Esse notarono il giovanotto che stava poco lontano, gli chiesero se fosse stato lui a rinfrescarle e ottennero una risposta positiva. In seguito le fate si mostrarono generose verso quel personaggio e gli fecero dei copiosi regali. Purtroppo, lui a causa della sua ingenuità perse tutti i regali ricevuti al gioco.

La quinta favola che si riporta riguarda le fate che abitavano nella Grotta del Cavallone che è stata pubblicata da Nicoletta Camilla Travaglini in un volume e vari siti Internet [21]. In essa si narra che all’interno dell’anfratto vivessero delle fate con l’abitudine quotidiana di svolazzare sulle località che circondano il massiccio della Majella elargendo importanti donativi ai loro abitanti, fornendo preziosi consigli e attraverso le apparizioni in sogno anche indicazioni che portavano alla scoperta di tesori nascosti. Talvolta le fate s’irretivano e facevano anche dei dispetti agli esseri umani. Purtroppo i loro continui interventi nelle vicende degli uomini non erano graditi dalle divinità locali che decisero di punirle, provocando una frana che chiuse l’accesso della grotta e le rinchiuse per sempre nelle sue stanze. Da quel giorno, si dice, coloro che visitano la Grotta del Cavallone, talvolta,possono udire i loro lamenti.

Questa leggenda insieme alle credenze sulle fate che vivevano nelle grotte dimostra che anche nella cultura della Valle dell’Aventino, agli anfratti naturali sono attribuiti vari simbolismi e significati.

Nell’area in esame sono presenti grotte con incisioni rupestri d’epoca preistorica, a dimostrazione che sono frequentate da millenni. Questa lunga frequentazione è stata la principale causa che ha portato alla formazione di scenari di fiabe, leggende, credenze, miti e simbolismi vari che le riguardano e le rendono idonee ad essere frequentate dalle fate [22]. 

9788874755325_0_200_288_75Antiche e recenti funzioni delle credenze e dei racconti sulle fate nella valle dell’Aventino

Due domande spontanee alle quali si cercherà di fornire adeguate risposte sono le seguenti: a quali particolari funzioni assolvevano in passato le favole e credenze sulle fate; considerato che alcune di esse, recentemente sono state riproposte, a quali eventuali nuove funzioni assolvono ora nel mondo contemporaneo.

Prima di rispondere ai due quesiti proposti è da premettere che le tradizioni in generale servono a soddisfare i bisogni degli uomini che nel corso del tempo si modificano con le trasformazioni economiche e sociali. Quindi le tradizioni stesse seguono tali cambiamenti e adeguano alle nuove realtà le funzioni a cui assolvono. Nel caso in esame non va dimenticato che le credenze, le leggende e gli altri racconti fantastici considerati sono il retaggio di un’antica mitologia pagana che per secoli è persistita nella statica società contadina dei Comuni della valle dell’Aventino. Tenendo conto della secolare persistenza culturale di tale mitologia si può dire che essa è stata uno degli elementi che ha contribuito a plasmare le comunità locali, riflesso la loro concezione del mondo e assicurato la conservazione sociale.

Ad alimentare la funzione sociale conservatrice ha contribuito anche il fatto che le sue credenze e leggende, in genere operavano un camuffamento della quotidianità poiché ammettevano l’esistenza di un mondo mitico, irreale e meraviglioso che era caratterizzato dall’eterna giovinezza, l’abbondanza alimentare, il benessere, la ricchezza e l’immortalità, ed era popolato da principi, fate, altri personaggi particolari, accessibili anche ai ceti popolari. In questo mondo meraviglioso era possibile un modo di vivere alternativo poiché erano consuetudinari i prodigi e gli eventi magici; non sempre si osservavano le dure regole del vivere quotidiano, le differenze di status e gli squilibri socio-economici; i rappresentanti dei ceti popolari subalterni potevano emergere migliorando lo status di appartenenza.

L’immaginazione della sua esistenza se da un lato esorcizzava una realtà quotidiana dura e generalmente considerata immutabile, dall’altro offriva segnali di conforto, speranze e modi per confrontarsi con l’ignoto. In questa logica le fate apparivano tra le forze magiche positive ed ultraterrene a cui appoggiarsi per sperare in un miglioramento delle proprie condizioni esistenziali. Ad avviso di Piero Bevilacqua: 

«Di fronte a una condizione precaria, perennemente esposta e minacciata, di fronte alla miseria materiale, quegli uomini si difendevano anche coprendo la reale nudità delle cose: attraverso la continua messa in gioco di un universo illusorio e fantastico» [23].

31nbgxo4xrl-_sx345_bo1204203200_1Nei racconti considerati non mancano i riferimenti alla vita reale con la fatica, la precarietà esistenziale, la morte e le dure condizioni subalterne che assillano alcuni protagonisti. Essi in un certo senso rispecchiavano le reali condizioni esistenziali e come soluzioni ai suoi problemi proponevano la speranza utopica nell’aiuto delle fate e nell’essere partecipi della vita in un mondo mitico. Inoltre in alcune di esse si accenna alla presenza di tesori nascosti, altri elementi che alimentavano i sogni d’evasione, di ricchezza e potere.

Tra i vari personaggi che le popolano, come visto, ci sono anche uomini che per affrontare i problemi imposti dalla dura quotidianità devono superare delle prove di carattere iniziatico: fare un lungo viaggio, incontrare fate, rispettare certe regole, sposare un principe, etc. Di conseguenza i viaggi, le fate e i principi sono anche le figure simboliche che separano il mondo reale dal mondo meraviglioso stesso ed aprono le porte al suo accesso.

Un’altra funzione assicurata soprattutto dalle fiabe era l’intrattenimento famigliare e popolare poiché esse di solito si narravano nei momenti conviviali all’aperto o nel corso delle lunghe serate trascorse attorno al focolare domestico che diventava il luogo preferenziale in cui si ascoltavano le storie antiche e si tramandavano i modelli culturali dominanti attraverso l’arte del fabulare che, ad avviso di Emiliano Giancristofaro: 

«risponde a fondamentali bisogni individuali e sociali: il divertimento, il desiderio di conoscere la storia passata della propria comunità e di altri paesi, il bisogno di fuggire dalla realtà in un mondo di sogni e fantasia, il modo in cui il popolo concepisce il mondo, spesso in contrasto con la cultura ufficiale, sfoga la sua sfiducia nella giustizia, manifesta la derisione dei potenti e degli avidi di ricchezza, la sua aspirazione ad un mondo meraviglioso attraverso metamorfosi e incantesimi, imprese prodigiose, eroi, giustizieri…» [24]. 

In questi racconti, come si è visto, spesso i confini tra l‘immaginario e la vita reale erano molto sfumati e ciò contribuiva a radicare la convinzione che i fatti narrati e le fate non appartenessero solo al mondo della fantasia ma potevano incontrarsi anche nella vita reale. I bambini che ascoltavano, apprendevano che esistevano comportamenti e regole da seguire, le forze del bene e quelle del male e acquisivano la capacità di identificarle e controllarle. Di conseguenza, i racconti fantastici, da elementi d’intrattenimento popolare si trasformavano in importanti mezzi pedagogici per insegnare a vivere rispettando regole, prescrizioni e tabù comunitari. Tra le altre funzioni attribuibili alle favole sono quelle di arricchire la memoria collettiva, rinforzare il senso di appartenenza e i legami comunitari.

Nella situazione attuale l’intrattenimento non è più assicurato dai racconti attorno al focolare; le condizioni economiche generali sono nettamente migliorate; le possibilità di migliorare il proprio status sociale sono più aperte e dipendono principalmente dalle forze individuali; le speranze di migliori condizioni di vita e di un mondo diverso sono alimentate più che altro dalle ideologie politiche; i legami comunitari si sono allentati e si conduce un’esistenza più individualistica. Tutti questi fatti hanno portato ad eliminare varie antiche funzioni sulle fate, i loro racconti ed a farne acquisire delle altre.

In generale nelle tradizioni contemporanee, le fate sono diventate simbolo di dolcezza, leggiadria e femminilità; ispirano i sogni e la creatività infantile; favoriscono il divertimento popolare, lo spettacolo, l’evasione dalla quotidianità e la gioia effimera.

Gessopalena

Gessopalena

Il fatto che la loro esistenza nella valle dell’Aventino sia stata riscoperta con le pubblicazioni di volumi stampati e di articoli pubblicati in rete dimostra che è in atto un processo di revival folklorico in cui le fate stesse sono rifunzionalizzate mediante l’assegnazione di significati e valori adeguati ai bisogni della contemporaneità.

Nel caso in esame questo processo riconosce e valorizza queste creature fantastiche e il loro impatto nella cultura dei singoli paesi; mantiene vive la memoria collettiva e l’identità comunitaria inserita nel nuovo contesto del villaggio globalizzato e digitale; alimenta infine le iniziative turistiche.  Si è avuto modo infatti di constatare che durante varie escursioni ed iniziative di promozione turistica, la trattazione recente delle leggende, favole e credenze sulle fate accentua la curiosità dei visitatori, l’originalità e l’interesse dei luoghi visitati o da visitare. 

Osservazioni conclusive

L’insieme dei fatti riportati costituisce un importante tassello descrittivo della cultura delle comunità della valle dell’Aventino. La loro descrizione ha portato all’arricchimento del patrimonio immateriale folklorico del contesto esaminato e ovviamente della regione in cui esso è compreso. Essi si possono considerare manifestazioni della cultura popolare tradizionale che ad avviso di Piero Bevilacqua «appaiono spesso come i pallidi fantasmi di una vita comunitaria che ha smarrito le ragioni sostanziali di molti dei suoi riti» [25]. In realtà, queste ed altre tradizioni, quando si recuperano anche se solo parzialmente, riaffermano riti e valori comunitari, rinforzano l’identità territoriale e nel villaggio globalizzato fondano un caratteristico ambito in cui si respira aria propria. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Ringraziamenti
Per le informazioni fornite si ringraziano Barbara Dalla Costa, Aurelio Manzi, Gianna Rosato e Gerardo Vittoria. 
Note
[1] Mazzoleni E., Il diritto nella fiaba popolare europea, Franco Angeli Milano, 2016: 45-46.
[2] Petrarca V., Vacca S., I racconti di fate, Quaderni storici, n. 77 (2), 1991: 613.
[3] Nelle tradizioni popolari di varie regioni italiane, il concetto di anime vaganti assimilabili o meno alle fate è persistito per secoli e ha alimentato credenze varie.
[4] Finamore G., Tradizioni popolari abruzzesi, Carlo Clausen, Palermo, 1894: 5.
[5] ivi: 111.
[6] Finamore G., Credenze, usi e costumi abruzzesi, Carlo Clausen, Palermo, 1890: 76.
 [7] Giancristofaro E., Le superstizioni degli abruzzesi, Quaderni di Rivista Abruzzese 46, Lanciano (Ch), 2003: 145.
 [8] In diverse culture il cerchio simbolizza il ciclo stagionale, solare o lunare. Il fatto che le fate danzassero al loro interno significa che avevano il potere d’influenzarli. Ciò non era possibile per gli esseri umani e quindi esisteva l’interdizione di potervi entrare.
[9] In particolare, tra gli ambiti regionali dedicati alle creature considerate troviamo: “La casa delle fate” nel Comune di Roccascalegna (Ch), un agriturismo sito a Cerchio (Aq) che è denominato “Il Tratturo delle Fate”, un’azienda di apicoltura dal nome “Le fate dei fiori” sita a Civitella Alfedena (Aq), una scuola dell’infanzia sita a Pescara che è denominata “ Nido d’infanzia Le Fate Bianche”, un bed & breakfast sito a Pescasseroli (Aq), “Il Giardino delle Fate”, una struttura turistica sul Mare Adriatico sita a Villa Rosa (Te), una grotta sita in Val Fondillo (Parco Nazionale d’Abruzzo), un colle sito a Roccacasale (Aq), un’impresa di Pescara che si occupa di inclusione sociale ed è chiamata “I Bambini delle Fate”, un negozio di abbigliamento di Ortona a Mare (Ch), una fontana sita anch’’essa a Ortona a Mare, un’attrazione turistica detta “Il Bosco delle Fate” che si trova all’interno della faggeta di Camporotondo di Cappadocia (Aq), “Il Balzo delle fate”, un ambito montano di Serra Rocca Chiarano (Comune di Barrea, Monti Marsicani e Parco Nazionale d’Abruzzo). Oltre agli ambiti suddetti, nei dintorni di molte località della regione si osservano delle aperture nelle pareti rocciose che portano il nome di “Buche delle Fate” (Travaglini N. C., Fate d’Abruzzo, l’incanto e la leggenda. Zaffiro Magazine, 8 Novembre 2021).
[10] Travaglini N.C., Dee, fate streghe. Dall’Abruzzo intorno al mondo, Edizioni Tabula fati, Chieti, 2017: 96.
[11] ivi: 96.
[12] Brelich A., Un culto preistorico vivente nell’Italia Centrale. 1955, in Studi e materiali di Storia delle Religioni, voll. XXIV-XXV; Zanichelli, Bologna, 1955: 78.
[13] Melfi S., La leggenda della Morgia, in Abruzzo un portale spazio-temporale per il regno delle fate. Cityrumors, 4 Ottobre 2023, https://abruzzo.cityrumors.it/la-leggenda-della-morgia-in-abruzzo-un-portale-spazio-temporale-per-il-regno-delle-fate.html.
[14] Travaglini N. C., I misteri di Torricella Peligna (Abruzzo), Centro Studio Misteri Italiani, 23 ottobre 2025, https://centrostudiomisteritaliani.com/2025/10/23misteri-di-torricella-peligna/.
[15] Travaglini N. C., Casoli, alla scoperta della storia e delle leggende, Zaffiro Magazine, Giornale Online,10 Gennaio 2022, https://Casoliallascopertadellastoriaedelleleggende.ZaffiroMagazine.com/2022/01/10.
  [16] De Nino A., Usi e costumi abruzzesi. Fiabe, vol. III, Tip. Barbera, Firenze,1883: 343-347.
  [17] ivi: 368-372.
 [18] ivi: 23.
[19] Finamore G., Tradizioni popolari abruzzesi. Novelle (parte prima), Tipografia Rocco Carabba, Lanciano (Ch), 1882: 235-237.
[20] ivi: 154-157.
 [21] Travaglini N.C., Dee, fate streghe. Dall’Abruzzo intorno al mondo, op. cit.: 96.
 [22] In generale i vari significati attribuibili agli anfratti naturali sono i seguenti: 1) di protezione e rifugio; 2) di mistero e pericolo poiché possono essere associati al buio, l’imprevedibile e l’ignoto; 3) religiosi poiché possono essere considerati luoghi sacri e importanti centri spirituali che hanno dato i nativi o sono stati frequentati da divinità, entità soprannaturali, eremiti, monaci, figure di santità e altri personaggi ascetici; 4) di passaggio e confine tra la conoscenza e il mistero sconosciuto, il mondo materiale e quello spirituale; 5) iniziatici per superare prove e rinascere in una nuova dimensione.
[23] Bevilacqua P., Quadri mentali cultura e rapporti simbolici nella società rurale del Mezzogiorno, Italia Contemporanea, n. 154, 1984: 61.
[24] Giancristofaro E., Staccio setaccio. Novelliere abruzzese, Rocco Carabba Ed., Lanciano (Ch), 1982: 7.
[25] Bevilacqua P., op. cit.: 56.
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Amelio Pezzetta, laureato in filosofia all’Università di Trieste, è insegnante di Scuola Media in quiescenza. I suoi interessi principali sono la storia locale e le tradizioni popolari dei Comuni della Valle dell’Aventino (Prov. di Chieti, Abruzzo). Ha collaborato con varie riviste del settore tra cui: Aequa, Dada, L’Universo, Palaver, Rivista di Etnografia, Rivista Abruzzese, Utriculus e Valle del Sagittari.

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