
Adele Gloria, Senza titolo, 1934-1935, collage di stampe ai sali d’argento su cartoncino, 177×200 mm, Courtesy National Gallery of Art, Washington, Scott Nathan and Laura De Bonis Fund and Robert B. Menschel and the Vital Projects Fund, inv. 2019.94.1.
di Orietta Sorgi
È un fatto ormai assodato e gli antropologi lo sanno bene, che la fotografia, come la scrittura, è soprattutto una forma di narrazione, un racconto visivo che si costruisce attraverso le immagini. Malgrado il suo potere “oggettivante” che, nel riflettere ciò che si vede, sembrerebbe lasciare poco spazio all’interpretazione, l’immagine riprodotta nasconde sempre il punto di vista dell’autore, il suo sguardo dietro l’obiettivo e la capacità di selezionare quell’hic et nunc nel divenire dei fenomeni, trasponendolo su un piano metastorico e consegnandolo alla memoria. Ogni fotografo, professionista o amatoriale, porta con sé durante lo scatto il suo vissuto e la sua carica emotiva, facendo si che il risultato del suo lavoro assuma una valenza eminentemente simbolica.
In Sicilia la fotografia è stata forse lo strumento espressivo più adeguato a rappresentare e restituire il senso e la profondità di un’Isola così complessa, dalle mille sfaccettature e dalle mille identità, dalle laceranti contraddizioni cui hanno fatto fronte le meravigliose risorse paesaggistiche e monumentali.
Su questi presupposti Monica Maffioli, curatrice scientifica del Museo Alinari di Firenze, ha voluto intraprendere un percorso storico sulla fotografia siciliana a cavallo fra Ottocento e Novecento, in un’opera pubblicata di recente da Giunti editore col titolo Fotografi siciliani del Novecento. Non si tratta di un catalogo ragionato, malgrado la ricchezza delle immagini e delle schede sugli autori, né di un repertorio quanto piuttosto di un racconto dettagliato sui vari punti di vista della fotografia, nella loro evoluzione e in rapporto a quelle grandi trasformazioni che hanno investito la Sicilia nel secolo scorso.
In apertura l’autrice segna una data simbolica per avviare il suo esaustivo bilancio ed è quella dell’Esposizione Internazionale di Palermo del 1891, organizzata per promuovere la cultura e l’arte nonché la fotografia siciliana e il confronto con gli autori stranieri, iniziativa che ebbe una certa risonanza fuori dai confini regionali ma non riuscì a riscuotere l’effetto di una reale presenza e adesione dei fotografi locali, se si esclude la presenza di Interguglielmi, cui fu affidato l’incarico della documentazione. Da quel momento che inaugurò altri eventi espositivi e numerose occasioni editoriali, come le guide turistiche, la fotografia siciliana si sviluppò, secondo l’autrice, in due diversi filoni, che nel corso del tempo si sono evoluti, restando sempre paralleli: uno è quello della fotografia tradizionale, commerciale ed estetizzante che racconta al turista l’immagine di una Sicilia stereotipata, attraverso i suoi monumenti o il paesaggio, o un certo folklore idealizzato come il carretto siciliano, o il fico d’India. È il gusto arcadico e primitivo che risentiva, in parte sostituendosi, della pittura di paesaggio di Francesco Lo Iacono e Antonino Leto. In questo scenario, Taormina, Cefalù, Agrigento, Messina, Selinunte e Segesta divengono le mete privilegiate dei fotografi stranieri ma anche locali, per promuovere una certa attrazione turistica, sulla scorta di quanto era avvenuto in passato col Gran Tour.

Ernesto Bazan, Capizzi, 1997, stampa ai sali d’argento, 240×300 mm, ©Ernesto Bazan, Courtesy of the Artist, Roma.
Inizialmente la passione per la fotografia si sviluppò in ambienti aristocratici che prediligevano il genere ritrattistico o pittorialista celebrativo delle bellezze naturali e artistiche. L’obiettivo penetrava anche nei ceti popolari che amavano immortalare le grandi occasioni e i riti di passaggio dell’orizzonte esistenziale, dalla culla alla bara: battesimi, matrimoni e funerali, ma anche gruppi familiari in posa. Gradualmente prendeva avvio la documentazione vernacolare, inaugurata, con l’ottica del suo tempo, dallo stesso Giuseppe Pitrè, fra i promotori dell’Esposizione, che aveva aperto la strada a quel genere etnografico che darà corpo al nucleo espositivo delle collezioni del suo Museo: i cosiddetti tipi umani, in costume popolare o ritratti nelle loro attività di lavoro, nei diversi mestieri artigiani e dei venditori ambulanti, le cui immagini sono custodite nell’archivio fotografico Giuseppe Pitrè.
La seconda tendenza, che si sviluppa soprattutto nel secondo dopoguerra, è quella di una Sicilia più aderente alla realtà, da cui emergevano i problemi di una mai risolta questione meridionale. In verità una certa attenzione alle condizioni reali dei ceti subalterni si era fatta strada già verso la fine dell’Ottocento con i grandi scrittori del periodo verista, Verga, Capuana e De Roberto, che pur nell’assenza di qualsiasi denuncia sociale verso la vita dei pescatori e dei contadini, affidavano alla fotografia il compito di supportare visivamente quanto emergeva nei loro romanzi. Anche durante il periodo fascista Eugenio Bronzetti era stato incaricato dall’Ente di Colonizzazione di un imponente lavoro di documentazione fotografica sui nuovi borghi rurali che nascevano in antitesi ai grandi latifondi.
Nel tempo queste due tendenze della fotografia, quella arcadica e quella più realistica, hanno viaggiato insieme, in modo complementare, rivelando quelle Cento Sicilie di cui parlava Gesualdo Bufalino: la Sicilia della luce e quella del lutto, quella delle sue bellezze e quella arcaica, antropologica, la Sicilia della miseria, della fame, quella della criminalità mafiosa.

Nunzio Battaglia, Caltabellotta, 1995, stampa C-print 300×400 mm da negativo su pellicola colore 6×7, ©Nunzio Battaglia, Courtesy of the Artist, Milano
Ma è soprattutto sulla seconda metà del ‘900 che si concentra l’attenzione dell’autrice, periodo in cui prende vigore l’identità e il carattere della fotografia siciliana, che diventa uno strumento di critica sociale e di denuncia. Un ruolo fondamentale ha esercitato, in questo senso, la presenza del giornale L’Ora a Palermo, fondato da Ignazio Florio e diretto nel secondo dopoguerra da Vittorio Nisticò, vera e propria officina di idee e scuola di fotogiornalismo, presso cui si formarono Nicola Scafidi, Gigi Petix, Enzo Brai e tanti altri fino ad arrivare a Letizia Battaglia, negli anni Settanta e al suo compagno Franzo Zecchin, dallo sguardo milanese, più distaccato.
La discesa in Sicilia del sociologo triestino Danilo Dolci, e la sua attività accanto agli umili del Borgo Di Dio di Trappeto, fornisce un ulteriore impulso a questa nuova attenzione verso i reali problemi del Meridione. Accanto a lui un giovane fotografo, Enzo Sellerio, diventerà maestro e caposcuola di una generazione di fotografi siciliani, come Giuseppe Leone, Melo Minnella, Calogero Cascio, Ferdinando Scianna.
«Nel secondo Novecento – osserva Monica Maffioli – la Sicilia ha vissuto una sorprendente stagione della fotografia umanista, capace di offrire la visione di una realtà dell’Isola depurata da preconcetti e stereotipi, bensì intima, poetica, malinconica, dove la paura della “perdita” è tanto struggente da avere affidato al medium fotografico la persistenza del ricordo e il compito di alimentare un auspicato archivio della memoria siciliana» (ivi:190). La grandezza di Enzo Sellerio risiede nella capacità introspettiva di leggere gli eventi al di là dell’apparenza, di coglierne l’ironia e il gusto estetico. Non si tratta di una fotografia neorealista, come sostiene giustamente la Maffioli, ma di uno sguardo interpretativo sulla condizione umana. La sua personalità fu fortemente influenzata all’inizio da Bruno Caruso, pittore e direttore della rivista “La Sicilia”, che pubblicò la prima fotografia di Sellerio. Caruso aveva vissuto a Parigi durante la guerra e aveva conosciuto Cartier-Bresson e gran parte della fotografia umanista, introducendo nell’Isola nuove influenze di gusto internazionale.
Il tratto che accomuna queste figure di intellettuali è il loro sguardo interno ed esterno sull’Isola, sulla terra in cui sono nati ma da cui si sono allontanati per poi tornare, in via definitiva o di volta in volta. Una costante che da un lato ha garantito loro la giusta distanza, di chi è stato altrove in una dimensione cosmopolita, ma nello stesso tempo li ha resi vittime di quel nostos da cui nessuno può sfuggire. Questo sentimento di contrapposizione fra sguardo interno e sguardo esterno è bene espresso in una lettera del fotografo Calogero Cascio, originario di Sciacca, ma sempre in giro per il mondo, scritta ad un amico di una rivista di Amburgo del 1963:
«C’è qui a Palermo in via Ruggero Settimo una cassetta per le lettere sulla quale fa spicco una targhetta che dice “inoltro della posta per il continente”. Il Continente evidentemente è l’Europa e invece io in questo momento sono qui a Palermo, in Sicilia, che non è l’Europa e non è Africa, è soltanto Sicilia. […] I siciliani a dire il vero sono un po’ orgogliosi di questa lontananza ed io che sono siciliano lo so bene. Ma lo so ora che sono qui, ora che sono ritornato in questa mia terra che vorrei amare un po’ di meno e odiare molto di meno. Perché è strano ma quando ne sono lontano ho un grande desiderio di rivederla, poi quando l’ho rivista vorrei scappare e non posso. È evidente che si tratta di un amore infelice. Lei dirà che sono un romantico e forse è vero se ancora oggi dopo avere visto tre quarti del mondo riesco a sdoppiarmi ed essere al contempo europeo moderno ed avanzato e siciliano anzi talmente siciliano da soffrire per esserlo».
Si tratta di una condizione esistenziale che persiste in molti altri autori siciliani, come ad esempio in Peppuccio Tornatore che ritorna nella sua Baaria per lasciarsi andare ai ricordi di un luogo mitico della sua infanzia, che non esiste più, travolto dalla speculazione edilizia e dall’abusivismo. Così anche in Ferdinando Scianna che accanto a Leonardo Sciascia, racconteranno, con diversi repertori, di una Sicilia metaforica, la Sicilia delle feste religiose, dell’irruzione del sacro nella vita ordinaria della povera gente.
Ma a parte questi grandi nomi del Novecento che hanno rappresentato la Sicilia con un occhio soggettivo e universale al tempo stesso, il merito dell’autrice è quello di aver rivelato una rete sommersa e inedita di personaggi che a livello amatoriale hanno documentato la vita quotidiana dei piccoli centri di provincia, lasciando nei loro archivi una preziosa eredità culturale.
Il libro di Monica Maffioli segna dunque un vero e proprio traguardo che conferisce la giusta centralità alla Sicilia nel campo della fotografia. Basti ricordare che già sul finire degli anni Settanta del secolo scorso la nostra Regione è stata all’avanguardia nel proclamare la fotografia e i corto metraggi beni culturali a tutti gli effetti, alla stessa stregua delle opere d’arte. Tale riconoscimento istituzionale ha garantito la formazione e la fruizione di archivi pubblici documentari che ricostruiscono lo sviluppo della fotografia dalle origini, coi dagherrotipi, lungo le principali linee di sviluppo dal pittorialismo al Gran Tour, dalla ritrattistica alle tradizioni popolari fino alle inchieste del dopoguerra.
In tempi più recenti l’apertura del Museo della storia della fotografia siciliana, fortemente voluto dallo stesso Enzo Sellerio, che vide nel giardino d’inverno del villino Favaloro di Palermo l’ambiente ideale per la ricostruzione degli atelier del primo Novecento, ha offerto alla città il percorso tangibile di tale evoluzione.
In quest’ottica la pubblicazione di questo volume rappresenta pertanto un ulteriore arricchimento e un necessario supporto negli studi sul settore, conferendo un valore aggiunto ad un’iniziativa editoriale che si è rivelata una preziosa miniera di informazioni.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Orietta Sorgi, etnoantropologa, ha lavorato presso il Centro Regionale per il catalogo e la documentazione dei beni culturali, quale responsabile degli archivi sonori, audiovisivi, cartografici e fotogrammetrici. Dal 2003 al 2011 ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Tra le sue recenti pubblicazioni la cura dei volumi: Mercati storici siciliani (2006); Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino (2011); Gibellina e il Museo delle trame mediterranee (2015); La canzone siciliana a Palermo. Un’identità perduta (2015); Sicilia rurale. Memoria di una terra antica, con Salvatore Silvano Nigro (2017).
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